mercoledì 30 settembre 2026

Ifigenia CXLVII Il progetto del mio opus maxinum. Il Vangelo e Testamento che state leggendo.


 

Quella  sera, solo davanti al televisore nella cucina sconvolta, vidi la Loren

giovane e mi sembrò simile a Ifigenia. Per tutto il

tempo del film sentii la dolorosa mancanza della compagna

precaria; quando fu finito, pregavo che mi telefonasse, come

faceva solitamente dopo uno spettacolo visto da entrambi in luoghi

diversi; infatti non mancò di chiamarmi, e mi rese felice. Le dissi

che se mi avesse dato una mano sarei divenuto il più grande

scrittore, non di tutti i tempi, poiché superare Omero, i tragici greci,  Lucano, Petronio, Apuleio,  Dante, Machiavelli, Foscolo, Leopardi, probabilmente non era alla portata mia, e forse nemmeno i massimi autori del Novecento avrei potuto battere nella nobile gara della bellezza, siccome anche Joyce, Proust, Kafka, Thomas Mann, Musil e Pirandello sono dei giganti; ma il migliore  vivente sì perbacco, mi era possibile diventarlo, non era fuori dalla mia portata superare tali nani e lei di conseguenza poteva assurgere al podio delle prime attrici del mondo. Ci ridemmo sopra, poi ci salutammo.

Credevo davvero a quanto le avevo detto sia pure con tono scherzoso,

poiché fa parte della mia autoeducazione prefissarmi mete alte,

difficili, quasi inarrivabili, e cercare di raggiungerle mettendoci tutte le

forze e moltiplicandole  durante tutto il tempo necessario all’impresa.

Vedete quanti anni sono passati da quel giorno. Ho superato  i tre milioni di lettori in tutto il mondo.

Andai a letto con le lacrime agli occhi pensando che  la ninfa mi piaceva ancora e aveva le qualità essenziali per farmi da Musa, Calliope o Melpomene 4 ispiratrice di un capolavoro che avrebbe fatto epoca e rieducato il meglio dell'umanità.

 Non sapevo che il 15 di quello stesso  mese di marzo

mi avrebbe lasciato una prima volta, e il 13 giugno una seconda, in

modo irreparabile, tanto da indurmi a considerarla perduta piuttosto che solo smarrita come due mesi prima, a chiudermi in casa e a sposare me stesso per dare alla luce questo romanzo nella solitudine immensa e spaventosa di un anno pur confortato dalle rare, preziosissime visite sue, e negli anni successivi di  altre giovani donne grazie al cielo benigno che mi voleva presente, vivo, e tenuto in forze dalla coscienza di mettere al mondo qualche cosa di bello, di proficuo per quanti mi avrebbero letto in futuro in tutti i continenti.

Allora non potevo sapere quanto tempo sarebbe stato necessario per scriverlo tutto intero, poi correggerlo, limarlo ad unguem , dargli la mano estrema.

In ogni caso contavo di non scoraggiarmi e di non morire nel darlo alla luce, quando forse avrei avuto quaranta anni o sessanta partoriente annoso. Da allora ho pubblicato diversi libri e centinaia di articoli.

 Oggi la falange costituita dai dolori e dalle gioie della mia vita marcia in ranghi compatti verso l’ottantaduesimo compleanno  e ancora non ho terminato il mio compito con questo mio opus maximum che non è ancora perfetto. Ma poco ci manca.

 

Nota

4 La prima è la Musa della poesia epica, quindi anche del romanzo che Hegel

nell'Estetica definisce "la moderna epopea borghese"(trad. it. Feltrinelli, Milano,

1978, p.1447); la seconda è l'ispiratrice dei tragediografi.

 

Pesaro primo ottobre  2026 ore 0, 35 giovanni ghiselli

 

 

p. s.

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