Sommario.
Furor e ratio in Medea e Fedra. Seneca e Shakespeare. La difesa dell'identità. Eliot: Medea superest e I am Antony yet. La Medea di Christa Wolf. La preghiera nera della Medea senecana. La fiaccola fumosa. La negazione della luce. Il determinismo geografico. C'è una connessione tra le forme della terra e quelle dell'esperienza umana: pelle femineos metus/et inhospitalem Caucasum mente indue (Medea, vv. 42-43).
i Fenni di Tacito. Tasso. I Marchigiani di Leopardi.
La negazione della femminilità e della maternità: Medea e Lady Macbeth.
Pure Lady Macbeth vuole defemminilizzarsi quando invoca gli spiriti che apportano pensieri di morte:"unsex me here", snaturatemi il sesso ora, e riempitemi dalla testa ai piedi della crudeltà più orrenda (of direst cruelty). Il sangue di cui gronda la tragedia, nel suo corpo deve addensarsi e chiudere ogni via di accesso al rimorso ( Macbeth, I, 5). Quindi la donna chiama una densa notte che giunga avvolta nel più tetro fumo d'inferno perché il suo pugnale non veda la ferita che produce .
Poco più avanti questa creatura atroce immagina l'uccisione di un suo bambino piccolo:"Io ho dato latte: e so quanta tenerezza si prova nell'amare il bambino che lo succhia; ebbene io avrei strappato il capezzolo dalle sue gengive senza denti mentre egli mi avesse guardata in faccia sorridendo e gli avrei fatto schizzare via il cervello, se lo avessi giurato come tu hai giurato questo"(I, 7).
La propria natura malvagia e infernale Medea può portarla a compimento solo dopo avere maledetto le nozze e la maternità. Da ragazza, ella ricorda, tradì il padre, uccise e fece a pezzi il fratello Apsirto, per amore di Giasone, ma ora che è sposa e madre andrà oltre:"levia memoravi nimis:/ haec virgo feci; gravior exurgat dolor:/ maiora iam me scelera post partus decent " (vv. 48-50), ho ricordato misfatti troppo leggeri: questi li ho compiuti da ragazza; sorga un dolore più opprimente: maggiori delitti mi si addicono dopo il parto. I delitti passati continuano a tornarle in mente per incoraggiarla a quello estremo di uccidere i figli. La Medea furiosa di Delacroix (1838) rovescia l'immagine della maternità, data dai seni nudi e dai bambini avvinghiati a lei, con il pugnale che stringe nella mano sinistra.
A Maria, la ragazza madre di Cristo è stata invece tolta la presenza di una paternità umana
Ortrud con prghiera nera nel Lohengrin di Wagner. Nietzsche e Wagner.
La maternità e la spietatezza compiuta.
Le Argonautiche mostrano già l'antefatto della tragedia nel diverso investimento erotico dei due amanti. Il sogno infantile della Medea di Apollonio Rodio.
Il primo coro della Medea di Seneca canta le nuove nozze di Giasone con Creusa augurando ogni bene agli sposi.
Il secondo atto
La coazione a ripetere i delitti. Fides e foedus. L'amicitia amorosa di Catullo. Rompere la fede non porta bene. Inaffidabilità dei giuramenti amorosi. Etimologia di femina. La transvalutazione lessicale. L'identità di Medea. L'autopossesso è l'unico punto fermo nei momenti critici. Diventare se stessi prima di morire. La Medea di Anouilh.
Il motivo del Medea superest (v. 166) rinnovato da fiam (171) è quasi un Leitmotiv nella Médée di Anouilh (del 1953): est…je suis Médée, enfin, pour toujours[1]".
Il kairov". La paura di Creonte.
La fobia delle donne di Catone il Censore.
Creonte cerca di cacciare Medea. Il tiranno non vorrebbe ascoltare, ma Medea si impone. La solitudine di Medea, quella di Seneca e quella di Euripide. Valutazioni diverse della solitudine. La parte buona, vera o simulata, di Medea. Il credito di Medea nei confronti dei Greci. La borsa di studio. Creonte teme Medea quale mivasma della sua terra. La maga
denuncia la correità di Giasone.
Il secondo coro maledice la navigazione.
La cultura pragmatica, senza carità, strumentalizza tutto. L'audacia dei navigatori è eccessiva e colpevole: audax nimium…ausus Tiphis.
L'uomo deinovteron dell'Antigone. La navigazione ha unito quello che doveva restare separato guastando i candida…saecula dei padri. E' la stessa u{bri" di Serse il quale, secondo Eschilo, tentò di trattenere con vincoli la sacra corrente e di unificare ciò che deve restare diviso. Bene dissaepti foedera mundi/ traxit in unum Thessala pinus,/iussitque pati verbera pontum (334-336), unificò le regole del cosmo ben separato la nave tessala e ordinò che il mare patisse le frustate dei remi.
Erodoto racconta che Serse fece frustare e incatenare il mare (8, 109). Il rischio è quello del ritorno al magma indifferenziato del caos. Infatti il pretium huius cursus (cfr. v. 361) è Medea "emblema del caos etico". Il mondo pervius ha aperto la via alla "confusion delle persone". L'Oceano in diversi autori. Erodoto nega ci sia questo grande fiume che secondo Ecateo circondava il disco della terra.
Terzo atto
Il furor della donna offesa nel letto supera quello degli elementi della natura scatenati: amor timere neminem verus potest (416).
L'incoercibile istinto erotico della donna. Ghismunda di Boccaccio, Joyce e Weininger.
La tempesta emotiva come quella degli elementi naturali tende a negare l'individuazione. Giasone invoca la sancta Iustitia. Il letto per Medea è più importante dei figli. Il Giasone di Seneca non è un miserabile come quello di Euripide, tuttavia Medea lo accusa di ingratitudine: ingratum caput (v. 466) e di averla colonizzata.
Colpevolezza e ignobiltà dell'ingratitudine (Senofonte: Ciropedia: Euripide, Eracle: Sofocle: Aiace, Filottete, Teognide, Shakespeare: Giulio Cesare, Tito Andronico ).
L'esilio di Medea secondo la donna è una poena, non un munus come vorrebbe darle da intendere Giasone il quale si fa un merito di avere sottratto la moglie all'ira del re. L'ira è il tratto distintivo del tiranno e non ha niente di grande né di nobile, nemmeno di utile secondo Seneca (cfr. il De ira) . Il potere forte non subisce controlli. Medea rinfaccia a Giasone di essere il mandante dei delitti da lei compiuti. Quindi rifiuta la maternità di bambini che, discendenti dal Sole, diventerebbero fratelli dei nipoti di Sisifo.
Giasone teme due re, quello di Corinto, Creonte, e quello di Iolco, Acasto. Medea però afferma di essere più forte di loro e decide di colpire Giasone nel punto debole che ha scoperto: vulneri patuit locus (550): ama i figli. Quindi la donna finge sottomissione. Giasone approva. Poi l'uomo si allontana e Medea palesa i suoi intenti. Ella colpirà i nemici con doni letali: un mantello, una collana e una corona d'oro. Maledizioni dell'oro. Ovidio nelle Metamorfosi (I, 141) sostiene che l'oro è più funesto del ferro. La brama del metallo prezioso infatti scatena la guerra e inaugura l'era della compiuta peccaminosità, come, negli ultimi tempi, il petrolio.
La Medea di Christa Wolf è protettiva verso la nuova moglie di Giasone.
La Medea di Seneca invoca Ecate, la vindice delle donne abbandonate (Simeta di Le incantatrici di Teocrito, Didone).
Il terzo coro di Corinzi. Il furor di Medea e il castigo. La rabbia di una moglie abbandonata è devastante più di quella dei grandi fiumi usciti dagli argini. La madre furente. La donna offesa da un uomo adulto può diventare una belva con i bambini: Medea, Idotea in Sofocle (Antigone), Procne in Ovidio.
Il terzo coro chiede venia per Giasone, ma Nettuno è furioso perché sono stati spezzati i sacrosanti vincoli del mondo.
Il consiglio è: "vade, qua tutum populo priori;/rumpe nec sacro, violente, sancta/foedera mundi! " (vv. 605-607), procedi per dove il cammino è stato sicuro alla gente di prima; e non spezzare con violenza i sacrosanti vincoli del mondo.
Infatti i profanatori del mare sono morti male, come Fetonte che ha cercato di violentare il cielo. Gli Argonauti hanno prima devastato i boschi del Pelio, poi hanno solcato il pelago per impossessarsi dell'oro, ma : exigit poenas mare provocatum (v. 617). L'exitus dirus la morte orribile (cfr. v. 615) è l'espiazione della rottura dei sacrosancta foedera mundi. Il coro chiede agli dèi di graziare Giasone che è partito iussus (v. 670).
E' la mancanza di entusiasmo per l'impresa, l' ajmhcaniva delle Argonautiche.
Quarto atto.
I preparativi della madre furente spaventano la nutrice.
La sposa tradita con una ragazza più giovane e bella diventa la belva peggiore:"nulla non melior fera est" afferma, nell' Hercules Oetaeus (vv. 233 sgg.), la nutrice di Deianira che ha visto Iole risplendere qualis innubis dies .
La moglie di Ercole accusa il tempo che passa e i parti quali cause della decadenza della forma. E' questo secondo motivo che porta la madre a odiare i figli?
Intanto Medea, racconta la nutrice, chiede i veleni al cielo poiché quelli terreni non le bastano: coelo petam venena (v. 694). Quindi la maga ammucchia le erbe più velenose per farne un impasto letale. La scelerum artifex (734) mescola alle erbe mortali, bava di serpenti e pezzi di uccelli di cattivo augurio.
Medea torna in scena e rinnova la preghiera nera alle forze del male: il Chaos coecum , i criminali del Tartaro, Ecate pessimos induta vultus (752). Il mondo deve cadere nella confusione. Il Leitmotiv di Ecate, la dea infernale prediletta da Medea. La maga ferisce se stessa per prefigurare l'assassinio dei propri figli. Il veleno della veste e il fuoco prometeico dei monili. La sfrontata Hecate accoglie la preghiera con tre latrati:"ter latratus/audax Hecate dedit" (vv. 843-844).
Quindi Medea invia con i doni funesti i figli, nati da madre maledetta: :"Ite, ite, nati, matris infaustae genus " (v. 845). La parola "madre" si capovolge: da rassicurante diviene la più inquietante.
Le Coefore di Eschilo e il Faust di Goethe. Joyce, Shakespeare, Seneca, e l'annientamento dei rapporti familiari. Noverca , matrigna, è la Fedra di Seneca, e pure Livia, l'ultima moglie di Augusto.
Il coro deplora l'ira di Medea il cui volto si trascolora (vv. 856-859), come la fiamma-arcobaleno nell'Oedipus (vv. 314 sgg.). Ira e amore hanno sconvolto l'anima di Medea.
Quinto atto.
La morte del re e della figlia:"Gnata atque genitor cinere permixto iacent". (v. 869). Sono stati presi dalla consueta frode "qua solent reges capi: donis" (v. 870).
Come Policrate di Samo dunque attirato in un tranello da Orete satrapo di Sardi: iJmeivreto ga;r crhmavtwn megavlw" ( Erodoto III, 123).
Euripide attribuisce l'errore piuttosto alla vanità femminile di Creusa la quale provava ribrezzo per i figli di Medea ma vedendo i doni non si trattenne : wJ" ejsei'de kovsmon, oujk hjnevsceto, Medea, v. 1156.
Medea non vuole fuggire ma assistere a nozze inaudite: nuptias specto novas! (v. 883).
Cfr. Le incognitae libidines di Messalina. La meretrix Augusta[2], secondo Tacito :"iam...facilitate adulteriorum in fastidium versa ad incognitas libidines profluebat "[3], oramai volta alla noia per la facilità degli adultèri, si lasciava andare a dissolutezze inaudite
Medea vuole abolire ogni fas e pudor. I delitti compiuti fino a quel momento sono stati atti di pietas in confronto alle azioni che Medea sta per compiere:"quidquid admissum est adhuc pietas vocetur! " (v.905). Medea raggiunge la pienezza della propria identità attraverso i delitti: Medea nunc sum; crevit ingenium malis (v. 910).
Deianira nell' Hercules Oetaeus la prende come modello per superarla.
La mano dell'assassino non si libera mai dal sangue che la imbratta: le Coefore, la Fedra e l'Hercules furens di Seneca, il Macbeth.
Il Giasone di Euripide che fa quanto ritiene più conveniente (Medea v. 876: dra'/ ta; sumforwvtata) è confrontabile con i personaggi di Ibsen che obbediscono alla logica del mercato secondo Alonge. Nella Donna del mare Hilde è una adolescente ma ragiona già in base al computo dei soldi. La sorella le chiede all'improvviso se accetterebbe una eventuale proposta di matrimonio di Lyngstrand, e Hilde è prontissima a ribattere:"Per carità! Non ha un soldo. Non ha da vivere nemmeno per se solo"[4].
In ogni caso: quod quisque fecit patitur (Hercules furens, 735). Il contrappasso.
La reputazione. Le due vie della rinomanza: quella di Medea, violenta con i nemici (Medea di Euripide: barei'an ejcqroi'", 807) e quella di Alcesti ottima tra le donne.
La Fama dea foeda nella Civiltà di vergogna. Socrate nel Critone e il dottor Stockmann di Ibsen non si curano dell'opinione dei più. Medea non gode di buona fama: nell'Epodo 16 di Orazio è l'impudica Colchis.
Medea è combattuta (cor fluctuatur, v. 932) ma la parte emotiva prevale su quella razionale. Il dolor l'odium e l'ira prevalgono, la pietas soccombe: ira, qua ducis sequor, v. 942.
Kai; manqavnw me;n oiJ'a dra'n mevllw kakav,-qumo;" de; kreivsswn tw'n ejmw'n bouleumavtwn,-oJvsper megivstwn ai[tio" kakw'n brotoi'"" ( vv. 1078-1080), capisco quale abominio sto per compiere, ma più forte dei miei ragionamenti è la passione che è causa dei mali più grandi per i mortali", dice la Medea di Euripide nel quinto episodio dopo avere preso la decisione folle di uccidere i figli
.
Appare la turba Furiarum impotens (v. 947), la folla scatenata delle Furie. Poi l'ombra del fratello chiede vendetta, e Medea risponde ammazzando il primo figlio: victima manes tuos placamus ista (v. 960).
Alla donna sembra di avere recuperato il regno e la verginità: rediere regna! rapta virginitas redit! (v. 973).
Quindi arriva Giasone, e la madre assassina pregusta una voluptas magna: il marito si è aggiunto quale spectator : deerat hoc unum mihi/, spectator iste (vv. 981-982). Giasone la supplica dichiarandosi colpevole lui solo: si quod est crimen, meum est (v. 993). Medea affonda le armi nella ferita dell'uomo. Se c'è ancora qualche residuo di figlio in me, afferma "scrutabor ense viscera, et ferro extraham" (v. 1002).
Poi uccide il secondo bambino, ma adagio, per accrescere il dolore di Giasone: perfruere lento scelere; ne propera, dolor! (1005).
Quindi la missione è compiuta: bene est: peractum est (v. 1008). Medea è diventata quello che è: coniugem agnoscis tuam? (1010).
Il suum esse del De brevitate vitae[5] è rivendicato da Medea in tutta la tragedia:" In questa rapina rerum omnium (Marc . 10, 4), che ingigantisce su scala cosmica l'instabilità della condizione politica, resta come unico punto fermo, come unico bene inalienabile il possesso della propria anima" afferma Traina[6].
Poi Medea sparisce su un carro sollevato da draghi alati. E' l'antiapoteosi finale: testare nullos esse qua veheris deos (v. 1016) le grida Giasone. Ippolito nella Fedra considera la donna il male supremo tra quelli che hanno posto termine all'età dell'oro, anzi la femmina umana è l'artista del male: sed dux malorum femina; haec scelerum artifex obsedit animos (560-561). Pessime tra le donne sono Medea che da sola reddit feminas dirum genus (v. 565) rende maledetta la razza femminile e Fedra ancora peggiore: Colchide noverca maius hoc, maius malum est (v. 697).
La diversità orrenda affermata da Medea fa pensare alla problematica diversità di ciascuno di noi. Il dramma antico suscita pensieri che spezzano i luoghi comuni e la routine.
Fine del sommario
Pesaro 13 settembre 2026 ore 11, 25 giovanni ghiselli
p. s.
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[1] Ecco, è adesso che devi essere te stessa…Io sono Medea, infine, per sempre.
[2] Giovenale 6, 119.
[3]Tacito, Annales , XI, 26.
[4] III.
[5] "Ille illius cultor est, hic illius: suus nemo est ", 2, 4, , quello è dedito al culto di quello, questo di quello, nessuno appartiene a se stesso.
[6]Lo stile "drammatico" del filosofo Seneca , p. 13.
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