Dopo avere accompagnato a letto il Sole, tornai da Ifigenia che sonnecchiava. Forse sognava una fuga con un attore famoso.
La svegliai e le proposi di cenare. Lo facemmo nel piccolo ristorante della Malga seduti accanto al focolare spento dove nell’inverno successivo, arrossati nei volti per le fiamme del camino, ci saremmo colpiti senza risparmio.
Il giorno seguente Ifigenia avrebbe detto: “ieri ci siamo sbudellati davanti al fuoco”. Un’espressione efficace questa, quasi eccitante.
Quella sera di giugno, invece, nessuno dei due aveva voglia di parlare: la bella ragazza, in agguato e in attesa del successo, ce l’aveva con me perché io non l’avevo agguantato e non potevo farla beata di ozi, vivande e bevande in un ristorante di lusso: uno di quei posti “esclusivi”, come orrendamente si dice, che a me fanno schifo e non ci entrerei nemmeno se invece di estorcermi denaro me ne offrissero tanto. Mi piacciono i posti inclusivi a partire dagli ostelli della gioventù. Da una ventina di anni mi sento onorato siccome non mi cacciano per la mia vecchiezza. Capiscono che arrivare in bicicletta scalando le montagne è eterna giovinezza.
Questa volta però ero arrivato in automobile con una parassita e mi sembrava di essere un vecchiaccio malvissuto.
Dopo la cena tornammo in camera dove scoppiò una scenata.
Quella ce l’aveva con me perché non l’avevo portata in un posto di lusso, io la disprezzavo proprio per tale sua miseria da borghese infima.
L’avevo capito nelle gite scolastiche: gli adolescenti che si lamentano del cibo e delle camere sono proprio i figli delle famiglie meno abbienti. Anche certi colleghi adulti a dirla tutta si comportano in tale maniera da pezzenti.
La Pasqua successiva, quando saremmo andati in Baviera per compiere un pellegrinaggio fino al lago dov’era affogato il lunatico re Ludwig II e per visitare i suoi castelli teatrali, non trovai un alloggio dal prezzo contenuto, modesto e adatto al poverello che sono fiero di essere, e dato il freddo, mi rassegnai a un albergo parecchio costoso. Ifigenia avrà la sfacciataggine di fare questa battuta triviale, da mercenaria: “Finalmente mi hai portata in un posto decoroso!”.
Mancavano solo due mesi alla sua fuga dal poverello spregevole ai suoi occhi. Non ho mai tradito il mio voto di povertà e la promessa fatta alla nonna ancora viva e sulla tomba del padre suo che non avrei mai venduto la loro terra. Mi dispiace pensare che probabilmente chi riuscirà a metterci le mani dopo la mia morte la venderà per frequentare gli orribili posti esclusivi. Cercherò di evitarlo se potrò.
Ma torniamo a quel giugno della disperazione. Dopo la cena si andò in camera dove scoppiò una cagnara da amanti sciagurati quali eravamo. Speravo di trovare un modo di stare insieme dignitoso se non amoroso. L’intermittenza dei nostri umori buoni e cattivi andava regolata in qualche modo, se c’era verso. Cercavo una paradossale concordia delle nostre dissonanze croniche.
Dissi: “domani, se c’è il sole, facciamo una bella camminata nel bosco”. Solo queste poche parole. Mi sembravano innocue.
Tuttavia bastarono a ferirla colpendo una delle sue debolezze.
Mi guardò con occhio, da tigre appena sgravata e gridò:
“Io non sono allenata per fare scarpinate massacranti con te”.
Collegai la parola scarpinate a scarpe e sospettai che ne sarebbe seguito quanto di fatto avvenne.
Cercai però di rabbonirla: “Non preoccuparti: faremo un giro adatto alle tue forze e consono alla tua volontà”.
A questo punto costei si mise a fare una scena: frugava nella valigia con rabbia ostentata e rauchi versi, finché tirò fuori la voce e disse: “ Quando siamo partiti non ho preso le scarpe adatte per passeggiare tra i monti con te!”.
“Puoi sempre venire a piedi nudi”, provai a dirle con un sorriso.
Lei allora aggiunse: “Le ho preparate, le ho messe accanto alla valigia ma poi le ho dimenticate. Si vede che non avevo voglia di camminare nei luoghi orribili dove a te, chissà come mai, piace tanto vagabondare”. Certamente colei non aveva ricordi buoni a Moena né altrove. Aveva sempre puntato soltanto all’utile e oramai mi considerava inutile.
Mi stavo spogliando per entrare nel letto dove colei si era stesa ma cambiai idea. Mi ero accorto di quanto fosse inopportuno e innaturale fare sesso in tale disposizione incline all’odio.
Sicché smisi di denudarmi e andai a sedermi vicino alla porta.
Poi dissi: “No, tu non sei la donna congeniale a me. Anzi la tua natura è opposta alla mia. Se restiamo ancora insieme, andremo entrambi in malora”.
A questo punto Ifigenia si prese paura di essere piantata lì in mezzo ai monti e, mutando tono e parole della sua recita rispose: “Ecco, vedi: tu non mi concedi mai un briciolo di comprensione. E’ la prima volta che vengo in montagna: come faccio a sapere che cosa devo portare?”
“Te l’avevo detto. Al momento della partenza non te l’ho ripetuto: mi sembrava scortese ribadirlo, come un ammonimento a una minus habens, davanti a tua sorella.
Tu dirai che sono troppo sensibile per essere un uomo”.
“No, sei delicato piuttosto, e hai fatto bene a non ingiungermi niente in presenza di Donatella”.
“Su questo siamo d’accordo ma resta il fatto che io non posso fidarmi di te”
Dopo queste parole colei si tolse la maschera della ragazza incompresa ma comprensiva, e assunse la parte della donna offesa dicendo: “Tu ora vuoi emozionarti litigando, dato che hai bisogno di questo per desiderarmi”.
Cercai di non adirarmi e replicai: “ Sei tu che ti distrai da quanto dovresti e ti comporti da parassita poiché vuoi sentirti rimproverare, altrimenti non capisci e non impari: il colloquio razionale, basato sui fatti non è possibile con te. Tu nutri un groviglio di sensazioni che io dovrei districare. “Nihil interest quomodo solvantur” come disse Alessandro a proposito de nodo di Gordio. Anche io probabilmente dovrò dare un taglio alla frequentazione della tua persona, maschera o altro che sia ”.
“Non puoi fare a meno di citare, a quanto vedo”
“Infatti: per me gli autori sono sempre stati di conforto e di aiuto contro la scarsa intelligenza e la malevolenza di certa gente.
Tu cerchi il contrasto con me per vendicarti dei tanti torti subìti.
Forse te ne ho fatti diversi anche io, ma sappi che se non puoi perdonarmi, non ti trattengo”.
A queste parole Ifigenia si prese paura: cambiò tono un’altra volta la mima, e prese di nuovo quello della povera vittima del sacrificio umano. Anche il suo nome si prestava a questo ruolo. Disse quasi piangendo che io non capivo tante cose di lei che mi amava e “mi voleva un bene dell’anima”. E’ una tipica espressione ipocrita bolognese: l’ho sentita da un paio di amanti mie riferite al marito che tradivano e probabilmente non soltanto con me.
Aggiunse che la fraintendevo perché la guardavo sempre attraverso i libri e la identificavo con personaggi diversi, per lo più negativi, senza vedere mai la sua persona vera. Ero io che le mettevo le maschere.
“Questo può essere vero”, ammisi provando un poco di pena e pure una certa ammirazione per le sue ultime parole. Si era rifatto vivo anche il desiderio.
Ifigenia se ne avvide, mi sorrise e mi chiese se mi andava di uscire e fare due passi sotto il cielo sereno.
Pesaro 15 settembre 2026 ore 8, 55 giovanni ghiselli
p. s.
Sfido l’intelligenza artificiale a superare questa mia intelligenza naturale personale e pure oggettiva. Scrivo di me con parole che comprendono le esperienze di ogni persona umana. Mi leggete in molti poiché nel farlo trovate voi stessi.
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