La poesia lirica in lingua greca inizia da Archiloco, fiorito intorno alla metà del VII secolo a. C., si sviluppa durante il secolo successivo, in coincidenza con l'età dei tiranni, poi declina nel periodo della democrazia ateniese (V e buona parte del IV secolo), ed ha una ripresa,nell'età ellenistica, quando i canoni estetici di Callimaco, il massimo poeta alessandrino del III secolo, raccomandano, appunto, l'erudizione e la concisione.
In questo genere dunque, a differenza degli altri due, l'epico, ritardante, dal quale discende l'ampio fluire del romanzo, e il drammatico, il frutto più sapido della democrazia ateniese, le caratteristiche sono la brevità e la soggettività, ossia l'affermazione dell'io del poeta.
La raffinatezza o la potenza della forma, la novità dell'invenzione, la cultura letteraria o l'ironia, possono conferire a tale autoindividuazione dell'autore quello stile dell'universalità che è necessario all'opera d'arte. Alcuni uomini di cultura del resto hanno ritenuto che la lirica non superi l'ambito della soggettività e non sia degna di essere letta:"negat Cicero[1], si duplicetur sibi aetas, habiturum se tempus quo legat lyricos ", Cicerone dice che, anche se gli venisse raddoppiata la vita, non troverebbe il tempo per leggere i lirici, ricorda Seneca (Ep. 49, 5).
Francamente non è il mio genere preferito.
Alla lirica il mio gusto antepone la tragedia, la storiografia e l’epica siccome contengono la politica e la storia oltre i sentimenti.,
I metri sono vari e, anzi, proprio sulla base di questa diversità, solitamente viene fatta una distinzione in quattro grandi categorie: il giambo, l'elegia, la lirica monodica e la lirica corale. Ai metri spesso corrispondono temi e toni predominanti (la poesia giambica per esempio non poche volte è aggressiva, l'elegiaca è amorosa o lamentosa, ma può essere anche guerresca, la lirica corale è spesso celebrativa) scelti dalla sensibilità degli autori i quali a loro volta vengono classificati a seconda del verso prevalentemente usato. Tutta la poesia lirica è accompagnata dalla musica.
Archiloco di solito viene definito quale poeta giambico, sebbene usi pure il distico elegiaco. Noi però preferiamo adoperare altri criteri sia per unificare sia per dividere. Faremo una distinzione per secoli, e, all'interno di questi, sceglieremo gli autori più importanti dei quali metteremo in evidenza determinati temi destinati ad avere un lungo seguito nella cultura occidentale in componimenti poetici che a volte conservano qualche cosa degli stilemi impressi sull'argomento dal primo autore che l'ha trattato.
Infatti concordiamo con Eliot quando afferma che la poesia europea, da Omero in avanti, ha un'esistenza simultanea, e, da classicisti amantissimi delle lingue classiche, pensiamo che le letterature greca e latina costituiscano la corrente sanguigna o la linfa vitale di ogni successiva espressione letteraria in Europa.
Se i poeti, come tutti gli artisti della nostra tradizione, per dirla con L'uomo senza qualità di Musil (p.270), sono legati da "una catena di plagi", oppure se ogni autore nell'imitare ed emulare i predecessori aggiunga qualche cosa al monumento che ci ricorda l'importanza di essere uomini, lo giudicherà il lettore.
I temi trattati da quasi tutti gli autori lirici arcaici ( per la poesia ellenistica faremo un discorso a parte poiché nel frattempo sarà cambiata la concezione della vita) sono quello amoroso e quello politico in senso lato con invettive contro il tiranno per esempio.
L'amore che nell’Iliade rappresentava uno svago, il riposo del guerriero per dirla con Nietzsche, può diventare l'interesse principale del poeta o della poetessa; croce, tormento o delizia. Uno scolaro di Aristotele, Teofrasto, lo chiamerà "affezione di un'anima disoccupata". Questo tema in effetti avrà maggior rilievo negli autori meno impegnati politicamente. Per quanto riguarda le lettere latine Catullo che canta di Lesbia, dichiara a Cesare magno che non gli importa di sapere se egli sia bianco o nero:
"Nil nimium studeo, Caesar, tibi velle placere
nec scire utrum sis albus an ater homo ", non ci tengo troppo, Cesare, a volere piacerti, né a sapere se tu sia un uomo bianco o nero. (93, 2).
L'età della lirica arcaica, dal settimo al sesto secolo, è l'epoca dei tiranni i quali, come si sa, non consentono al popolo di destituirli votando e lo blandiscono con feste, spesso di carattere sacro, aprendo le porte della Grecia a religioni misteriche, sopra tutte la dionisiaca, che promettono la salvezza individuale e che per qualche tempo
trovano un ostacolo nel clero delfico-apollineo sostenuto dalle grandi famiglie nobiliari, in primis gli Alcmeonidi di Atene.
Il tiranno di solito è un aristocratico che cambia fazione e prende il potere mettendosi a capo di quella che, dopo l'affermarsi, già nel settimo secolo, dell'economia monetaria, diventa la classe emergente: il partito dei commercianti seguìti dai proletari che si chiamano teti, secondo un termine in uso ad Atene, la città scuola, prima dell'Ellade poi di tutta l'Europa.
A tale rivoluzione politica si accompagnò un rivolgimento culturale favorito da vati e profeti, come quell'Epimenide cretese che intorno al 600 a. C. andò in Attica a diffondere i culti orfico-dionisiaci delle Erinni e di Demetra Eleusinia, maledicendo nel contempo, e facendo espellere dalla regione, gli Alcmeonidi devoti ad Apollo, ed esecrati in quanto pochi decenni prima avevano represso nel sangue un tentativo di instaurazione della tirannide da parte del nobile Cilone. Seguiranno anni di lotte di classe, fino al tentativo di pacificazione di (594) e alla presa del potere da parte del tiranno “mite” Pisistrato. Il regime della sua famiglia durerà fino al 511-510 ("per caso" l'anno in cui l'ultimo re, Tarquinio il Superbo, viene cacciato da Roma, e lo facciamo notare volendo significare quanto le vicende ateniesi, perfino le date dei rivolgimenti politici, siano paradigmatiche per i futuri "fieri vincitori" Romani); poco dopo, Clistene Alcmeonide, tornato dall'esilio, inizierà a costruire quella democrazia che verso la metà del secolo seguente verrà radicalizzata da Pericle nato dall'alcmeonidea Agariste e da Santippo il quale invece discendeva da Epimenide. Così la cultura apollinea e quella dionisiaca delle dee venerande potranno fondersi nel capo di Atene e nel genere della tragedia. I poeti che studieremo, a parte Solone, non sono Ateniesi, ma la lotta di classe sopra delineata riguarda tutto il mondo greco, tranne Sparta dove la stabilità della costituzione "consegnata" a Licurgo da Apollo delfico nell'VIII secolo è minacciata solo dalle rivolte degli schiavi iloti. I lirici greci, generalmente, se prendono posizione, si schierano contro il tiranno sia da un punto di vista politico, poiché il despota secondo loro è un prepotente che toglie la libertà, sia da quello morale in quanto è un traditore del suo ceto e un mentitore, sia da quello estetico siccome è ignobile e volgare.
I poeti di parte aristocratica, e con particolare sistematicità Teognide, biasimano l'ascesa della plebe e la mescolanza delle razze, un poco come fa Dante nel Paradiso , XVI, 67-68:"Sempre la confusion delle persone/principio fu del mal della cittade".
Non mancano i cortigiani dei tiranni, qual è Anacreonte (VI secolo) che ha lasciato una poesia"graziosa" e disimpegnata. La maggior parte tuttavia usano invettive e toni truci nei loro attacchi in versi contro i detestatissimi despoti, a partire dal macabro brindisi di Alceo (VII-VI secolo) per la morte di Mirsilo tradotto secoli dopo da Orazio in nunc est bibendum , e citato anni fa da Bossi nell'occasione di una caduta di Berlusconi.
La lirica è soggettiva, e se lo è, come po’ essere arte?
Prima di iniziare la trattazione degli autori del settimo secolo ci sembra doveroso affrontare una questione preliminare individuata da Nietzsche in La nascita della tragedia (capitolo quinto), cioé come sia possibile il lirico quale artista; "colui che, secondo l'esperienza di tutti i tempi, dice sempre -io-...non è dunque egli (cioé il primo artista che suole chiamarsi soggettivo) anche il primo vero e proprio non artista?".
Il grecista- filosofo risolve il dilemma ricordando che la lirica antica era musicata, e dunque il poeta, in quanto ispirato dal dio Dioniso, prima di dare voce ai dolori propri e alle gioie personali, si fondeva con l'Uno originario, e solo in un secondo momento esprimeva nella musica e nelle parole i riflessi di questa identificazione. A supporto di tale tesi si possono ricordare i versi di Archiloco che è l'iniziatore del genere e dà pure la prima testimonianza del ditirambo, l'inno dionisiaco il quale a sua volta, secondo Aristotele (Poetica 1449a) costituisce il punto di partenza della tragedia:
" come, folgorato dal vino nella mente
so intonare il ditirambo, il bel canto di Dioniso signore/"(frammento 77D.).
Non troppo lontana da quella nicciana è l'interpretazione di Leopardi il quale, nello Zibaldone , sostiene che la poesia lirica, più di quella epica e molto più della drammatica, è naturale, è natura, o per lo meno è vicinissima alla natura di cui è figlia. "La poesia, quanto a' generi, non ha che tre vere e grandi divisioni: lirico, epico e drammatico. Il genere lirico, primogenito di tutti; proprio di ogni nazione anche selvaggia; più nobile e più poetico d'ogni altro; (…) espressione libera e schietta di qualunque affetto vivo e ben sentito dell'uomo. L'epico nacque dopo questo e da questo; non è in certo modo che un'amplificazione del lirico (…) il drammatico è l'ultimo dei tre generi, di tempo e di nobiltà. Esso non è un'ispirazione, ma un'invenzione (...) Esso è uno spettacolo, un figlio della civiltà e dell'ozio (…) trattenimento liberale bensì e degno; ma non prodotto della natura vergine e pura, come è la lirica, che è sua legittima figlia, e l'epica, che è sua vera nepote"(pp.4234-4236).
Non sono d’accordo su questo con Leopardi che pure amo.
Possiamo aggiungere che gli elementi sentimentali non compaiono per la prima volta nella poesia lirica: essi sono già presenti in Omero, nella dichiarazione d'amore di Andromaca a Ettore per esempio (Iliade , VI, 406-439) o nell'attesa d'amore di Nausicaa (Odissea , VI), e Leopardi non manca di sottolinearli nel Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica (pp.71-72):"Che bisogno c'è ch'io ricordi l'abboccamento e la separazione di Ettore dalla sposa, e il compianto di questa e di Ecuba e di Elena sopra il cadavere dell'eroe, mercè del quale, se mi è lecito far parola di me, non ho finito mai di legger l'Iliade, ch'io non abbia pianto insieme con quelle donne..?".
Dunque la lirica non ha l'esclusiva dei sentimenti amorosi e del pathos.
Nemmeno la presenza dell'autore nell'opera comincia con Archiloco: ricordiamo che essa si trova già in Esiodo (VIII-VII secolo), autore di un epos cosmogonico e di uno rurale, antichi quasi quanto l'Odissea . L’autore ci racconta come fu ispirato dalle Muse mentre pascolava gli agnelli ai piedi del sacro Elicona (Teogonia , 22 e sgg.), e narra pure l'ingiustizia personalmente subìta dal fratello Perse con la complicità dei giudici mangiatori di doni (Opere e Giorni , 27).
Pesaro 14 settembre 2026 ore 16, 40 giovanni ghiselli
p. s.
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Presenterò la lirica greca e la poesia amorosa latina il 20 ottobre nella biblioteca Scandellara di Bologna. Ovviamente non riuscirò a dire tutto in una sola lezione.
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