La Storia come galleria di esempi positivi o negativi. Tito Livio. Tacito e la grandezza del passato rispetto alla sopravvenuta decadenza. Il filum di tradizionalismo che unisce Catone- Sallustio-Livio e Tacito.
La storia comunque fornisce esempi, modelli e contromodelli.
Secondo Tito Livio (Praefatio, 10) la conoscenza della tradizione storica è necessaria per l'educazione delle persone: essa fornisce a chi la possiede il grande strumento dei modelli positivi da imitare, e di quelli negativi da respingere:"Hoc illud est praecipue in cognitione rerum salubre ac frugiferum, omnis te exempli documenta in inlustri posita monumento intueri: inde tibi tuaeque rei publicae quod imitere capias, inde foedum inceptu, foedum exitu quod vites" (Praefatio, 10) questo soprattutto è salutare e produttivo nella conoscenza della storia: che tu consideri attentamente esempi di ogni tipo situati in una tradizione illustre: di qui puoi prendere quanto c'è da imitare per te e per il tuo Stato, di qui quello che c'è da evitare in quanto turpe nel movente, turpe nel risultato.
Tito Livio procede nella Praefatio (11) celebrando il passato remoto come il tempo della grandezza:"nulla umquam res publica nec maior nec sanctior nec bonis exemplis ditior fuit ", mai nessuno Stato fu più grande né più virtuoso né più ricco di buoni esempi, quindi l’autore preferisce i fatti antichi al punto che, nel raccontarli, il suo animo diviene, misteriosamente, antico:"Ceterum et mihi vetustas res scribenti nescio quo pacto anticus fit animus "(XLIII, 13, 2).
La guerra più grande, per i mezzi e le energie impiegate, è quella annibalica. Nel proemio alla seconda guerra punica Livio scrive:"Nam neque validiores opibus ullae inter se civitates gentesque contulerunt arma, neque his ipsis tantum umquam virium aut roboris fuit "(XXI, 1), infatti né alcune altre città e popoli più possenti per i mezzi combatterono, né mai queste stesse ebbero tanta forza e vigore.
“Nella praefatio domina l’esaltazione della storia romana, argomento proprio dell’opera sua: nulla umquam res publica nec maior nec sanctior…(Liv. Praef. 11); ed anzi, per ciò, la storia antica è da Livio-a differenza di Tucidide- di gran lunga preferita alla moderna (Liv. Praef. 5)”[1].
Comunque diversi storiografi pensano che la storia raccontata da loro sia “la cosa più grande” e archetipica .
“Tucidide e Polibio non lasciano al lettore alcun dubbio sull’importanza che attribuiscono al periodo storico sul quale scrivono ; vedono in esso qualcosa di unico, una rilevanza non posseduta da altri avvenimenti del passato. Per Tucidide la guerra del Peloponneso era il culmine della storia greca precedente, un evento più grande di ogni altro che lo avesse preceduto. Polibio si considera testimone rivoluzionario nella storia dell’umanità: per la prima volta le varie parti del mondo si univano a formare un tutto (I, 3, 4; III, 1, 4; IV, 2, 1). Sallustio raccomanda la guerra giugurtina come il primo episodio della lotta contro la nobiltà romana”[2].
Anche Tacito, negli Annales, antepone la storia e la storiografia antica, quella della repubblica, ricca di grandi personaggi e grandi avvenimenti, alla recente, di minor levatura:" Pleraque eorum quae rettuli quaeque referam parva forsitan et levia memoratu videri non nescius sum "( IV, 32), mi rendo conto che gran parte degli avvenimenti che ho riferito e riferirò appaiono forse piccoli e indegni di ricordo; mentre chi espose il passato narrò "ingentia bella...expugnationes urbium, fusos captosque reges ", grandi guerre, città espugnate, re sbaragliati e fatti prigionieri, per quanto riguarda la politica estera, e nell'interna"discordias consulum adversum tribunos, agrarias frumentariasque leges, plebis et optimatium certamina libero egressu memorabant ", raccontavano conflitti tra consoli e tribuni, leggi agrarie e frumentarie, lotte tra plebei e patrizi, spaziando liberamente.
Quindi la fatica dei contemporanei si occupa di un campo ristretto ed è senza gloria:" nobis in arto et inglorius labor" . Lo stesso contenuto della storia si restringe nel passaggio dalla repubblica all'impero.
“Come Sallustio[3], anche Tacito pensava spesso in termini di antica grandezza e di sopravvenuta decadenza”[4].
La decadenza riguarda anche l’eloquenza e la cultura in genere.
Nel trattato anonimo Sul sublime c'è un personaggio, il filovsofo" il quale fa dipendere la decadenza delle lettere, l'universale carestia letteraria (lovgwn kosmikh; ajforiva, 44) dalla fine della democrazia che è la vera nutrice della grandezza (44, 2). La sorgente dell'eloquenza è la libertà-sostiene- e noi siamo fin dall'infanzia imbalsamati nei costumi della servitù e non siamo altro che grossi adulatori (kovlake"... megalofuei'", 44, 3).
Senza il libri di Tacito sarebbe più povero il tesoro intellettuale e il tesoro storico, “perché la storia non è un archivio di notizie; è un collegamento di fatti dentro un ambiente collettivo che lo scrittore deve intendere e deve rifare, perché la posterità non perda il filo storico e ideale del suo passato (Marchesi, Tacito, p. 265)
Storico è colui che impedisce al passato di morire (p. 267).
Tacito nel Dialogus de oratori bus [5] dà una spiegazione simile a quella del filovsofo". Curiazio Materno, portavoce dell'autore, afferma che una grande oratoria era possibile solo con la libertà o addirittura con la licenza dell’ultima repubblica, nel fervore dei tumulti e dei conflitti civili. "Magna eloquentia, sicut flamma, materia alitur, et motibus excitatur et urendo clarescit " (36), la grande eloquenza, come una fiamma, si alimenta con del materiale, si ravviva con il movimento e bruciando diventa più luminosa.
Su questo argomento sentiamo anche Leopardi: “osservate come infatti l’eloquenza non abbia fiorito mai se non quando ha avuto il popolo per uditore. Intendo un popolo padrone di sé, e non servo, un popolo vivo e non un popolo morto…Del resto appena le repubbliche e la libertà si sono spente, le assemblee, le società, le corti, non hanno mai sentito la vera eloquenza, non essendo uditorii capaci di suscitarla”[6].
“Ma soprattutto: c’è una linea unitaria, come un filum, che nella storiografia romana conduce da Catone a Sallustio a Tacito. Questi tre storici insistono particolarmente sulla disciplina et vita dell’Italia (Catone), sulla cura degli antichi pro Italica gente (Sallustio), sulla necessità di conservare l’antiquus mos italico e di impedire-per una malintesa tendenza provinciale-il decadimento economico dell’Italia (Tacito)…il filum Catone-Sallustio-Tacito è per eccellenza significativo nella storia della storiografia romana”[7].
Direi che questo filum passa anche per Tito Livio che celebra gli antiqui mores e lamenta il decadere della disciplina e il dilagare dei vizi con l’avvento della ricchezza e del lusso: “ad illa mihi pro se quisque acriter intendat animum, quae vita, qui mores fuerint, per quos viros quibusque artibus domi militiaeque et partum et auctum imperium sit; labente deinde paulatim disciplina velut desidentes primo mores sequatur animo, deinde ut magis magisque lapsi sint, tum ire coeperint praecipites, donec ad haec tempora , quibus nec vitia nostra nec remedia pati possumus, perventum est” (Praefatio, 9), a quegli aspetti ciascuno rivolga attenzione con acutezza, quale tipo di vita, quali sono stati i costumi, gli uomini e le capacità attraverso i quali l’impero è stato creato e ingrandito; poi mi si segua con attenzione per vedere come, decadendo quindi un poco alla volta la disciplina, rilassandosi in un primo tempo i costumi, siano poi scivolati sempre più in basso e abbiano preso a cadere a precipizio, finché si è giunti a questi tempi, nei quali si è giunti al punto che non possiamo sopportare né i vizi né i rimedi[8].
Con questo non voglio dire che la narrazione dei fatti recenti sia senza peso nella storiografia latina: “Un segno della forte ispirazione politica della storiografia latina si potrà scorgere anche nel peso notevole che in essa ha la storia contemporanea , anche se questa caratteristica è comune con molta storiografia greca, anzi con gli storici greci più celebri…L’opera di Sallustio è tutta legata al problema della crisi della società e dello stato, crisi da lui vissuta: anche il periodo più lontano da lui trattato, quello del bellum Iugurthinum , lo interessa “quia tunc primum superbiae nobilitatis obviam itum est”, cioè perché è cominciata allora, secondo lui, una lotta politica che ha scosso e dilaniato la repubblica fino ai giorni dell’autore.
Se Asinio Pollione[9] lascia il coturno per scrivere storia, lo fa per rievocare la guerra civile alla cui vicenda egli stesso ha partecipato…Non è per caso che Tacito incomincia la storia dell’ieri, dalla storia della crisi del 68 e degli imperatori Flavii per risalire poi indietro; anche le fonti narrative di cui si serve, sono spesso contemporanee agli avvenimenti narrati; i senatori storiografi a cui attinge, scrivono in parte già sotto lo stimolo del problema della libertà e del principato….Siamo abituati a rappresentarci i Romani come custodi delle loro memorie antichissime; meno ricordiamo l’interesse, quasi l’avidità del pubblico romano per la storia contemporanea…Livio nell’incominciare la sua vasta opera dalle origini è ben consapevole che i più dei lettori avranno fretta di arrivare alla storia dei propri tempi (Praef. 4): “haud dubito quin primae origines proximaque originibus minus praebitura voluptatis sint, festinantibus ad haec nova”; la storiografia adempiva in parte la funzione che ha per noi la testimonianza immediata della stampa quotidiana, e appassionava il pubblico proprio per quello che a noi può dispiacere, la sua aggressività polemica, la sua tendenziosità più o meno scoperta”[10].
E’ comunque vero che gli eventi contemporanei o comunque recenti ricevono largo spazio dagli storiografi antichi: “E’ evidente che questi “grandi” storici tendevano in effetti a scrivere esclusivamente o prevalentemente di fatti appartenenti al passato prossimo. Erodoto scrisse sulle guerre persiane, un avvenimento della generazione precedente; Tucidide scrisse la storia della contemporanea guerra del Peloponneso; Senofonte si concentrò sulle egemonie spartana e tebana (404-362 a. C.) di cui era stato testimone; Polibio cominciò a lavorare sul serio dalla seconda guerra punica (218 a. C.) e scese giù fino ai suoi giorni, fino al 145 a. C. Lo stesso vale per Sallustio, Livio, Tacito (che coprì i cento anni precedenti) e per Ammiano Marcellino (che dedicò 13 libri al periodo 96-352 d. C. e i restanti diciotto alla storia di soli ventisei anni). La stessa tendenza verso gli avvenimenti prossimi alla contemporaneità doveva trovarsi in altri storici di grande reputazione le cui opere sono ora perdute, eccetto che per frammenti. Teopompo[11] scrisse degli avvenimenti dominati dal suo contemporaneo, Filippo II di Macedonia; Eforo trattò della storia greca arcaica in dieci libri, ne dedicò altri dieci al V secolo a. C. e riservò approssimativamente dieci libri agli anni 386-340 a. C. ; Timeo riempì la maggior parte dei 38 libri della sua storia dei Greci d’Occidente (soprattutto siciliani) con gli avvenimenti del suo tempo-grosso modo gli anni 340-288 a. C. ; Posidonio continuò Polibio per l’ultimo secolo dal 143 a. C. ai suoi giorni, circa il 70 a. C.”. Princìpi di metodo vennero avanzati per giustificare questa preferenza per la storia quasi contemporanea. Erodoto sottolineò l’importanza di riportare quello che uno aveva visto e udito- e diede risolutamente la preferenza a ciò che aveva visto. Tucidide fece dell’esperienza diretta il primo requisito di una corretta storiografia. Anche Polibio sottolineò la capacità di intervistare i testimoni degli avvenimenti e l’esperienza diretta (XII, 45, 3; XII, 25b, 4) e si vantò che il periodo principale della sua storia cadesse entro la durata della vita di persone alle quali si potevano porre domande (IV, 2, 2)” [12].
Pesaro 26 settembre 2026 ore 11, 34 giovanni ghiselli
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[1] S. Mazzarino, Il pensiero storico classico, 3, p. 14
[2] A. Momigliano, La storiografia greca, p. 46
[3] Cfr. cap. 40 e cap. 48 (ndr).
[4] S. Mazzarino, Il pensiero storico classico, 2, p. 464.
[5] Ambientato tra il 75 e il 77 e redatto, probabilmente, un quarto di secolo più tardi.
[6] Zibaldone, 161 e 162.
[7] S. Mazzarino, Il pensiero storico classico, 2, p. 459 e p. 460.
[8] Del resto lo stesso Momigliano scrive: “Livio aveva nostalgia di Roma antica” (La storiografia greca, p. 50).
[9] “Tra il racconto di Cesare, scritto forse verso il 46 a. C., e quello di Asinio, che cominciò le sue Historiae verso il 30, corrono quindici anni, o più; ma la differenza non è solo nelle date; è più significativa e radicale; Cesare, scrittore “tucididèo”, ossia razionale, non poteva intendere abbastanza i momenti irrazionali della sua stessa impresa…le Historiae di Asinio potevano riflettere la vera situazione, in maniera più adeguata, senza preoccupazioni apologetiche…Il Cesare autentico è però un incontro della razionalità tucididèa…con la passione politica, che lo animò in questi momenti decisivi” S. Mazzarino, Il pensiero storico classico, 2, p. 201.
Orazio definisce le Historiae di Asinio pollione periculosae plenum opus aleae, un’impresa piena di rischi (carm. 2, 1, 6)
Ndr.
[10] A. La Penna, Aspetti del pensiero storico latino, p. 50.
[11] Teopompo (IV secolo) autore di Storie Filippiche e di Elleniche che continuavano la Storia di Tucidide fino al 394 proponendo del resto uno schema differente da quello tucidideo.
[12] A. Momigliano, La storiografia greca, p. 44.
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