lunedì 28 settembre 2026

Solone seconda parte. Elegia alle Muse. Traduzione e commento.


 

Adesso però è tempo di leggere i versi del legislatore

 Partiamo dall'Elegia  così detta alle Muse :

"Splendide figlie della Memoria e di Zeus Olimpio,

Muse Pieridi, ascoltate la mia preghiera:

concedetemi il benessere (o[lbon) da parte degli dei beati, e di avere una buona/

 reputazione (dovxan e[cein ajgaqhvn) da parte di tutti gli uomini sempre;

in modo che così possa essere dolce per gli amici e amaro per i nemici, 5/

rispettato da gli uni, temibile a vedersi per gli altri.

Ricchezze desidero averne, ma possederle ingiustamente non voglio: in ogni caso più tardi è solita arrivare Giustizia (pavntw~ u{steron h\lqe divkh). 8

La ricchezza che danno gli dèi, è solida

per l'uomo dall'ultimo fondo  alla cima;10

 quella cui vanno dietro gli uomini spinti dalla prepotenza (uJy j u{brio~), non arriva/

 con ordine (kata; kovsmon), ma siccome obbedisce alle azioni ingiuste,

segue di malavoglia, e presto vi si mescola l'acciecamento (ajnamivsgetai a[th). 13

 

L'inizio nasce da piccola cosa, come il principio di un incendio,/

e dapprima è insignificante, ma l'esito è penoso15/;

infatti non durano a lungo le opere della prepotenza per i mortali./

Ma Zeus di tutte le cose vede il termine, e all'improvviso

come tosto disperde le nuvole il vento

primaverile che dopo avere sconvolto gli abissi del mare

molto ondoso, infecondo, e dopo avere devastato le opere belle dei campi/ 20

 nella terra che produce frumento, arriva alla sede scoscesa degli dèi,/

il cielo, e fa vedere di nuovo il sereno;

 risplende la potenza del sole sulla pingue terra

 ed è bella, poi non è più possibile vedere nube alcuna.

Tale è il castigo di Zeus, ma non per ciascuna occasione 25 egli è collerico come un uomo mortale,

eppure mai nell'eternità gli è sfuggito chiunque abbia

un animo malvagio, e in ogni modo alla fine si manifesta;

ma uno paga il fio subito, un altro dopo; alcuni possono evitare/

personalmente, che li colga, sopraggiungendo, il fato divino, 30/

ma esso giunge in ogni modo più tardi, e pagano quelli che non sono responsabili delle azioni- ajnaivtioi e[rga tivnousin

 o i figli di questi o la stirpe in futuro. h] pai`de~ touvtwn h[ gevno~ exopivsw-/32

Noi mortali così pensiamo, ugualmente il capace e l'incapace:

che scorra bene l'aspettativa che ciascuno ha personalmente,

prima di patire qualche blocco: allora quindi si geme; ma fino a questo momento/35

ci dilettiamo a bocca aperta di vane speranze- cavskonte~ kouvfai~ elpivsi terpovmeqa-

E chiunque sia schiacciato sotto il peso di malattie dolorose

 questo considera: come tornerà sano;

un altro che è vile crede di essere un uomo valoroso

e bello, pur avendo un aspetto non gradevole;

 e un altro se è senza denaro e lo costringono i travagli della povertà/

 crede che in ogni modo acquisterà molte ricchezze.

Ci si affatica: chi in un modo, chi in un altro; uno va errando sul mare

pescoso nelle navi desiderando portare a casa

un profitto oi[kade kevrdo~ a[gein, sbattuto da terribili venti,

senza nessun riguardo per la vita;

un altro, tagliando la terra ricca d'alberi, serve

per un anno, a questi stanno a cuore gli aratri ricurvi;

un altro esperto nelle opere di Atena e di Efesto

industrioso con le mani si guadagna la vita,

un altro dopo avere appreso i doni dalle Muse dell'Olimpo

conosce la misura dell'amabile sapienza,

un altro lo rende profeta il sire Apollo che saetta da lungi

e conosce un male che viene da lontano per l'uomo,

e a questo si accompagnano ancora gli dèi, ma in ogni caso il destino/

 né un auspicio né  sacrifici lo terranno lontano.(56)

Cfr. Tacito: Nelle Hist (II, 82)) Tacito scrive nihil arduum fatis. Il mistero del destino occulta fati (II, 10) talora si preannuncia, ma quae fato manent quamvis significata non vitantur (Hist. I, 18).

altri con l'arte di Peone dai molti farmaci

sono medici ijhtroiv, e anche per loro non c'è nessun compimento:

anzi spesso da un piccolo dolore nasce una grande sofferenza,

e nessuno potrebbe lenirla dando medicine calmanti;

un altro invece gravemente tormentato da malattie terribili

toccandolo con le mani lo rende subito sano.

E' il destino che porta ai mortali  il bene ed il male

e i doni degli dèi immortali sono inevitabili.

In tutte le azioni certo è insito un rischio pa`si de toi kivnduno~ ej p’e[rgmasi, e nessuno sa, cominciata un'impresa, dove andrà a finire" (66).

Ma chi tenta di fare il bene, senza prevedere

piomba in un grande e grave acciecamento,

invece a chi agisce male il dio in tutto concede

un buon successo, rimedio della stoltezza.

Per gli uomini non è posto nessun confine manifesto della ricchezza:

infatti quanti di noi ora hanno abbondantissimi mezzi di vita,

si affannano il doppio: chi potrebbe saziare tutti?

I guadagni certo ai mortali li concedono gli immortali, 

ma da loro si sprigiona l'acciecamento a[th-, che quando Zeus

invia a punire, va ora da uno, ora da un altro"(76).

 

Solone dunque prega le Muse e chiede loro benessere, purché ottenuto con la giustizia, e buona reputazione. La Pieria, da dove provengono queste dèe è una regione della Macedonia. Vedremo che Euripide nella Medea  rivendicherà alla sua terra il luogo scelto  dalle Muse  per generarvi l’armonia

MedeaTerzo stasimo (vv. 824-865)

Prima Strofe (vv. 824-832)

Gli Eretteidi dal tempo antico sono felici

e figli di dèi beati, nati da una terra

sacra e non devastata, nutriti

della più nobile sapienza, sempre muovendosi

con delicatezza attraverso un'aria splendidissima, dove dicono

che  una volta le nove Muse, le pure Pieridi,

abbia generato la bionda Armonia.

 

 

 

 Per quanto riguarda la giustizia, divkh, il legislatore ateniese è considerato uno dei suoi profeti. Essa in Omero era ancora Il diritto (qevmi~) di una società aristocratica nella quale le norme sono concepite come espressione di una volontà soprannaturale e sono fatte osservare, sono imposte (cfr. tivqhmi) da una classe superiore il cui predominio deriva da un'investitura divina. Ma già nel VII secolo,  cominciano gli elogi di una giustizia nuova ( la divkh appunto), mostrata a tutti (cfr. deivknumi),  tale che comprende l'idea dell'uguaglianza. Esiodo per primo dà voce a questa esigenza. Egli nel poema più recente (Opere , vv. 202 e sgg.) ne fa l'apologia raccontando la favola dello sparviero e dell'usignolo. La legge del più forte che annienta il più debole vale per gli animali, non per gli uomini. Viene santificata la giustizia che trionfa sulla prepotenza. Dove manca dike  imperversano peste, fame e sterilità. C'è un invito a evitare i giudizi contorti poiché procura il male a se stesso chi lo prepara per un altro, e il progetto malvagio è pessimo per chi l'ha progettato (Opere , vv.265-266). La giustizia esiodea  è una forza solo in parte umana e per molti aspetti sovrannaturale, ma essa già contiene una premessa di isonomìa (uguaglianza davanti alla legge) e moralità, anche se la  piena scoperta e valorizzazione del cosmo morale avviene con Socrate, assassinato da un tribunale ateniese nel 399.

Con Solone comunque l' idea di giustizia progredisce e si politicizza, ossia entra nella costituzione della polis. Così, pur rimanendo alcunché di trascendente nella Giustizia del legislatore ateniese, essa si storicizza e perde qualche cosa del suo carattere mitico.

 

 

Altro bene invocato nei primi versi è quello della buona reputazione (dovxa).

 

Siamo nell’ambito della civiltà di vergogna di Dodds (Culture of shame):" il bene supremo non sta nel godimento di una coscienza tranquilla, ma nel possesso della pubblica stima"( I greci e l'irrazionale, p. 30 ).

 

La più potente forza morale nota all'uomo omerico è il rispetto dell'opinione pubblica:"mi vergogno davanti ai Troiani e alle Troiane dal lungo peplo", dice Ettore nei momenti risolutivi del suo destino (Iliade, XXII,105, e VI, 442).

Il cedimento alla pressione del conformismo sociale è caratteristica della cultura della vergogna dove per l'uomo è insopportabile perdere la faccia.

 

Questa cultura dunque è presente e viva in Solone, mentre dal Critone  di Platone (44C e sgg.) vediamo che a Socrate non importa niente dell'opinione dei più. Critone gli dice che bisogna tenerne conto poiché la maggioranza è capace di compiere i più grandi mali, se uno viene calunniato da loro. E Socrate risponde: che ti importa caro mio, dell’opinione dei più? magari fossero capaci di compiere grandi mali, purché sapessero fare grandi beni. Ma non sanno fare né l'una né l'altra cosa e operano a casaccio.

 

 Una posizione del genere possiamo ritrovarla molti secoli più tardi in Un nemico del popolo (1882) di Henrik Ibsen il quale fa dire al dottor Stockmann: “Il più pericoloso nemico della verità e della libertà è la maggioranza, la maledetta maggioranza democratica...Chi forma in un paese la maggioranza, gli intelligenti o gli imbecilli?..Di imbecilli si trova una maggioranza schiacciante...La maggioranza ha la forza, ma non la ragione. Le verità della maggioranza sono rancide e putrefatte. Ecco dove nasce tutto questo scorbuto spirituale che dilaga e si diffonde in tutte le classi sociali! Chi adotta le opinioni dei superiori è un plebeo dell'intelligenza" (IV atto).

 

Nell’Alcesti di Euripide, Ferete sposta questa noncuranza della reputazione aldi là della morte: “kakw'~ ajkouvein ouj mevlei qanovnti moi” (v. 726), una volta morto, non mi importa di avere cattiva fama. Il figlio replica accusando il padre di essere un vecchio pieno di spudoratezza (ajnadeiva~ plevwn, v. 727).

 

 Un' altra parola da chiarire è a[th  (v. 13 e v.75), acciecamento e rovina. In Omero questo termine indica l'ostinazione cieca di Agamennone e di Achille che infatti Orazio (Odi , I, 6, 6) chiamerà "cedere nescius ", incapace di cedere. Egli, quando rifiuta le preghiere dell'ambasceria formata da Fenice, il suo educatore, Aiace, il più forte dell'esercito e Odisseo, il più intelligente, che gli offrono le scuse e i doni di Agamennone in cambio del suo ritorno in battaglia desiderato da tutti, oltrepassa i limiti umani (IX canto dell'Iliade). Allora il vecchio maestro lo ammonisce ricordandogli che l'Ate è gagliarda, forte di piedi, e va danneggiando gli uomini. La seguono le preghiere (litaiv), zoppe, rugose e bieche d'occhi, che tuttavia riparano i danni. Achille  deve ascoltarle se vuole evitare gravi dolori.

Il Pelide non cede e solo dopo la morte di Patroclo capisce di avere sbagliato. Non ne valeva la pena, dice. "Io smetto l'ira" (Iliade, XIX, 67). Agamennone a sua volta ammette di avere ecceduto ma dà la colpa a Zeus, alla Moira e all'Erinni che vaga nell'oscurità ( XIX, 87). Essi hanno gettato l'acciecamento feroce dentro di lui. Ate  che tutti accieca, dice, è la figlia maggiore di Zeus, e  non si muove sul suolo, ma sulle teste degli uomini danneggiandoli.

In Solone, la responsabilità umana  è cresciuta un poco, fatto del resto già riscontrabile nell'Odissea, ma rimangono gli elementi arcaici, con tutte le loro valenze magico-religiose.


 

Per quanto riguarda la prepotenza (u{bri") Sofocle nell'Edipo re (vv. 873-877) scriverà:"La prepotenza fa crescere il tiranno, la prepotenza/se è riempita invano di molti orpelli/che non sono opportuni e non convengono/salita su fastigi altissimi/precipita nella necessità scoscesa..."-

 Già Eraclito (fr.108 Diano):"u{brin crh; sbennuvnai ma'llon h] purkaihvn", bisogna spegnere la prepotenza più che le fiamme di un incendio.

 Interessante questa nota di Pavese ne Il mestiere di vivere (18 ottobre 1942):"L'ybris  è il conoscere un oracolo e non tenerne conto. Ma è fato (oracolo) anche l'ybris. Ciò che deve essere sia. Il coro constata questo".

 

Settembrini, il buffo umanista de La Montagna Incantata  di Thomas Mann distingue un' uu{bri" buona da un'altra cattiva e santifica quella di Prometeo in quanto essa è amica dell'umanità:"Ma l'"Hybris" della ragione contro le oscure potenze è altissima umanità, e se chiama su di sé la vendetta di dèi invidiosi...questa è sempre una rovina onorata. Anche l'azione di Prometeo era "Hybris" e il suo tormento sulla roccia scita noi lo consideriamo il martirio più santo. Ma come siamo invece di fronte all'altra "Hybris", a quella contraria alla ragione, all'"Hybris" della inimicizia contro la schiatta umana?"(p. 18 vol. II).

 

 Gli ultimi versi della lunga elegia alle Muse sembrano contraddittori rispetto alla linea di Solone e forse in origine non facevano parte di questa elegia, oppure costituivano un'obiezione attribuita a un interlocutore in disaccordo. La composizione è comunque sistematica più di una volta

 

Pesaro 28 settembre 2026 ore 21 giovanni ghiselli

p. s.

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