mercoledì 30 settembre 2026

Solone quarta e ultima parte


Vediamo un'ultima elegia (fr. 5 D) con la quale Solone difende la sua politica "di centro", ossia aliena da estremismi che favorissero o deprimessero troppo una delle due parti in lotta:

"al popolo infatti ho dato tanto onore quanto basta,

senza levargli dignità e senza accrescerla troppo;

quelli che avevano potenza e si facevano ammirare per la ricchezza,/

anche per questi deliberai che non avessero nulla di sconveniente;/

ma stetti, avendo coperto gli uni e gli altri con un forte scudo,/ ajmfibalw;n kratero;n savko~

e non permisi che prevalessero né gli uni né gli altri contro giustizia./

Così il popolo nella maniera migliore può seguire i capi,/

né troppo libero né troppo costretto:

infatti la sazietà genera prepotenza, quando grande prosperità si accompagna/

a quanti uomini non hanno la mente sana.

Nelle opere grandi è difficile piacere a tutti

  [ Ergmasin ejn megavloi~ pa'sin aJdei'n calepovn (v. 11).

 

Infatti Solone al ritorno dai viaggi vide cadere la sua costruzione politica che a nessuno era piaciuta del tutto; ma i princìpi informatori della sua opera, la ricerca del giusto mezzo, l'aborrimento dell'ingiustizia e della prepotenza, sono rimaste pietre miliari della cultura e della poesia greca.

Il culto della giustizia e il rifiuto di ogni eccesso si trova nei Sette a Tebe di Eschilo   (del 467) dove è  biasimata la smisurata iattanza degli attaccanti e l'eccessivo, troppo querulo spavento delle donne, mentre il difensore Eteocle che offre il suo destino di morte alla salvezza della patria, costituisce la giusta via di mezzo, piena di coraggio e dignità.

 

Discepolo di Solone è anche il democratico re Pelasgo delle Supplici  di Eschilo ( anno 463?) che fa dipendere le sue decisione dalle deliberazioni del popolo:" né senza il popolo agirei, anche se sono re (vv.398-399), e scoraggia lo straparlare delle Danaidi dicendo:"la città non ama i lunghi discorsi"(v.273).

 

Il re di Micene che ha vinto la guerra di Troia nell’ Agamennone  di Eschilo (anno 458), cerca di opporsi al lusso dei tappeti di porpora, offertigli ingannevolmente da Clitennestra (v.910), poiché questi significano, non sangue e omicidio come per lo spettatore conscio, bensì mollezza, barbarismo, superbia ed effemminatezza (vv.918 e sgg.). Agamennone crede che il dono più grande di dio sia non pensare in maniera cattiva" to; mh; kakw'~ fronei'n-qeou' mevgiston dw'ron (v. 927-928).

Cattive per Eschilo come per Sofocle sono la dismisura e la prepotenza.

 

Nei Persiani (del 472) di Eschilo troviamo  un anatema dell' u{bri" maledetta come la mala pianta che"quando fiorisce dà per frutto una spiga di acciecamento, donde si falcia una messe tutta di lacrime"(vv.821-822).

Sofocle dà un'interpretazione politica dell' u{bri", quando nell'Edipo re (vv.873-877) scrive:"La prepotenza fa crescere il tiranno, la prepotenza/se è riempita invano di molti orpelli/che non sono opportuni e non convengono,/salita su fastigi altissimi,/precipita nella necessità scoscesa...".

Il contrario della prepotenza è la Giustizia (divkh) e i suoi profeti sono, oltre Solone, Esiodo ed Eschilo. Occupiamoci un momento solo di quest'ultimo.

Nell'Agamennone troviamo l'idea che dalla ricchezza rifugge la giustizia: che "brilla nelle case dal povero fumo e onora la vita onesta"( divka lavmpei me;n ejn-dusksvpnosin dwvmasin,-tovn t j ejnavsimon tivei-bivon (vv.773-776).

Solone, si ricorderà, non era stato preso dalla vertigine davanti alle smisurate ricchezze di Creso.

 Nelle Eumenidi , la terza tragedia della trilogia di Eschilo del 458 (la seconda è le Coefore ), le stesse Erinni, nemiche dell'ordine statale e patriarcale, divinizzano la Giustizia ammonendo:"Rispetta l'altare di Dike e non prenderlo a calci con piede ateo, poiché dopo incombe la pena"(vv. 539-541).

 

Concludo con i versi forse più famosi di Solone: quelli con i quali il legislatore replica a Mimnermo, il prossimo poeta che studieremo, il quale aveva auspicato che a sessant'anni lo cogliesse il destino di morte, senza malattie e affanni dolorosi (fr. 6 D.). Ebbene il legislatore insorge "contro la raffinata stanchezza pessimistica che vuol già fare punto a sessant'anni"[1], e risponde

"Ma se ora finalmente vuoi darmi retta, togli questo verso,/

 e non essere invidioso, per il fatto che ho pensato meglio di te,/

e cambialo, arguto cantore, e canta così:

ottantenne mi colga il destino di morte-ojgdwkontaevth moi`ra kivcoi qanavtou-". Fr. 26 Gentili-Prato.

 

Né incompianta mi giunga la morte, ma ai cari

 io lasci morendo dolori e gemiti. Fr. 27 Gentili-Prato.

 

 Invecchio imparando sempre molte cose –ghravskw dj aijei; polla; didaskovmeno~" (fr.22 D.)

 

 Cicerone nelle Tusculanae  (I, 49) ha tradotto alcuni di questi versi in "mors mea ne careat lacrimis, linquamus amicis maerorem, ut celebrent funera cum gemitu ", la mia morte non manchi di lacrime, lasciamo agli amici il dolore, perché affollino il funerale piangendo.

 

In questi distici soloniani troviamo una concezione ottimistica della vita che è riscontrabile anche negli altri poeti che credono nella giustizia e nell'ordine del mondo. Il vivere degli uomini è duro e travagliato ("Nessun uomo è felice. Carichi di fatica sono tutti i mortali sotto il sole", trovo in Jaeger, p.280, citato come fr.15 ) ma può essere nobile e significativo se è impiegato per il bene della comunità.

"Per Solone", scrive ancora Jaeger, "invecchiare non è un doloroso estinguersi a poco a poco. L'inestinguibile vigor giovanile fa ogni anno metter nuovi fiori all'albero ancor verde della sua felice esperienza".

Alla vita non mancano le gioie, come leggiamo nel fr. 13 D.:

"Beato chi ha fanciulli che ama e cavalli solidunghi o[lbio~ w/| pai`dev~ te fivloi kai; mwvnuce~ i{ppoi

e cani da caccia e un ospite di terra lontana" kai; kuvne~ ajgreutai; kai; xevno~ ajllodapov~

versi tradotti, pudicamente, da Pascoli in Solon  dei Poemi Conviviali (1905):"Solon, dicesti un giorno tu: Beato/chi ama, chi cavalli ha solidunghi,/cani da preda, un ospite lontano". Pascoli non ha trdotto pai`de~-ragazzi.

 Ho citato questa traduzione perché può essere un esempio di come i Greci vengano manipolati, tante volte "evirati" come denuncia Nietzsche da filologi o traduttori già evirati a loro volta.

 

La sana risposta di Solone a Mimnermo sul valore della vita anche dopo i sessant'anni ci induce a un caloroso e convinto elogio della vecchiaia che divideremo tra questi due poeti: qui per rendere omaggio a quella di Solone cito intanto alcune parole di Carlotta a Weimar [2] di Thomas Mann :"è la fede della nostra giovinezza, quella che in fondo non perdiamo mai. Constatare che tale fiducia ha resistito, che siamo restati gli stessi, che l'invecchiare è fenomeno fisico esteriore incapace di influire sulla perennità del nostro intimo io, di questo pazzo io che trasciniamo attraverso ai decenni...Era una cosiddetta vecchia signora, si definiva ella stessa così, e viaggiava…ma ecco che lì distesa sentiva il cuore battere come una ragazzina pronta ad una grossa birichinata".

 Un bell'elogio dell'età provetta si trova già nel terzo canto dell'Iliade, quando Menelao chiede la presenza di Priamo perché stringa i patti in persona (o[fr j o{rkia tavmnh/-aujtov", 105-106) poiché i figli sono arroganti e infidi (ejpeiv oiJ pai'de" uJperfivaloi kai; a[pistoi, 106) e i cuori dei più giovani svolazzano sempre ("aijei; d j oJplotevrwn ajndrw'n frevne" hjerevqontai", 108), mentre il vecchio vede il prima e il poi, insomma ha la visione d'insieme ("  a{ma provssw kai; ojpivssw-leuvssei", III 109-110) e capisce quello che è meglio per gli uni e per gli altri.

 

Pesaro 28 settembre 2026 ore 16, 17 giovanni ghiselli

p. s.

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[1] JaegerPaideia , I vol., p.279

[2] Ppp. 30-31.


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