Ora parliamo di Alcmane.
Visse a Sparta nella seconda metà del VII secolo, ed è noto soprattutto grazie ai parteni, ampie liriche per cori di ragazze, dei quali egli era, oltre che autore, maestro e regista.
Compose pure altre poesie, sempre nell'ambito della lirica corale e nel dialetto dorico tipico di questo genere: inni e peani per gli dei, iporchemi per danze con pantomime, imenei per nozze, prosodi per processioni. Ma di tutta la sua produzione restano solo frammenti non lunghi.
Ne traduciamo e commentiamo alcuni avviandoci verso il mondo dei tiasi, comunità, confraternite di fanciulle educate alla musica e alla danza, un ambiente di gusti raffinati e sensibilità delicata che troverà la massima potenza espressiva a Lesbo, con Saffo.
Ma pure Alcmane è un autore degno di essere letto e per questo lo scegliamo nel nostro spazio limitato. Traduciamo prima di tutto il famoso notturno imitato da antichi e moderni.
Fr. 58 D."Dormono- Eu[dousi- le cime dei monti e i burroni ojrevwn korufaiv te kai; favragge~-
e le balze e anche le gole
e la selva e gli animali quante ne nutre la nera terra
e le fiere montane e la stirpe delle api- kai; gevno~ melissa`n-
e i mostri negli abissi del mare purpureo;
dormono le razze degli uccelli dalle ampie ali" eu[dousi d j oijwnw`n fu`la tanupteruvgwn-
Questo frammento probabilmente faceva parte di un partenio recitato durante una festa notturna, e da poesia di occasione è divenuto un topos con un seguito tanto lungo nella letteratura europea che non è il caso di fare l'elenco delle imitazioni. Possiamo notare che non mancano echi di formule omeriche, come del resto è di derivazione epica l'osservazione attenta del mondo della natura. Tale attenzione deriva da un rapporto vivo con il mondo ed è diretta alla quiete e all'armonia di un cosmo non ancora di maniera, come sarà nella poesia ellenistica e poi in quella romana, quando la stanchezza della città e della civiltà porta i poeti, quali Teocrito e Virgilio, a rifugiarsi in una campagna metastorica tra pastori finti, o troppo sentimentali e frolli .
Secondo Hegel :"L'idillio...raffigura l'uomo nella sua innocenza...La loro occupazione (di pastori e pastorelle) consiste nel sorvegliare per tutto il santo giorno l'amato gregge insieme al fedele cane, preoccuparsi di cibi e bevande e con tutto il sentimentalismo possibile coltivare amorevolmente sentimenti tali che non disturbino questa condizione di quiete soddisfatta, cioè essere nel loro genere pii e mansueti, suonare la zampogna e il flauto, oppure canticchiare qualcosa, ma soprattutto amarsi reciprocamente con la massima tenerezza e innocenza"[1]. Da quanto segue però sembra che il filosofo storicista parli solo dei Latini, poiché subito dopo aggiunge:"I Greci invece, nelle loro raffigurazioni plastiche, ebbero un mondo più gaio: il corteggio di Bacco, satiri, fauni, che, raggruppati anodinamente intorno ad un dio, si sforzano d'elevare la natura animale ad una letizia umana entro una vitalità e verità interamente diverse da quella pretenziosa innocenza pia e vuota".
Insomma c’è un’arcadia falsa ma ce n’è anche una vera, come questa di Alcmane a mio parere,
Nel caso di Alcmane, oltre la raffigurazione di un notturno senza presenze umane, abbiamo quella di una baccante, o di Artemide, che munge latte di leonessa (fr. 37D):
"spesso sulle cime dei monti, quando
piace agli dèi la festa dalle molte fiaccole,
con un vaso d'oro, una grande coppa,
come hanno i pastori,
versando sulle mani latte di leonessa 5- cersi; leovnteon ejn gavka sei`sa-
facesti una forma di cacio grande, grezza, per Argifonte"(Ermes).
I versi sono tetrametri dattilici acatalettici[2], un verso noto anche come alcmanio.
In ogni caso si tratta di una festa dionisiaca, quando Artemide, la " selvaggia signora delle fiere"[3] procedeva su un carro tirato da leonesse, come appare da alcune raffigurazioni vascolari e dal De rerum natura di Lucrezio che nel secondo libro (vv. 600-660) descrive il culto della Magna Mater Cibele, la divinità cretese che costituisce il prototipo di tutte le dee, madonne e sante arrivate dopo : "hanc veteres Graium docti cecinere poetae/sedibus in curru biiugos agitare leones "(600-601), di questa gli antichi dotti poeti dei Greci cantarono che stando su un cocchio guidasse due leoni aggiogati. L'interpretazione del poeta latino è che le belve sottomesse simboleggiano i figli:"quia quamvis effera proles/officiis debet molliri victa parentum "(604-605), poiché la prole per quanto feroce deve essere vinta e mansuefatta dalle cure dei genitori.
Oppure la mungitrice è una di quelle Menadi che in onore di Dioniso compivano , la corsa sui monti dove uccidevano gli animali e ne mangiavano la carne cruda. Ce ne dà un'immagine Euripide nel terzo stasimo ( parte corale) del dramma Le Baccanti appunto, quando il coro canta:"Dunque nelle danze notturne/finalmente muoverò il bianco/ piede baccheggiando"(vv.862-864).
Le Menadi di Euripide hanno la nebriv~, la pelle di cerbiatto (nebrov~), praticano la ojreibasiva, la corsa sui monti e l’wjmofagiva, mangiano la carne cruda.
Sentiamo cosa scrive Dodds nel suo commento alle Baccanti:“The fawnskin, the traditional cloak of the maenad both in poetry and on vases, served no doubt as a necessary protection against the cold of the winter ojreibasiva; but it is also a iJero;n ejndutovn (137), originally worn because it communicated to the wearer the Dionysiac virtue of the fawn (cf. 866), as the lion- skin gives Heracles the virtue of the lion. Cf. Hel. 1358 mevga toi duvnatai nebrw'n pampoivkiloi stolivde~”[4], la pelle di cerbiatto, il tradizionale mantello delle menadi, tanto in poesia quanto nei vasi, serviva senza dubbio a una necessaria protezione contro il freddo della ojreibasiva invernale; ma esso è anche un indumento sacro (137) indossato in origine perché comunicava a chi lo portava la forza dionisiaca del cerbiatto (cf. 866), come la pelle del leone dà a Eracle la forza del leone. Cfr Euripide, Elena 1358, grande è la potenza delle screziate pelli di cerbiatto.
Oppure Virgilio che, tra altre località di un mitico mondo campestre, menziona il Taigeto percorso dalle ragazze spartane che baccheggiano("et virginibus bacchata Lacaenis/Taygeta ", Georgica II , 487-488).
Del resto anche nell'Eneide (I, 314-316), Venere che va incontro al figliolo assume l'aspetto di una cacciatrice, di una Spartana:"cui mater media sese tulit obvia silva,/virginis os habitumque gerens et virginis arma,/Spartanae..", e a lui la madre andò incontro in mezzo al bosco, con il volto e l'atteggiamento di una ragazza, e le armi di una ragazza, di una spartana.
Ma il primo cantore delle fanciulle di Sparta, fiere e graziose ad un tempo, è Alcmane.
Vediamo un frammento che ha il nome dell'autore ed è una dichiarazione di poetica o di teoria compositiva basata sull'osservazione e mimèsi del mondo naturale, e, in particolare, del canto degli uccelli(92 D.):
"queste parole e il canto Alcmane
trovò, mettendo in lingua umana
la voce delle pernici geglwssamevnan kakkabivdwn o[pa sunqevmeno~".
Lucrezio, nel finale del V libro del suo poema narra che l'incivilimento umano passa anche attraverso il canto e la musica che furono preceduti dall'imitazione del gorgheggiare degli uccelli:"at liquidas avium voces imitarier ore/ante fuit multo quam levia carmina cantu/concelebrare homines possent aurisque iuvare "(vv.1379-1381), ma l'imitare con la bocca le limpide voci degli uccelli avvenne molto prima che gli uomini potessero modulare con il canto poesie dolci e dilettare le orecchie.
Questa teoria passa anche attraverso Democrito, il filosofo della teoria atomistica, contemporaneo di Socrate:"nelle arti più importanti noi siamo stati i discepoli degli animali...degli uccelli canori, del cigno e dell'usignolo nel canto, mediante l'imitazione"(fr.68 B 154 DK).
A puledre, a stelle cadenti attraverso il cielo limpido, ad aurei virgulti vengono paragonate le fanciulle da Alcmane, ma soprattutto a uccelli, come le alate parole della sua poesia che lo stesso poeta vorrebbe seguire nel volo
:"Non più, ragazze dal dolce canto, dalla voce sacra,
le membra possono portarmi: oh se fossi un cèrilo
che sul fiore dell'onda insieme con le alcioni trasvola
con il cuore intrepido, sacro uccello purpureo come il mare" (fr. 94D.) Sono esametri dattilici. Il cerilo è il cerilo è il maschio delle alcioni.
Le fanciulle in fiore di Proust, le adolescenti "la cui carne, come una pasta preziosa, lievita ancora"(All'ombra delle fanciulle in fiore , p.510), le ragazze che saltavano e cantavano"fondendo insieme tutte le arti, in quella prima giovinezza, alla maniera di quei poeti delle antiche età per cui i generi non sono ancora separati, e che fondono in un poema epico i precetti agricoli con gli insegnamenti teologici"(p.498), ripropongono nell'arte il tema della vitalità antica, nobile ed eterna, reale e magica della giovane donna, come Gilberte le cui trecce"nella finezza della loro gramigna, naturale e soprannaturale ad un tempo, nel volume dei loro accurati viticci..sembravano un'opera unica per cui si fosse utilizzata l'erba stessa del Paradiso"( p.83).
Alcmane paragona una fanciulla a una stella cadente, a un aureo virgulto, a una soffice piuma.
Le storie letterarie in genere affermano che Alcmane mette in luce gli aspetti più piacevoli della vita spartana. Per lo meno il poeta non è tra quelli orientati verso il negativo, i denigratori e calunniatori sistematici che purtroppo si sono impadroniti della letteratura alta da secoli, con rare eccezioni.
Anche di un fatto in sé triste, la mancanza di cibo, può essere guardato con la simpatia, l'ottimismo e la capacità di sorridere con i quali i caratteri sani osservano la vita.
Fr 49 D.:
" Io una volta ti darò la cavità di un tripode
dove tu possa ammucchiare vivande in quantità.
Veramente ancora non è stato sul fuoco, ma presto sarà pieno/
di un passato di legumi, come Alcmane che divora tutto (oJ pamfavgo~ jAlkmavn)
ama, caldo, dopo il solstizio:
né infatti mangia manicaretti elaborati,
ma cerca condimento comuni, come
il popolo" (ta; koina; gavr j[5], w{sper oJ da'mo~,-zateuvei). Sono tetrametri dattilici acatalettici.
In questo scherzo poetico vediamo il prototipo del carme 13 di Catullo:" Cenabis bene, mi Fabulle, apud me...si tecum attuleris bonam atque magnam,/cenam, cenerai bene, mio Fabullo da me, se porterai con te una cena buona e abbondante; l'autore non è in grado di offrire cibo all'invitato siccome"plenus sacculus est aranearum ", il borsellino è pieno di ragnatele(v.8).
Così Orazio nell'ode IV, 12 invita Virgilio a bere e al dulce desipere in loco (v. 28), al piacevole folleggiare nel momento opportuno, purché porti il nardum, un profumo con il quale contribuire alla festa, in quanto l'amico non è plena dives.. in domo , facoltoso in una casa ricca (v.23).
Diventa una civetteria dei poeti dunque la dichiarazione di miseria.
L'ultimo frammento(56D) che proponiamo è uno scherzoso anatema della primavera:
"Fece tre stagioni, l'estate
e l'inverno e terzo l'autunno,
e quarta la primavera, quando
fiorisce tutto, però mangiare a sazietà
non è possibile". Sono dimetri giambici.
Questo motivo, molto intellettuallizzato e complicato dall'angoscia del Novecento, si ritrova nell'incipit della Terra desolata di T. S. Eliot:"Aprile è il più crudele dei mesi"(v. 1).
I contenuti di alcune liriche esaminate, l'ambiente dove le giovani donne godevano di un'educazione migliore e di una libertà maggiore rispetto a quello ionico, ci portano a parlare della massima poetessa greca
Pesaro 24 settembre 2026 ore 16, 19 giovanni ghiselli.
p. s.
Statistiche del blog
All time3189830
Today3758
Yesterday6946
This month218462
Last month307804
[1] Estetica , p.1445 e sgg. Tomo II
[2] Verso in cui non viene soppressa alcuna sillaba dell’ultimo piede. Katalhktikov~, al contrario è un verso mancante di una o più sillabe finali, da katalhvgw, smetto.
[3] Iliade , XXI, 470
[4] Dodds, Op. cit., p. 81
[5] gavra, cfr. garum, salsa di pesce.
Nessun commento:
Posta un commento