giovedì 24 settembre 2026

Introduzione alla storiografia V parte. Ora vediamo i testi già menzionati nella prima parte che ripeto qui sotto in corsivo.

Lo studio della storia presenta varie possibilità di approccio: da quello politico ed economico, al sociologico, all’antropologico, allo psicologico. Comunque la storia comprende l’irrazionale (Pasolini).

 Auerbach. S. Mazzarino. Tacito (Annales) e la crisi dell’agricoltura italica. Rostovzev.  La politica finanziaria di Tiberio. Gli anuli aurei. Plinio il Vecchio e il Satyricon, ubi sola pecunia regnat. Tacito (Historiae): venalia cuncta. Crispino di Giovenale. Il Nigrino di Luciano. La riforma monetaria di Nerone. La necessità della conquista della Dacia.


Storiografia moralistica e retorica secondo Auerbach. Tuttavia non manca la categoria economica Santo Mazzarino cita Tucidide, Tacito e altri. La riforma monetaria neroniana.

 

 Dalla storia si possono ricavare tanti e vari argomenti: l'economia, la politica istituzionale, la psicologia, secondo i gusti di chi la insegna e di chi deve impararla. Ci furono anni, quando era di moda il marxismo, nei quali era obbligatorio il discorso economico, strutturale; ora che Marx è stato messo in soffitta, si preferiscono le sovrastrutture. Quindi sono passati in secondo piano i "severi/economici studi" e vale più "il proprio petto/esplorar"[1].  Di fatto psicologi e psicoanalisti fanno spesso delle chiacchiere inconsistenti.

Pasolini spiegava dei fatti con l’aiuto della grande letteratura.

Un grave difetto dei marxisti fu la sottovalutazione dell’irrazionale:“ Dopo l’intervento razionale di Atena, le Erinni-forze scatenate, arcaiche, istintive, della natura-sopravvivono: e sono dee, sono immortali. Non si possono eliminare, non si possono uccidere. Si devono trasformare, lasciando intatta la loro sostanziale irrazionalità: mutarle cioè da “Maledizioni” in “Benedizioni”. I marxisti italiani non si sono posti, ripeto, questo problema”[2].

“Sebbene comporti le proprie determinazioni, le proprie logiche, le proprie razionalità, la Storia è anche irrazionale perché comporta rumori e furori, disordini e distruzioni. Si dovrebbero far copulare Marx e Shakespeare. In effetti i tragici greci, gli elisabettiani e, in particolare Shakespeare, hanno mostrato che le tragedie del potere erano tragedie della passione, dell’incoscienza, della dismisura umana”[3].

 

Se una volta, dietro richiesta dei ragazzi, si studiava il Rostovzev[4] prima ancora di leggere Tacito, ora si cerca l'approccio antropologico, o si studia la psicologia della fanciulla Ottavia, che era costretta a celare i propri sentimenti,

Era la figlia di Claudio e Messalina, moglie giovinetta e vittima di Nerone, ragazzo manovrato dalla madre e dai pedagoghi[5] in un ambiente dove c'erano pugnali perfino nei sorrisi[6]: "Octavia quoque, quamvis rudibus annis, dolorem caritatem omnes adfectus abscondere didicerat" ( Annales, XIII, 16), anche Ottavia, sebbene non scaltrita dall'età[7], aveva imparato a nascondere la pena, l'amore e tutti i sentimenti. 

  La storiografia antica si presta comunque a letture diverse. Auerbach sostiene che gli antichi "non vedono forze, bensì vizi e virtù, successi ed errori; la loro impostazione del problema non è evoluzionistica né nei riguardi dello spirito né in quelli della materia; è invece moralistica"[8].  

 

Storiografia moralistica e retorica secondo Auerbach.

La storiografia “ retorica”, oltre che “moralistica”” di cui parla Auerbach in Mimesis  si avvia con Sallustio.

Auerbach analizza alcuni capitoli (16 e seguenti) del I libro degli Annales di Tacito.

Raccontano la rivolta delle legioni della Pannonia[9] successiva alla morte di Augusto.

Secondo Auerbach le parole di Tacito denigrano la ribellione dei legionari:"A suo modo di vedere, si tratta soltanto d'arroganza plebea e di mancanza di disciplina. (…) Egli batte e ribatte che è soltanto la schiuma sempre pronta alla ribellione; per il caporione Percennio, ex capo di claques teatrali[10] col suo "histrionale studium", che si atteggia a generale (“velut contionabundus"), egli ha il più profondo disprezzo"(Auerbach,  Mimesis, il  realismo nella letteratura occidentale, II cap. Fortunata p. 43.)

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Tacito dunque denigra la rivolta senza mostrare nessuna attenzione alle difficoltà e alle richieste dei soldati: “una legione in rivolta per lui non è altro che una marmaglia senza legge (…) non soltanto egli non ha nessuna comprensione, ma in genere nemmeno nessun interesse positivo per quelle richieste; egli non polemizza contro di esse con argomenti positivi, non si prende affatto la pena di dimostrare che sono ingiustificate; invece alcune considerazioni puramente moralistiche (licentia, spes praemiorum, pessimus quisque, inesperti animi) sono sufficienti per previamente invalidarle (…) non esiste nell’antichità una profonda indagine storica che tratti metodicamente lo sviluppo dei movimenti sociali e nemmeno quelli degli aspetti spirituali. Questo è stato notato di passaggio da studiosi moderni; così il Norden nella sua (Antik Kunstprosa (II, 647): “Dobbiamo pensare che un’esposizione delle idee generali che muovono il mondo non è stata in genere mai fatta dagli antichi, anzi nemmeno mai tentata”; e Rostovcev nella sua Social and Economic History of the Roman Empire (p. 88) dice: “Gli storici non s’interessano alla vita economica dell’impero”. Queste due opinioni rflettono il modo particolare degli antichi di vedere le cose: essi non vedono le forze, bensì vizi e virtù, successi ed errori: la loro impostazione del problema non è evoluzionistica né nei riguardi dello spirito né in quelli della materia; è invece moralistica (…)  La storiografia di tipo moralistico, e per di più quasi sempre strettamente cronologico, che lavora sulle basi di categorie immutabili, non può produrre oggetti sintetico-dinamici, quali adoperiamo noi oggi, Concetti come “capitalismo industriale”  o “economia di piantagione…e d’altronde anche concetti come Rinascimento, Illuminismo, Romanticismo, che in primo luogo designano epoche, ma anche sintesi di fatti (…) E per tutti questi concetti è essenziale che in essi il divenire e il trasformarsi , e cioè l’idea dello sviluppo sia implicita. Al contrario, i concetti moralistici, e perfino quelli politici (aristocrazia, democrazia e via dicendo) costituiscono concezioni aprioristiche ancorate all’antichità ”[11].

Auerbach nota che Rostovcev considera gli aspetti economici dell’impero romano. Per esempio “ si pone la questione di come si debba spiegare la presenza in Italia d’un numero relativamente grande di proletari”. Una frase e una domanda simile sarebbero inconcepibili in uno scrittore antico…Apriamo Tucidide, e allora troviamo, accanto alla continua descrizione degli avvenimenti di primo piano, soltanto considerazioni di contenuto statico e aprioristico, per esempio sopra il carattere degli uomini o il destino, che certo vengono applicate a situazioni particolari, ma valgono in assoluto.

Questa affermazione è discutibile come vedremo

Auerbach torna al testo di Tacito. Se non lo interessavano le pretese dei soldati e non aveva nessuna intenzione di discuterle oggettivamente, perché nel discorso di Percennio le presenta con tanta vivacità? Qui esiste un motivo puramente estetico. Dello stile dei grandi storici fanno parte le grandi orazioni, che per lo più sono finte, servendo a rendere drammaticamente visivo (illustratio) il fatto, e talvolta anche a esprimere grandi pensieri politici e morali, e in ogni caso debbono costituire i pezzi più brillanti della rappresentazione…Tacito è un maestro, e i suoi discorsi non sono semplice decorazione, ma sono veramente pieni del carattere e della condizione di colui che finge oratore, e tuttavia essi pure sono innanzi tutto retorici. Percennio non parla la sua lingua, ma quella di Tacito, e cioè estremamente concisa, eccellentemente ordinata e altamente patetica…E questo è il secondo segno distintivo della storiografia antica: la retorica. Moralismo e retorica le danno grande ordine, chiarezza ed efficacia drammatica…qui è il limite. Moralismo e retorica sono inconciliabili con l’idea della realtà quale sviluppo di forze; la storiografia antica non ci dà né storia di popoli né storia economica e spirituale”[12].

Nella storiografia antica dunque mancherebbe la struttura economica.

 

S. Mazzarino invece ritiene che al pensiero storico classico non manchi un'ampia e approfondita considerazione dei fatti economici:"Basta pensare, per es., all'archeologia di Tucidide, tutta fondata su aJcrhmativa[13]  e crhmavtwn th;n kth'sin[14]; concetti che lì sono fondamentali, non già semplici riferimenti. Tacito (…) Plinio il Vecchio (…) hanno interpretato con acutezza i fatti sociali dell'epoca giulio-claudia"[15].

Si pensi alla crisi dell’agricoltura italica dovuta all’estendersi dei latifondi, per esempio: latifundia perdidere Italiam" scrive Plinio il Vecchio[16].

Per quanto riguarda l’autore degli Annales[17]"Questa idea della crisi economica dell'Italia domina il pensiero di Tacito, e dà ad esso toni di tristezza profonda: infatti, la ritroviamo in un passo degli Annali, XII, 43, meritatamente celebre”[18]:"at hercule olim Italia legionibus longiquas in provincias commeatus portabat, nec nunc infecunditate laboratur, sed Africam potius et Aegyptum exercemus, navibusque et casibus vita populi Romani permissa est ", eppure, per Ercole, una volta l'Italia mandava vettovaglie per le legioni in province lontane, né oggi la terra soffre di sterilità, ma noi preferiamo far coltivare l'Africa e l'Egitto, e la vita del popolo romano è affidata ai rischi della navigazione.

Siamo nell’ultimo periodo del principato di Claudio (41-54), ma già Ottaviano Augusto temeva che le campagne rimanessero non coltivate a causa dell'ozio della plebe, e decise di abolire le distribuzioni frumentarie:"quod earum fiducia cultura agrorum cessaret "[19], poiché, confidando in queste, la gente trascurava la coltivazione dei campi. Tuttavia l'imperatore non perseverò nel proponimento.

Poi "Una grande crisi scoppiò nel 33 d. C. : i latifondi coltivati da schiavi rendevano impossibile una qualunque concorrenza da parte di piccoli proprietari; questi si erano indebitati, ricorrendo a prestiti di latifondisti senatori, sebbene ai senatori fosse proibita l'usura…Ne derivò la rovina di molti piccoli proprietari, i quali svendevano i campi per pagare i debiti"[20].

Durante il I sec. d. C. sotto gli imperatori Giulii e Claudii :" Le tenute di media estensione furono a poco a poco rovinate dalla mancanza di vendita e vennero acquistate a buon mercato da grandi capitalisti. Questi ultimi naturalmente desideravano di semplificare la gestione delle loro proprietà, e, paghi di ottenerne un reddito sicuro se pur basso, preferivano dare la loro terra ad affittuari e produrre prevalentemente grano". Del resto La "mancanza di vendita" di molti prodotti italici era dovuta alla "emancipazione economica delle province…le condizioni del mercato peggioravano di giorno in giorno a misura che si svolgeva la vita economica delle province occidentali…A questo mutamento s'accompagnò il crescente raccogliersi della proprietà rurale nelle mani di pochi ricchi proprietari"[21].

La politica finanziaria di Tiberio ebbe questa tendenza:"lotta contro il rialzo dei prezzi; e d'altra parte, proprio per questa sua moderatio nei riguardi degli ottimati, esitazione e anzi rinunzia a prendere rigidi provvedimenti contro il lusso delle dites familiae nobilium aut claritudine insignes[22]. Dalle nuove esigenze fu particolarmente incoraggiato il commercio con l'India, come chiaramente attestano i reperti numismatici di questa regione. In queste condizioni, il lamento che la moneta pregiata prendesse la via dei mercati stranieri (pecuniae nostrae ad externas aut hostiles gentes transferuntur [23] ) restava una protesta platonica, e denunziava un "drenaggio di oro" a cui Tiberio stesso dichiarava di non poter porre rimedio"[24].  

Passiamo a Plinio il Vecchio e vediamo “un interessante squarcio di storia sociale scritta da un autore antico”.

“Questo cavaliere dell’Italia settentrionale, freddo e saggio, ci ha descritto (naturalmente con disdegno) le ambizioni e la luxuria dei nuovi ricchi dell’epoca Claudia…Come esponente dell’altissima borghesia equestre, egli si intendeva di fatti economici. Nella travagliata epoca giulio-claudia, gli sembrava dominante l’ambizione di tutti, di portar anuli aurei, che in verità sono distintivi dei cavalieri: sotto Tiberio si era stabilito che solo i nati liberi e di libero avo, con censo equestre e facoltà di sedere nei 14 ordines al teatro (vale a dire, solo i veri e propri cavalieri; con Caligola, anche i liberti avevano quegli ornamenta, “ciò che prima non era avvenuto mai”; all’epoca di Claudio (che era stato anche censore), ben 400 persone furono accusate per questo abuso. Nonostante i provvedimenti di Tiberio, i liberti erano dunque decisi a “sfondare”, anche contro la legge; e, al solito, il principato di Caligola aveva aperto ad essi la strada; “l’ordine equestre”, commentava Plinio, “si voleva distinguere dal resto dei liberi, e doveva subire l’intrusione dei liberti!” Oppure: quelli che non appartengono all’ordine equestre non si fanno scrupolo di firmare con l’anulus, dalla parte dove è l’oro: “una trovata dell’epoca di Claudio”; “ed anche i servi portano anuli coperti, all’esterno, di oro” (la stessa nota troviamo nel Satyricon di Petronio”[25].

Vediamo la volgarità dell’arricchito di età neroniana

Appena entrato nella sala del banchetto, addobbato di rosso, Trimalchione ostenta gli anelli portati nella mano sinistra: uno grande placcato d'oro (anulum grandem subauratum Satyricon, 32, 3) e uno  d'oro massiccio, ma tutto come costellato di pezzetti di ferro (totum aureum, sed plane ferreis veluti stellis ferruminatum), quindi  denuda il braccio destro armilla aurea cultum et eboreo circulo lamina splendente conexo (32, 4), ornato da un bracciale d'oro e di un cerchio d'avorio intrecciato con una lamina luccicante, infine si cincischiò i denti con uno stuzzichino d'argento (pinna argentea dentes perfōdit, 33). E' un monumento classico, aere perennius, al cattivo gusto, alla volgarità dell'eterno cafone arricchito.

Questo romanzo rappresenta un mondo “ubi sola pecunia regnat" (Satyricon 14) dove solo il denaro comanda, e tutto il resto è venale, si compra e si vende.

Tutto è venale denuncia Marziale:"venalis populus, venalis curia patrum:/est favor in pretio" ( X, 41-42), è in vendita il popolo, è in vendita la Curia dei senatori, il favore è questione di prezzo. Della venalità di Roma si era già accorto il Giugurta il quale aveva saputo a Numanzia dagli amici omnia Romae venalia esse (Sallustio, Bellum Iugurthinum, 20) che a Roma tutto era in vendita, e più avanti, allontanandosi dall’Urbe, esclamò:"Urbem venalem et mature perituram, si emptorem invenerit!" ( 35),  città venale e destinata a perire presto, se troverà un compratore!

Giugurta fu sconfitto e ucciso nel 104 a. C.

Secondo Sallustio, Roma si adulterò in seguito alla distruzione di Cartagine; prima "metus hostilis in bonis artibus civitatem retinebat" (41), la paura dei nemici conservava la città nei comportamenti onesti. 

 

Velleio Patercolo (età di Tiberio)  sostiene che mentre Scipione Africano aveva aperto la strada alla potenza, Scipione Emiliano la aprì alla mollezza: “quippe remoto Carhaginis metu sublataque imperii aemula, non gradu sed praecipiti cursu a virtute descītum, ad vitia transcursum; vetus disciplina deserta, nova inducta; in somnum a vigiliis, ab armis ad voluptates, a negotiis in otium conversa civitas” (Historiae II, 1, 1), infatti rimossa la paura di Cartagine e tolta di mezzo la potenza rivale, ci si allontanò dalla virtù non a passo, ma a corsa precipitosa, si passò rapidamente ai vizi, la vecchia disciplina fu abbandonata, una nuova importata; la cittadinanza si volse dalle veglie al sonno, dalle armi ai piaceri, dalle faccende all’ozio.  

Giovenale  (50-127) riprende questo tema nella sesta satira, quella contro le donne: una delle ragioni della castità delle Romane antiche era “proximus urbi/Hannibal” (vv. 290-291), Annibale alle porte dell’urbe. E, continua: “Nunc patimur longae pacis mala; saevior armis/luxuria incubuit victumque ulciscitur orbem./Nullum crimen abest facinusque libidinis, ex quo/paupertas Romana perit” (vv. 292-295), ora soffriamo i mali di una lunga pace; più feroce delle armi il lusso ci è piombato addosso e vendica il mondo conquistato. Nessun delitto manca né misfatto della libidine da quando è morta la povertà di Roma. 

 

Tale era la situazione all'inizio del breve regno di Galba[26] secondo Tacito:"Venalia cuncta, praepotentes liberti, servorum manus subitis avidae " (Historiae , I, 7), tutto era in vendita,  assai potenti i liberti, caterve di schiavi avide per i repentini cambiamenti. Non poteva durare a lungo l'imperatore, non solo perché vecchio ma anche perché aveva dichiarato:"legi a se militem, non emi " (I, 5) che lui i soldati li arruolava non li comprava.

 

"La storia degli anelli d'oro: il più interessante capitolo di storia del costume dell'epoca imperiale, particolarmente dell'epoca giulio-claudia…Claudio (41-54) eredita da Caligola (37-41) , ed affina e organizza, il predominio dei liberti imperiali nella corte. Ma dietro questi tre potentissimi liberti[27] c'è la grande massa di tutti i liberti, imperiali o non, in tutto l'impero. Sono una borghesia affaristica e prepotente. Affrontano talora i rischi della legge, pur di portare l' anulus aureus, gabellandosi per cavalieri. La pressione di questa borghesia significa soprattutto una cosa: l'intensificazione dell'economia monetaria…burocrazia (questa burocrazia dei liberti imperiali) significa economia monetaria, intensità di circolazione dei mezzi legali di pagamento. L'economia naturale delle grosse domus senatorie è colpita a morte"[28].

Gli anelli preziosi sfoggiati dai servi sono uno dei motivi che spingono Giovenale a scrivere satire: “cum pars Niliacae plebis, cum verna Canopi/Crispinus Tyrias umero revocante lacernas[29]/ventilet aestivum digitis sudantibus aurum/nec sufferre queat maioris pondera gemmae,/difficile est saturam non scribere” (Satira I, 26-30), quando un pezzo della plebe del Nilo, quando una canaglia di Canòpo, Crispino, mentre si tira sulle spalle il mantello di porpora di Tiro, sventola l’anello d’oro estivo con le dita sudate né potrebbe sopportare il peso di una gemma più grande, è difficile non scrivere satire!

 

Il filosofo neoplatonico Nigrino di Luciano denuncia la pacchianeria dei ricchi romani che si rendono ridicoli sfoggiando ricchezze e rivelando il loro cattivo gusto:"pw'" ga;r ouj geloi'oi me;n oiJ ploutou'nte" aujtoi; ta;" porfurivda" profaivnonte" kai; tou;" daktuvlou" proteivnonte" kai; pollh;n kathgorou'nte" ajpeirokalivan; (Nigrino , 21), come fanno a non essere ridicoli i ricchi con le loro stesse persone dal momento che mentre mettono in mostra le vesti di porpora e protendono le dita delle mani denunciano il loro cattivo gusto?

 

La riforma monetaria voluta da Nerone (nel 54)  in favore della piccola e media borghesia

 

“Il Satyricon di Petronio è il romanzo dei liberti scritto da un senatore. La nuova società, nonostante le esagerazioni senatorie di Nerone fino al 62, e le esagerazioni antisenatorie dello stesso Nerone dal 64 in poi, si doveva fondare sulla morte dell’economia parasitica, sull’incremento di una solida economia monetaria. E la sua moneta era il denarius neroniano…Il denarius, cioè la moneta della piccola e della media borghesia: Nerone aveva fatto una riforma che avvantaggiava lo stato, ma che con lo stato avvantaggiava le nuove classi sociali economicamente più povere ma più attive. L’imperatore ultrasenatorio di un tempo avallava ora la fine del luxus parasitico dei detentori d’oro ”[30].

 

Il denarius e chi lo possedeva erano stati avvantaggiati da Nerone rispetto all’ aureus e ai suoi possessori. “giacché il rapporto AU : ARG          era cambiato a favore dei detentori di moneta d’argento”[31]  Prima della riforma ci volevano 25 denarii di 3, 70 grammi per un aureus di 7,70 grammi; dopo, 25 di 3, 25 grammi compravano un pezzo d’oro di 7, 30 grammi.

Plinio il Vecchio dichiara che il pondus imminutum ha condotto a un lucrum della res publica e a una dissolutio dell’aes alienum: “res publica lucrata est”[32].

“Nerone aveva aiutato i soldati e la piccola borghesia industriale italiana detentrice di denarii; infatti il soldo delle truppe era pagato in denarii (anche se coneggiato in aurei), e il denario era moneta borghese. I senatori, e in genere gli uomini del grande capitale, quando ebbero visto una tale difesa dell’argento a tutto svantaggio dell’oro, si erano sentiti confermati nell’opposizione contro Nerone, ed avevano rovesciato…a soli quattro anni di distanza dalla riforma, l’imperatore della piccola borghesia. Ma la politica sociale di Nerone-proprio la politica degli ultimi anni del “cattivo” imperatore-aveva, per questa parte, ragione; la difesa del denario  contro l’aureo, cioè dei soldati e della borghesia contro il luxus nobiliare, era così rispondente alla nuova realtà storica, che proprio la borghesia venne al potere in seguito alla caduta di Nerone, e fu senz’altro rappresentata dai Flavii. Non solo: ma la stabilità della riforma neroniana per più che 130 anni, dimostra che quella riforma monetaria era quanto mai vitale e rispondente alle esigenze dell’impero…Tutto ciò implicava la necessità di assicurare da una parte un notevole rifornimento di oro, in maniera che la riforma neroniana, consistente nella vittoria del denarius sull’aureus, ricevesse stabilità e giustificazione economica dall’aumento dell’oro disponibile nello stato romano. In corrispondenza, bisognava conquistare regioni particolarmente ricche d’oro, come la Dacia; e d’altra parte, bisognava consolidare il limes coi Parti…Traiano ha tentato una soluzione coerente, e certo la più audace che l’impero romano abbia maio concepito. Non aveva osservato lo storico senatoriale Tacito, in uno scritto (la Germania) pubblicato nel 98, che i Germani tendevano a rifiutare il denarius neroniano di poco più che tre grammi d’argento (pecuniam probant veterem et diu notam )? Questo commercio con i Germani…era soprattutto-lo notava Tacito stesso-commercio di piccole cose, promiscua ac vilia ; dunque, commercio in denarii piuttosto che in aurei, commercio fondato sull’argento più che sull’oro…Ancora una volta: solo un aumento della riserva d’oro poteva giustificare il rapporto riconosciuto nello stato romano fra l’aureus e il denarius, rapporto per cui si poteva cambiare un aureus (gr. 7, 24 d’oro) con appena 25 monete d’argento di g. 3, 40 (e di lega non molto buona, che poi Traiano avrebbe ancora peggiorato riducendo il titolo del denarius all’88-78% di argento). In altri termini (è necessario insistere su questo punto, giacché esso è la misura di tutta la congiuntura economica da Nerone a Commodo, e vuol essere un leit-motiv di questo libro): la borghesia italiana aveva ottenuto nel 64 d. C. una vittoria rivoluzionaria sul luxus del grande capitale, in quanto era riuscita a far trionfare la sua moneta (la moneta dei commerci promiscua ac vilia, secondo la citata espressione di Tacito) nei confronti del senato; sì che aveva abbassato il rapporto AU: AR da poco più che 12, 50: 1, com’era nell’epoca giulio-claudia fino al 65, a poco più di 10, 50: 1 (considerando il peggioramento della lega sotto Nerone; con l’ultimo peggioramento sotto Traiano, il rapporto sarà ancor più favorevole al denario, e potrà calcolarsi intorno a 10: 1, e anche meno). Ma una tale vittoria della borghesia (e dei promiscua ac vilia commercia) sul grande capitale (e sui commercia di luxus) poteva mantenersi soltanto se l’aumento dei giacimenti auriferi avesse effettivamente significato una diminuzione di prezzo dell’oro; questo motivo, accanto a considerazioni di carattere militare e di spiriti cesariani, rendeva particolarmente utile la conquista della Dacia ”[33]. 

Lo storico francese Carcopino rileva gli effetti dell’azione militare traianea sulla “caduta dell’oro”, ma “l’aumento della quantità dell’oro appariva necessario per sostenere, in forme non autoritarie, la politica monetaria iniziata da Nerone nel 64, cioè per sostenere la politica della borghesia e dei soldati…ancora una volta, la storia numismatica ed economica ha un significato solo se essa si configura come storia sociale…La conquista traianea della Dacia si è compiuta a due riprese: nel 101-102, con la prima guerra dacica, lo stato di Decebalo fu ridotto a stato cliente; nel 105-106 si ebbe la seconda dacica, che si concluse con la riduzione della Dacia a provincia romana”[34].

 

Come si vede non è impossibile, come sostiene Auerbach, l’approccio “economico”  e sociologico ai testi classici. Uno dei tanti.

 

Pesaro 24 febbraio 2026 ore 18, 37 giovanni ghiselli

p. s.

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[1] Leopardi, Palinodia al Marchese Gino Capponi, del 1835, vv. 233-235.

[2] P. P. Pasolini, Le belle bandiere, p. 54.

[3] E. Morin, L’identità umana, p. 207.

[4] M. Rostovzev, Storia economica e sociale dell'impero romano. La prima edizione (in inglese) è del 1926.

[5] Soprattutto da Seneca di cui del resto mi sono servito in questo lavoro in quanto me ne sono avvalso personalmente quale educatore, mio e dei miei studenti.

[6] Cfr, Shakespeare, Macbeth:"There' s daggers in men's smile" II, 4.  Alla SSIS di Bologna ho fatto una lezione comparativa partendo da questa tragedia.

[7] Tacito ha appena raccontato l’avvelenamento di Britannico da parte di Nerone. Siamo nel 55 d. C. e Ottavia ha solo quindici anni. Verrà uccisa nel 62.

[8] Mimesis (del 1946), p. 45.

[9] Attuale Ungheria.

[10] dux olim theatralium operarum (Annales, I, 16)

[11] Auerbach, Mimesis, pp. 44-46.

[12] Mimesis, p. 47.

[13] Tucidide, Storie,  I, 11, 3. Significa scarsità di risorse senza le quali secondo lo storiografo della guerra del Peloponneso non si possono allestire grandi flotte né fare guerre grandi come quella del Peloponneso.

[14]I, 13, 1. E' l'accumulo di ricchezze necessari allo sviluppo di una grande potenza.

[15] S. Mazzarino, L'impero romano, (del 1974) vol.I, p. 214, n. 4.

[16] Naturalis historia, XVIII, 7.

[17] Gli Annales,  composti  da Tacito negli anni successivi al 111 d. C., dovevano continuare l'opera di Livio: il titolo dei manoscritti Ab excessu divi Augusti echeggia il liviano Ab urbe condita. Dell'opera che doveva andare dalla morte di Augusto a quella di Nerone ci sono arrivati i libri I-IV, un frammento del V e parte del VI con gli avvenimenti dalla morte di Augusto (14 d. C.) a quella di Tiberio (con una lacuna per gli anni 29-31); inoltre i libri XI-XVI con il regno di Claudio, dal 47, e quello di Nerone fino al 66. 

 

 

[18] S. Mazzarino, Il pensiero storico classico, III, p. 458.

[19] Svetonio, Vita di Augusto, 42.

[20] S. Mazzarino, L'impero romano I, p. 148.

[21]M. Rostovzev, Storia economica e sociale dell'impero romano, pp.115 sgg.

[22] Tacito, Annales , III, 55, le famiglie ricche dei nobili o distinte nel segnalarsi.

[23] Annales, III, 53.

[24] S. Mazzarino, L'impero romano I, p. 147.

[25] S. Mazzarino, L'impero romano, 1, pp. 214-215.

[26] Dal giugno del 68 al gennaio del 69.

[27] Callisto, Pallante e Narcisso.

[28] S. Mazzarino, L'impero romano, 1, pp. 215-216.

[29] Nella Satira IV Crispino, che ha comprato una triglia per seimila sesterzi, è chiamato purpureus…scurra (v. 31), buffone porporato. Ha molto in comune con Trimalchione.

[30] S. Mazzarino, L'impero romano, 1, pp.  pp. 223- 224.

[31] S. Mazzarino, L'impero romano, 1, p. 223.

[32] Naturalis historia, XXX, 3, 44-45.

[33] S. Mazzarino, L'impero romano, 2, pp. 293-295

[34] S. Mazzarino, L'impero romano, 2, pp 297-298.


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