sabato 26 settembre 2026

Alceo prima parte. Il simposio, il vino, i tiranni. Brevità della vita umana. Orazio allievo di Alceo.


 

 Fu conterraneo e contemporaneo di Saffo. La sua poesia, scritta in dialetto eolico, divisa in dieci libri dai filologi di Alessandria e arrivata a noi in stato frammentario, appartiene alla lirica monodica, come quella della poetessa. A differenza di lei però Alceo prese parte alle lotte politiche che sconvolsero l'isola intorno al 600 a. C.

Combatté in difesa dei privilegi nobiliari contro i tiranni che guidavano il ceto popolare: Mirsilo che lo mandò in esilio a Pirra, una località  minore dell'isola e per la cui morte compose il famoso, macabro brindisi (fr. 332 LP), e Pittaco che tuttavia gli concesse di tornare a Mitilene.

Le sue liriche riflettono queste lotte, l'esilio, e il conforto che trasse dal vino, dall'amore, dalla natura nel volgere delle stagioni che portano via tutto. L'ambiente di Alceo è quello del simposio: l'incontro di amici e compagni di fazione riuniti per mangiare, bere, discutere.

Platone in uno dei suoi dialoghi più noti e più belli (il Simposio  appunto) ne fa un agone oratorio sul tema dell'amore tra uomini di alta intellettualità fra cui, oltre Socrate, il commediografo Aristofane, il tragediografo Agatone, e il  brillante politico Alcibiade.

 Non tutti gli autori però furono favorevoli ai simposi: Isocrate nell'Areopagitico  (48-49) li condanna in quanto li considera occasione per quel bere eccessivo che poteva condurre i giovani Ateniesi alla rovina.

 Il vino per Alceo ha non solo una forza aggregativa, siccome costituisce un'occasione per stare insieme, festeggiare una vittoria o consolarsi di una sconfitta, ma svolge anche una funzione di rivelatore etico e psicologico poiché fa trasparire il vero carattere dell'uomo, la cui schiettezza costituisce il segno della moralità e della nobiltà; un'affermazione che si trova ancora nel Don Giovanni  di Mozart-Da Ponte (I, 9):"la nobiltà ha dipinta negli occhi l'onestà".

 

 Il fr.333L.P. sostiene:

"il vino infatti  per l'uomo è trasparenza",

 

Pretagostini traduce:"Il vino è lo specchio dell'uomo", e aggiunge:"Bere e mantenere il controllo di sé: ecco la misura ideale…il vino da specchio dell'uomo diventa medicina del suo umano dolore: svela se il singolo è un compagno leale nel gruppo e un uomo giusto nel cosmo"[1].

 La celebrazione del vino si trova anche nel fr. 342 L.P.:"non piantare nessun altro albero prima della vite" che trova un'eco precisa in Orazio, Odi , I, 18, 1:"Nullam, Vare, sacra vite prius severis arborem ", non piantare, Varo, nessun albero prima della vite sacra.

 

Possiamo ancora evocare il canto del grande libertino alla sua ultima cena:

"Vivan le femmine!

Viva il buon vino!

sostegno e gloria

d'umanità!"(Don Giovanni , II, 18).

 

 Il fr.39D, uno dei più imitati e citati, da Orazio fino a Umberto Bossi, per gli avvisi di garanzia a Berlusconi, è il brindisi feroce:

"Ora bisogna ubriacarsi e che ciascuno beva

a tutta forza, poiché è morto Mirsilo".

Nu`n crh mequvsqhn kai; tina pro;~ bivan

pwvnhn, ejpei dh; kavtqavnh Mursilo~

Due endecasillabi alcaici, inizio di strofe

 

 Orazio di certo lo aveva presente quando, per la morte di Cleopatra scrisse (Odi , I, 37, 1-2):"nunc est bibendum, nunc pede libero/pulsanda tellus ", ora bisogna bere, ora con piede libero battere il suolo.

 

Questo tripudio sul cadavere del nemico morto può non incontrare la nostra approvazione: Freud in Totem e tabù  anzi indica alcune culture primitive che conservano il divieto (tabù appunto) di gioire per la morte del nemico :"nell'isola di Timor..viene eseguita una danza, accompagnata da un canto in cui si piange il nemico abbattuto e si chiede il suo perdono"(p.58).

 

Questa posizione si trova, in termini più consapevoli, nell'Aiace  di Sofocle, dove Odisseo il quale pure ha odiato il Telamonio, vedendo il cadavere del nemico suicida, lo difende dagli oltraggi che Agamennone propone, dicendo:

"commetteresti un'ingiustizia a disonorarlo

infatti non distruggeresti questo ma le leggi degli dèi.

Non è giusto oltraggiare un uomo valoroso, quando è morto

neppure se uno sente di odiarlo"(vv. 1342-1345).

 

E' questa la "obiettività epica" di cui parla S. Mazzarino in Il pensiero storico classico :  già Omero rappresenta guerrieri i quali riconoscono il valore degli avversari; così fanno gli storiografi (soprattutto Erodoto) . Ebbene questa linea che si interrompe nel V secolo d. C. con la storiografia cristiana di Paolo Orosio (nelle Historiae adversus paganos  V secolo dal titolo programmatico), evidentemente non passa per Alceo.

 

 Vediamo un altro frammento (90 D.), madido di fredda pioggia nemica e di caldo vino amico:

"Fa piovere Zeus, dal cielo una grande

tempesta, si è rappreso lo scorrere dei torrenti montani

pepavgaisin  d  j ujdavtwn rjovai

......quindi....

.....................................

scaccia l'inverno, attizzando

il fuoco, e versando senza risparmio vino

 dolce, poi intorno alle tempie

cingendo morbida lana". Strofe alcaiche.

 

 Orazio imiterà alcuni di questi versi nell'ode del Soratte (I, 9):"geluque/flumina constiterint acuto "(3-4), e i fiumi si sono fermati per il gelo acuto. Il quadro del poeta latino è meno originale ma più razionale e unitario, siccome nel primo verso (Vides ut alta stet nive candidum /Soracte , vedi come si alza candido per l'alta neve il Soratte) nomina la neve che concorda e lega con il gelo meglio della pioggia di Alceo, tanto che nella traduzione, per razionalizzare, ai torrenti ho aggiunto l'aggettivo "montani" che nell'originale non c'è.

Questi corsi d'acqua dunque si sono fermati: è un'immagine della morte che non risparmia niente; anzi è interessante il confronto con le fonti correnti del fiume Cefiso che sono " a[upnoi", insonni nell'Edipo a Colono (vv.685-686) di Sofocle: nel sobborgo di Atene tutta la natura è sacra e animata.

 

Anche la seconda strofe (vv.5-8) dello stesso componimento oraziano (Ode I, 9) è di origine alcaica:" dissolve frigus ligna  super foco/large repōnens atque benignius/deprōme quadrīmum Sabina,/ o Thaliarche, merum diota , sciogli il freddo mettendo legna abbondante sul fuoco/e con maggiore larghezza tira fuori il vino/di quattro anni dall'anfora sabina, o Taliarco.

Vediamo che Orazio cerca di cambiare l'ambientazione del  modello con particolari locali ( il Soratte, l'anfora sabina) e di personalizzarlo con la disposizione delle parole: i due aggettivi e i due sostantivi in latino non sono alternati come nella nostra traduzione, bensì accoppiati tra loro. Del resto il nome del ragazzo, Taliarco, significa signore della festa, del banchetto-qaliva-, e ci riporta ai simposi.

Il Pasquali (Orazio lirico , pp. 75 e sgg.) fa notare che nel poeta latino l'inverno e la neve sono stati d'animo ("l'inverno gli grava sull'anima, sull'anima gli cade la neve) e che questa identificazione non è alcaica ma ellenistica: in effetti, come vedremo, nella cultura greca postclassica il rapporto con la natura diviene fondamentale per l'uomo spoliticizzato e desocializzato.

Ma lo è anche nell’età dei tiranni.

Un altro elemento fondamentale della poesia di Orazio, come si sa, è quello del carpe diem , afferra il momento, espressione  che si trova nell'Ode  I, 11, v. 8; invece nell’ode del Soratte quella del Soratte lo stesso concetto appare con queste parole:"quid sit futurum cras fuge quaerere, et/quem Fors dierum cumque dabit, lucro/adpōne (I, 9, 12-14), non ti curar di chiedere quello che avverrà domani, e qualunque giorno la sorte ti darà, consideralo un guadagno. Ebbene anche l' idea dell'"attimo fuggente" non è invenzione dei poeti ellenistici ma si trova già nel lirico arcaico: non tanto nel frammento già visto, quanto  nel 73D.  per indurre l'amico Melanippo a bere e a lasciarsi andare al momento, utilizza un paradigma mitico: nessuno, nemmeno l'astutissimo e per niente scrupoloso Sisifo, potè evitare la morte che aspetta tutti. 

Questa volta non cerco di dare una  traduzione verbum de verbo  poiché il testo è molto mutilo e  ricostruito in non piccola parte, e non nello stesso modo da tutti i filologi. Senza entrare in tali questioni, ché non è la sede adatta, e senza ripetere più avanti questi avvertimenti che saranno sottintesi dove non verrà indicata la divisione corrispondente ai versi, seguiamo il testo che ci convince e piace di più  :

 

"Bevi e ubriacati, o Melanippo, insieme con me. Perché credi che dopo avere passato i gorghi dell'Acheronte, grande varco, vedrai di nuovo la pura luce del sole? Su dunque non aspirare alle grandi cose. E infatti anche Sisifo figlio di Eolo e re, diceva che siccome era il più scaltro degli uomini, poteva schivare la morte, ma pur essendo davvero pieno di accorgimenti, due volte passò il vorticoso Acheronte sottomesso al destino di morte; e il signore figlio di Crono gli inflisse una grande fatica da sopportare là, sotto la nera terra. Avanti, non pensare agli orrori di laggiù, finché siamo giovani..". (73D) Pentametri eolici

Poi il testo diventa troppo mutilo per essere compreso. Dunque è il vino che può farci toccare una dimensione speciale, non l'astuzia né il molto sapere di Sisifo. 

L'affermazione malinconica della brevità della vita si trova già nell'Iliade (VI, 146)  quando Glauco dice a Diomede:"quale la stirpe delle foglie, tale anche quella degli uomini". Queste parole vengono echeggiate innumerevoli volte nella letteratura europea per significare la brevità della vita umana.

 

Ungaretti, "uomo di pena", scrive:"Si sta come/d'autunno/sugli alberi/le foglie"(Soldati ).

 

Ma per l'eroe omerico questa riflessione triste non diventa un'esortazione a bere, bensì uno stimolo per primeggiare e coprirsi di gloria. Infatti il nobile guerriero licio conclude il suo discorso ricordando che il padre Ippoloco lo aveva mandato alla guerra di Troia con l'esortazione a "essere sempre migliore e più bravo degli altri"(v.208). Quindi compie un gesto cavalleresco verso il nemico nel quale aveva riconosciuto un "ospite ereditario e antico"(v.215) scambiando le sue armi d'oro con quelle di bronzo di Diomede, uno scambio così generoso che Omero lo commenta con la supposizione dell'impazzimento di Glauco provocato da Zeus (v. 234).

 

Alceo, pur mentre rimpiange i tempi del "valore e della cortesia", e la "gran bontà de' cavallieri antiqui", non può sottrarsi alla nuova cultura mercantile: quella del profitto e della perdita, non senza l'invettiva rancorosa e pure volgare contro il nemico.

   Pittaco  si rivelò moderato, e alquanto mite, concedendo al poeta il perdono quando i Mitilenesi le designarono quale aijsumnhvth"  una specie di presidente conciliatore, e svolse così bene il suo compito che fu annoverato tra i Sette sapienti insieme con personaggi di grande levatura mentale quali Talete di Mileto o Biante di Priene.

 Alceo tuttavia lo copre di insulti:"

  il figlio di padre ignobile

Pittaco, della città senza nerbo e disgraziata

crearono tiranno con grandi acclamazioni tutti insieme "(fr. 87 D.). Asclepiadei maggiori.

 Da questi versi risulta che al presunto despota non mancava il consenso popolare.

Altrove si trovano tanti altri epiteti ingiuriosi ( " pancione, piedi piatti, piedi spaccati, spaccone, lurido") che mettono in rilievo le imperfezioni fisiche o i difetti morali, soprattutto la slealtà.

Pesaro 26 settembre 2026 ore 18, 43 giovanni ghiselli

p. s.

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[1] Storia della letteratura greca, p. 118.


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