mercoledì 23 settembre 2026

Ifigenia CLXXX Dal dolore all’intelligenza del dolore. Fa ancora capolino l’onesto Santo Giovanni.


 

   Come mi svegliai, sopravvennero  altri pensieri con i quali cercavo la via, il metodo per sopravvivere alla catastrofe di due anni della mia vita. Trasformavo i sentimenti reali in ragionamenti ottimistici e lontani dalla realtà come si fa sempre quando ci si sforza  per tenere ancora viva una situazione già condannata a morte.

E’ una pena simile a quella di Sisifo. ,

 Mi dicevo: “dopo tutto, il suo infatuarsi del ballerino è stato reattivo al mio di Lucia. Siamo pari. In fondo nessuno dei due ha tradito e questo fatto potrebbe accrescere la stima reciproca con l’amore”. 

Tali pensieri consolatòrî non tenevano conto dei fatti reali: Ifigenia aveva già rotto la fede durante l’estate; io con Lucia non avevo concretizzato alcunché  per la ritrosìa della nuova supplente, non per carenza del mio desiderio; quello che c’era stato tra la mia donna e il ballerino lo sapevano loro, e probabilmente anche molti altri, escluso me.

Reale era il sentimento penoso che mi aveva svegliato.

Non mi concedeva tregua l’arzigogolare  che cerca affannosamente un rimedio quando vediamo e sentiamo che una donna di cui crediamo di avere bisogno non contraccambia il nostro interesse e ne soffriamo temendo che senza il suo consenso non riusciamo a sopravvivere, sicché isoliamo alcuni particolari che contraddicano l’insieme negativo: magari soltanto un sorriso di cortesia o di convenienza, e ci arrabattiamo a sofisticare per illuderci tuttavia; eppure rimane il sentimento negativo che esala i miasmi del disincanto fino a quando questo prevale e se vogliamo evitare il precipizio dobbiamo cambiare strada rinunciando a rimpiangere quell’amore che non funziona più.

Come quando uno sente che non sta bene al punto che non ha la forza di vivere, e sa che deve morire, eppure va dal medico per farsi dire che può campare ancora, e si sforza di crederci, tuttavia sente che la vita oramai  non vuole  saperne di lui, non contraccambia il suo desiderio, sa che sta morendo, e finalmente capisce che la fine assegnata è  naturale, ed è bene così.

In questo modo hanno termine prima o poi tutti gli amori e pure il breve tempo concesso a ciascuno di noi qui sopra la terra.

L’intuizione immediata e istintiva, soprattutto nei campi cruciali del lavoro, dell’amore e della salute, se è negativa e non viene contraddetta tosto dai fatti, è veritiera più del pensiero che cerca di rabberciare disperatamente e fallacemente siccome è costruito su un artificio della ragione bugiarda. E’ un a[logon.

In quel tempo non ero abbastanza maturo per comprendere questo, sicché  quella notte lontana feci prevalere il sofisma che noi due in futuro ci saremmo amati ancora e ne piansi cercando di credere che versavo lacrime di gioia sul sudato cuscino  conscio[1]  imvece della mia pena che di fatto spremeva  tante gocce di dolore, rabbia, rimorso e disperazione, perché sentivo che con quella ragazza di rara bellezza avevo perduto un’occasione, forse l’ultima, di amare una donna che mi era piaciuta molto e constatavo  che a tale fallimento ero predestinato poiché  quell’ evento era di fatto congiunto con la mia stessa natura, al pari di tutti gli altri della  mia vita già in fase calante. Avevo superato il crinale che separa l’età della salita da quella del declino, ero un insegnante di liceo degradato al ginnasio, non ero bellissimo, né famoso, né ricco e un’altra ragazza che mi piacesse tanto, probabilmente non l’avrei  trovata mai più, mentre una di levatura estetica inferiore dopo tale assaggio non l’avrei sopportata. Quella sera non mettevo in conto che potevo trovarne altre magari non così belle però più intelligenti, educate e colte, più adatte a me. In effetti sarebbe andata così.

Ma quella notte non vedevo alcuna possibilità di rivincita siccome non tenevo conto delle mia dimensione morale, intellettuale, culturale. Questa poteva e doveva crescere fino all’ultimo ora di vita.   [Arti manqavnw, ora capisco.

 Ora so che il dolore aiuta a comprendere come “la provvida sventura” dell’ Ermengarda manzoniana, come la ferita che fioriva in tanta luce del Siddharta di Hesse.

In seguito avrei trovato la via della valutazione etica e intellettuale di me stesso e delle persone, oltre quella estetica, e avrei compreso che una relazione con una donna bella ma avida di successo acquisito ad ogni costo non era una cosa buona e non era adatta a me, che perdere siffatta amante era un bene, che i miei errori non erano irrimediabili se nel dolore avessi trovato l’intelligenza del dolore, e avessi raccolto le forze per eliminarne le cause: immaturità, stupidità, egoismo, ingiustizia.

Tali pensieri mi ispirò il santo e onesto Giovanni, quindi mi addormentai di nuovo non senza averlo ringraziato.

 Ben potei  dire “Ho fermo il disio

a colui che volle viver solo

e che per salti fu tratto al martiro”[2]

Avvertenza: il blog contiene 2 note e il greco non traslitterato.

 

Pesaro 23 settembre  2026 ore 10, 58 giovanni ghiselli.

 

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Quando avverto la sintonia tra la mia persona che scrive e voi lettori che mi leggete sento che funziono bene come un direttore d’orchestra con i suonatori che dirige. Ho insegnato alle medie di Carmignano di Brenta per cinque anni, nel liceo classico di Imola e nei due di Bologna come docente di ruolo per 35 anni; ho insegnato a contratto per dieci anni nella SSIS dell’Università di Bologna e per un trimestre in quelle di Urbino e Bressanone ma non mi piace essere chiamato professore o docente: sento di essere un maestro come vengono chiamati Michele Mariotti, un pesarese più giovane di me e Riccardo Muti un napoletano forse addirittura più attempato di me.

 

 

 

 



[1] Cfr. Leopardi Le Ricordanze “all’ore tarde-assiso sul conscio letto, dolorosamente- alla fioca lucerna poetando” vv- 113-115

[2] Cfr. Cfr. Dante, Paradiso, XVIII, 133-135.

 


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