giovedì 24 settembre 2026

Tirteo. Parte terza e ultima. La grande menzogna che spinge alla guerra anche oggi.


 

 Diamo per intero, tradotto letteralmente, il fr. 9D. poiché raccoglie molte delle posizioni tirtaiche.   

Io non ricorderei né terrei in conto un uomo 1

né per il valore dei piedi né per la lotta,

neppure se dei Ciclopi avesse la grandezza e la forza,

 

nota: Senofane di Colofone, nel VI secolo, riprende lo stilema di Tirteo, pur modificando il contenuto del messaggio, quando afferma:"infatti della forza degli uomini e dei cavalli,

 vale più la nostra sapienza"( fr. 2 D., vv.11-12).

Insomma, la cultura greca, una volta coniata una forma, la conserva anche in stadi ulteriori, e tutte le successive sullo stesso argomento devono confrontarsi con l'archetipo.   

 

 

e vincesse correndo il Tracio Borea,

neppure se per natura fosse più gradevole di Titone 5,

e fosse più ricco di Mida e di Cinira

né se fosse più regale di Pelope figlio di Tantalo,

e avesse la lingua dolce e arguta di Adrasto,

neppure se avesse ogni reputazione buona, tranne quella del coraggio impetuoso/

poiché l'uomo non è valoroso in guerra,10

se non tollera di vedere la strage cruenta

e non incalza i nemici standogli presso.

Questo è valore, questo il premio migliore tra gli umani

il più bello da riportare per l'uomo giovane 14.

Questo è un bene comune (xuno;n d  j ejsqlovn) per la città e per il popolo intero:/

quell'uomo che a gambe divaricate resista in prima fila

senza tregua, e della turpe fuga si è del tutto scordato

offrendo la vita e l'animo coraggioso,

e incoraggi con parole l'uomo vicino standogli accanto;

questo è il prode in guerra. 20

Subito dei nemici volge in fuga le falangi

truci, e velocemente trattiene l'onda della battaglia.

Ma quello che cade nelle prime file e perde la cara vita

donando gloria alla città, al popolo e al padre,

molte volte colpito sul davanti  attraverso il petto 25

e lo scudo ombelicato, e attraverso la corazza,

questo piangono ugualmente giovani e vecchi

e tutta la città è accorata dal doloroso rimpianto,

e la tomba e i figli sono illustri tra gli uomini

e i figli dei figli e la stirpe futura. 30

Né mai la nobile fama muore né il nome di quello,

ma, pur stando sotto terra, diventa immortale,

chiunque mentre primeggia e resiste e combatte

per la sua terra e i figli, Ares furente abbia ucciso.

Ma se sfugge al destino di morte che reca dolore,35

e vincendo abbia preso la splendida gloria delle armi

tutti lo onorano ugualmente giovani e anziani,

(pavnte~ min timw'sin oJmw'~ nevoi hjde; palaioiv, 37)

e dopo avere provato molte gioie scende nell'Ade,

e invecchiando si distingue tra i cittadini, né alcuno vuole

togliergli parte del rispetto né dei diritti,40

ma tutti nei seggi ugualmente i giovani e i coetanei

 gli cedono il posto e pure quelli più anziani.

Al sommo di questo valore dunque ogni uomo si sforzi

di giungere con il coraggio non trascurando la guerra44.

 

 Qui vediamo che l'ideale umano dell'antica aristocrazia comincia a entrare in crisi: Tirteo non stima un uomo per forza fisica (vv.1-3) né per la bellezza (v. 5, e in questo ci ricorda il fr. 60D di Archiloco)  né per la ricchezza (v. 6), né per la regalità (v.7) o la capacità di parlare bene (v.8).

Quest'ultimo valore in particolare era in pregio nell'Iliade , dove gli educatori di Achille (Peleo, Fenice, Chirone) gli insegnano a "primeggiare sempre ed essere egregio tra gli altri"(XI, 784) sia nel campo della parola sia in quello dell'azione (IX, 443).

 La parola viene addirittura prima.

Peleo manda Fenice a Troia con il figliolo perché gli insegni:"muvqwn te rJhth'r j e[menai prhkth'rav te e[rgwn"[1], a essere dicitore di parole ed esecutore di opere. Si vede bene  la priorità della parola.

Insomma:"In principio erat Verbum"[2].

 

La glw'ssa meilicovghru~ ( 9 D. v. 8),  la lingua dall’espressione dolce di Adrasto re di Argo, non basta se l'oplita  non è bravo in guerra ossia non è capace di sopportare la vista della strage cruenta e non incalza i nemici.  Questa è virtù, ed è il premio migliore per chi è giovane. Questo infatti è bene comune (xuno;n ejsqlovn, v. 15) per la città e il popolo tutto. La misura della virtù insomma è ciò che giova e nuoce allo Stato.

 

 Platone nella Repubblica (465d) prende come modello Tirteo quando prescrive che il guerriero deve essere tenuto in maggior conto del vincitore olimpico; infatti la loro vittoria è la salvezza della città: “nivkhn te ga;r nikw'si sumpavsh~ th'~ povlew~ swthrivan”. I fuvlake~  saranno liberi dalla maledizione del denaro poiché avranno la comunione dei figli e delle donne (hJ koinwniva tw'n te paivdwn kai; tw'n gunaikw'n, 464b) senza alcun possesso. Riceveranno il mantenimento da altri quale misqo;n th'~ fulakh'~.

 

Premi sono la gloria  che  sopravvive con il nome di chi l'ha conseguita e rimane immortale anche sotto terra poiché tutti lo l'onorano (v. 37). Questa è l'immortalità: essere ricordati come eroi.

 

Cicerone nel Somnium Scipionis  istituisce un paradiso per i patriotti:"bene meritis de patria quasi limes ad caeli aditum patet " [3]per coloro che hanno ben meritato della patria si apre come una via per l'accesso al cielo.

 

  In Tirteo dunque l'eroe guerriero è la forma superiore dell'uomo.

 Quando la polis perderà valore, e la cultura greca si sarà spiritualizzata, Platone, nella Repubblica , ricompenserà l'uomo giusto con l'immortalità dell'anima e così Cicerone che prosegue:" tu vero enìtĕre et sic habeto, non esse te mortalem sed corpus hoc; nec enim tu is es quem forma ista declarat, sed mens cuiusque is est quisque, non ea figura quae digito demonstrari potest. Deum te igitur scito esse ..."[4], tu sforzati davvero e considera che non tu sei mortale ma questo corpo; né infatti tu sei quello che questo aspetto corporeo mostra, ma la mente di ognuno è quell'ognuno, non la figura che si può indicare con il dito. Sappi che tu sei un dio...". Purché Scipione Emiliano si sforzi appunto di seguire le orme gloriose dell'Africano che gli è apparso in sogno da morto, e da vivo aveva sconfitto Annibale.

Del resto la sacralizzazione della disciplina militare e il considerare valore supremo tenere la posizione nella fila cui si è stati assegnati, in una accezione meno spiritualistica di quella ciceroniana e dunque più vicina a Tirteo,  non sono mancati nella storia romana: Tito Livio (VIII, 7, 16-20) ci racconta che il console Tito Manlio condannò a morte il proprio figliolo poiché questi aveva raccolto una sfida a duello da parte del  nemico, vincendo del resto, ma trasgredendo una disposizione consolare e paterna con il combattere extra ordinem: "adversus edictum nostrum extra ordinem in hostem pugnasti ", hai combattuto fuori dallo schieramento e contro la nostra ordinanza, gli rinfaccia;  in tale maniera il giovane aveva dato un pessimo esempio di infrazione della disciplina militare:"disciplinam militarem, qua stetit ad hanc diem romana res, solvisti ", hai rilassato la disciplina militare sulla quale fino ad oggi si è fondata la potenza romana. Sicché non c'era via d'uscita:"triste exemplum sed in posterum salūbre iuventuti erimus ", saremo un esempio doloroso ma salutare per la gioventù in futuro. E infine:" i lictor, delǐga ad palum ", vai littore, legalo al palo, ordinò. Siamo nel quarto secolo, al tempo dei mores  antiqui  e, almeno in guerra, non tanto lontani da quelli spartani.

 

Di questi costumi mosterò un altro aspetto attraverso la  lirica di Alcmane, un poeta che canta una Sparta assai diversa dalla "universal caserma", severa truce e oppressiva di Tirteo:  una città dove si praticava il canto e la danza cui partecipavano le fanciulle non meno dei giovani.

 

Contro “quell’infame mestier militare” sentiamo prima Vittorio Alfieri

In alcune parti della sua autobiografia Alfieri non perde occasione per manifestare il proprio disprezzo nei confronti di ogni militarismo, ovunque lo abbia incontrato. Vediamone qualche espressione.

 All’entrare[5] negli stati del gran Federico[6] che mi parvero la continuazione di un sol corpo di guardia, mi sentii raddoppiare e triplicare l’orrore per quell’infame mestier militare, infamissima e sola base dell’autorità arbitraria, che sempre è il necessario frutto di tante migliaia di assoldati satelliti. Fui presentato al re. Non mi sentii nel vederlo alcun moto né di maraviglia né di rispetto, ma d’indegnazione bensì e di rabbia…Il conte di Finch, ministro del re, il quale mi presentava, mi domandò perché io, essendo pure in servizio del mio re, non avessi indossato l’uniforme. Risposigli: “Perché in quella corte mi parea che ve ne fossero abbastanza”. Il re mi disse quelle quattro solite parole di uso; io l’osservai profondamente, ficcandogli rispettosamente gli occhi negli occhi; e ringraziai il cielo di non mi aver fatto nascere suo schiavo. Uscii di quella universal caserma prussiana verso il mezzo di novembre, aborrendola quanto bisognava (3, 8).

Nell’Antigone di Sofocle, il tiranno Creonte è un fanatico della disciplina associata alla guerra: “ Non c'è male più grande dell'anarchia./Essa manda in rovina le città, questa ribalta/le famiglie, questa nella battaglia spezza/  le schiere dell'esercito in fuga; invece le molte vite/di quelli che vincono, le salva la disciplina" (vv. 672-675). Non certo quelle dei poveracci mandati al macello.

 Alfieri nel 1770 tornò a Berlino e andò a vedere il luogo dove si svolse una battaglia della guerra dei sette anni (1756-1763): "Passando per Zorendorff, visitai il campo di battaglia tra’ russi e prussiani, dove tante migliaia dell’uno e dell’altro armento rimasero liberate dal loro giogo lasciandovi l’ossa. Le fosse sepolcrali vastissime, vi erano manifestamente accennate dalla folta e verdissima bellezza del grano, il quale nel rimanente terreno arido per sé stesso ed ingrato vi era cresciuto misero e rado. Dovei fare allora una trista, ma pur troppo certa riflessione; che gli schiavi son veramente nati a far concio (3, 9).

La riflessione impietosa, quasi empia, non annulla la positività della vita che trionfa sulla morte dalla quale rinasce sempre in forme rinnovate, nella folta e verdissima bellezza del grano .

Si può estendere a questo pensiero quanto scrive Steiner di Omero e di Tolstoj: “Perfino nel mezzo della carneficina la vita si leva a sovrastare tutto il resto. Attorno al tumulo sepolcrale di Patroclo i capi greci lottano, gareggiano e lanciano il giavellotto a celebrazione della loro forza e della loro vitalità. Achille conosce il destino che incombe su di lui, ma "Briseide guancia graziosa" lo raggiunge ogni notte. La guerra e la morte seminano distruzione nel mondo di Omero come in quello di Tolstoj, ma il centro resiste: ed è l'affermazione che la vita è, in se stessa, un avvenimento di bellezza, che le opere e i giorni degli uomini sono degni di essere ricordati e che nessuna catastrofe-neppure l'incendio di Troia o di Mosca-è mai definitiva. Poiché oltre le torri fumanti e oltre la battaglia rolla il mare color del vino, e quando Austerlitz sarà dimenticata le messi torneranno, per usare un'immagine di Pope, "a imbiondire il pendio". Questa cosmologia è riunita tutta intera nell'ammonimento di Bosola alla Duchessa di Malfi [7] che maledice la natura in un estremo impeto di ribellione:"Guarda, le stelle brillano ancora". Sono parole tremende, piene di distacco e dell'aspra consapevolezza che il mondo fisico contempla impassibile i nostri dolori. Ma superiamo la crudeltà dell'impatto e vedremo che esse contengono l'assicurazione che la vita e la luce delle stelle dureranno al di là di qualsiasi momentaneo caos"[8]. 

 

La grande menzogna di chi incoraggia e spinge alla guerra si vede nel sacrario militare di Redipuglia: su ogni gradone è scritto Presente. Si tratta di giovani la cui presenza è stata esclusa dalla vita durante la prima guerra mondiale. Poi c’è stata la seconda con milioni di morti e ora i medesimi interessi stanno cercando di scatenare la terza ripetendo le stesse menzogne.

 

Pesaro 27 settembre 2026 ore 11, 03 giovanni ghiselli

p. s.

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[1]Iliade , IX, 443.

[2] Vangelo di Giovanni , Prologo.

[3] De Republica , 6, 26.

[4] De Republica , 6, 26.

[5] Siamo nel 1769. Il capitolo della Vita è 3, 8.

[6] Federico II di Prussia.

[7]Di John Webster (1575-1630)

[8]G. Steiner, Tolstoj o Dostoevskij p. 81.


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