martedì 29 settembre 2026

Ifigenia CXLII. Il disincanto a Moena e il recupero di oggi.


La mattina mi svegliai di pessimo umore. Il sole non c'era. Pensai

subito male. "Ieri ho dovuto pregarla perché non mi lasciasse

subito, oggi stesso, otto marzo, giornata della donna.

L'ho convinta solo del fatto che troppo presto non le conviene.

L'ho indotta a pensare che rischia un punteggio mediocre se mi pianta prima dell'esame di recitazione. Mi ha concesso tre, quattro

mesi di proroga dunque, la brava ragazza che per Capodanno volle

brindare all'eternità del nostro amore! Ciarlatana! Ma se crede di

sfruttarmi, di inghiottire il poco sangue che mi rimane dopo averne succhiato gran parte  senza darmi in cambio niente, o nient'altro che i suoi baci da Giuda, si sbaglia! Ha già lucrato molto dandomi la sua bellezza effimera soggetta al divenire, momentanea e apparente con la mia reale, connessa all’essere.

 La provocherò, la spingerò a manifestare le sue

zone estreme: le sublimi e le infime, le oscene e le sante, per

metterle nella mia storia e renderla più interessante. Te la faccio

vedere io l'otto marzo, la giornata della donna! Tu sei una

femmina dissoluta, calcolatrice e pessima, piena di intenzioni malvagie!

Ti tratterò come fa Mastroianni  nel film

in Otto e mezzo di Fellini  quando dice  a Sandra Milo: ‘Ci vuole un trucco più da porca! Fai la faccia da porca! Cammina molleggiando sui fianconi!’.

Dopo due anni e mezzo che mi sfrutti impudicamente, che mi hai

isolato per mungermi con mia consunzione quasi totale, adesso ti

accorgi che c'è poco altro da spremere e che ti conviene cercartene

uno più utile, più funzionale alla tua agognata carriera da istriona.

Ora vuole macellarmi la guitta, la mima volgare. Ma io non sono

una mucca né un castrone da mattatoio: saprò capovolgere contro di te la tua

intenzione. Ti provocherò, ti punzecchierò, ti squarcerò

fino a farti rovesciare tutto il pantano melmoso che hai dentro. E su quella

sanie, sul tuo dorso di belva costruirò la  storia di un amore fallito

rappresentativo di questa età malvagia e superba, nemica della

virtù” 20.

Lo sbudellamento davanti al fuoco mi aveva riempito l'anima di

tali sentimenti cattivi. Ci incontrammo nella sala

della colazione. Per provocarla subito, le feci notare che la

cameriera era bella, bellissima, una meraviglia di donna: non avevo mai visto una delizia siffatta.

Reagì soltanto dicendo: “non mi piace" e simulando indifferenza.

Salimmo al rifugio Le cune , sperando che il sole rompesse le

nubi, ma non eravamo degni della sua presenza lieta, e rimase

nascosto fino a sera. Eravamo cattivi e meschini. Uno peggiore dell’altra. Lo vedevamo volare stanco e infreddolito anche lui. Non osai chiedere niente al dio corrucciato. A metà giornata ci sedemmo su una panchina di ferro posta non lontana dal ciglio di una voragine aperta verso nord est. Si vedeva la Marmolada, la regina delle Dolomiti mi spiegava la zia Giulia, ma  se le chiedevo di portarmi a camminare su quella distesa bianca che mi affascinava, ella rispondeva che era piena di crepacci associando questa parola minacciosa  a un verbo assonante che doveva spaventarmi. “Sulla Marmolada sono crepati tanti anche esperti di montagne e ghiacciai, bambino imprudente perfino nei sogni irrealizzabili che fai!”.

“Anche con certe amanti si crepa, magari dopo avere goduto assai”, pensavo quella mattina. Non ero più un bambino e non mi facevo tante illusioni. Una volta vedevo il tutto nel niente, oramai trovavo il niente nel tutto. Il mio disincanto era totale.

 Eravamo cupi e imbronciati. Parlavamo di nuovo della nostra situazione

infelice aggirandoci attorno ai soliti temi: perversioni, tradimenti,

emozioni cattive, e così via. Cercavo di provocarla perché  dicesse qualcosa di nuovo, onde scriverlo tra gli appunti del capolavoro prossimo; ma

quella eludeva le domande, replicando con i luoghi comuni che

avevamo codificato insieme negli ultimi tempi a proposito del

nostro connubio corrotto.

Ad un tratto però, quasi senza volere, riuscii a colpirla in una

debolezza essenziale, una zona critica e già vulnerata dell'anima, una

ferita  che, appena sfiorata, la faceva dubitare perfino della sua

identità. Dissi soltanto:"Ifigenia, sei più bella, giovane e

affascinante adesso di quando ti ho conosciuta".

Tutto qui. Ma quella, cadutale la maschera di indifferenza con cui si era protetta fino allora, mi guardò con un'espressione di terrore e di odio, poi

disse:"Io non cerco nessuna consolazione del fatto che non sono più

tanto giovane quanto le ventenni delle quali senti bisogno tu per

eccitare i tuoi nervi mal protesi e  stremati".

Quindi si alzò e si avvicinò al ciglio del precipizio.

Avevo fatto come la Medea di Seneca, quando con lucida follia trova il punto debole del traditore Giasone. La madre dolorosa e furente ha visto come può colpire il marito fellone e dice fra sé:"sic natos amat?/Bene est, tenetur, vulneri patuit locus" (549-550), ama così i figli? Va bene, ce l'ho in pugno, si è aperto un varco per la ferita.

Dopo essermi congratulato di  tale riuso del maestro di Nerone, provai compassione della debolezza di Ifigenia e mi alzai per andare ad accarezzarla, a dirle che se soltanto mi avesse voluto, non avrei desiderato altro.

Ma non potei farlo. Prima che arrivassi a toccarla, ella scappò nel rifugio.

Rimasi fermo dov’ero per qualche minuto. Poi la seguii adagio. La raggiunsi. Piangeva. Le domandai perché.

"Ho creduto che tu volessi ammazzarmi buttandomi giù", rispose.

La guardai costernato. Non potevo spiegarle più niente. Dissi

soltanto:"Ma va' ". Per tutto il giorno non riacquistò la ragione. Il

precipizio l'aveva dentro di sé la ragazza. Come Edipo ha dentro di sé il burrone dove butta la Sfinge nel mito da cui Sofocle ha tratto il più grande capolavoro della letteratura europea. Mi aiutava a vivere mentre lo traducevo e commentavo. Chiarisce e rafforza la vita come nessun altro libro.

Ifigenia dunque era in bilico sul proprio inconscio, un baratro terrificante; oppure era in balia del cavallo nero, contorto e massiccio, peloso fino alle orecchie, come quello appetitivo e maligno della biga platonica 22 .

Desiderava proprio le cose che io non avevo: fama, successo e ricchezza.

Lei  aveva un'angoscia cieca e regressiva. L'avevo

scatenata con un' osservazione tutt'altro che atroce, eppure

insopportabile per la sua debolezza. A meno che facesse una delle sue scene per esercitarsi. Nessuna malizia poteva essere esclusa. Da parte sua e pure mia.

Comunque fino a sera non fu possibile dirle una sola parola senza insospettirla e farla piagnucolare, o addirittura infuriare.

Avvertenza: il blog contiene 3 note

 

Note

20

Cfr. G. Leopardi, Il pensiero dominante, 59 e sgg.

21

Cfr. F. Nietzsche, Il caso Wagner, trad. it. Mondadori, Milano, 1975,  capitolo 12

 

22

Cfr. Platone, Fedro, 253e.


 

 

Pesaro 29 settembre 2026 ore 18, 41 giovanni ghiselli.

p. s.

Ho imparato a cavarmela bene da solo. Le amanti, le amiche e gli amici sono spariti. Traggo vitalità da quanto scrivo e da quanti mi leggono e scrivono. Le altre e gli altri non ci sono più. Oggi sul mezzogiorni mi sono sentito miracolosamente chiamare in via Branca, la più passeggiata di Pesaro dopo via Rossini. Era un compagno di quarta elementare. Abbiamo ricordato il nostro maestro Gasperi defunto da anni. Per me è ancora vivo: faceva girare in tutte le classi del Carducci i miei temi con l’elogio del mio stile.

Contento di questo ricordo sono andato a Fano in bicicletta passando non sul lungo mare bensì attraversando il colle Ardizio e non per la facile “Bettola” la panoramica di questo colle ma attraverso una salita ripida che parte da fosso Seiore e sbuca a Fenile. Di qui a Fano, il Fanum fortunae,  dove sono andato a rivedere il percorso della campestre gareggiata in seconda liceo facendo un figurone. Lì c’è una fonte dove vado ad attingere l’acqua per la borraccia. Acqua che brilla e squilla ricordandomi i successi.

E’ un diario questo? No è una raccolta di esempi che voglio dare ai giovani per dissuaderli dall’ uscire armati di coltelli pronti a ferire o se preferite a fedire.

 

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