mercoledì 9 settembre 2026

Donne dell’ Odissea. Prima parte.


 

Argomenti di tutto il percorso. Ognuno di questi argomenti potrà, su richiesta, venire ampliato.

 

Euriclea, Anticlea, Arete, Elena. Penelope tra i proci.

Assaggi di antifemminismo (Esiodo Pavese e Agamennone nella Nevkuia, il canto dei morti dell’Odissea).

 Nausicaa. La ragazza assimilata a un virgulto . La donna e la madre terra.

Calipso. Penelope al ritorno di Odisseo. Il massacro delle ancelle amanti dei proci.

 

Argomento di questo primo post

Laerte, Euriclea schiava mai stata amante del re di Itaca poi nutrice di Odisseo, e Anticlea moglie di Laerte e madre di Odisseo.

Il rispetto della moglie e della schiava.

Nel I canto dell’Odissea,  quando scende la buia sera, i Proci tornarono nelle loro case, per dormire, e pure Telemaco andò a letto, accompagnato dalla saggia  Euriclea che Laerte aveva comprato quando era ancora nella prima giovinezza (prwqhvbhn e[t j ejou`san, v. 431) per venti buoi, e pertanto doveva essere stata anche bella assai, e desiderabile.

 Il padre di Odisseo dunque  l'aveva onorata come una sposa, però non si era mai unito a lei nel letto. Così evitava l’ira della moglie Anticlea, la madre di Odisseo:"eujnh'/ d j ou[ pot  j e[mikto, covlon d  j ajleveine gunaikov"" (433)

Invece Amintore, il genitore di Fenice, dovette pagare cara l’infedeltà maritale  con una pallaki;~ kallivkomo~ (Iliade, IX, 449), una concubina dalla bella chioma: la moglie  gli mise contro il figlio spingendolo a diventare amante dell'amante del padre il quale lo maledì.

 Fenice allora fuggì a Ftia dove divenne l’educatore di Achille. In questo decimo canto si trova con Aiace e Odisseo nell’ambasceria ad Achille.

 

 

Vedi il letto come il mobile più importante della casa (Kott)  nell’Alcesti di Euripide (438) e non solo lì.

Sentiamo  Medea nella tragedia di Euripide (431):

La donna infatti per il resto è piena di paura

e vile davanti a un atto di forza e a guardare un'arma;

ma quando sia offesa nel letto-o{tan  d’ ej" eunh;n hjdikhmevnh kurh`/,

non c'è non c'è altro cuore più sanguinario-oujk e[stin a[llh frh;n miaifonwtevra. (Medea, vv. 263- 266).

 

Questa parte potrà essere ampliata, se interessa, durante il corso alla Scandellara che inizierò il 6 ottobre prossimo.

 

 Euriclea, sebbene schiava, venne trattata con rispetto e con affetto dai suoi padroni: “Omero, anche se naturalmente non pensa neppure alla possibilità di fare a meno degli schiavi, parla sempre di essi con tenerezza mista a imbarazzo. La schiavitù è per lui qualcosa di terribile che può capitare a chiunque[1] e può ‘portar via ad un uomo metà della sua umanità’. Gli eroi sono gentili con gli schiavi Eumeo ed Euriclea, come con i loro pari”[2].

 

Euripide scriverà:" oujk e[sti qnhtw'n  o{sti" e[st' ejleuvqero"-h] crhmavtwn ga;r dou'lov" ejstin h] tuvch""( Ecuba, vv. 864-865), non c'è tra i mortali chi sia libero: infatti siamo schiavi delle ricchezze oppure della sorte.  E’ Ecuba, la madre dolorosa, che parla con Agamennone dopo la caduta di Troia.

 Nella tragedia Alcesti la regina   ha con i servi quel comportamento amichevole riservato loro dall'alta aristocrazia di tutti i tempi: da Seneca ai Guermantes  di Proust.

Seneca nella Lettera 47 toglie loro l’epiteto di servi  e li definisce  humiles amici, contubernales, conviventi, persone sulle quali la fortuna può tanto quanto può nei confronti di ogni uomo. E’ la canaglia dei penultimi che maltratta gli ultimi. Il fascismo è stata opera dell’infima borghesia.

 

 

 

Anticlea, la moglie  di Laerte, padre probabile[3], non sicuro di Odisseo,

doveva comunque  trarre ben più grandi soddisfazioni affettive dal figlio che dal marito: infatti, quando Ulisse, che l’aveva lasciata viva partendo da Itaca, la incontra fra i morti e  le domanda quale Khvr, dea della morte, l’abbia uccisa, la donna risponde: non una malattia breve o lunga mi ha ucciso bensì la mancanza di te, e il preoccuparmi di te, splendido Odisseo “ajlla; me   so;~ te povqo~, sa; te mhvdea, faidivm  j  jOdusseu` (XI, 202).   

 

 

Elena nell’Odissea.

Se ci saranno richieste, la figura di Elena verrà ricordata anche nell’interpretazione che ne dà Euripide in più di una tragedia (Troiane, Elena, Oreste).

Sono partito da Euriclea Anticlea e Laerte poiché il loro comportamentoci dice qualche cosa sulla condizione della donna nell'Odissea.

Queste parole si possono confrontare con il consiglio che Nausicaa dà a Ulisse nel VI canto: gli suggerisce di chiedere aiuto non al re Alcinoo, suo padre, ma alla regina Arete, sua madre, se vuole avere un aiuto.

“Passa davanti a mio padre e getta le braccia alle ginocchia della madre nostra per vedere il dì del ritorno i{na novstimon h\mar i[dhai” (vv. 310-311).

 

"La posizione sociale della donna non fu mai più, presso i Greci, così elevata come sul declinare del periodo cavalleresco omerico. Arete, la consorte del principe dei Feaci, è onorata dal popolo come una dea. Ne compone i litigi col suo presentarsi e determina le decisioni del marito col suo intervento o col suo consiglio[4]. Per ottenere di ritornare ad Itaca con l'aiuto dei Feaci, Odisseo, dietro suggerimento di Nausicaa, non si rivolge in primo luogo al padre di lei, al Re, ma abbraccia implorando le ginocchia della sovrana, ché decisiva è la benevolenza di questa per far esaudire la

preghiera[5]. Questa sua dignità spirituale influisce anche sul comportamento amoroso dell'uomo. "[6].

 

 

Nel’Odissea  l’adultera Elena  ha riconquistato la sua rispettabilità, anzi la supremazia dovuta al fatto di essere figlia di Zeus e di avere imparentato anche Menelao con il dio supremo: il re di Sparta. quale gambro;" Diov"" ( Odissea, IV, v. 569) genero di Zeus, non morirà bensì verrà mandato dagli dèi nella pianura Elisia, ai confini della terra dov'è il biondo Radamanto, dove la vita per gli uomini è facilissima: non c'è neve né inverno rigido, né pioggia, ma soffi di Zefiro che spirano dall'Oceano a rinfrescare gli uomini (vv. 563-568).

Nel IV canto dell’Odissea  Elena entra nella sala del banchetto scendendo dall'alto talamo profumato, simile ad Artemide dalla conocchia d'oro (vv.121-122).

La bellona è avvolta dall’aureola di quella venustà  che ha sempre posseduto e mai perduto, e per giunta accresciuta di una rinnovata rispettabilità che solo lei potrà permettersi, poco più avanti, di criticare. La figlia di Zeus quindi siede sul trono, servita, riverita e fornita da un'ancella, di una conocchia d'oro con lana violetta poggiata in un cesto a rotelle, d'argento, con i bordi rifiniti d'oro, colmo di filo ben lavorato.

 Poi prende a parlare: riconosce Telemaco dalla somiglianza con Odisseo e  critica se stessa chiamandosi kunw'pi" (v. 145), faccia di cagna, con signorile spezzatura[7], con sovrana nonchalance.

Tutto quello che fa e dice la regina è molto signorile:"Nell'Odissea  Elena, tornata frattanto col primo marito a Sparta, è descritta quale prototipo della gran signora, modello di eletta eleganza e di suprema compitezza e maestà rappresentativa. E' lei a dirigere la conversazione con l'ospite, che incomincia graziosamente col rilevare la sorprendente somiglianza di famiglia, prima ancora che Telemaco le sia presentato. Ciò rivela la sua magistrale superiorità in quell'arte[8]. La rocca, senza la quale è impensabile la virtuosa massaia, che le serve le collocano dinanzi quando viene a prender posto nella sala degli uomini, è d'argento, e il fuso d'oro[9].

L'uno e l'altra, fuso e rocca, per la gran signora, non sono più che attributi decorativi[10]"[11].

 

 Signorilità delle donne dell’Odissea.

 

 “Quanta sicurezza  nel contegno della stessa Penelope, così sola e abbandonata, di fronte allo sciame dei pretendenti che tumultuano protervi: ella infatti può sempre contare sul rispetto assoluto della sua persona e della sua dignità di donna[12]

 Quando scende le scale e appare nel megaron tra due ancelle, chiede a Femio di non cantare il novston degli Achei poiché la cosa la fa soffrire.

Invero la zittisce Telemaco cui Omero attribuisce la sua poetica: il canto deve essere il più nuovo possibile e suscitare diletto.

Nel XVI canto, Penelope si rivolge ai proci chiedendo loro di non fare del male a Telemaco, ed Eurimaco le risponde con rispetto, chiamandola perivfron Phnelovpeia (v. 435), Penelope saggia.

Nel XVIII canto, come Penelope appare, i proci provano desiderio d’amore per lei che era stata resa più bella da Atena (più bianca dell’avorio tagliato, leukotevrhn d’a[ra min qh`ke pristou` ejlevfanto~, v. 196.)

 

 

 

I modi cortesi dei nobili signori con le donne del loro ceto è prodotto di un'annosa cultura e di un'alta educazione sociale. La donna è rispettata e onorata non solo quale essere socialmente utile, come nella famiglia contadina secondo l'insegnamento d'Esiodo[13], né solo quale madre della prole legittima, come nella borghesia greca posteriore, per quanto anche per i nobili, appunto, fieri del proprio albero genealogico, la donna debba avere importanza quale genitrice di un'eletta stirpe[14]. Essa è la rappresentante e la custode d'ogni elevato costume e tradizione.”[15].

Continua

 

Pesaro 9 settembre 2026 ore 19, 46 giovanni ghiselli

p.s

A Pesaro non c’è il monte Nerito come a Itaca però abbiamo la strada Panoramica sul colle San Bartolo che non manca di scuotere le foglie. E’ una strada che noi pesaresi si faceva già da bambini in bicicletta e non l’abbiamo scordata cambiando città. Scordare per me che scrivo e faccio conferenze  è uno dei verbi più negativi come per l’aedo che componeva oralmente, si dice, e il rapsodo che recitava a memoria. Odisseo non vuole dimenticare il ritorno novstou laqevsqai , io non posso dimenticare niente di quanto ho visto, sentito e pensato da quando Fulvio mi ha incoronato di alloro chiamandomi l’aedo di Debrecen e, dando retta all’amico, ora celeste, mi sono considerato il pesarese Omero.

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[1] Euripide scriverà:" oujk e[sti qnhtw'n  o{sti" e[st' ejleuvqero"-h] crhmavtwn ga;r dou'lov" ejstin h] tuvch""( Ecuba, vv. 864-865), non c'è tra i mortali chi sia libero: infatti siamo schiavi delle ricchezze oppure della sorte.  E’ Ecuba, la madre dolorosa, che parla con Agamennone dopo la caduta di Troia.

 Al cesti nella tragedia di Euripide  ha con i servi quel comportamento amichevole riservato loro dall'alta aristocrazia di tutti i tempi: da Seneca ai Guermantes  di Proust.

Seneca nella Lettera 47 toglie loro l’epiteto di servi  e li definisce  humiles amici, contubernales, conviventi, persone sulle quali la fortuna può tanto quanto può nei confronti di ogni uomo. (Ndr.)

 

[2] G. Murray, Le origini dell’Epica Greca, p. 29.

[3] Una nota di Servio a Eneide VI 529 dove Ulisse è chiamato “hortator scelerum Aeolides    ricorda la leggenda secondo cui  Anticlea, la madre di Odisseo, prima delle nozze con Laerte, avrebbe avuto una relazione con Sisifo, figlio di Eolo,  dal quale avrebbe avuto Odisseo

 

[4]Odissea VII, 67: Alcinoo la onorò come nessuna sulla terra è onorata kai; min

e[tis  j wJ~ ou[ ti~ ejpi cqoniv tivetai.

[5]Per il suggerimento di Nausicaa, v. VI 310-315.

 Cfr. VII 142  (alle ginocchia di Arete gettò le braccia Odisseo). Anche Atena parla a Ulisse della riverenza di Alcinoo e dei suoi figli per Arete: VII  66-70.

[6]Jaeger, Paideia  1, pp. 63-64.

[7] Cfr. Anna Karenina, altra adultera.

[8]d 120 sgg. Cfr. specialmente le sue parole a vv. 138 ss.

[9] Nemmeno fosse il fuso di Ananche, l’asse dell’Universo (n.d. r.)

[10]IV, 131.

[11]Jaeger, Paideia  1, p. 62.

[12] I, 330 ss Quando scende le scale e appare nel megaron tra due ancelle, chiede a Femio di non cantare il novston degli Achei poiché la cosa la fa soffrire.

Invero la zittisce Telemaco cui Omero attribuisce la sua poetica: il canto deve essere il più nuovo possibile e suscitare diletto. Nel XVI canto, Penelope si rivolge ai proci chiedendo loro di non fare del male a Telemaco, ed Eurimaco le risponde con rispetto, chiamandola perivfron Phnelovpeia (v. 435), Penelope saggia.

Nel XVIII canto, come Penelope appare, i proci provano desiderio d’amore per lei che era stata resa più bella da Atena (più bianca dell’avorio tagliato, leukotevrhn d’a[ra min qh`ke pristou` ejlevfanto~, v. 196.

 

[13]La casa, il bove e la moglie sono i tre elementi fondamentali della vita del contadino in Esiodo, Opp. 405 ( citato da Aristotele, Pol. I 2, 1252 b 10, nella sua famosa trattazione economica). In tutta la sua opera Esiodo considera l'esistenza della donna da un punto di vista economico, non solo nella sua versione della storia di Pandora, con cui vuole spiegare l'origine del lavoro e della fatica tra i mortali, ma anche nei precetti sull'amore, il corteggiamento e il matrimonio (ib. 373, 695 ss.; Theog. 590-612). 

[14]Il "medio evo" greco, mostra, più chiaramente che altrove, il proprio interesse a questo lato del problema nella abbondante produzione poetica in forma di catalogo dedicata alle genealogie eroiche delle antiche famiglie, e più di tutto nei cataloghi di eroine famose, da cui quelle derivavano, del tipo delle  jHoi'ai, giunteci col nome di Esiodo.

[15]Jaeger, Paideia  1, pp. 63-64.


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