Leggiamo il fr. 129 L P (strofe alcaiche).
"questo grande
recinto comune sul colle aprico
posero i Lesbi, e dentro alzarono
altari degli dèi immortali,
e Antìao denominarono Zeus,
e te Eolia gloriosa dea
genitrice di tutte le cose (pavntwn genevqlan), e Kemelios
nominarono questo terzo dio
Dioniso crudivoro (Zovnnusson wjmhvstan). Avanti, con animo
benevolo ascoltate le nostre
preghiere, da questi affanni
e dal penoso esilio liberateci,
e il figlio di Irra raggiunga
l'Erinni di quelli, poiché una volta prestavamo giuramento
dopo avere sacrificato
di non tradire
mai nessuno dei compagni
ma, o morti vestiti di terra
di giacere per mano di quegli uomini che allora comandavano,
oppure poi dopo averli uccisi
di liberare il popolo dalle pene.
Tra quelli il pancione (oJ fuvsgwn) non parlò
di cuore, ma senza ritegno, salito
con i piedi sui giuramenti, divora
la città... davptei ta;n povlin) a noi".
Il pancione che divora la città (Pittaco) fa pensare alle nostre caste: la politica e la giornalistica. Tra costoro ce n’è uno che è arrivato a mettersi in mostra pesino ballonzolando.
Nel Satyricon il liberto Ganimede dice degli edili trium cauniarum, che valgono tre fichi secchi: istae maiores maxillae semper Saturnalia agunt…sed si nos coleos haberemus non tantum sibi placeret. Nunc populus est domi leones, foras vulpes (44).
Inno cletico ai Dioscuri (fr. 34a PL). Strofe saffiche.
Su, per me lasciata l'isola di Pelope,
figlioli forti di Zeus e di Leda,
con animo benevolo apparite, Castore
e Polluce,
voi che sulla vasta terra e il mare
tutto, galoppate su cavalli dai piedi veloci,
e facilmente salvate gli uomini dalla morte
agghiacciante,
balzando sulla cima delle navi dai bei banchi
da lontano splendenti (lavmproi) correndo lungo le gomene,
portando luce nella notte tremenda
alla nera nave.
E’ una tavoletta votiva per i Dioscùri quali protettori degli uomini di mare. La notte tremenda, la nave nera e i Dioscuri che, lavmproi, facilmente salvano i marinai in difficoltà.
Nell’Inno omerico XXXIII ai Dioscuri, l’autore racconta che Leda sotto la cima dell’alto Taigeto unitasi in amore al Cronide dai cupi nembi li generò quali salvatori (swth'ra~ tevke pai'da~) che vivono sulla terra e delle rapide navi quando infuriano le tempeste invernali sul mare inesorabile. Essi appaiono d’improvviso e placano l’impeto dei venti turbinosi e spianano le onde kuvmata d jejstovresan, fausti segni inattesi shvmata kal j ajpo; nou'.
Alceo insiste sulla bassezza sociale del nemico. Conosciamo tali improperi anche attraverso una singolare lista di Diogene Laerzio ( scrisse, agli inizi del III secolo d. C. una specie di prima storia della filosofia: le Vite dei filosofi ; cfr. I, 81 della Vita di Pittaco).
I carmi partitici di Alceo cercano in tutti i modi di guadagnare adesioni alla causa della fazione nobiliare, generalmente mettendo in rilievo la volgarità e la inaffidabilità degli antagonisti i quali sono così perfidi che
"si fanno del male a vicenda"( fr.130 LP, v. 7) per la loro natura plebea che, come rincarerà Teognide, altro nemico della classe mercantile emergente, li porta a ingannarsi a vicenda, e deridersi a vicenda siccome non hanno criterio del bene né del male ( Silloge , vv. 59-60).
Alceo ricorda che suo padre e suo nonno sono invecchiati in mezzo a questi cittadini che si danneggiano a vicenda: “peda; twndevwn-tw;n ajllalokavkwn polivtan”.
Suscitare stavsi~ contro chi è più forte non è il partito migliore. La stasi~ in effetti capovolge i valori (cfr. Tucidide).
Il poeta si tiene lontano dalla vita politica dove le donne di Lesbo sfilano con i loro pepli a strascico (ejlkesivpeploi) e sono giudicate per la loro bellezza Lesbivade~ krinnovmenai fuvan (v. 17). Intorno freme peri; de; brevmei (cfr. le Baccanti) l’eco divina del sacro grido rituale che si ripete ogni anno.
Alceo e Teognide questi bardi dell'aristocrazia terriera sono costretti a riconoscere il valore del profitto:
Il denaro è l’uomo? Io non credo. Alceo, Teognide, Petronio, Seneca, Proust, Musil.
"il denaro è l'uomo e nessun povero resta nobile né viene onorato", sospira Alceo (Fr.360 LP),
e Teognide dovrà scrivere:
"o Pluto[1], tu he sei il più bello e desiderato di tutte gli dei,/ con te anche un uomo vile diventa nobile"(Silloge , 1117-1118).
A dire il vero questi portavoce dell'aristocrazia hanno assunto il punto di vista che verrà considerato caratteristico del plebeo arricchito, per quanto si può ricavare dal Satyricon di Petronio dove l'ignobile, ricchissimo Trimalcione sentenzia:"assem habeas, assem valeas; habes, habeberis "(77), hai un soldo, vali un soldo; hai e sarai considerato. Essendo questo liberto arricchito un personaggio negativo, è evidente che l'autore[2] non condivide l'equiparazione del denaro al valore.
Anche l'altro maestro di Nerone, Seneca, non crede che il denaro renda nobile chicchessia:"opes autem et lenoni et lanistae contingunt; ergo non sunt bona ", ora la ricchezza può capitare a un ruffiano e a un maestro di gladiatori; dunque non è un bene (Ep. 87, 15).
Così Proust nel descrivere l'aristocratica finezza dei Guermantes, sottolinea con ammirazione non il loro potere economico ma il loro stile:" i Guermantes erano veramente diversi...erano più preziosi e più rari" (p. 474). Gli atti comuni "fatti da loro, diventavano graziosi come il volo d'una rondine o l'inclinazione della rosa sul suo stelo" (p. 475). Molte qualità dell'aristocratico sono presenti in Robert di Saint Loup:"una sicurezza di gusto..una nobile liberalità..qualità tutte essenziali alla aristocrazia che attraverso quel corpo, non opaco e oscuro..ma limpido e significativo, trasparivano"(447). Anche Musil ne L'uomo senza qualità mette in evidenza che lo stile nobile è contrassegnato dal "senso della tradizione e di una magnifica negligenza"(p. 269).
Pesaro 27 settembre 2026 ore 9, 54 giovanni ghiselli
p. s.
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[1] Il dio della ricchezza, ovviamente.
[2] "non ganeo et profligator ut plerique sua haurientium sed erudito luxu ", non donnaiolo e dissipatore come la maggior parte di quelli che scialacquano il patrimonio, ma uomo di raffinata eleganza, definisce Tacito in Annales XVI, 18, l'elegantiae arbiter cui si attribuisce la satira menippea.
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