lunedì 7 settembre 2026

Ifigenia CL I fiori che non colgo più.


Pochi giorni più tardi iniziò la scuola. Tornai nella mia classe diventata una quinta ginnasio e Ifigenia ebbe la conferma della supplenza di dieci ore per alcuni mesi. Inoltre si ìscrisse  a una scuola di recitazione. Questa novità non mi dispiacque perché poteva suscitare altri interessi nella mia compagna e, se questi non l’avessero allontanata da me, ciò avrebbe significato che tra noi c’erano ancora degli scopi comuni necessari alla prosecuzione dell’ intesa non solo mentale ma anche sessuale.

Alla carriera di insegnante Ifigenia non era interessata. Voleva diventare una grande attrice, ricca e famosa per giunta. A me la letteratura drammatica era sempre piaciuta e avevo già cominciato a scrivere una traduzione e commento dell’Edipo re di Sofocle, la tragedia con la quale avevo esordito trepido nel liceo di Imola quattro anni anni prima.

 Dunque qualcosa da fare insieme poteva esserci ancora: studiare e interpretare i grandi drammi, ciascuno a suo modo, comunque discutendone e scambiandoci idèe. Il “mio” Edipo re le piaceva.

Non mi spaventava la sua prospettiva, anzi pensavo che avrebbe potuto incentivare lo scrivere mio. Piuttosto mi  sgomentava  vederla in certi momenti disgustata della scuola e priva di vita, quando rimaneva silente nel letto con le braccia strette intorno alle ginocchia poste davanti alla faccia. Non ne poteva più di fare la supplente nel liceo-ginnasio.

Allora la guardavo con pena come quando a Moena, in agosti remoti, dopo avere strappato un fiore da un prato, tornavo in paese, sedevo sull’argine dell’Avisio e mi fermavo a osservare l’appassimento di quella creatura bella e variopinta ma troppo effimera e fragile:  mentre la osservavo vivere tra l’erba mi piaceva, e la trovavo ancora gradevole subito dopo averla còlta in quanto mi comunicava allegria con i colori vivaci, le fibre sode, il sugo del gambo reciso, ma con il passare dei minuti la visione del suo scolorirsi e avvizzire, mi infondeva rimorso, malinconia e rabbia per la sua debolezza.

Quindi gridavo: “vattene via: sparisci nell’acqua con la tua debolezza immonda!”

Quindi gettavo quel cadavere stinto nei gorghi del torrente perché lo portasse via presto, verso la costa nebbiosa del paese dei morti dai crani spaventosi.

 Ora i fiori li osservo vivi, variopinti, nutriti dalla terra e non li strappo più.

 

Pesaro 7 settembre 2026 ore 16 giovanni ghiselli

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