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Nel primo mese del nuovo anno Ifigenia sembrava avere
ritrovato fiducia in me e nel nostro dramma, La scuola corrotta ,
tanto che due volte la settimana preparava alcuni studenti
prescelti
a recitarlo, e lo faceva con energia efficace. La osservavo pieno
di
ammirazione mentre insegnava il mestiere che lei stessa voleva
imparare.
Quelle sere speravo che saremmo tornati all’amore aurorale dei
primi giorni;
eppure sentivo che quanto di brutto era accaduto tra noi,
aveva sconciato senza rimedio la nostra intesa antica,
fatata,
per cui facevamo l'amore innumerevoli volte, dovunque: anche in
mezzo ai cespugli, come gli uccelli e altri animali. Siamo tutti
animali erotici.
Ebbene, tale fusione o versamento dell'uno nell'altra, oramai si
era
guastato per sempre: era diventato una miscela inquinata,
una porcheria, un fango pieno di mostri.
"Se la conoscessi adesso, farei salti mortali per
conquistarla", mi
dicevo scrutandola, ma, sapendo che i miei sentimenti non erano
contraccambiati, non glieli manifestavo. Soffrivo, siccome lei non
mi gradiva, tuttavia mi consolavo con il pensiero che fino a quando
avevamo uno scopo comune, c'era pur sempre qualche cosa di
vivo tra noi.
Per qualche tempo non parlammo del nostro rapporto, ed
evitammo gli scontri, le menzogne, gli scoppi dell'ira e
dell’angoscia.
In febbraio però le difficoltà e i contrasti vennero fuori di
nuovo.
I miei ex alunni degli anni precedenti, dopo avere ricevuto
riprovazioni e minacce, non se la sentirono più di venire alle lezioni:
così ci mancarono
tali attori tirocinanti.
Cercammo di sostituirli con alcuni allievi della sua scuola di
recitazione
ma non era agevole: ogni volta bisognava insistere molto, e mancava
sempre qualcuno.
Ifigenia cominciò a diradare le sue lezioni, e, verso la fine di
gennaio, ai pochi rimasti volonterosi di recitare, disse che
nel
1981 la tragedia non si poteva rappresentare. Bisognava aspettare
che cambiassero i gusti della massa: che corrompere ed essere
corrotti passasse di moda[1].
Così cadde il nostro penultimo scopo comune; restava solo il suo
esame da aspirante attrice per il quale continuavamo a studiare entrambi.
Dopo il nuovo fallimento , pensai che fosse
impossibile risollevare il nostro benessere, sia con parole dette o
scritte anche divinamente, sia con azioni egregie: Ifigenia aveva
annientato la sua l'ammirazione per me, e nessuna impresa mia, parola ornata
o lezione forbita, nemmeno un
capolavoro, se non avesse avuto un successo immediato evidenziato da fama e
quattrini, avrebbe potuto risuscitarmi nell'anima sua.
Ora so che tale brama di rinomanza e denaro le trafiggeva le ossa.
Restava al mio fianco solo per assuefazione e convenienza: in
giugno doveva superare la prova per la quale sapevo darle
suggerimenti e farle lezioni utili, anche di stile. In fondo pure noi
professori dobbiamo saper recitare magistralmente per attirare
l’attenzione. Perciò colei
avrebbe fatto sesso con me fino all'esame , e forse, siccome le
abitudini sono tenaci, anche dopo per qualche tempo, ossia fino a quando
non avesse trovato altri amanti più utili e convenienti.
Il nostro rapporto, caduto in una buca
di melma e sassi acuti, si era rotto e sporcato tanto, che niente
aveva la forza di rimetterlo in piedi com'era una volta.
Però potevo farlo rivivere tutto in una grande opera che
consegnasse alla memoria dell'umanità il ricordo delle nostre
gesta, dall'incontro dell' ottobre del '78 allo schianto finale,
oramai
certamente vicino.
Affinché quei fatti grandi e meravigliosi, con il passare del tempo
non divenissero oscuri.
Intorno alla storia conduttrice e centrale, ne avrei raccontate
altre: avrei creato il mito della finnica bruna, biancovestita,
Helena , che nell'estate del '71 prefigurò Ifigenia almeno nell’aspetto,
seppure in maniera assai più elegante e fine; la favola di Päivi , la donna fulva con
occhiali e l’aria intellettuale che nel '74 mi motivò per
sempre a studiare mentre aspettava un figlio da me: l'unico che abbia mai
concepito con il corpo, eppure senza lasciargli la possibilità di nascere,
per cui non mi sarebbe stato più consentito di mettere al mondo al mondo
una creatura di carne e di sangue. Sarebbe stata una bambina per giunta, la
creatura che concepita e non nata mi
sarebbe mancata per tutta la vita fino alle lacrime.
Ma la grande opera d'arte, una figlia mia secondo lo spirito,
ne avrebbe fatte le veci, dando alla luce tante situazioni e persone,
reali più dei loro stessi modelli.
Tutte ci sarebbero entrate le femmine umane
che mi avevano fatto
sentire la vita: consanguinee, compagne di scuola, alunne,
colleghe, amiche e ciascuna sarebbe diventata più significativa e
reale che nella sua esistenza contigente, mortale. Avrei còlto la loro sostanza,
l’essere nel divenire raccontando anche questo.
Una sera, mentre si mangiava una pizza, proposi ancora una
volta il progetto del romanzo a Ifigenia. Ne fu interessata, volle
parlarne, e mi consigliò di
mettere in rilievo gli aspetti mitici, i segni inviati dal cielo su
quanto si faceva e diceva.
Ottenni l'effetto, ormai raro, di farmi ascoltare con interesse, di
essere guardato in faccia dagli occhi vivi e commossi di lei.
Poco più tardi però, nel grande letto, le cose andarono nel solito
modo di quel periodo triste: dopo il secondo orgasmo,
faticosissimo, la ragazza chiese l'ora, poi disse che era molto
tardi, 
che aveva sonno, che la mattina doveva alzarsi presto, e volle
essere accompagnata a casa presto.
Rimasto solo, verso le undici, pensai con pena e rimpianto al
tempo remoto in cui dopo il quinto orgasmo alle sette del
pomeriggio, o dopo l'ottavo all'una di notte, l’amata amante
venticinquenne diceva:"Vai a lavarti di corsa, gianni, ché
seguitiamo a oltranza".
“Sì, e pure a repentaglio”, rincaravo.
E se mi attardavo a contemplarla, aggiungeva:
"Muoviti, tesoro, prima che venga tardi sul serio!"
Quelli potevano essere mesi di felicità. Ma la base
orgiastica non è un fondamento solido.
Nei momenti migliori avrei dovuto prendere e darle la gioia
spirituale
donata e richiesta: invece non avevo spalancato la mia anima che
era rimasta chiusa davanti all'oblazione
della giovane donna radiosa e reale che mi amava nei primi tempi senza riserve
né censure, come può farlo una fanciulla che sogna, mentre la
contraccambiavo con diffidenza, egoismo e calcoli vani secondo il
rovesciato vangelo dei pregiudizi diffusi in quel tempo.
Non le avevo dato il meglio di me: la volontà di educare i ragazzi;
e
non avevo accettato il meraviglioso di quell'offerta:
l'apertura della
sua anima. Però del bene che mi ero lasciato sfuggire, potevo
recuperare almeno una parte, raccontando le nostre vicende in un
grande libro: un’epica amorosa, storica, politica, educativa.
Sì, ma quando avrei iniziato? Finché Ifigenia stava con me, di
malavoglia eppure a lungo, tenendomi spesso impegnato a
occuparmi di lei e del suo esame, non potevo dedicarmi sul serio
all'altro compito grande, innamorarmene, dargli il meglio
delle mie
forze. Ci voleva una catastrofe, un crollo tra noi, una ferita
quasi
mortale che scatenasse il mio istinto di sopravvivenza il quale a
sua volta mi costringesse a fare, per non morire, la cosa cui
tenevo
più nella vita: scrivere un capolavoro di essere letto, onde
compensare il fallimento amoroso altrimenti insopportabile.
Pesaro 25 settembre
2026 ore 20, 57 giovanni ghiselli
p. s.
Da circa mezzora è iniziata una
partita di calcio della nazionale. Ne guarderò almeno una parte. Faccio come
le donne che guardano solo le competizioni molto importanti. Possono diventare
fatti di costume che mi interessano sempre, dato che sono un moralista in fondo.
Comunque ne vedo poche e anche queste mai dall’inizio. Mi sembrerebbe di perdere
tempo che è il bene più prezioso e non voglio sciuparlo. Parce tempori dico a me stesso quando
non faccio niente di significativo e produttivo.
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