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Tornai a casa mia, nel mio letto. Ero infelice. Tanto che non potevo dormire. Pensieri simili a enigmi penosi formavano intrecci inestricabili e confusi nei labirinti del mio tormentato cervello. Avevo notato da tempo che Ifigenia aveva esaurito l’entusiasmo nei miei confronti e avevo sospettato che la sua distrazione amorosa fosse dovuta al maestro di danza del quale mi aveva parlato più volte, e sapevo fin dall’inizio pure gioioso di due anni prima che il nostro amore non sarebbe durato tutto il tempo pur breve della mia vita mortale, poiché già allora non ero inesperto di eventi amorosi, e i più belli vissuti erano durati giusto un mese; tuttavia non avevo previsto che una sera, nuda nel nostro letto e seduta sulle calcagne, Ifgenia avrebbe detto: “gianni devi essere forte perché io mi sto innamorando di un altro”. Non avevo ancora provato un’ umiliazione siffatta. Del resto sapevo che la mia vita sarebbe stata messa alla prova fino all’ultimo giorno. Mi trovavo dunque spiazzato, vilipeso e non sapevo come reagire. Sono sempre stato bravo nelle reazione a infortuni e disgrazie ma questa volta la situazione mi appariva penosa e difficile più che mai. Non mi ero ancora spezzato il femore infatti. Quando perdi la possibilità di pedalare per sei mesi una donna che ti lascia mentre è nuda nel letto con te, è roba da ridere. Mi diedi a esaminare le possibilità che avevo di evitare il disfacimento della mia identità gravemente ferita. Se ero io a decretare il divorzio, perdevo subito quella che era non solo la mia residua compagna di letto ma ancora la principale ragione di vita. Soprattutto per Ifigenia studiavo e scrivevo. Se invece era lei a lasciare me poveretto, non sembrava che ne avesse intenzione, ma già allora non ignoravo queste parole: “varium et mutabile semper femina”. Le avevo lette e pure provate più di una volta. Del resto potevo tenere ancora in vita quel rapporto malato a morte? Sicuramente non a lungo: era malconcio come un infermo che si regge sulle stampelle. E tossisce, e sputa sangue per giunta. Vale la pena accoppiarsi per restare sempre più solo? Ora so che devo fondare il mio benessere su me stesso facendo quello che so fare e facendolo bene. Questo accade solo negli ambienti dove funziono al mio meglio. In tali situazioni devo operare ed evitare le persone a me sfavorevoli. Chiesi aiuto al mio santo: l’onesto Giovanni e chiusi la preghiera con le parole di Cristo, prima in latino, poi in greco per sentirmi maggiormente devoto: “Amen dico vobis: non surrexit inter natos mulierum maior Ioanne Baptista”. “ Amh;n levgw uJmi`n: ouk ejghvgertai ejn gennhtoi`~ gunaikw`n meivzwn jIwavnnou tou` Baptistou`”[1]. Subito dopo mi addormentai. Dio mi ascoltò, l’onesto Giovanni mi esaudì.
Pesaro 22 settembre 2026 ore 9, 45 giovanni ghiselli, il modesto giovanni. p. s Statistiche del blog All time3171994 Today3015 Yesterday8807 This month200626 Last month307804
Come vedete dai tanti lettori quotidiani in questo mio scrivere funziono molto bene. Se vi piace quanto leggete di mio, venite domani sera ad ascoltarmi nell’Hotel Museo Alexander di Pesaro. Indicherò esempi positivi e negativi di comportamento tratti dalla letteratura europea. Mi hanno insegnato a scrivere e a vivere fin dalle scuole elementari alle Carducci di Pesaro. Potrebbero essere utili anche a voi.
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Già docente di latino e greco nei Licei Rambaldi di Imola, Minghetti e Galvani di Bologna, docente a contratto nelle università di Bologna, Bolzano-Bressanone e Urbino. Collaboratore di vari quotidiani tra cui "la Repubblica" e "il Fatto quotidiano", autore di traduzioni e commenti di classici (Edipo re, Antigone di Sofocle; Medea, Baccanti di Euripide; Omero, Storiografi greci, Satyricon) per diversi editori (Loffredo, Cappelli, Canova)
martedì 22 settembre 2026
Ifigenia CLXXIX Vale la pena accoppiarsi tante volte per rimanere ogni volta più solo?
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