Dopo gli autori vissuti tra VII e VI secolo, passiamo a quelli che hanno scritto prevalentemente o esclusivamente nel VI, quando le tirannidi si sono affermate e i poeti vi si oppongono dall'esilio, esecrando con i regimi dispotici la cultura di cui gli autocrati sono portatori, e rimpiangendo il tempo passato del predominio aristocratico-terriero, e questo è il caso di Teognide; oppure, viceversa, i lirici vivono alla corte dei tiranni più potenti, come Policrate di Samo o i Pisistratidi di Atene, organizzano il consenso del popolo: tale è Anacreonte.
Un caso a sé è quello di Solone (638-558) , il quale, un poco come Pittaco a Mitilene, fu pacificatore tra le fazioni in lotta ad Atene, in uno scontro non solo socio-economico ma anche religioso e culturale, fattori che nella vita greca spesso sono interdipendenti.
Cominceremo dunque da lui intrattenendoci un poco anche sulla vita e sull'opera di legislatore, importanti quanto la produzione poetica e intrecciata con essa.
Nacque ad Atene da famiglia elevata: Plutarco nella Vita di Solone ci dice che discendeva dal re Codro, della stirpe di Poseidone.
Durante la sua infanzia (intorno al 630) il nobile Cilone cercò di instaurare la tirannide mettendosi a capo dei contadini e occupando l'acropoli, ma il tentativo fu represso con violenza da Megacle Alcmeonide, che, seguace di Apollo delfico, fece ammazzare i ciloniani rifugiatisi invano nel tempio delle Erinni, le dee venerande della religione orfico-dionisiaca.
Così gli Alcmeonidi si macchiarono di sacrilegio, tanto che nel 596 trecento famiglie nobili riconobbero la loro colpevolezza: tutta la stirpe fu condannata a esilio perpetuo, e i loro cadaveri vennero buttati fuori dal sepolcro.
Aristotele nella Costituzione degli Ateniesi (1) racconta che allora il cretese Epimenide purificò la città (ejkavqhre th;n povlin).
Plutarco ( Vita di Solone, 12) narra che Epimenide aveva fama di essere un uomo santo e sapiente nelle cose divine, della sapienza ispirata e iniziatica. Quando, intorno al 600, venne ad Atene da Creta, strinse amicizia con Solone e lo aiutò a preparare la sua legislazione. Infatti rese gli Ateniesi più semplici nei culti e più moderati nelle cerimonie funebri, eliminando gli eccessi . Ma la cosa più importante è che, avendo santificato e consacrato la città con sacrifici espiatorii, purificazioni e fondazioni sacre, la sottomise alla giustizia e cercò di indurla alla concordia. Epimenide dunque fu profeta delle Erinni e della religione orfico-dionisiaca cara alle plebi; pertanto avversario della consorteria degli Alcmeonidi alleati con i sacerdoti del santuario delfico che sostenevano le oligarchie aristocratiche in tutta la Grecia.
La cultura e le fazioni favorevoli al santuario delfico, chiamavano quel luogo di culto apollineo situato sulle pendici occidentali del Parnaso "l'ombelico del mondo", mentre uno dei frammenti di Epimenide afferma che non c'è l'ombelico della terra né del mare, proprio per sminuire il dio e la casta sacerdotala cari ai maledetti Alcmeonidi.
Epimenide di Festo ottenne dal dio questo oracolo:
“non c’è un ombelico centrale (mevso~ ojmfalov~) della terra né del mare, e se pure ci fosse, sarebbe noto agli dèi, celato ai mortali (Plutarco, De defectu oraculorum, 409 F).
La negazione della centralità di Delfi dunque era stata espressa da Epimenide, il profeta delle Erinni che purificò Atene agli inizi del sesto secolo:"oujk a[r j e[hn gaivh" mevso" ojmfalo;" oujde; qalavssh""(3B11 DK), non c' era un ombelico centrale della terra né del mare. E' la linea antidelfica, procedendo sulla quale il "sacrilego" Euripide presenta i ministri di Apollo come una masnada di assassini sanguinari. Nell'Andromaca Neottolemo, il ragazzo di Achille, stando sotto gli occhi di tutti, prega il dio, e viene ferito; allora domanda:"tivno" m j e}kati kteivnet j eujsebei'" oJdou;" h}konta; poiva" o[llumai pro;" aijtiva";", perché mi uccidete sulla strada della pietà? Per quale colpa muoio?"(vv.1125-1126), ma nessuno dei molti presenti gli rispose; anzi lo uccisero colpendolo con pietre. Tutto questo è raccontato da un messo che alla fine della rJh'si" (v.1164) accusa Apollo di essere w}sper a[nqrwpo" kakov", come un uomo malvagio, e domanda:"pw'" a]n ou\n ei[h sofov";", come potrebbe essere saggio?
Ho insistito su questo contrasto politico-religioso poiché assumerà grande rilievo nella letteratura successiva: la storiografia nascerà da un compromesso tra la rivoluzione orfica e la resistenza delle grandi famiglie nobiliari; Eschilo, celebrando nelle Eumenidi ( del 458) la vittoria del dio delfico Apollo contro la giustizia delle Erinni, esalterà in fondo la vittoria degli Alcmeonidi sulle dee di Epimenide. Nel compromesso, prevale la consorteria dei maledetti Alcmeonidi. Lo stesso Pericle, il leone di Greci[1], alcmeonideo per parte materna e discendente da Epimenide per parte di padre, incarna questo compromesso. Ma al momento cui siamo arrivati, agli inizi del sesto secolo, dopo l'esilio inflitto agli Alcmeonidi, manca l'equilibrio politico.
La popolazione, scrive Plutarco (Vita di Solone , 13) era divisa in tre partiti a seconda della varietà del territorio: quelli dei monti erano fautori della democrazia, quelli della pianura, più ricchi, dell'oligarchia, quelli della costa sostenevano una forma mista di governo, di centro potremmo dire con termine moderno. I disordini erano fomentati dalle sperequazioni enormi e dall'indebitamento dei poveri che diventavano perfino schiavi dei ricchi, dopo avere contratto debiti con garanzia sulla propria persona. A questo punto (anno 594) Solone fu nominato arconte (a[rcwn) con l'incarico di pacificatore e legislatore (diallakthv" kai; nomoqevth"): i possidenti infatti lo accettarono in quanto benestante, i poveri, siccome galantuomo: doveva fare da paciere tra nobili e popolo. In effetti Solone invitò gli uni e gli altri a non essere smodati biasimando e punendo la prepotenza. Si sentì un servitore della comunità, e, per dare un esempio di moderazione, dopo avere portato a termine il suo compito, si ritirò dal potere e dalla città. Non accettò la tirannide che molti gli offrivano dicendo agli amici che
" la tirannide è una bella fortezza ma non ha via d'uscita"(Plutarco, Vita di Solone , 14).
Per prima cosa operò l'alleviamento dei debiti pesanti- seisavcqeia- e vietò di prendere denaro a prestito impegnando la persona, per evitare che risorgesse la schiavitù degli indebitati. Tuttavia si oppose ad una radicale riforma agraria con la distribuzione della terra.
Quindi applicò alla cittadinanza un ordinamento razionalistico-timocratico mutuato dall'Asia ionica: la divise in quattro classi (Pentacosiomedimni, Cavalieri, Zeugiti e Teti ) a seconda del censo, e stabilì che il potere politico, con relativi onori e oneri, fosse proporzionale alla ricchezza.
Al tribunale tradizionale, l'Areopago che esercitava il controllo sulle leggi , regolava gran parte degli affari di stato, e al quale potevano accedere solo i cittadini censiti nelle prime due classi, aggiunse i 600 giudici popolari dell'Eliea ai quali si poteva presentare appello ed erano eleggibili da tutte e quattro le classi. In quest'organo, e nell'Assemblea, che eleggeva i magistrati con suffragio universale, sta l'origine della democrazia.
Dopo la pubblicazione delle leggi, Solone partì, "per non essere costretto ad abrogarne nessuna e per curiosità teoretica", afferma Erodoto (I, 30). Andò in Egitto presso il faraone Amasi, e a Sardi, da Creso. Nel frattempo gli Ateniesi si divisero di nuovo in fazioni: Megacle Alcmeonide capeggiava i Parali (quelli della costa), Licurgo i Pediei della pianura, e Pisistrato i montanari, quasi tutti teti, i più ostili ai ricchi. Quando Solone tornò ad Atene non poté impedire che Pisistrato il quale "aveva qualcosa di seducente e amabile nel conversare" (Plutarco, Vita di Solone , 29), con l'astuzia e con la forza si impadronisse del potere facendosi tiranno (nel 560 la prima volta, fino al 555, poi, dopo un esilio decennale, dal 545 fino alla morte avvenuta nel 527 a.C.).
L'idea guida della costituzione e della poesia soloniana è quella della giusta misura o moderazione: lo ricaviamo anche dal racconto del suo incontro con Creso che si trova nel primo libro delle Storie di Erodoto (I, 30-33) e nella Vita di Plutarco. Quando il pacchiano re barbaro gli fece vedere i suoi cospicui tesori e gli chiese se conoscesse qualcuno più felice di lui, Solone nominò personaggi non famosi e non ricchi, ma "belli e buoni". Creso lo giudicò "strambo e zotico", tuttavia volle domandargli se lo mettesse in qualche modo nel novero degli uomini felici. E Solone rispose:
"Ai Greci, o re dei Lidi, il dio ha dato di essere misurati (metrivw" e[cein) in tutto, e, per questa misuratezza (uJpov…metriovthto" ) ci tocca una saggezza non arrogante ma popolare, non regale né splendida "(Plutarco, Vita , 27).
Lì per lì Creso non comprese, ma poi, una volta finito sul rogo, gridò tre volte "O Solone", poiché aveva capito che la sua felicità era stata solo parola e opinione, fama e parvenza.
Pesaro 28 settembre 2026 ore 10, 03 giovanni ghiselli
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[1] Alla madre sembrò, dormendo di generare un leone (e[doxe tekei'n levonta) e pochi giorni dopo generò Pericle; il bambino era ben fatto tranne che nella testa, molto lunga e asimmetrica (Plutarco, Vita di Pericle, 3, 3).
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