lunedì 2 novembre 2026

Il sogno del tirocinante prima parte. Epilogo del mio lungo romanzo



Come  introdurre i tragici greci a chi vuole studiarli.

 

 Il sogno di un incontro  con Sofocle.

 

Poco prima di compiere 31 anni, nell’ottobre del 1975, ricevetti la cattedra di latino e greco nel liceo classico Rambaldi di Imola. Ne fui contento poiché avevo studiato nel liceo classico Mamiani di Pesaro, poi lettere classiche nell’Università di Bologna con l’intento di insegnare queste materie.

Ma ne ero anche spaventato in quanto provenivo da anni di lontananza dalle lingue e letterature antiche. Dopo la laurea, in cinque anni di insegnamento nella scuola media e un altro anno in un istituto professionale femminile avevo dimenticato molto di quanto avevo studiato. Avevo superato un esame di abilitazione poi un concorso, è vero, ma non è con queste prove che si impara a insegnare bene delle discipline trascurate per anni.

 Alle medie ero stato un buon educatore di bambini, credo, ma avevo impartito un sapere minuto e nello stesso tempo generico, dato che per quanto riguarda i testi tradotti da adolescente nel liceo di Pesaro poi negli anni universitari a Bologna, li avevo dimenticati quasi del tutto abbeverandomi  a lungo nel fiume Lete.

Quando mi presentai per iniziare il nuovo lavoro, la paura di non essere in grado di farlo decentemente aumentò: dovevo preparare i ragazzi dell’ultimo anno alla maturità il cui pezzo forte all’orale in quel tempo era la tragedia greca e il collega dell’anno precedente aveva adottato l’Edipo re di Sofocle.

Ebbene, da studente liceale avevo portato alla maturità le Troiane di Euripide e per i due esami universitari di greco sostenuti un paio di anni più tardi  avevo dovuto preparare tutta l’Odissea di Omero e sette tragedie  di Euripide.

Di Sofocle dunque avevo  una  conoscenza minima, insufficiente, soltanto manualistica: vita e titoli delle opere. Nemmeno tutte le trame delle sette tragedie giunte fino a noi conoscevo.

Per giunta questo poeta aveva una fama  di reazionario che lo metteva quasi all’indice negli anni Settanta.

Mi diedi da fare, cioè impiegavo diverse ore al giorno per tradurre i primi versi della tragedia in programma e ripassare i tecnicismi della lingua greca, però, non avendo una visione d’insieme non solo dell’opera sofoclea ma nemmeno dell’Edipo re, ero appena in grado di fare la  traduzione delle parole  e il commento grammaticale, sintattico e metrico ai trimetri giambici greci. Le ragazze e ragazzi che avevano undici anni meno di me, e ci si dava del tu con fare amichevole, mi dissero con garbo che la traduzione dei versi l’avevano già nel libro adottato, e i paradigmi verbali li trovavano nel vocabolario. La grammatica potevano rivedersela da soli. Da me, dato che avevo studiato greco all’università, avrebbero voluto un commento estetico, storico, filosofico, insomma con delle idèe. Un discorso critico che desse una visione d’insieme della tragedia greca e di Sofocle. Non ero in grado di mostrare tale panorama che nessun insegnante aveva mai fatto vedere a me.

Racconto questo per dire che la scuola non mi aveva insegnato a insegnare, a interessare, a informare e formare gli allievi, ma solo a imparare quello che mi avevano insegnato i miei professori.

Compresi dunque che non ero attrezzato per fare il mio lavoro bene, cioè suscitando l’interesse degli allievi.

“Ditemi voi cosa devo studiare, imparare e riferirvi”, chiesi con la dovuta  umiltà ai miei studenti.

“La nascita della tragedia di Nietzsche-, risposero-hai fatto studi universitari e puoi capirla; per noi è troppo densa e difficile”.

All’università, Nietzsche non mi era stato nemmeno nominato, e al liceo  era bandito quale presunto teorico del nazismo.

Corsi a comprare quell’opera giovanile del  filosofo grecista: mi affascinava,  ma ne capivo poco anche io. Non sapevo come fare. Ero tentato di rinunciare e retrocedere, però, conoscendo invece discretamente Omero, uno dei due soli autori letti all’Università,  ripetei il motto protrettico, esortativo, di Achille a se stesso:  “ouj lhvxw”, non cederò e rammentai pure il desiderio di Odisseo che voleva  imparare a ogni costo, anche  a rischio della vita.

Una di quelle prime sere da professore di greco e latino nel triennio liceale, eravamo nell’ottobre del 1975, andando a letto, tornai a pregare gli eroi e gli dèi della Grecia: “venite a trovarmi, aiutatemi ancora”. L’amore per la cultura greca non mi mancava.

 

Quella notte venne ad aiutarmi Sofocle, poi si aggiunse anche Euripide.

 

Il poeta di Colono morto già novantenne si fece vedere mentre dormivo: aveva l’aspetto di un bel vecchio, educato e gentile. Si presentò dicendomi di essere il poeta che dovevo imparare a conoscere e aggiunse che Aristofane l'aveva racchiuso in una formula limitativa presentandolo come  oJ d j eu[kolo" me;n e[nqavd j, eu[kolo" d j ejkei'", quello di buon carattere qua come là  (Rane, v.82). Buono da vivo e pure da morto dunque.

Lui era anche altro. Questo comunque gli si addiceva. Perciò non dovevo temerlo. Pensai  che presentando ai giovani un autore bravo e un uomo buono, magari avrei potuto bonificare anche le loro menti, e la mia. Riferisco le parole sognate.

 

Gianni: “Spiegami in che cosa consiste la bontà di carattere in  generale, e la tua in particolare”, lo pregai.

 

Sofocle “Bontà è favorire la vita. Bontà suprema è quella divina- rispose- Oggi nel mondo la bontà scarseggia o latita siccome tramontano gli dèi. Un declino iniziato già ai tempi miei. So che tu dovrai spiegare il mio Edipo re. Ti consiglio di iniziare mettendo in evidenza le quintessenze di questa tragedia attraverso le parole chiave. Fai bene a tradurle letteralmente, a rispettare le mie scelte stilistiche.  Devi citare questo grido d’allarme del coro “: “e[rrei de; ta; qei`a” (Edipo re, 910), va in malora il divino.

 Il sacrilego Euripide porta la sofistica, il relativismo e il razionalismo sulla scena e corrompe il popolo ateniese come dice bene il personaggio Eschilo nelle Rane di Aristofane. Io mi oppongo con la mia opera al dilagare dell’empietà. Grazie agli dèi, il pubblico e i giudici preferiscono me agli altri autori. Ho la prospettiva di un popolo colto e pio che mi ascolta e crede in me più che dare retta agli  empi, esosi sofisti. Si fanno pagare vendendo il loro vantato sapere, così come fanno le prostitute mercanteggiando il  loro corpo.

Ti faccio un esempio di empietà di due personaggi della tragedia che devi conoscere e capire a fondo se vuoi spiegarla bene.

Nell’Edipo re la regina Giocasta bestemmia gli oracoli i cui sacerdoti sono profeti della divinità.

Nella tragedia che devi presentare ai tuoi allievi dunque, l’incestuosa, empia regina che aveva esposto il proprio figlio infante condannandolo a morte, poi, quando  comincia  a temere che quel figlio suo sia stato salvato da altri e sia tornato diventando re e incestuosamente suo sposo,  impreca: " O vaticini degli dei, dove siete?- w\ qew'n manteuvmata,-i{n j ejstev" (946-947). Una domanda retorica intesa a negarli. Nel tempo della nascita del primo figlio aveva saputo dall’oracolo delfico che quell’infante dovesse morire perché suo padre potesse sopravvivere. Poi durante il corso del dramma ha avuto la notizia sbagliata che Edipo non aveva ammazzato suo padre come aveva predetto l’oracolo delfico al presunto figlio di Polibo, il re di Corinto morto invece in modo naturale.

 

Le  fa eco Edipo, sua vittima prima, poi complice, con questa tirata blasfema:" Ahi, perché dunque, o donna, uno dovrebbe osservare/ il fatidico altare di Delfi o gli uccelli/ che schiamazzano in alto? (...) Gli oracoli che c'erano, li ha presi/ Polibo che giace presso Ade, ed essi non valgono nulla"(vv.964- 966 e 971-972).

Polibo aveva accolto e adottato l’infante esposto recatogli da un suo pastore che lo aveva salvato  e recato sulla città dei due mari dal Citerone dove glielo aveva consegnato un pastore di Laio mosso a compassione anche lui. Il bambino condannato a morte dai genitori spietati, un re e una regina, è stato dunque salvato da due pastori. In questo momento la madre e il figlio, la moglie e il marito, insomma Edipo e Giocasta dai legami familiari confusi si illudono ancora che l’ombelico del mondo abbia emesso un vaticinio sbagliato siccome credono che il padre di Edipo sia Polibo. Ma di fatto Edipo è figlio di Laio e lo ha ammazzato come aveva predetto l’oracolo. Questa mia tragedia è anche un giallo secondo certi critici. Ma tu non dare retta a tutte le interpretazione che troverai.

 

Versi cruciali  del dramma sono anche questi detti da Edipo in una scena precedente:"arrivato io ejgw; molwvn,/  che non sapevo nulla, la feci cessare e[pausav nin/ azzecandoci con l'intelligenza e senza avere imparato nulla dagli uccelli gnwvmh/ kurhvsa" oujd j ajp j oijwnw'n maqwvn 396-398-". Edipo si vanta di avere sconfitto  la"cantatrice dura"(v.36), la "Sfinge dal canto variopinto"(v.130),  avvalendosi soltanto della propria intelligenza.

Tale affermazione di autonomia della povera mente umana, per me, che sono  tradizionalista e pio, è u{bri", dismisura, prepotenza, cecità intellettuale e morale che fa crescere la mala pianta del tiranno (v.873), il quale è perciò destinato a precipitare nella necessità scoscesa (v.877) del castigo e della rovina. Precipitando il despota  si azzoppa siccome la tirannide è una potere claudicante.

Il coro nel secondo stasimo reagisce con parole di condanna e conclude:

“Non andrò più all'intangibile/ ombelico della terra a pregare,/ né al tempio di Abae,/ né a Olimpia, /se queste parole indicate a dito/ non andranno bene a tutti i mortali. /Ma, o potente, se davvero è retta la tua fama,/Zeus signore del tutto, non sfugga questo a te/e al tuo potere sempre immortale./ Infatti già estirpano/gli antichi vaticini di Laio consunti/e in nessun luogo Apollo/risplende per gli onori/e tramontano gli dei" (vv. 897--910).

Se parti da questi versi, giovane professore apprendista, entri subito nel nucleo della tragedia e lascerai nei ragazzi un’impressione buona, un’impronta profonda di educazione estetica ed etica”.

 

Gianni: “Hai ragione sono solo un tirocinante ma in fondo ogni uomo buono lo è per tutta la vita, anzi per sempre, quindi lo sei anche tu” gli dissi.

Poi feci presente al vecchio poeta e gentiluomo che questa sua religiosità poteva venire tacciata dai giovani di superstizione, addirittura di clericalismo bigotto e reazionario.

 

Mi rispose che le sue parole stavano sempre dalla parte della vita e se erano retrograde fuggivano lontano dall’ u{bri~, prepotenza e dismisura, e dal   mivasma il  contagio mortale come quello portato da Edipo a Tebe.

Quindi mi disse di avere favorito la vita anche condannando la  guerra, perfino il dio della guerra, Ares, poiché la propria eujsevbeia la devozione religiosa da poeta educatore e pio era sempre stata umana,profondamente umana. Tale pietà sarebbe piaciuta senz’altro a ragazze e ragazzi. Dovevo evitare di presentare il Sofocle imbalsamato da certa filologia mummificante, mi avvertì. Non sapevo ancora nulla del pamphlet Afterphilologie di Erwin Rohde in difesa di Nietzsche, ma Sofocle conosceva quanto era ignoto al semplice apprendista. Avevo molto da imparare.

Lo pregai di segnalarmi i suoi versi di condanna della guerra.

Bologna 2 novembre 2026 ore 11, 18

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T. Mann I Buddenbrook. Parte quinta capitolo 2.


I fratelli: lo stravagante e sviato Christian, Thomas, il borghese resistente fino a un certo punto, e l’irriducibile bella Tony.

 

A primi di febbraio del 1856 Christian torna a casa. Arrivò con un abito giallo a quadretti che gli dava un’aria tropicale.

L’aria fredda del Nord porta spesso a reazioni del genere. 

 

Cfr. Ibsen:"Mamma, il sole...dammelo, dammi il sole", chiede Osvald nell'ultimo atto degli Spettri  e, chiudendo il dramma, ripete: “il sole, il sole”.

 

Christian aveva anche  uno spunzone di pesce spada e una canna da zucchero. E’ tornata la stravaganza nella casa borghese di Thomas Tony e la loro signora  madre.

 La famiglia si reca al cimitero sulla tomba del padre

Thony si inginocchia nonostante la neve e prega avvolta in uno scialle nero  con l’ampia gonna che le cade intorno in pieghe pittoresche. Molto prima donna teatrale.

 Dio solo sa quanto dolore e quanta religiosità o quanto compiacimento ci fosse nell’atteggiamento scultoreo della bella donna. Thomas la guardava con una certa ironia mista a timore e Tony “buttò indietro la testa, si riassettò il velo e si avviò dignitosa e sicura” (166) La sicurezza per lo meno ostentata è la carta d’identità fatta vedere di questa donna, forse anche sentita profondamente.

Il defunto console aveva già manifestato delle eccentricità, era già incipiente quell’essere borghese sviato attribuito a Tonio Krōger da un’amica mentre Thomas e Tony temevano la manifestazione di sentimenti personali. Si sentivano funzionari della dignità della famiglia. Soprattutto Thomas che era il più controllato come esigeva il suo ruolo di capofamiglia. Tony invece talora si lasciava andare alle sue pose teatrali anche patetiche. A volte i suoi occhi si riempivano di lacrime senza però mutare espressione.

Christian era diverso: tendeva al lamento: ripeteva con tragica pensosità i toni emessi dal  padre moribondo sui quali era stato informato. Era anche più brutto degli altri e denunciava disturbi fisici, tipo non poter inghiottire il cibo. Manifestava grande interesse per il teatro  e per le attrici, fino alle mime svergognate. La madre allora lo zittiva: “assez , Christian, queste cose non ci interessano!”. Il pudore borghese del tempo.

I fratelli più integrati lo trovavano strano.

“Vede le cose da un punto di vista insolito” disse Tony a Thomas.

Il capo della ditta e della famiglia rispose che il loro fratello sviato era senza tatto e privo di equilibrio. I “normali”, gli usuali considerano  equilibrio solo quello che consente di non cadere nella stravaganza che invece magari alcuni cercano e pertanto vengono considerati dei matti. O dei poeti se hanno talento.

 Il fatto è che camminiamo sul filo del rasoio della sorte o sullo stame della vita che  Atropo è sempre pronta a tagliare.

 Thomas se ne accorgerà mentre Tony da cinquantenne ancora bella sarà irriducibile.

Thomas aggiunge che il loro fratello non ha la forza resistente che ci vuole e che invece attribuisce a sé stesso: “anche io una volta avevo certe inclinazioni. Ma mi sono accorto che rende distratti, inetti al lavoro”.

Il lavoro e il guadagno sono gli scopi supremi dunque e a questi bisogna sacrificare tutto. Quando si accorgerà- troppo tardi- che tale impiego del tempo non gli ha portato nessuna soddisfazione ne morirà.

Ma intanto  aggiunge che soltanto i poeti possono permettersi di “osservare minutamente i loro sentimenti per esprimere con bellezza e sicurezza la propria vita privilegiata, mentre noi, cara mia, siamo semplici commercianti e le nostre osservazioni personali contano ben poco”. 

Con grande lavoro e massimo impegno, dico, bisogna imparare a rendere universale quanto è personale.

Tony dà ragione al fratello maggiore criticando la gentaglia che prospera più di loro. La gara tutt’altro che olimpica tende a vincere sul terreno della prosperità.

Bologna 2 novembre 2026.

p. s.

Mi  mancano gli albicocchi in fiore. E pure il grande caldo pervadente con la luce tenace  di giugno. E’ la mia stravaganza oggi quando è di moda odiare il caldo che ci spoglia ed evitare la luce poiché le opere di molti sono brutte e sono malvagie.

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Se continuano a leggermi 10 mila persone al giorno arriverò a 4 milioni di lettori in due mesi. Intendo provarci. Questa è la mia gara veramente olimpica.

 

 


domenica 1 novembre 2026

T. Mann I Buddenbrook Decadenza di una famiglia parte V, capitolo 1 (pagine 160-165, nella III edizione Oscar Mondadori 1975)


 

C’è una riunione di famiglia dopo la morte del patriarca console Johann. Siamo nel 1855. Tony ha 38 anni. Arriva il fratello della vedova, Justus Kröger console anche lui. Si parla soprattutto di interessi, di eredità, di denaro.

Antoine detta Tony è la figlia maggiore, una trentottenne divorziata che  vuole rappresentare la dignità e la forza della famiglia. E’ ancora attraente : “l’abito nero le donava una snellezza da fanciulla” (161).  Mantiene sempre la posa della gran signora bella seppure delusa da un matrimonio fallito impostole dal padre in seguito a calcoli sbagliati. Tony da ragazza aveva rinunciato all’amore con uno studente per bene di famiglia modesta per obbedire al padre che l’aveva indotta a maritarsi con un uomo dalle credenziali truccate che le aveva mangiato la dote e la maltrattava chiedendo per giunta altri soldi a console Buddenbrook che finalmente l’aveva portata via da tale sanguisuga riprendendola in casa. Una borghesia in decadenza che conta sul denaro come unico valore che  avvalora il resto della vita. Tony riuscirà a sopravvivere alla disfatta della famiglia mentre suo fratello Thomas succeduto al padre come capo della ditta commerciale morirà prima di diventare vecchio e suo figlio Hanno morrà addirittura quindicenne dilaniato dalla discrepanza tra sé stesso, il padre, marito e borghese infelice, e la madre moglie distante dallo sposo e dedita alla musica.

Il divario tra il padre e la madre si trova anche nella famiglia di T. Mann che cerca sempre di conciliare la vita artistica con quella borghese. Tony dunque soffriva più di tutti per la morte del capofamiglia ma la sua posizione esigeva che mostrasse tutta la propria dignità animando lo sguardo e dando ai gesti un tono tanto festoso quanto solenne. La madre Bethsy  invece appariva disfatta dal dolore, dallo spavento e dalle mille formalità del lutto e del funerale.

Forma e formalità sono sempre una preoccupazione per i signorotti borghesi . Il gran signore invece è piuttosto caratterizzato dalla sprezzatura come il vagabondo e il mendicante. La vedova dunque chiede al fratello Justus di assumere la tutela della figlia minore Clara che deve avere un tutore ancora per tre anni. Lo zio accetta poi domanda: “potrò vedere la pupilla?  E’ un po’ troppo seria quella cara figliola”.

Clara mandata a chiamare “ avanzò  pallida, movendosi con doloroso ritegno (…) sembrata irrigidita nel dolore e nel timor di Dio” (162).

E’ un ambiente questo dove ciascuno si sente impegnato ad assumere un atteggiamento. Se questo non si confà al carattere della persona nasci il cozzo che provoca un dolore crescente fino alla distruzione del personaggio.

Lo zio Justus  salutò la nipote  con galanteria, quasi inchinandosi mentre le stringeva la mano. Quindi domandò alla sorella notizie del figlio Christian. Era il più disadaddato della famiglia prodromico del nipote Hanno cui tuttavia sopravviverà. La madre risponde che sta tornando su un veliero che impiegherà due mesi ad attraversare l’Oceano. Anche il sentimento del tempo è cambiato da allora.  Christian sta tornando da Valparaiso dopo 8 anni di assenza.

Quindi la battuta che la vedova deve alla circostanza luttuosa: “Li voglio tutti intorno a me in questi momenti gravi. Per una mamma è naturale”.

Il fratello disse: “certo, certo!”. Non poteva dire niente di più  convenzionale e scontato. Mi viene in mente “lo zio di molto riguardo”  che dice “gesuitico e tardo” “Ma bene…ma bene…ma bene” (Gozzano. L’amica di nonna Speranza” (vv. 55-56).

La madre spera che l’imprevedibile Christian si impieghi nella ditta che verrà diretta dal fratello Thomas.

Questo entra nella sala con il collaboratore Marcus che sta diventando anche socio. Thomas che ora è il principale “dimostrava nel viso e nel portamento un pronunciato senso di dignità”. E’ la versione maschile della sorella Tony in questo. La dignità della donna è la bellezza oltre il portamento, quella dell’uomo il potere. Per entrambi la ricchezza. Ma anche in lui c’è qualcosa che non va: del dolore e del risentimento.

“Era pallido di un pallore gelido”. Le mani  in certi momenti di convulsa incoscienza assumevano “un’espressione indescrivibile di sensibilità ostile e di ritegno quasi morboso”. Si manterrà contegnoso finché potrà, poi subentrerà il cedimento e cadrà con un tonfo e morirà.

Succede a tutti quelli che vivono secondo regole ricevute dall’ambiente. Thomas temeva di diventare come Christian, lo dstravagante che  vedeva quale contromodello ma non stava meglio di lui.

 

Chi mantiene la parte e il tono fino alla conclusione del romanzo è la sorella Tony. “Nonostante la movimentata vita trascorsa e lo stomaco debole non le si davano i suoi cinquant’anni” (parte XI , capitolo 4 ). Le sue ultime parole saranno: “Dio mi perdoni, si comincia a dubitare della giustizia, della bontà…di tutto. La vita, voi sapete, frantuma tante cose nel nostro cuore, delude tante volte la nostra fede…Rivedersi?...Fosse vero!”

 Intende con i cari morti. Nonostante  le perdite questa donna non ha mai perduto la fede in sé stessa né la propria bellezza. Questo è importante.

 

Ma torniamo alla V parte dei Buddenbrook.

Thomas dunque salutò lo zio e come vide la sorella la guardava “con un certo stupore e con il sopracciglio alzato”. Probabilmente secondo lui la definizione degli affari della ditta non doveva riguardarla. Ma Tony non si lasciò smontare e fece un suo gesto abituale: “buttò indietro la testa e poi premette il mento sul petto in maniera che Tom represse ogni osservazione sulla presenza della sorella”.

La bella donna è già fallita nel primo matrimonio e seguirà un secondo insuccesso ma non si è mai lasciata avvilire.

Thomas ha rifiutato l’offerta di ricevere la carica di console al posto del padre per dedicarsi tutto alla ditta. Marcus accetta la parte di socio. Lo zio vuole sapere a quanto ammonterà la dote della nipote di cui sarà tutore, la sua pupilla Clara. E’ ora del “conteggio per sommi capi! (p. 163)

Thomas che è il principale spiega la situazione economica. C’erano state delle perdite: la dote di Tony sperperata dal farabutto Grünlich e le rivoluzioni del ’48, ma il patrimonio ammontava ancora a 750 mila marchi.

Tony guardava davanti a sé con dignità graziosa e ignara, dubbiosa se fosse molto e se loro fossero gente ricca e non poteva celare questo dubbio angoscioso ma non fece domande.

 Thomas fa notare una certa decadenza dai 900 mila marchi del nonno. Insomma “avremo molto da fare” disse al nuovo socio Marcus che da parte sua aveva accresciuto il capitale  di 120 mila marchi.

Nel capo della ditta Thomas si vedeva “il desiderio di vincere, di essere potente, la smania di afferrare la fortuna per i capelli. Si sentiva addosso gli occhi di tutto il mondo”.

Questo succede a molti giovani e non certo i peggiori. Ma il problema è individuare l’attività per la quale si è dotati, dove si primeggia anche senza troppa fatica fin da bambini. Per primeggiare da grandi, il talento scoperto va coltivato con una disciplina ferrea e un impegno assoluto senza lasciarsi distrarre da niente.

 Lo zio materno incoraggia il nipote mettendoci qualche battuta da uomo di mondo:  chiama Thomas: “Sua altezza il Principe oramai regnante”.

Poi vengono menzionate altre cifre che risparmio a voi che mi leggete e a me stesso. Mi limito agli 80 mila marchi attribuiti alla dote di Clara come somma tradizionale, mentre alla figlia maggiore Antoine-Tony che aveva già avuto quella cifra per il primo matrimonio la madre destinò 17 mila talleri se si fosse rimaritata.

A questo punto Tony spinse avanti le braccia in un gesto tanto grazioso quanto agitato, guardò il soffitto ed esclamò: “Ah Grünlich!”. Pareva un grido di guerra, quasi uno squillo di tromba” p. 165.

Quindi si rivolse a Marcus e disse: “Stavamo un pomeriggio tranquillamente nel giardino e chi compare? Un tale coi favoriti color oro…che Mariolo!”

 Nemmeno profondo come il segretario fiorentino aggiungo a mo’ di battuta ricordando don Ferrante del romanzo di Manzoni (capitolo XXVII).

Thomas data l’investitura ricevuta cerca di zittire la sorella troppo teatrale ma Tony non si lascia interrompere e conclude: “ammetterai che nella vita non sempre si incontrano l’onestà e la giustizia.

Fine del primo capitolo della quinta parte.

Thomas Mann è molto bravo nel mettere insieme le parole anche tenendo conto dell’età: aveva 25 anni quando scrisse questo romanzo. Certamente più avanti diventerà più profondo. Comunque resterà sempre un cultore della parola ornata e pure precisa. Tuttavia  ne usa sempre troppe. Avrebbe dovuto studiare Orazio per ridurre i segni accrescendo i significati.

Bologna primo novembre 2026 ore 18, 56 giovanni ghiselli

p. s.

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L'uomo privo di bisogni spirituali, l'eterno filisteo.


 

Ai versi 130-131 dell’Edipo re,  Creonte dice:"La Sfinge dal canto variopinto ci spingeva a guardare/quello che era lì tra i piedi, e a lasciare perdere quanto non si vedeva (tajfanh').

Se identifichiamo quest'ultima parola con i fatti dello spirito, o con le idee di Platone, non visibili attraverso i soli occhi del corpo, soprattutto quando sono rivolti in basso, e "quello che era lì tra i piedi", ossia "to; pro;" posi;", con gli oggetti terreni e materiali, ecco che il canto della ragazza alata (v.508) significa un invito a nozze per l'eterno filisteo, per "l'uomo privo di ogni bisogno spirituale", o "  a{mouso" ajnhvr" che dire si voglia.

 

Queste definizioni si trovano nei Parerga e Paralipomena  di A. Schopenhauer (pp.462-465 del primo tomo). Il filosofo tedesco afferma che tale individuo non sente alcun impulso alla conoscenza e non è capace di godimenti estetici; egli si sobbarca ai presunti piaceri imposti dalla moda e dall'autorità: "di conseguenza le ostriche e lo champagne sono il punto culminante della sua esistenza, e lo scopo della sua vita consiste nel procurarsi tutto ciò che contribuisce al suo benessere materiale" (p. 463).

Del resto la carenza di desideri spirituali rende impossibili i godimenti elevati. “propria e  caratteristica del filisteo, è dunque una serietà ottusa e arida, prossima alla serietà animalesca”.

 

Per esempio quella di un bove. Non posso a questo punto dimenticare il Minotauro di Ovidio nel celebre pentametro dell' Ars amatoria (II,24):"semibovemque virum semivirumque bovem ".

 

 Le capacità spirituali  suscitano la sua avversione e il suo odio, poiché di fronte ad esse il "semibove" prova un pesante sentimento di inferiorità, una sorda e segreta invidia. “La sua deferenza rimarrà esclusivamente  riservata alla posizione e alla  ricchezza, alla potenza e alle influenze che costituiscono ai suoi occhi gli unici veri preg, in cui sarebbe suo desiderio eccellere” (p. 464).

“La grande sofferenza di tutti i filistei sta nel fatto che  le idealità  non gli forniscono loro  alcun  passatempo e che per sfuggire alla noia essi hanno sempre bisogno di realtà” (p. 465), cioè di realtà solo materiale. Questo ci dice  Schopenhauer.

 

Rimanendo ancora tra gli autori tedeschi, possiamo attingere qualche cosa da Hermann Hesse il quale in Il lupo della steppa  (1927) rappresenta un personaggio autoemarginato dal mondo borghese, un "sordido anacoreta", che per incapacità di accettare l'ordine filisteo aveva coltivato "una capacità di soffrire illimitata, geniale, spaventevole"(p.64).

Il borghese  è identificato con l'uomo che non tollera l'assoluto , si insedia nel mezzo tra gli estremi, e rinuncia a quella intensità di vita e di sentimenti offerta da un'esistenza rivolta all'eterno . Egli ottiene conservazione e sicurezza a spese della significazione, e raccoglie tranquillità invece che ossessione divina, agio piuttosto che piacere, comodità al posto della libertà, e temperatura gradevole invece che ardore mortale. E' una creatura "di debole slancio vitale, paurosa, desiderosa di evitare rinunce, facile da governare"(Dissertazione, XVI, XVII). Tutto sommato nel romanziere l'anatema è meno forte che nel filosofo.

 

Ad un accordo con il mondo borghese tende e arriva Thomas Mann (1875-1955) Egli vede già in Goethe lo scrittore e l'esponente geniale dell'età borghese, per il suo stile razionale e alieno da ogni superfetazione poetica. Nei romanzi dell'autore di La morte a Venezia  (1912)  i personaggi che rifiutano il mondo borghese, dicono no alla vita stessa; così Hanno di  I Buddenbrook   (1901) che muore  quindicenne quasi senza essere malato (il tifo non uccide se chi l'ha contratto non"rabbrividisce di paura e ripugnanza per la voce della vita  che lo chiama", p.481) , così il suicida Naphta di La Montagna incantata  (Der Zauberberg, 1924)  il mezzo gesuita "di una bruttezza così marcata, vorremmo quasi dire corrosiva, che i due cugini ne rimasero addirittura sbalorditi"(p.35 II vol.); ebbene Naphta definisce il progresso"puro nichilismo" ed il borghese liberale"l'uomo del nulla e del diavolo. Anzi, uno che nega Dio e l'Assoluto, per darsi in braccio al diabolico antiassoluto"(p. 201,II vol.).

Chi sopravvive, e produce è Tonio Kröger  (1903)  il borghese che, dapprima sviatosi nell'arte, alla fine del romanzo rinsavisce e accetta la componente, non artistica, non demoniaca, ereditata dal padre, poiché dice: "se qualcosa è  realmente in grado di fare di un letterato un poeta, è appunto questo mio borghese amore per l'umano e il vivo e l'ordinario. Ogni colore, ogni bontà, ogni sorriso, proviene da esso; e quasi mi sembra che sia quel medesimo amore del quale è scritto che chi ne fosse privo, anche se sapesse parlare tutte le lingue degli uomini e degli angeli, altro non sarebbe che un rame risonante e un tintinnante cembalo"(p.285).

Nelle ultime parole è citato, come si sa, un periodo della prima Lettera ai Corinzi di Paolo(13):" jEa;n tai'" glwvssai" tw'n ajnqrwvpwn lalw' kai; tw'n ajggevlwn, ajgavphn de; mh; e[cw, gevgona calko;" hjcw'n h] kuvmbalon ajlalavzon".

 Da Paolo l'apostolo, possiamo tornare al mondo greco-latino. Siamo partiti da Sofocle il quale già, almeno secondo G. Quadri (I tragici greci e l'estetica della giustizia, p. 128), interpreta la vita come lotta di liberazione dell'anima contro un elemento avverso, come luvsi" th'" yuch'".

La dicotomia sistematica anima/corpo, o se vogliamo idealisti/materialisti, o filistei o borghesi che dire si voglia , se consideriamo la saggezza silenica e la filosofia eleatica quali "umbriferi prefazi", possiamo collocarla in quel precristianesimo per filosofi che fu il platonismo.

Apilel 9

Avviciniamoci dunque al più grande discepolo di Socrate.

Egli nel Sofista (246)segnala una gigantomaciva...peri; th'" oujsiva", una battaglia di giganti sull'essere. I due eserciti sono schierati così:"OiJ me;n eij" gh'n ejx oujranou' kai; tou' ajoravtou pavnta e{lkousi tai'" cersi;n ajtecnw'" pevtra" kai; dru'" perilambavnonte". Tw'n ga;r toiouvtwn ejfaptovmenoi pavntwn diiscurivzontai tou'to ei\nai movnon o;;;;;{ parevcei prosbolh;n kai; ejpafh;n tina, taujto;n sw'ma kai; oujsivan oJrizovmenoi, tw'n de; a[llwn ei[ tiv" ti fhvsei mh; sw'ma e[con ei\nai, katafronou'nte" to; paravpan kai; oujde;n ejqevlonte" a[llo ajkouvein", gli uni dal cielo e dall'invisibile trascinano a terra tutto, acchiappando con le mani proprio come se fossero rocce o querce. E infatti attaccandosi a tutte le cose siffatte affermano che soltanto è, ciò che offre un contatto  e una presa manuale, e stabiliscono che l'essere e il corpo sono la stessa cosa, e  se qualcuno degli altri dirà che c'è qualche cosa senza corpo, lo disprezzano completamente  e non vogliono ascoltare nient'altro.

E gli avversari, chi sono? "oiJ pro;" aujtou;" ajmfisbhtou'nte" mavla eujlabw'" a[nwqen ejx ajoravtou poqe;n ajmuvnontai, nohta; a[tta kai; ajswvmata ei[dh biazovmenoi th;n ajlhqinh;n oujsivan ei\nai", quelli che nel dibattito si oppongono loro, molto cautamente si difendono attaccandosi a regioni superiori e all'invisibile e sostenendo con convinzione che il vero essere consiste in alcune forme pensabili e immagini incorporee.

Da queste definizioni si vede che i secondi sono più miti ("hJmerwvteroi"). I primi furono seminati nella terra e dalla terra sono sorti("spartoiv te kai; aujtocqovne"", 247), gli altri sono amici delle forme"tou;" tw'n eijdw'n fivlou"", 248).

Chi sono questi non miti giganti del materialismo? Secondo A. E. Taylor (Platone, p.597) il filosofo non allude agli atomisti ma al "crasso, ottuso materialismo dell'uomo medio".

 Noi potremmo aggiungere che il termine spartoiv contiene un riferimento, certo non casuale, al mito di Cadmo e, vogliamo credere, alle mostruosità dei Labdacidi empi. E i partigiani delle forme? Essi non sarebbero i socratici ( del resto tra loro ci sono grandi differenziazioni) poiché il maestro nel Fedone  e nella Repubblica  indica una partecipazione delle idee alle cose sensibili che pertanto hanno una realtà, sia pure parziale e secondaria. Saranno invece i dualisti estremi che considerano essere e divenire come scissi. Dovrebbe avere ragione Proclo, conclude Taylor, quando afferma che si tratta di certi sapienti pitagorici d'Italia. Sugli amici delle forme non aggiungiamo altro, del resto non sono loro l'oggetto di questa modestissima indagine; invece tra i materialisti vogliamo inserire, forse non del tutto arbitrariamente, l'eterno tiranno, a cominciare dal nostro Edipo nella fase dell'errore, per proseguire con il monarca raffigurato da Otane nella Storia di Erodoto  (III,80) come colui che"novmaiav te kinevei pavtria kai; bia'tai gunai'ka" kteivnei te ajkrivtou"", sovverte le patrie usanze, violenta le donne e manda a morte senza giudizio, quindi passare al  turanniko;" ajnh;r della Repubblica  platonica (573c). Costui è per natura, o diventa per le abitudini,"mequstikov"..ejrwtikov"..melagcolikov"", incline al bere, al sesso, alla depressione; è di animo sostanzialmente servile"oJ tw'/ o[nti tuvranno" tw/' o[nti dou'lo""(579e).

Questa  considerazione che sembra paradossale, magari dettata a Platone da un risentimento personale nei confronti dei despoti incontrati, è confermata da uno psicoanalista moderno: E. Fromm in Fuga dalla libertà (p.144) sostiene che" l'impotenza dà luogo all'impulso sadico a dominare; nella misura in cui l'individuo è capace, cioè in grado di realizzare le sue possibilità sulla base della libertà e dell'integrità del suo io, non ha bisogno di dominare e non prova alcuna brama di potere".

Platone giudica il tiranno anche " ejpiqumhtikov"", "appetitivo", dia; sfdrovthta tw'n te peri; th;n ejdwdh;n ejpiqumiw'n kai; povsin kai; ajfrodivsia kai; oJvsa a[lla touvtoi" ajkovlouqa, kai; filocrhvmaton dh;, o{ti dia; crhmavtwn mavlista ajpotelou'ntai aiJ toiau'tai ejpiqumivai", per la vemenza degli appetiti di cibo, bevande e sesso, e quante altre brame si accompagnano a queste, e (lo chiamiamo anche) amico delle ricchezze poiché soprattutto con le ricchezze si soddisfano tali appetiti(Repubblica , 580c).

Non poteva non unirsi a questa condanna la storiografia moralistica. Facciamo un solo esempio: quello di Sallustio. Nei primi capitoli della monografia su Catilina, lo scrittore cesariano dà il suo contributo all'anatema dell'"eterno filisteo", una categoria dello spirito, o, se si preferisce dell'antispirito, al pari dell'Eterno marito  che, a detta di Dostoevkij, "non può fare a meno delle corna, come il sole non può fare a meno di splendere"(p.357).

Scrive dunque Sallustio:"  Omnis homines, qui sese student praestare ceteris animalibus, summa ope niti decet, ne vitam silentio transeant veluti pecora, quae natura prona atque ventri oboedientia finxit ” (Bellum Catilinae, 1), a tutti gli uomini che desiderano stare sopra agli altri esseri viventi, si addice sforzarsi al massimo per non passare la vita senza rinomanza  come i bruti che la natura foggiò rivolti a terra e schiavi del ventre

  Quae homines arant,  navigant, aedificant, virtuti omnia parent. Sed multi mortales, dediti ventri atque somno, indocti incultique vitam sicuti peregrinantes transiere; quibus profecto contra naturam corpus voluptati, anima oneri fuit. Eorum ego vitam mortemque iuxta aestumo, quoniam de utraque siletur "  (B. C. 2). Quello che gli uomini fanno, arando, navigando, costruendo, dipende tutto dall' intelligenza. Ma molti mortali, dediti al ventre e al sonno, passano la vita, come viandanti, ignoranti e rozzi; a loro certamente, contro natura, il corpo serve per il piacere, l'anima è di peso. La  vita di costoro giudico pari alla morte, poiché dell'una e dell'altra si tace. Così non sia della nostra.

 

 Un locus particolarmente provocatorio nei confronti dell'attualità può essere l’esecrazione del denaro e degli uomini avidi di denaro[1].

L’ uomo privo di bisogni spirituali" può essere raffigurato dal pullus ad margaritam di Fedro, la bestia "potior cui multo est cibus"  o i porci del Vangelo ai quali non bisogna gettare le perle " neque mittatis margaritas vestras ante porcos, ne forte colcuncent eas pedibus suis et conversi dirumpant vos "[2], perché non accada che le calpestino con i piedi e rivolti contro di voi non vi sbranino.

 

Bologna primo novembre 2026 ore 10, 47 giovanni ghiselli

p. s.

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[1] Cfr. la mia Antigone, pp. 65, 73, 84.

[2] Matteo, 7, 6. Questo accostamento me lo ha suggerito il collega Giovanni Polara al convegno di Lamezia Terme (2004).


Un altro film guardabile e criticabile.


 

Ieri sera ho visto il film Zustissia di Francesco Piras. E’ la storia di un errore giudiziario costato 33 anni di carcere a un innocente condannato all’ergastolo. Non è un brutto film però non mi è piaciuto il riferimento troppo esplicito al caso di Garlasco con la parte non minima assegnata a un personaggio che interpreta il ruolo della procuratrice di Cagliari poi trasferita a Milano ed è chiaramente presentata come la procuratrice Nanni che si sta occupando della possibile revisione del processo a Stasi condannato a 16 anni. Sicuramente la Nanni non se ne curerà ma gli spettatori che come me seguono il caso Garlasco avranno assimilato il pastore Beniamino al bocconiano Stasi. Un’assimilazione che a me pare impropria per le diverse condizioni socio economiche dei due imputati. Può essere che anche Stasi sia stato condannato ingiustamente, non lo si può escludere, ma quello che non va bene è che quanti lo vogliono assolto pretendono l’incriminazione di Andrea Sempio sulla base di indizi molto meno solidi e fattuali di quelli che hanno portato alla condanna di Stasi dopo diversi gradi di giudizio fino alla Cassazione.

Il film comunque non è brutto. Mi è piaciuta la solidarietà della famiglia, compresa una sorella giovane assai carina e un cognato molto per bene, e l’aiuto del popolo sardo. Ottima la battuta della moglie e collega del bravo avvocato (l’attore Riondino) che a un certo punto teme di scapitarci nella nobile battaglia intrapresa per liberare Beniamino. L’ottima moglie incoraggia il marito dicendogli: “facciamo la cosa giusta!”

In questi ultimi mesi sono intervenuto diverse volte sul caso Garlasco. Credo di fare una cosa giusta cercando di difendere Sempio dalla valanga di accuse che gli vengono addossate e che non sono basate su fatti bensì su parole dette a sé stesso. Difendendo Sempio difendo la libertà di parola. Potrebbe essere colpevole ma non ci sono prove né solidi indizi.

Una curiosità: l’attore (Fabrizio Ferracane) che interpreta Beniamino quasi sessantenne dopo 30 anni di carcere vissuti con dolore e con dignità senza mai abiurare la propria innocenza ha lo stesso sguardo che aveva Enrico Berlinguer. Sangue sardo non mente. Mi piacciono i sardi tipici e ancora più le loro donne.

Bologna  primo novembre 2026 ore 9, 23 giovanni ghiselli

p. s

Sono arrivato a due settimane dal compiere 82 anni. Ho visto e fatto molte cose. Non temo la morte poiché ho sempre cercato di fare quello che ritenevo giusto. Il più delle volte non mi sono sbagliato. Ho educato molte persone. Seguiterò fino a quando Dio vorrà, ossia finché servirò alla santa Giustizia che molti calpestano con piedi sporchi di sangue e offendono con parole sacrileghe.

 

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