Medea nel teatro del filosofo stoico incarna, come Fedra, il furor che prevale sulla ratio in seguito al ripudio del lovgo" . Questo può dare coscienza del bene ma il furor costringe a seguire il male.
Il concetto è espresso chiaramente dalla Fedra di Seneca
che lo riprende dall'Ippolito di Euripide:"Quae memoras, scio/vera esse, nutrix; sed furor cogit sequi peiora. Vadit animus in praeceps sciens,/remeatque, frustra sana consilia adpetens" (vv. 178-181), so che quanto mi rammenti è vero, nutrice; ma il furore mi costringe a seguire il peggio. Il mio animo si avvia al precipizio e lo sa, poi torna a cercare invano sani propositi.
Sentiamo la Fedra dell'Ippolito di Euripide :"bisogna considerare questo:/il bene lo conosciamo e riconosciamo,/ma non lo costruiamo nella fatica (oujk ejkponou'men: il bene topicamente costa povno" , fatica), alcuni per infingardaggine (ajrgiva" u{po),/ alcuni anteponendogli qualche altro piacere./ E sono molti i piaceri della vita:/lunghe conversazioni, l'ozio, diletto cattivo, (scolhv, terpno;n kakovn) l'irrisolutezza..."(vv.379-385).
Anche la Medea di Euripide individua nel suo animo un conflitto tra la passione furente e i ragionamenti, quindi comprende che l'emotività, sebbene sia causa dei massimi mali, per gli uomini è più forte dei suoi propositi:" Kai; manqavnw me;n oi|a dra'n mevllw kakav,-qumo;" de; kreivsswn tw'n ejmw'n bouleumavtwn,-oJvsper megivstwn ai[tio" kakw'n brotoi'"" ( vv. 1078-1080), capisco quale abominio sto per compiere, ma più forte dei miei ragionamenti è la passione che è causa dei mali più grandi per i mortali", dice nel quinto episodio dopo avere preso la decisione folle di uccidere i figli.
Un'eco lontana di questa situazione si trova nelle Metamorfosi di Ovidio dove Medea cerca di contrastare, senza successo. la passione per Giasone " et luctata diu, postquam ratione furorem/ vincere non poterat, "Frustra, Medea, repugnas." (VII, vv. 10-11), e dopo avere combattuto a lungo, dacché non poteva vincere la follia amorosa con la ragione, disse "Invano ti opponi, Medea.".
Pochi versi dopo la Medea di Ovidio aggiunge:"sed trahit invitam nova vis, aliudque cupido,/mens aliud suadet: video meliora proboque/, deteriora sequor! quid in hospite, regia virgo,/ureris et thalamos alieni concipis orbis?" (VII, vv. 19-22), ma contro voglia mi trascina una forza mai sentita, altro consiglia il desiderio, altro la mente: vedo il meglio e l'approvo, seguo il peggio! Perché, ragazza figliola di re, ti infiammi per uno straniero, e desideri il talamo di un mondo estraneo?
Un'eco precisa dei vv. 20-21 si trova alla fine della Canzone XXI del Petrarca:"cerco del viver mio novo consiglio;/e veggio 'l meglio et al peggior m'appiglio" (Il Canzoniere CCLXIV, vv. 135-136).
Torniamo alla Fedra di Seneca:"Quid ratio possit? Vicit ac regnat furor,/potiensque tota mente dominatur Deus" (vv. 185-186), cosa potrebbe fare la ragione? Ha vinto e domina il furore, e sulla mente intera domina il Dio in tutta la sua potenza. Questo Dio è Amore, uno dei tanti aspetti assunti dal furor. Il furor di Fedra è talmente protervus che costringe la nutrice a cedere all'alumna accettando perfino che ella deturpi la propria reputazione:"si tam protervus incubat menti furor:/contemne famam" (vv. 269-270), se un furore così violento ti cova dentro, disprezza pure il tuo buon nome.
Il furor di Fedra contro Ippolito che l'ha respinta con sdegno è audace, deleterio e scellerato:"Quid sinat inausum feminae praeceps furor?/Nefanda iuveni crimina insonti parat" (vv. 824-825), che cosa può lasciare di intentato il furore scatenato di una donna? Prepara crimini nefandi contro il giovane incolpevole. La sfrenatezza del furor non impedisce a questa femina di architettare la frode con astuzia odissiaca:"En scelera! quaerit crine lacerato fidem,/decus omne turbat capitis, humectat genas;/instruitur omnis fraude feminea dolus" (vv. 826-828), ecco i crimini! cerca credito nella chioma lacerata, si scompiglia tutta la bellezza del capo, si bagna le gote; tutto l'inganno è costruito con frode di femmina.
La tragedia di Seneca gronda pessimismo nei confronti della storia e della società. Tale visione comporta il rifugiarsi e il chiudersi nel proprio spazio intimo.
T. S. Eliot trova delle analogie tra i personaggi di Seneca e quelli di Shakespeare precisamente in questo loro arroccarsi nella proprio individualità:"Nell'Inghilterra elisabettiana si hanno condizioni in apparenza affatto diverse da quelle di Roma imperiale. Ma era un'epoca di dissoluzione e di caos; e in tale epoca, qualsiasi attitudine emotiva che sembri dare all'uomo alcunché di stabile, anche se è soltanto l'attitudine di "io sono solo me stesso", è avidamente assunta. Ho appena bisogno di segnalare...quanto prontamente, in un'epoca come l'elisabettiana, l'attitudine senechiana dell'orgoglio, l'attitudine montaigniana dello scetticismo, e l'attitudine machiavellica del cinismo giunsero a una specie di fusione nell'individualismo elisabettiano. Questo individualismo, questo vizio d'orgoglio, fu, necessariamente, sfruttato molto a causa delle sue possibilità drammatiche...Antonio dice "Sono ancora Antonio [1]" e la Duchessa "Sono ancora Duchessa di Amalfi "[2]; avrebbe sia l'uno che l'altro detto questo se Medea non avesse detto Medea superest ?"[3].
La barbara di Euripide reagisce all'umiliazione subìta affermando con forza la propria identità attraverso l'assassinio, rivendicato nel finale in quanto strumento per fare soffrire Giasone:"sev ge phmaivnous' " (Euripide, Medea, v. 1398), volendo proprio addolorare te risponde all'ex marito che le ha domandato come ha potuto ammazzare i figli "fivltata" (1397) carissimi.
In letteratura c'è pure l'assassina (Lady Macbeth) o l'assassino (Raskolnikov di Delitto e castigo) che non si oppone all’insorgere della sua nuova identità di criminale.
Un caso diverso è la Medea del romanzo della Wolf: ella accetta l'identità scomoda che vogliono attribuirle senza diventare un'assassina.
:"Mi dissi, io sono Medea, la maga, se è questo che volete. La selvaggia, la straniera. Non mi vedrete umiliata"[4].
"L'eroe senecano si salva, può salvarsi non nella storia (come gli eroi enniani) , non per la storia (Enea), non fuori dalla storia (come i martiri cristiani) ma nonostante e spesso contro la storia"[5].
Come quelli delle tragedie di Manzoni si può aggiungere.
Sentiamo la Medea di Christa Wolf:" Non sono giovane, ma pur sempre selvaggia, lo dicono i corinzi, per loro una donna è selvaggia se fa di testa sua. Le donne dei corinzi mi sembrano animali addomesticati, resi con cura mansueti, e mi fissano come un'apparizione estranea…"[6].
Questa Medea non ha ucciso il fratello, né i figli, ma contro di lei è stata messa su una montatura perché ha ficcato il viso a fondo negli arcana del Palazzo, come succede anche oggi a tante persone non addomesticate:"Medea sarebbe stata accusata di aver ucciso suo fratello Apsirto in Colchide. Ciò avrebbe dato ad Acamante il pretesto per procedere contro di lei, se voleva, dato che non poteva utilizzare il suo vero crimine, l'essersi intromessa in un intimo segreto di Corinto. Noi due del resto, Presbo e io, non ci nascondemmo la nostra gioia maligna per il fatto che anche questa Corinto meravigliosa, ricca, così sicura di sé ed arrogante ha i suoi passaggi sotterranei con segreti profondamente celati"
Christa Wolg, Medea, p. 88. Parla Agameda della Colchide, un'ex allieva di Medea arrivata a odiarla. Acamante è l'astronomo del re di Corinto Creonte. Presbo è un altro Colco divenuto organizzatore dei giochi di Corinto. Sono entrambi amanti di Agameda.
La Medea della Wolf ha subito calunnie ordite da chi aveva il potere e voleva conservarlo. Apsirto venne fatto uccidere dal loro padre Eeta perché lo richiedeva una tradizione barbarica ineludibile. Medea, in uno degli undici monologhi di cui è composto il romanzo, racconta:" Quando corsi per il campo su cui le donne folli avevano sparpagliato le membra fatte a pezzi, quando corsi singhiozzando per quel campo nell'oscurità che calava e ti raccolsi, povero fratello scorticato, pezzo dopo pezzo, osso dopo osso, allora smisi di credere. Come potremmo mai ritornare su questa terra in nuova forma. Perché le membra di un uomo morto sparse sul campo dovrebbero rendere fertile questo campo" (Christa Wolg, Medea, p. 99).
Pesaro 14 settembre 2026 ore 9, 43 giovanni ghiselli.
p. s.
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[1] "I am Antony yet ", Antonio e Cleopatra (del 1606-1607) , III, 13.
[2]Da La duchessa di Amalfi (del 1614) , di J. Webster (1580-1625).
[3]Shakespeare e lo stoicismo di Seneca, in T. S. Eliot Opere , p. 800..
[4] C. Wolf, Medea , p. 183.
[5]G. G. Biondi, Introduzione a Medea Fedra , p. 58.
[6] C. Wolf, Medea, p. 20.
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