Il fr.2D è la parte dell'ode conservata dall'Anonimo trattato di estetica Sul sublime. del I secolo d. C. E' forse la poesia più nota di Saffo poiché è stata tradotta da Catullo nel carme 51. Comincio con il darne una traduzione mia:
" Quello mi sembra pari agli dei
essere l'uomo che davanti a te
sta seduto e da vicino ti ascolta
dolcemente parlare
e sorridere amabilmente, cosa che a me certo 5
sconvolge il cuore nel petto:
appena infatti ti guardo per un momento, allora non
è permesso più che io dica niente
ma la lingua mi rimane spezzata
ka;m glw'ssa m j e[age[1]
un fuoco sottile subito corre sotto la pelle
e con gli occhi non vedo nulla e mi
rombano le orecchie
e un sudore freddo mi cola addosso, e un tremore
mi prende tutta, e sono più verde
dell'erba- clwrotevra de; poiva~ e[mmi-, poco lontana dall'essere morta
appaio a me stessa
ma bisogna sopportare tutto poiché...". strofe saffiche
Qui finisce la citazione dell'Anonimo Sul Sublime il quale si chiede (10) dove stia la grandezza di Saffo e risponde:“Saffo prende le sofferenze che capitano nelle follie amorose dai fatti conseguenti e dalla verità stessa in ogni occasione. Dove mostra la sua capacità? Nel fatto che è straordinaria nello scegliere e collegare tra loro i vertici e gli aspetti di massima tensione”.
Quindi cita l'ode e ripete che il capolavoro è prodotto dalla scelta dei momenti più intensi e dal loro collegamento. “ h J lh'yi~ d j wJ~ e[fhn tw'n a[krwn kai; hJ eij~ taujto; sunaivresi~ ajpeirgavsato th;n ejxochvn”, la scelta, come dicevo, dei vertici e la loro concentrazione nel medesimo punto ha prodotto l’eccellenza”.
Anche Leopardi, quando tratta di bellezza nello Zibaldone (pp. 3443-3444), cita, in greco, i vv. 5-6 di questo carme , dopo avere riportato questi della Canzone XIV di Petrarca ( Rime , CXXVI, 53-55):
"Quante volte diss'io
allor pien di spavento/
"Costei per fermo nacque in paradiso!".
Quindi fa seguire un commento relativo a entrambi gli autori:" E' proprio dell'impressione che fa la bellezza...su quelli d'altro sesso che la veggono o l'ascoltano o l'avvicinano, lo spaventare, e questo si è quasi il principale e il più sensibile effetto ch'ella produce a prima giunta, o quello che più si distingue e si nota e risalta."
Dicevo che il carme 51 di Catullo traduce questi versi fino al 12, quindi abbandona il modello, forse per un altro, operando così una contaminatio .
Diamo anche la mia traduzione dell'ode catulliana:
"Quello mi sembra essere simile a un dio
quello, se non è una bestemmia, superare gli dei
l'uomo che sedendo di fronte continuamente ti
osserva e ti ascolta
mentre sorridi con dolcezza, il che a me infelice
porta via tutti i sensi: infatti appena ti
vedo, Lesbia, non mi rimane nemmeno
un filo di voce in bocca
Ma la lingua si paralizza (lingua sed torpet), sotto le membra sottile
scorre una fiamma, e per un suono loro
squillano le orecchie, gli occhi si coprono
di doppia notte.
Geminā teguntur/lumina nocte
Lo stare senza far niente ti fa male Catullo:
stando senza far niente ti esalti e ti sfreni troppo.
Lo stare senza far niente ha già mandato in rovina
re e città opulente ".
Catullo ha paura di bestemmiare (v.2) siccome il suo rapporto con la divinità non è amichevole e gratuito come quello di Saffo; il romano in genere sembra curarsi degli dei solo per averne favori: la prosperità terrena è il fine supremo della sua religione, e non c'è relazione disinteressata tra uomo e dio[2].
Aggiungerei che le parole della poetessa greca sono più concrete non solo perché, come scrive Pavese "il realismo, in arte, è greco"[3], ma anche perché nella donna l'amore mancato, o la gelosia qual è probabilmente in questo caso il motivo della pena, infligge maggiore sofferenza corporea; così l'amore appagato dà più gioia anche fisica al sesso femminile.
Lo rinfaccia Giove a Giunone nelle Metamorfosi di Ovidio:"maior vestra profecto est/quam quae contingit maribus..voluptas ", certo il vostro piacere è più grande di quello che tocca ai maschi (III, 320-321), opinione confermata da Tiresia, a carissimo prezzo ché la dea si adirò più del giusto con il profeta ("Venus huic erat utraque nota "(v.323) cui erano conosciute entrambe le sessualità, e gli tolse gli occhi.
Una dolorosa palpitazione cardiaca non per amore di una donna, ma del denaro, e per il terrore di perderlo, si trova nell'Aulularia di Plauto, denunciata dall'avaro Euclione:
"Continuo meum cor coepit artem facere ludǐcram
atque in pectus emicare "(626-627), subito il mio cuore ha cominciato a fare l'arte del ballerino e a saltare in petto.
Un altro frammento del quale diverrà debitore Catullo è il 117D che faceva parte di un epitalamio (canto nuziale):
"come il giacinto che nei monti i pastori
calpestano con i piedi, e a terra il fiore purpureo..". esametri dattilici
E' forse un'immagine della deflorazione della sposa da parte di un marito non fine e delicato come lei, probabilmente una ragazza educata da Saffo.
Catullo con il fiore reciso simboleggia la propria sensibilità violentata da Lesbia:"nec meum respectet, ut ante, amorem/qui illius culpa cecidit velut prati/ultimi flos , praetereunte postquam/tactus aratro est ", e non si volti a guardare, come prima, il mio amore, che per colpa di lei è caduto come il fiore del ciglio del prato, dopo che è stato reciso dall'aratro che passa oltre ( è l’ultima strofa saffica (vv. 21-24) del carme 11).
Esiste un altro luogo di Catullo con il fiore reciso (62, 39-47), e un'imitazione virgiliana di questo topos (Eneide , IX, 433-439) ma sia per ragioni di spazio, sia perché i versi mi piacciono meno, mi limito a segnalarli con i numeri.
Dello stesso epitalamio doveva fare parte il fr.116D:
"Come la mela dolce rosseggia in cima ad un ramo
alta, sul ramo più alto, se ne scordarono i raccoglitori di mele,/
no, non la dimenticarono certo, ma non poterono raggiungerla". Esametri dattilici.
E' un modo assai raffinato per significare ad una ragazza di già matura verginità che non è stata ancora colta soltanto a causa delle sue virtù e qualità troppo alte.
L' amore spesso è sconvolgimento: così viene evocato dal fr. 50D:"Eros mi ha squassato
l'anima, come vento che nel monte si abbatte sulle querce".
L'abbattersi di Eros è echeggiato da Sofocle nella prima strofe del terzo Stasimo dell'Antigone :
"Eros invincibile in battaglia781,
Eros che sulle ricchezze ti abbatti,
che nelle morbide guance
della fanciulla trascorri la notte,
vai e vieni tanto sul mare quanto
nelle agresti dimore:
e degli immortali nessuno ti sfugge
né degli uomini effimeri;
ma chi ti trattiene è impazzito (oJ d j e[cwn mevmhnen)790.
Le due principali filosofie ellenistiche, l'epicureismo e lo stoicismo, che raccomandano l'imperturbabilità, sconsiglieranno eros[4].
Il fr. 40-41D. sembra identificare l'amore con la volontà educativa:
"Io ero innamorata di te, Attide, tanto tempo fa
mi apparivi un'adolescente piccola e senza grazia". Pentametri eolici o saffici
L’amore di Swann della Ricerca di Proust finisce con questa esclamazione del raffinato protagonista:"E dire che ho perduto tanti anni della mia vita, che ho voluto morire, che ho avuto il mio più grande amore, per una donna che non mi piaceva, che non era il mio tipo!" (La strada di Swann, p. 403).
Questo succede in quanto per noi esseri umani ogni atto è, prima di tutto, mentale, compresi gli impulsi e le spinte della passione, e i confini dell'anima, come dice Eraclito (51 D.), non potresti trovarli anche se, andando, percorri ogni strada: così profonda è la sua ragione.
Da un altro frammento di Saffo (il 137D.) sappiamo che l'allieva non ha serbato riconoscenza per la maestra: perciò ricompare l'immagine di Eros come tormento:
" Eros che strugge le membra (oj lusimevlh~) di nuovo mi agita,
dolceamara (glukuvpikron) invincibile belva.
Attide, ti è passata la voglia di pensare
a me, e ora voli da Andromeda".
L'epiteto struggimembra si trova già in Esiodo (Teogonia , 121) che del resto chiama Eros "il più bello tra gli dèi immortali"(120), quindi appare, come si ricorderà, nel fr.118 di Archiloco.
L'amore dolceamaro trova un'eco nel carme 68 di Catullo (vv. 17-18):"non est dea nescia nostri,/quae dulcem curis miscet amaritiem ", non mi ignora la dea (Venere) che agli affanni mescola dolce amarezza. L'ossimoro è divenuto un luogo comune della letteratura: si può ricordare il dulcium/mater saeva Cupidinum , madre crudele di dolci amori di Orazio (Odi , IV, 1, 4-5) e la "dolcezza amara" di Giuseppe Giusti (Sant'Ambrogio , 65).
Il fr. 58 D. rimprovera a una donna insensibile[5] e incolta, forse un'allieva che ha abbandonato il tiaso, la sua rozzezza destinata a procurarle la mortalità piena e sicura:
"morta tu giacerai, né un ricordo di te
ci sarà mai più nel futuro: infatti non partecipi delle rose
della Pieria, ma sconosciuta anche nella casa di Ades
ti aggirerai (foitavsh/~)[6], una volta volata via di qua, tra i cadaveri oscuri". Asclepiadei maggiori.
La Pieria è una regione della Macedonia considerata sede delle Muse; dunque il motivo è quello dell'arte come eternatrice, un tema che si ripresenterà in tanti scrittori greci, latini e moderni
Possiamo ricordare un’espressione di Sallustio per ondicare gli estranei alla spiritualità "pecora quae natura prona atque ventri oboedentia finxit ", i bruti che la natura foggiò chini a terra e al servizio del ventre (De coniuratione Catilinae , 1).
Tra i moderni, trovo interessante quanto scrive Scopenhauer a proposito di chi si esprime in modo trascurato:"quegli straccioni, attesi dal becchino per seppellire non soltanto il loro corpo ma anche il loro spirito per l'eternità"[7].
Cfr., vicevera, il "non omnis moriar ", non tutto io morirò, di Orazio (Odi , III, 30, 6).
Il fr. 61D. rimprovera un'allieva, forse sempre Attis, di provare attrazione per una persona rozza:
" Affascina la tua mente quale tanghera
che indossa una veste da tanghera
e non è capace di sollevare gli stracci sopra le caviglie?"
oujk ejpistamevna ta; bravke j e[lkhn eipi; tw;n sfuvrwn ;
I primi due versi sono di metrum incertum, il terzo è un asclepiadeo maggiore.
Lo stile eletto dunque è per Saffo il valore fondamentale, e senza questa base non può esserci bellezza né gioia, anzi c'è l'abisso dell'insignificanza. Aristocratica è la classe di provenienza di Saffo, aristocratica l'educazione impartita alle allieve, ma niente è nobile quanto la natura, la quale è più aristocratica di qualsiasi società feudale basata sulle caste.
E alla natura come guida, come ispiratrice poetica, siccome ricca di bellezza, indirizza la sua attenzione la poetessa di Lesbo. Vediamo il frammento 127D.:
"A chi, caro sposo, posso paragonarti bene?
A un giovane ramo flessibile ti paragono benissimo".
Il complimento assomiglia a quello rivolto da Ulisse a Nausicaa nel VI dell'Odissea (vv.160-163) :"Non ancora infatti una tale creatura ho mai visto con gli occhi,/né uomo né donna: venerazione mi prende mentre ti guardo./Invero una volta a Delo presso l'altare di Apollo/vidi salire al cielo un nuovo virgulto di palma (foivniko~ nevon e[rno~ ajnercovmenon ejnovhsa).
Anche qui la naturalezza e la sacralità sono congiunte in un connubio che il mondo moderno troppo spesso dimentica[8].
Un altro paragone efficace è questo di un autore moderno:"Non feci che sognare a occhi aperti per tutta la mattina, rievocando le morbide curve di Bea e quella sua fragranza di dolce appena sfornato".( C. R. Zafròn, L'ombra del vento, p. 277)
La natura in Saffo è sempre portatrice di luminosa bellezza.
Vediamo un paio di notturni. Fr. 94D:
"E' tramontata la luna
e le Pleiadi; è a metà
la notte, trascorre la giovinezza
e io dormo sola (e[gw de, movna kateuvdw)"[9].
Fr. 4D."Le stelle intorno alla bella luna
nascondono di nuovo l'immagine lucente,
quando, piena, splende al massimo
su tutta la terra
...e si inargenta"[10]. Strofe saffica
Admeto dopo il funerale di Alcesti lamenta il fatto che i vestiti a lutto con mevlane~ stolmoiv lo accomagnano a casa levktrwn koivta~ ej~ ejrhvmou~ (v. 925), a giacigli di letti vuoti.
Ed ecco la natura colorita di fiori, quale consolatrice per un distacco (fr.96D):
"Vorrei davvero essere morta.
Ella mi lasciava, piangendo
molto e questo mi disse:
"ahimé come terribilmente soffriamo,
Saffo, certo contro voglia ti lascio.
Io allora le rispondevo con queste parole:
"vai, sii felice e ricordati
di me: sai infatti quanto mi prendevo cura di te.
Se no, io voglio
ricordarti
di quante cose belle e delicate abbiamo gioito:
infatti vicina a me ti cingesti
il capo con molte corone
di viole, di rose[11]
e di crochi insieme,
e molti serti intrecciati fatti di fiori
ponesti intorno
al collo delicato
e tutto il corpo ungesti
con unguento regale..".
Questo frammento è molto mutilo ma ho cercato di renderlo comprensibile poiché mi sembra significativo di quel sentimento aristocratico che abbiamo notato cominciando a trattare la poetessa di Lesbo, quello della riconoscenza: una nobile gratitudine che Saffo manifesta alla vita intera e ad ogni suo aspetto bello, pur nel momento in cui questi vengono meno. Un sentimento che i giovani dovrebbero imparare subito poiché gran parte della loro infelicità deriva dalla presunzione che tutto gli sia dovuto. Nella poesia di Saffo le persone che si sono amate, si incontrano nel comune ricordo senza che una abbia obblighi verso l'altra.
Così Nausicaa congeda Odisseo:" Ospite, sii felice, e tornato alla terra dei padri/ricordati di me, perché io per prima ti ho salvato la vita"(Odissea , VIII, 461-462); e l'uomo risponde:"anche là, come una dea ti voglio pregare/sempre, ogni giorno, poiché tu mi hai salvato la vita, ragazza"(467-468). Ottimo il commento di Nietzsche a questo proposito:"Bisogna prendere congedo dalla vita come Odisseo da Nausicaa: benedicendola più che restandone innamorati"[12].. Così noi prendiamo congedo da Saffo.
Pesaro 26 settembre 2026 ore 10, 22 giovanni ghiselli
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[1] Cfr. Miles gloriosus di Plauto l’ancilla paraninfa dice al Miles:"dum te obtuetur, interim linguam oculi praeciderunt" (v. 1271), mentre Acroteleuzia ti guardava nel frattempo gli occhi le hanno tagliato la lingua.
[2]Per quanto riguarda Catullo in particolare, possiamo ricordare il carme 76 (v. 26) dove il poeta in cambio della sua pietas e della sua fides chiede la salute(v.26) :"O di, reddite mi hoc pro pietate mea ", o dei datemi questo in cambio della mia devozione.
[3] Il mestiere di vivere , 29 settembre 1946
[4]A questo proposito si può leggere, in Lucrezio, l'ultima parte (vv.1063 e sgg.) del IV libro del De rerum natura che costituisce un vero trattato contro l'amore e contro le donne. Famosi sono i due versi:"nequiquam, quoniam medio de fonte leporum/surgit amari aliquid quod in ipsis floribus angat "(vv.1133-1134), invano poiché dal centro della sorgente dei piaceri sorge qualche cosa di amaro che tra gli stessi fiori dà l'angoscia.
[5] Questo frammento di Saffo può fare venire in mente il De Profundis di O. Wilde, l'epistola "in carcere et vinculis " con la quale il maestro amante rinfaccia al ragazzo la sua ingratitudine dovuta a una "tragica mancanza d'immaginazione" (p. 670).
[6] Congiuntivo aoristo di foitavw. il verbo è lo stesso di Odissea , XI, 539:" se ne andava a grandi passi per il prato asfodelo". Si tratta di Achille
[7] Parerga e Paralipomena , II, p. 744).
[8]Potremmo assimilare questi testi al Cantico dei Cantici attribuito a Salomone. Lo sposo dice alla sposa:"Come sei bella! Gli occhi tuoi sono colombe, dietro il tuo velo. Le tue chiome come un gregge di capre...i tuoi denti come un gregge di pecore tosate..come un nastro di porpora le tue labbra..come spicchio di melagrana la tua gota..i tuoi seni sono come due cerbiatti..che pascolano fra i gigli".
[9] Orazio (in Sat . I, 5, 82-83) utilizzerà, in un contesto ironico, il luogo saffico:"hic ego mendacem stultissimus usque puellam/ad mediam noctem expecto ", qui io sono tanto stupido da aspettare fino a mezzanotte una ragazza bugiarda.
[10]Un rapporto così forte e umano con la natura è riscontrabile, tra i moderni, oltre che in Leopardi, in D'Annunzio dal quale (La sera fiesolana , 5- 6:" su l'alta scala che s'annera/contro il fusto che s'inargenta") , non per caso, traducendo abbiamo preso l'ultimo verbo, e in Hermann Hesse che in Peter Camezind (p.12) scrive:"Le montagne, il lago, le tempeste e il sole erano i miei educatori e amici, che per molto tempo mi furono più cari e noti degli uomini e del loro destino".
[11]il nesso rose-viole si trova pure, forse non per caso, nel mazzolino interstagionale de Il sabato del villaggio (v. 4:"un mazzolin di rose e di viole" appunto, ) di Leopardi.
[12] Di là dal bene e dal male, p.88
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