La storia di Siracusa, una colonia di
origine corinzia, dal 733 a.C. al 212 a.C., anno in cui il console Marcello
espugna Siracusa per poi annetterla a Roma; è storia di una costante
oscillazione fra tirannide e democrazia, nondimeno di quella di Atene e
Roma lungo gli stessi secoli suddetti. Se il concetto democrazia ha
subito non poche variazioni dall’età di Pericle a oggi, anche lo è stato per
quello di tirannide, onde la loro polarizzazione nella Storia politica
dell’occidente. E da quest’ultima forma di governo occorre partire anche al
fine di delimitare lo speculare principio di democrazia.
Cominciamo dunque da lato storico generale. Il VII, il VI e il V secolo - secondo le fonti più accreditate (Diodoro Siculo, Erodoto e Tucidide) - registrano un vocabolo locale di origine asiatica che gli Elleni preistorici hanno in comune coll’etrusco Turan e con l’africano Iuturna, che significa non a caso Signore. Proprio nel VII secolo, Turrannos appare un termine politico analogo a quello di Signore, dal Peloponneso all’Asia Minore, fino alla Sicilia e all’Italia Meridionale. Ma l’origine ionica è indubbia, stante la radice acquisita dalle popolazioni doriche ivi stanziate. Erodoto però va oltre nella qualificazione politica della gente ionica che procedette alla colonizzazione (per es. i Corinti ionici fondano nel 733 a.C. Siracusa) scontrandosi coi latifondisti Dori che avevano già invaso larghe parti della futura Magna Grecia e della Sicilia. Onde la conclusione del primo grande storico antico dell’800, Karl Julius Beloch, secondo cui è la plebe urbana ex contadina a conferire a un singolo soggetto - appunto il tiranno - i pieni poteri nella Città, centro aggregativo sociale ed economico voluto proprio dai Coloni, contro l’aristocrazia fino ad allora tenutaria dei Templi e delle Sedi governative, cioè le famiglie più ricche e potenti, proprietari dei servi nativi non ellenici assoggettati nel secolo precedente.
Proprio il secolo ottavo è quello delle Città/Stato, dove l’artigianato e il commercio, legato alla dominazione del mare, contempla la nascita della piccola e media borghesia. È il momento della conquista del potere politico da parte di agguerriti ceti professionali che cercano di acquisire potere per subentrare nella guida da cui era stata esclusa, come avverrà in Francia nel XVIII secolo d.C. e che produrrà un tiranno che li potesse rappresentare, cioè quel signore, che anche ritroveremo in Italia nel XV secolo, come nel caso di Lorenzo il Magnifico, oppure nell’Inghilterra dei Tudor col Lord Protettore Cromwell. Certamente, Tucidide ebbe ben chiara la dinamica predetta e che resta il sottofondo economico del concetto di democrazia che illustrerà nel famoso passo della Guerra del Peloponneso attribuito a Pericle. È il governo del popolo, imputato alla singola persona, un rappresentante del ceto artigianale e commerciale che guerra dopo guerra – per mare o per terra non importa – si sviluppa a Siracusa e ad Atene, per esempio, fin dal VI secolo, effetto di un rapido incremento patrimoniale della città. Peraltro, l’Aristocrazia terriera, giuridicamente inquadrabile nella forma di governo oligarchica - cioè di pochi - è stremata sia dalle guerre con le città vicine, sia con la classe commerciale che vuole il governo per sé. La domanda di un mediatore che trovi una organizzazione sociale non violenta di coesistenza pacifica - specie se tra nativi e immigrati - diventa essenziale, dopo la naturale conflittualità iniziale, è invocata dalle due parti.
L’assegnazione di terre ai partigiani dell’una e dell’altra parte è l’elemento classico delle prime Costituzioni. Il ceto commerciale deve fare i conti coi Militari locali spesso di parte opposta e dunque la preferenza del Signore è per i Mercenari. I Lavori Pubblici impongono però un regime fiscale, proporzionale o progressivo? Una scelta dell’uno o dell’altro regime è proprio di un governo oligarchico o di un governo democratico. Infatti Dionisio I di Siracusa impone un tributo del 10 % sul patrimonio dei grandi proprietari, mentre ad Atene Pisistrato lo ribassa al 5% in modo proporzionale, od altri si limitano a un prelievo fiscale fisso. Fra il VII e il V secolo si vedrà allora un alternarsi di tiranni che assumeranno il potere per provvedere al popolo delle Città, dotate di mezzi finanziari sia per il tempo di pace, favorendo alcuni privilegi della classe oligarchica e soprattutto affidando il Potere a interposte persone che mantenessero formalmente la forma di Stato repubblicano, rimanendo dietro le quinte a governare la crescita della classe mercantile cui in origine essi appartenevano.
È il V secolo però il momento di una ulteriore svolta: se nel secolo precedente il tiranno è un soggetto tollerato anche dal popolo perché l’economia è in crescita (si pensi all’Atene di Pericle); quando però la classe dei collaboratori del tiranno rompe ogni limite di convivenza con i nobili, allora nasce la concezione Autoritaria e il governo cade nelle mani di un’oligarchia non più fondiaria, ma mercantile e industriale. Il popolo dei commercianti e degli artigiani perde il suo ruolo partecipativo e si riduce al rango deteriore dello schiavo e del nullatenente. Il fenomeno si rileva al momento della morte del tiranno. Chi lo sostituirà? Il parente? Oppure il Generale? O forse l’intera classe di collaboratori? E i nobili che avevano accettato la mediazione del tiranno non vorranno in quel momento di trapasso riprendere il potere? Rostovzev, storico russo, di chiara formazione marxista, riapre la questione della successione esaminando il caso emblematico di Ippia, figlia di Pisistrato, tiranno di Atene, dal 528 al 527 e dal 511 al 510 a.C. come Lorenzo a Firenze, successore di Cosimo dei Medici, accentra il potere ad Atene dietro le quinte delle forme repubblicane di Solone. Ma per interessi della sola classe mercantile, guerreggiò contro i Beoti e forse partecipa alla morte violenta dal fratello Ipparco, cui il padre aveva dato pari diritti di successione. Inoltre durante la prima guerra con Sparta, pur di conservare il governo da lui imposto, tentò forme di intelligenza con la Persia per impedire la vittoria di Sparta, corsa in aiuto della fazione oligarchica di Atene, estromessa da Ippia alla guida del governo (510/511 a.C.).
Come si può leggere da Erodoto, durante la prima guerra persiana, Ippia non mancò di complottare con costoro pur di rientrare da tiranno ad Atene. Anzi lo stesso Erodoto ci dice che il generale Milziade aveva deciso di attaccare subito i Persiani a Maratona avendo paura che un’attesa prolungata contri i Persiani di Dario potesse provocare una rivolta degli amici di Ippia ad Atene e un eventuale ammutinamento dell’esercito al fronte. La vittoria greca in quella famosa battaglia, lo allontanò definitivamente dalla Patria. Nacque così fra gli storici successivi - per esempio Tucidide - una profonda avversione alla figura del tiranno e perfino divenne legge costituzionale il c. d. Ostracismo, la procedura obbligatoria di esilio per chi osasse diventare di nuovo tiranno, divenendo nel V secolo sinonimo di usurpatore del governo, ovvero di Despota personalista, Capo di una classe autoritaria, che imponeva il governo di pochi contro la maggioranza dei cittadini.
Sarà il V secolo a.C. l’epoca in cui a poco a poco il significato continuò a modificarsi, rimanendo soltanto nella filosofia presocratica un mero ricordo della figura neutrale del tiranno, assumendo fra i sofisti una posizione giustificativa della funzione sempre più vicina al mero potere individuale. Invero, già dal IV secolo appaiono episodi di tiranni siciliani anticipatori dei dittatori ellenistici da Alessandro Magno in poi. E fu l’età di garantire la sicurezza della Città/Stato da Nazioni straniere - per esempio, Siracusa dai Cartaginesi - o da altre Città/Stato vicine e rivali. Altro esempio è Gela spesso in conflitto con Siracusa. Nel IV secolo poi osserviamo la derivazione del potere in capo a generali di compagnie di ventura, che occupano con violenza od inganno la città che li ha precettati, come a Siracusa avverrà con Gelone, Ierone e Dionisio. Gestione del potere che assumerà forme leggendarie, non lontano dal dispotismo persiano, un regime antidemocratico di natura arbitraria e crudele che lo stesso Erodoto attribuirà alla tirannide.
Proprio Questi nel libro III, paragrafo 80-82 delle sue Storie, si sofferma su un dialogo pedagogico fra tre saggi persiani. Alla successione del re Cambise: uno tifa per il governo dei molti (democrazia), un altro per quello di pochi (aristocrazia) e il terzo per quello di uno solo (monarchia). Erodoto, in merito al governo del popolo afferma che è giusto tirare a sorte chi esercita le cariche pubbliche, che è molto efficace, come ogni magistrato è tenuto a giustificare l’azione di potere; soprattutto che le decisioni vadano votate dal popolo a maggioranza. Al contrario, il fautore del governo oligarchico giudica ottusa e inetta la massa. Anzi è questa proprio la via che genera la tirannia perché è il frutto delle paure della massa scomposta. Questa è paragonata a una tempesta che non guarda a nessuno. Il partito democratico genera la voglia dell’uomo solo al comando
… Noi oligarchi, invece siamo i migliori e i più intelligenti. Onde la Patria troverà l’equilibrio perduto dei molti e risulterà immune dai rischi dell’uomo solo… Ma il terzo campione della presunta migliore forma di governo, ha buon gioco dei primi due, affermando che se la democrazia è un fiume scomposto in piena; tuttavia l’oligarchia è madre dei conflitti personali perché ognuno dei pochi crede di avere ragione e dunque propende al delitto dell’avversario. Così anche qui si arriva alla Monarchia, guadagnata però con corruzione e delitto. Che valgono allora le prime due rispetto al governo dell’Uomo solo? La sua attività politica dovrebbe essere irreprensibile. Poiché è solo nel mantenere i segreti necessari per il governo, rapidamente otterrebbe il bene pubblico senza i limiti che impaccerebbero il suo governo.
Da questa rapida esposizione emerge una sorta di realtà obbligatoriamente orientata verso la monarchia, ovvero di ritorno a essa dopo un certo periodo di gestione delle altre due. Un circolo vizioso e virtuoso a un tempo, cui sembra sottostare il monarca, che è esposto al rischio del dispotismo. L’aristocrazia può cadere nella oligarchia corrotta. Ancora: la democrazia può diventare olocrazia, cioè un governo di massa guidato da ignoranti e da incompetenti. E che questa sia stato il variegato percorso sociologico e storico verso la tirannide nei paesi della Magna Grecia e di Siracusa fra il V secolo e gli inizi del III secolo a.C.; emerge dalla breve analisi che verrà, lungo la lunga teoria di tiranni che esporremo. Iniziamo da Gelone di Siracusa, (485-478) a.C., una città/stato che sarà il modello estensibile alle altre della Sicilia. Gelone era di famiglia illustre, già fondatrice di Gela e portatrice dei Sacri misteri degli Dei degli inferi venerati a Rodi, terra di origine dei coloni. Era un militare, capo della guardia del corpo del tiranno Ippocrate, capo della fazione democratica che nel 504 a.C. aveva rovesciato Cleandro, già tiranno e duce dei nobili agrari fondatori di Gela nel 688 a.C. È qui evidente lo scontro di classi di cui si disse, vale a dire fra agrari e piccoli borghesi, frutto delle due ondate emigratorie fra il VII e il VI secolo.
Erodoto ne dà il cursus honorum: rampollo aristocratico, poi generale del primo tiranno Ippocrate; qui ancora un signore neutrale, ma rivolto a detronizzare il potere aristocratico. Gelone conquista buona parte della Sicilia Orientale al comando della cavalleria a fianco di Ippocrate. Nella lotta contro i nativi siculi vince a Eloro (492 a.C.) le ultime resistenze siracusane, ma nel successivo scontro a Ibla (491 a.C.) Ipparco morirà e Tucidide ci dice che - come avverrà per Marcantonio dopo la morte di Cesare - Gelone prima difende la successione dei figli di Ipparco - fase della tirannide di stile tradizionale monarchico - e poi appoggerà i democratici di Gela nel respingere la loro successione e quindi avanzerà con successo la sua candidatura a tiranno. La politica interna di Gelone a Gela è di stampo sovversiva degli ordinamenti repubblicani e di accentramento del potere, anche con matrimoni personali e familiari che tendono a mediare il conflitto con gli aristocratici, ma inaugura anche una politica agraria che lo vede favorire la domanda di grano e che già Roma gli chiede per contenere la loro carestia del 491 a.C.
Intanto, ottenuta l’alleanza di non pochi agrari locali, sposata Damarete - figlia del tiranno di Akragas ora è alleata con Siracusa contro i Cartaginesi. Occupata Camarina e cacciati non pochi mercenari di parte ai figli di Ippocrate; Gelone organizza le forze di resistenza agli attacchi Cartaginesi e li batte a Imera (480 a. c). Anche se Camarina, in mano ai mercenari predetti, gli resiste e di fronte agli attacchi da Messina di filocartaginesi, prudentemente si attesta a Siracusa, divenuta la seconda città su cui esercitare la sua tirannia. Qui, emerge l’abilità di Gelone in politica estera. Invero, come Plutarco narra, la cessione di grano gratuita ai Romani, cela una notevole apertura alla politica internazionale perché l’alleanza con la Roma repubblicana è indice di aumentare l’influenza della Città, rompendo l’altra grande alleanza fra Cartagine e gli Etruschi per il possesso dell’Italia Meridionale. Due blocchi contrapposti nella Magna Grecia che nulla ha di diverso nella sostanza alle contrapposizioni europee dopo la guerra dei 30 anni nel XVII secolo d.C. Del resto la sua citata abilità internazionale gli deriva dal sapere piazzare la fonte alimentare del grano che era riuscito a impiantare nella pianura di Gela, la cui ampia portata renderà dal 509 a.C. la Sicilia il granaio di Roma (vd. Plutarco, Moralia, 404). La citata pericolosa alleanza che quasi circondava Gela, spinse Gelone a entrare a Siracusa, già preziosamente acquisita attraverso la comune alleanza con Jerone tiranno di Akragas. Ora Gelone è il Mediatore, lungi dall’essere un tiranno-despota Infatti, a dire di Aristotele (Politica - 1302 b, 31-2) la Costituzione che Siracusa si era data, sul modello di Corinto da cui era stata fondata nel 733 a.C., ribadiva lo scontro tradizionale fra Agrari e Artigiani. Il Demos di Siracusa lo accetta, gli agrari lo frantumano. Certo è che il grano di Gela paga. E poi i vecchi agrari di Gela vengono attirati nella città di Aretusa. Anzi, la distruzione di Camerina, a Sud, antica nemica di Siracusa, mostra un ulteriore profilo del genio - non poco malefico - di Gelone, analogo alla politica immigratoria di Federico II rispetto agli arabi siciliani: vale dire, la deportazione di schiavi da Camarina a Siracusa proprio assieme ai vecchi agrari a lui favorevoli. Un miscelaggio di classi dirigenti e di bassa forza delle campagne per equilibrare il Demos siracusano all’inizio della sua dittatura. Il tutto però raffreddato da una intelligente e misurata distribuzione delle terre che impedì in prima battuta uno scontro sociale.
Siracusa appare rifondata, la pace sociale è raggiunta, perché la presenza di fondi agricoli dati ai Mercenari di Camarina conserva a lui e famiglia un periodo di governo per più di un terzo della Sicilia (485 al 478 a.C.). Il già citato Plutarco ci narra nei suoi Moralia, la mitezza per la giustizia del suo governo. Erodoto segnala il sincronismo (peraltro falso perché la battaglia di Imera è del luglio del 480, mentre quella di Salamina è del 23 settembre secondo Diodoro Siculo) fra la battaglia di Salamina e quella di Imera, la vittoria parallela contro il nemico asiatico comune - Persia e Cartagine - sembra fare il paio fra la contemporanea sconfitta nazista a Stalingrado e la vittoria americana contro i giapponesi alle Midway (1942). Il mito di un dittatore equilibrato e innovatore in politica estera - cui Federico di Prussia si ispirò - cede però ai dubbi sulle Deportazioni (vd. Erodoto, VII, 155-156; Tucidide, VI, 4-5). Come si disse, la successione di Gelone fu del fratello Jerone I, che governerà per quasi il successivo decennio (478-467 a.C.), anche egli doppio tiranno di Gela e Siracusa. Come ogni despota di ampio territorio - a Est fino a Imera (Termini Imerese); a Sud, fino a Camarina (Ragusa) e a Nord fino a Naxos (Taormina) - alla sua corte poetarono Eschilo, Pindaro, Simonide e Bacchilide. Merita qui appunto fare cenno proprio a un’Operetta Morale e politica di Senofonte, forse uno dei tanti intellettuali che Gerone prediligeva accogliere.
Ci riferiamo cioè al dialogo fra Gerone e il poeta citato Simonide, ambientato alla corte nel 476 a.C., quando a 80 anni il poeta venne chiamato dal tiranno, di cui volle proclamare la celebre vittoria olimpica dello stesso anno. Benché Temistocle lo avesse attaccato in quel consesso per aver negato aiuto alla madre patria durante le guerre persiane; la grande vittoria alla corsa dei cavalli lo rese famoso, tanto da meritare un a menzione alla base dal tempio di Apollo a Delfi. Il saggio è l’occasione per Senofonte per far vedere un tiranno melanconico, un uomo qualunque scaricato al grado di Principe, aggravato da responsabilità disumane e con convinzioni familiari perdute, specialmente di fronte al grande fratello Gelone. Simonide – alias Senofonte – lo conforta, perché il Monarca - l’uomo solo al comando - può ritrovare la felicità perduta a patto di perseguire il bene dello Stato e dei cittadini. Era la soluzione etica che già Erodoto aveva opposto alla presunta deriva della monarchia in tirannia, depurato da forme maliziose che spesso porteranno alla decadenza di tale governo, come era avvenuto per la monarchia persiana dopo Ciro con Artaserse. E il rischio lo aveva corso anche il Gerone storico. Dopo aver combattuto a Imera, divenne alla morte del fratello il nuovo tiranno. Rotto il dialogo col terzo fratello che aspirava pure alla successione e che fuggì a Akragas per convincere il genero Terone a combattere Gerone; fu proprio il poeta Simonide a riappacificare i fratelli (476 a.C.) e poi fu lui a fondare Catania. Inoltre, si interessò all’Italia meridionale e insieme a Roma e Cuma abbatté lo strapotere marittimo etrusco, riportando nelle acque di Cuma una grande vittoria navale che Pindaro non mancò di celebrare (473 a.C.).
In fondo, non è mancato chi ha visto in Jerone I un maestro di propaganda politica. La vasta risonanza delle sue vittorie olimpiche e l‘autoconsiderazione per il suo ruolo, lo avvicinano Nerone e al nostro Mussolini nella Settimana sul Garda prima della tragica morte. L’ultima fatica politica e militare fu la guerra col cognato Trasideo di Akragas, che venne sconfitto, anche se il vecchio Jerone ne perdette il comando, passando la città al regime repubblicano e democratico. Fino al 467, anno della morte, ne rispettò l’indipendenza e la forma di governo. Un governo moderato pur se autoritario lo contraddistinse soprattutto per il rispetto delle libertà politiche. Ma dopo di lui sarà il diluvio. Infatti, dopo una brevissima parentesi repubblicana, gli seguì al potere dal 477 al 466 il minore fratello Trasibulo. Questi governò per un anno acclarando una notevole trasformazione del suo potere, riconosciuto peraltro di carattere violento e sanguinoso. Peraltro era subentrato illegalmente al fratello: dopo averlo frodato sul letto di morte - caratteristica della deriva indipendentista dei Satrapi orientali cui ormai era destinata la casta dei monarchi greci, colà pervenuta dopo l’esperienza di Alessandro Magno e dei regni ellenistici successivi - a poco a poco fu odiato sia dal popolo gelese che da quello siracusano. Infatti - unico o quasi fra i tiranni - fin dal 465 a.C. riuscì a far coalizzare contro di lui sia Akragas, Himera e Selinunte, città federate a Siracusa, sia i nativi siculi che si erano assoggettati alla città di Aretusa da mercenari.
Plutarco - nel De Pythiae oraculis, par. 19 - ne descrive il governo oppressivo che porterà a una repubblica oligarchica e all’esilio a Locri, dove morì nel 466 a.C. Inoltre, la debolezza di quelle iniziali monarchie militari siciliane era nata con la morte di Terone (472), successore di Falaride, che un secolo prima aveva dato mostra di crudeltà così ampia da essere defenestrato dal citato Ippocrate. Seguì la famiglia dei Dinomenidi fra Akragas, Gela e Siracusa come si è premesso. Da quella stirpe di monarchi germinarono Trasideo e appunto Trasibulo, ormai intesi come tiranni moderni, cioè violenti, corrotti e guerrafondai. Di qui, le rivolte popolari che hanno per protagonisti ora alleati democratici e liberti che allargarono la platea elettiva repubblicana. Seguì poi una seconda fase di mero Populismo. Non solo vennero espulsi gli ultimi seguaci dei Dinomenidi, malgrado fossero passati dallo status di mercenari a quello di proprietari con diritto di cittadinanza; ma anche venne istituita una Procura Penale espulsiva mutuata dall’Ostracismo ateniese, per contenere la possibilità di nuove tirannie personalistiche. In particolare, la scheda di voto per l’espulsione consisteva in una foglia di ulivo, dove iscrivere chi minacciasse le istituzioni repubblicane. La pena era dell’esilio di 5 anni.
Vittima illustre fu per esempio Gorgia da Lentini, filosofo sofista per aver criticato la repubblica. E ciò perché la degenerazione oclocratica - cioè populista - si era consolidata nella retorica, la scienza politica degli intellettuali dissidenti. Un’Arte necessaria per proclamare i valori sociali per ottenere maggioranze risicate nelle Assemblee. Tanto che il citato Gorgia forgiò un celebre alunno, Tisia, il più grande oratore dell’epoca. Inoltre, a metà del V secolo, un altro Generale si propose a tiranno, Ducezio (488-440 a.C.). Questi rappresenta l’eccezione che si conferma la regola evolutiva della figura tirannica, dalle sue origini neutrali di mera mediazione fino alla degenerazione di cui si disse e che Erodoto ebbe a disegnare nella sua Filosofia della storia delle forme di governo. Orbene, Ducezio prima promosse da nativo siculo una organizzazione politica delle popolazioni locali contro le colonie greche. Poi si alleò alla repubblica di Siracusa che resisteva all’ultimo erede di Jerone tiranno di quella città, Dinomene, scacciato dal popolo siracusano dopo la cattiva Signoria di Trasibulo e arroccato a Catania dove si erano attestati gli ultimi soldati di ventura di Trasibulo. Ducezio divenne re di quelle popolazioni – in particolare dell’attuale Mineo, oggi piccolo centro vicino a Caltagirone – e non solo fondò Morgantina, ma anche Palagonia, luogo sacro, dove rinnovò i culti religiosi preellenici acutamente ripresi per dare un legame ideologico alla realtà etniche spesso violentate dai coloni greci. Questa fu la principale azione di Ducezio, non a caso recepita dai Siciliani sia in seguito ai Vespri del 1282, sia in occasione dei moti Separatisti del 1945: cioè la necessità di unificare il territorio siciliano da Est (Siracusa) a Ovest (Akragas). Subito Mozia cadde, ma la coalizione greca fra Siracusa e Akragas ebbe ragione di lui a Naro (450 a.C.).
Terribile fu la condizione imposta: i territori conquistati a Est tornarono alla repubblica oligarchica di Aretusa, mentre solo Mineo rimase indipendente. Con coraggio inusitato e vantando la vecchia alleanza contro il tiranno Trasibulo, Ducezio ottenne di essere esiliato a Corinto. Come Alcibiade, il periodo di esilio gli fu favorevole, perché seppe trarre amici fra le lotte interne della repubblica e riprese quindi la volontà autonomista fondando una colonia a Nord dell’isola che chiamò Kalè Aktè, una futura utopistica repubblica popolare che non ebbe modo di avviare in concreto perché morì di tifo nel 439 a.C. Con lui si inabissò l’unico tentativo dei Siculi di sollevarsi da soli contro l’Ellenismo, sempre più invadente dopo la spedizione in Sicilia del 415 a.C., caldeggiata proprio dall’Alcibiade ateniese che ideò tale operazione e che ne subì le conseguenze, senza contare la profonda decadenza dell’Impero Ateniese causata dal fallimento di tale impresa. Tornando ora alla Siracusa detirannizzata dai cc. dd. Dinomenidi - cioè Gelone, Jerone I e Trasibulo - questa fu una repubblica moderata che i pochi studi storici hanno voluto equiparare a quella coeva di Atene. Il potere legislativo era sì in mano ai cittadini che dibattevano le leggi come nell’età di Pericle, fondandosi sulla notissima dialettica rappresentativa che ben conosciamo da Tucidide. Ma - per esempio dalle narrazioni di Diodoro Siculo - l’Assemblea era un consiglio di magistrati civili e strateghi militari - forse 15 - che svolgevano funzioni esecutive e giurisdizionali. La scelta a sorte - adombrata nello scritto filosofico di Erodoto cui ci rifacciamo - era stata approvata da libere elezioni, che Aristotele, nella sua Politica, ci dice di stampo non solo aristocratico. Forse si trattava più di una volontà istituzionale condivisa che tendeva a correggere gli eccessi di una democrazia spesso viziata da scalate di politici ignoranti quanto tendenziosi.
Dunque, in ciò stava la moderazione di tale regime e differente dalla Costituzione Ateniese dove l’estrazione a sorte portò invece a governi demagogici. Purtroppo, tale regime moderato aveva come limite interno la presenza di ex mercenari siculi legati al partito di opposizione. Infatti i Dinomenidi soffiavano sul popolo minuto, la cui estraneità al voto produsse moti interni violenti e generò il ritorno di una tirannide. Per fortuna della Città, comunque dal 450 al 427 a.C. si ebbe un periodo di relativa pace sociale. La ricchezza della flotta derivata dalla posizione naturale e la ricchezza agricola valorizzata da Gelone e Jerone, accompagnata da scambi commerciali con l’isola d’Elba per il ferro, con Cuma per i vigneti, con Zancle e con la parte centrale dall’isola; furono sintomi di una ritrovata convivenza con l’elemento siculo dopo la rivolta di Ducezio, e riportarono un senso di nuovo espansionismo verso la Sicilia Cartaginese e un nuovo rapporto con le Città/Stato peloponnesiache. Il pendolo della storia sta però per battere di nuovo: la prima spedizione ateniese in Sicilia (427-421 a.C.) è alle porte.
2. Siracusa, dalla tirannia al Principato (367-288 a.C.)
Cominciamo dunque da lato storico generale. Il VII, il VI e il V secolo - secondo le fonti più accreditate (Diodoro Siculo, Erodoto e Tucidide) - registrano un vocabolo locale di origine asiatica che gli Elleni preistorici hanno in comune coll’etrusco Turan e con l’africano Iuturna, che significa non a caso Signore. Proprio nel VII secolo, Turrannos appare un termine politico analogo a quello di Signore, dal Peloponneso all’Asia Minore, fino alla Sicilia e all’Italia Meridionale. Ma l’origine ionica è indubbia, stante la radice acquisita dalle popolazioni doriche ivi stanziate. Erodoto però va oltre nella qualificazione politica della gente ionica che procedette alla colonizzazione (per es. i Corinti ionici fondano nel 733 a.C. Siracusa) scontrandosi coi latifondisti Dori che avevano già invaso larghe parti della futura Magna Grecia e della Sicilia. Onde la conclusione del primo grande storico antico dell’800, Karl Julius Beloch, secondo cui è la plebe urbana ex contadina a conferire a un singolo soggetto - appunto il tiranno - i pieni poteri nella Città, centro aggregativo sociale ed economico voluto proprio dai Coloni, contro l’aristocrazia fino ad allora tenutaria dei Templi e delle Sedi governative, cioè le famiglie più ricche e potenti, proprietari dei servi nativi non ellenici assoggettati nel secolo precedente.
Proprio il secolo ottavo è quello delle Città/Stato, dove l’artigianato e il commercio, legato alla dominazione del mare, contempla la nascita della piccola e media borghesia. È il momento della conquista del potere politico da parte di agguerriti ceti professionali che cercano di acquisire potere per subentrare nella guida da cui era stata esclusa, come avverrà in Francia nel XVIII secolo d.C. e che produrrà un tiranno che li potesse rappresentare, cioè quel signore, che anche ritroveremo in Italia nel XV secolo, come nel caso di Lorenzo il Magnifico, oppure nell’Inghilterra dei Tudor col Lord Protettore Cromwell. Certamente, Tucidide ebbe ben chiara la dinamica predetta e che resta il sottofondo economico del concetto di democrazia che illustrerà nel famoso passo della Guerra del Peloponneso attribuito a Pericle. È il governo del popolo, imputato alla singola persona, un rappresentante del ceto artigianale e commerciale che guerra dopo guerra – per mare o per terra non importa – si sviluppa a Siracusa e ad Atene, per esempio, fin dal VI secolo, effetto di un rapido incremento patrimoniale della città. Peraltro, l’Aristocrazia terriera, giuridicamente inquadrabile nella forma di governo oligarchica - cioè di pochi - è stremata sia dalle guerre con le città vicine, sia con la classe commerciale che vuole il governo per sé. La domanda di un mediatore che trovi una organizzazione sociale non violenta di coesistenza pacifica - specie se tra nativi e immigrati - diventa essenziale, dopo la naturale conflittualità iniziale, è invocata dalle due parti.
L’assegnazione di terre ai partigiani dell’una e dell’altra parte è l’elemento classico delle prime Costituzioni. Il ceto commerciale deve fare i conti coi Militari locali spesso di parte opposta e dunque la preferenza del Signore è per i Mercenari. I Lavori Pubblici impongono però un regime fiscale, proporzionale o progressivo? Una scelta dell’uno o dell’altro regime è proprio di un governo oligarchico o di un governo democratico. Infatti Dionisio I di Siracusa impone un tributo del 10 % sul patrimonio dei grandi proprietari, mentre ad Atene Pisistrato lo ribassa al 5% in modo proporzionale, od altri si limitano a un prelievo fiscale fisso. Fra il VII e il V secolo si vedrà allora un alternarsi di tiranni che assumeranno il potere per provvedere al popolo delle Città, dotate di mezzi finanziari sia per il tempo di pace, favorendo alcuni privilegi della classe oligarchica e soprattutto affidando il Potere a interposte persone che mantenessero formalmente la forma di Stato repubblicano, rimanendo dietro le quinte a governare la crescita della classe mercantile cui in origine essi appartenevano.
È il V secolo però il momento di una ulteriore svolta: se nel secolo precedente il tiranno è un soggetto tollerato anche dal popolo perché l’economia è in crescita (si pensi all’Atene di Pericle); quando però la classe dei collaboratori del tiranno rompe ogni limite di convivenza con i nobili, allora nasce la concezione Autoritaria e il governo cade nelle mani di un’oligarchia non più fondiaria, ma mercantile e industriale. Il popolo dei commercianti e degli artigiani perde il suo ruolo partecipativo e si riduce al rango deteriore dello schiavo e del nullatenente. Il fenomeno si rileva al momento della morte del tiranno. Chi lo sostituirà? Il parente? Oppure il Generale? O forse l’intera classe di collaboratori? E i nobili che avevano accettato la mediazione del tiranno non vorranno in quel momento di trapasso riprendere il potere? Rostovzev, storico russo, di chiara formazione marxista, riapre la questione della successione esaminando il caso emblematico di Ippia, figlia di Pisistrato, tiranno di Atene, dal 528 al 527 e dal 511 al 510 a.C. come Lorenzo a Firenze, successore di Cosimo dei Medici, accentra il potere ad Atene dietro le quinte delle forme repubblicane di Solone. Ma per interessi della sola classe mercantile, guerreggiò contro i Beoti e forse partecipa alla morte violenta dal fratello Ipparco, cui il padre aveva dato pari diritti di successione. Inoltre durante la prima guerra con Sparta, pur di conservare il governo da lui imposto, tentò forme di intelligenza con la Persia per impedire la vittoria di Sparta, corsa in aiuto della fazione oligarchica di Atene, estromessa da Ippia alla guida del governo (510/511 a.C.).
Come si può leggere da Erodoto, durante la prima guerra persiana, Ippia non mancò di complottare con costoro pur di rientrare da tiranno ad Atene. Anzi lo stesso Erodoto ci dice che il generale Milziade aveva deciso di attaccare subito i Persiani a Maratona avendo paura che un’attesa prolungata contri i Persiani di Dario potesse provocare una rivolta degli amici di Ippia ad Atene e un eventuale ammutinamento dell’esercito al fronte. La vittoria greca in quella famosa battaglia, lo allontanò definitivamente dalla Patria. Nacque così fra gli storici successivi - per esempio Tucidide - una profonda avversione alla figura del tiranno e perfino divenne legge costituzionale il c. d. Ostracismo, la procedura obbligatoria di esilio per chi osasse diventare di nuovo tiranno, divenendo nel V secolo sinonimo di usurpatore del governo, ovvero di Despota personalista, Capo di una classe autoritaria, che imponeva il governo di pochi contro la maggioranza dei cittadini.
Sarà il V secolo a.C. l’epoca in cui a poco a poco il significato continuò a modificarsi, rimanendo soltanto nella filosofia presocratica un mero ricordo della figura neutrale del tiranno, assumendo fra i sofisti una posizione giustificativa della funzione sempre più vicina al mero potere individuale. Invero, già dal IV secolo appaiono episodi di tiranni siciliani anticipatori dei dittatori ellenistici da Alessandro Magno in poi. E fu l’età di garantire la sicurezza della Città/Stato da Nazioni straniere - per esempio, Siracusa dai Cartaginesi - o da altre Città/Stato vicine e rivali. Altro esempio è Gela spesso in conflitto con Siracusa. Nel IV secolo poi osserviamo la derivazione del potere in capo a generali di compagnie di ventura, che occupano con violenza od inganno la città che li ha precettati, come a Siracusa avverrà con Gelone, Ierone e Dionisio. Gestione del potere che assumerà forme leggendarie, non lontano dal dispotismo persiano, un regime antidemocratico di natura arbitraria e crudele che lo stesso Erodoto attribuirà alla tirannide.
Proprio Questi nel libro III, paragrafo 80-82 delle sue Storie, si sofferma su un dialogo pedagogico fra tre saggi persiani. Alla successione del re Cambise: uno tifa per il governo dei molti (democrazia), un altro per quello di pochi (aristocrazia) e il terzo per quello di uno solo (monarchia). Erodoto, in merito al governo del popolo afferma che è giusto tirare a sorte chi esercita le cariche pubbliche, che è molto efficace, come ogni magistrato è tenuto a giustificare l’azione di potere; soprattutto che le decisioni vadano votate dal popolo a maggioranza. Al contrario, il fautore del governo oligarchico giudica ottusa e inetta la massa. Anzi è questa proprio la via che genera la tirannia perché è il frutto delle paure della massa scomposta. Questa è paragonata a una tempesta che non guarda a nessuno. Il partito democratico genera la voglia dell’uomo solo al comando
… Noi oligarchi, invece siamo i migliori e i più intelligenti. Onde la Patria troverà l’equilibrio perduto dei molti e risulterà immune dai rischi dell’uomo solo… Ma il terzo campione della presunta migliore forma di governo, ha buon gioco dei primi due, affermando che se la democrazia è un fiume scomposto in piena; tuttavia l’oligarchia è madre dei conflitti personali perché ognuno dei pochi crede di avere ragione e dunque propende al delitto dell’avversario. Così anche qui si arriva alla Monarchia, guadagnata però con corruzione e delitto. Che valgono allora le prime due rispetto al governo dell’Uomo solo? La sua attività politica dovrebbe essere irreprensibile. Poiché è solo nel mantenere i segreti necessari per il governo, rapidamente otterrebbe il bene pubblico senza i limiti che impaccerebbero il suo governo.
Da questa rapida esposizione emerge una sorta di realtà obbligatoriamente orientata verso la monarchia, ovvero di ritorno a essa dopo un certo periodo di gestione delle altre due. Un circolo vizioso e virtuoso a un tempo, cui sembra sottostare il monarca, che è esposto al rischio del dispotismo. L’aristocrazia può cadere nella oligarchia corrotta. Ancora: la democrazia può diventare olocrazia, cioè un governo di massa guidato da ignoranti e da incompetenti. E che questa sia stato il variegato percorso sociologico e storico verso la tirannide nei paesi della Magna Grecia e di Siracusa fra il V secolo e gli inizi del III secolo a.C.; emerge dalla breve analisi che verrà, lungo la lunga teoria di tiranni che esporremo. Iniziamo da Gelone di Siracusa, (485-478) a.C., una città/stato che sarà il modello estensibile alle altre della Sicilia. Gelone era di famiglia illustre, già fondatrice di Gela e portatrice dei Sacri misteri degli Dei degli inferi venerati a Rodi, terra di origine dei coloni. Era un militare, capo della guardia del corpo del tiranno Ippocrate, capo della fazione democratica che nel 504 a.C. aveva rovesciato Cleandro, già tiranno e duce dei nobili agrari fondatori di Gela nel 688 a.C. È qui evidente lo scontro di classi di cui si disse, vale a dire fra agrari e piccoli borghesi, frutto delle due ondate emigratorie fra il VII e il VI secolo.
Erodoto ne dà il cursus honorum: rampollo aristocratico, poi generale del primo tiranno Ippocrate; qui ancora un signore neutrale, ma rivolto a detronizzare il potere aristocratico. Gelone conquista buona parte della Sicilia Orientale al comando della cavalleria a fianco di Ippocrate. Nella lotta contro i nativi siculi vince a Eloro (492 a.C.) le ultime resistenze siracusane, ma nel successivo scontro a Ibla (491 a.C.) Ipparco morirà e Tucidide ci dice che - come avverrà per Marcantonio dopo la morte di Cesare - Gelone prima difende la successione dei figli di Ipparco - fase della tirannide di stile tradizionale monarchico - e poi appoggerà i democratici di Gela nel respingere la loro successione e quindi avanzerà con successo la sua candidatura a tiranno. La politica interna di Gelone a Gela è di stampo sovversiva degli ordinamenti repubblicani e di accentramento del potere, anche con matrimoni personali e familiari che tendono a mediare il conflitto con gli aristocratici, ma inaugura anche una politica agraria che lo vede favorire la domanda di grano e che già Roma gli chiede per contenere la loro carestia del 491 a.C.
Intanto, ottenuta l’alleanza di non pochi agrari locali, sposata Damarete - figlia del tiranno di Akragas ora è alleata con Siracusa contro i Cartaginesi. Occupata Camarina e cacciati non pochi mercenari di parte ai figli di Ippocrate; Gelone organizza le forze di resistenza agli attacchi Cartaginesi e li batte a Imera (480 a. c). Anche se Camarina, in mano ai mercenari predetti, gli resiste e di fronte agli attacchi da Messina di filocartaginesi, prudentemente si attesta a Siracusa, divenuta la seconda città su cui esercitare la sua tirannia. Qui, emerge l’abilità di Gelone in politica estera. Invero, come Plutarco narra, la cessione di grano gratuita ai Romani, cela una notevole apertura alla politica internazionale perché l’alleanza con la Roma repubblicana è indice di aumentare l’influenza della Città, rompendo l’altra grande alleanza fra Cartagine e gli Etruschi per il possesso dell’Italia Meridionale. Due blocchi contrapposti nella Magna Grecia che nulla ha di diverso nella sostanza alle contrapposizioni europee dopo la guerra dei 30 anni nel XVII secolo d.C. Del resto la sua citata abilità internazionale gli deriva dal sapere piazzare la fonte alimentare del grano che era riuscito a impiantare nella pianura di Gela, la cui ampia portata renderà dal 509 a.C. la Sicilia il granaio di Roma (vd. Plutarco, Moralia, 404). La citata pericolosa alleanza che quasi circondava Gela, spinse Gelone a entrare a Siracusa, già preziosamente acquisita attraverso la comune alleanza con Jerone tiranno di Akragas. Ora Gelone è il Mediatore, lungi dall’essere un tiranno-despota Infatti, a dire di Aristotele (Politica - 1302 b, 31-2) la Costituzione che Siracusa si era data, sul modello di Corinto da cui era stata fondata nel 733 a.C., ribadiva lo scontro tradizionale fra Agrari e Artigiani. Il Demos di Siracusa lo accetta, gli agrari lo frantumano. Certo è che il grano di Gela paga. E poi i vecchi agrari di Gela vengono attirati nella città di Aretusa. Anzi, la distruzione di Camerina, a Sud, antica nemica di Siracusa, mostra un ulteriore profilo del genio - non poco malefico - di Gelone, analogo alla politica immigratoria di Federico II rispetto agli arabi siciliani: vale dire, la deportazione di schiavi da Camarina a Siracusa proprio assieme ai vecchi agrari a lui favorevoli. Un miscelaggio di classi dirigenti e di bassa forza delle campagne per equilibrare il Demos siracusano all’inizio della sua dittatura. Il tutto però raffreddato da una intelligente e misurata distribuzione delle terre che impedì in prima battuta uno scontro sociale.
Siracusa appare rifondata, la pace sociale è raggiunta, perché la presenza di fondi agricoli dati ai Mercenari di Camarina conserva a lui e famiglia un periodo di governo per più di un terzo della Sicilia (485 al 478 a.C.). Il già citato Plutarco ci narra nei suoi Moralia, la mitezza per la giustizia del suo governo. Erodoto segnala il sincronismo (peraltro falso perché la battaglia di Imera è del luglio del 480, mentre quella di Salamina è del 23 settembre secondo Diodoro Siculo) fra la battaglia di Salamina e quella di Imera, la vittoria parallela contro il nemico asiatico comune - Persia e Cartagine - sembra fare il paio fra la contemporanea sconfitta nazista a Stalingrado e la vittoria americana contro i giapponesi alle Midway (1942). Il mito di un dittatore equilibrato e innovatore in politica estera - cui Federico di Prussia si ispirò - cede però ai dubbi sulle Deportazioni (vd. Erodoto, VII, 155-156; Tucidide, VI, 4-5). Come si disse, la successione di Gelone fu del fratello Jerone I, che governerà per quasi il successivo decennio (478-467 a.C.), anche egli doppio tiranno di Gela e Siracusa. Come ogni despota di ampio territorio - a Est fino a Imera (Termini Imerese); a Sud, fino a Camarina (Ragusa) e a Nord fino a Naxos (Taormina) - alla sua corte poetarono Eschilo, Pindaro, Simonide e Bacchilide. Merita qui appunto fare cenno proprio a un’Operetta Morale e politica di Senofonte, forse uno dei tanti intellettuali che Gerone prediligeva accogliere.
Ci riferiamo cioè al dialogo fra Gerone e il poeta citato Simonide, ambientato alla corte nel 476 a.C., quando a 80 anni il poeta venne chiamato dal tiranno, di cui volle proclamare la celebre vittoria olimpica dello stesso anno. Benché Temistocle lo avesse attaccato in quel consesso per aver negato aiuto alla madre patria durante le guerre persiane; la grande vittoria alla corsa dei cavalli lo rese famoso, tanto da meritare un a menzione alla base dal tempio di Apollo a Delfi. Il saggio è l’occasione per Senofonte per far vedere un tiranno melanconico, un uomo qualunque scaricato al grado di Principe, aggravato da responsabilità disumane e con convinzioni familiari perdute, specialmente di fronte al grande fratello Gelone. Simonide – alias Senofonte – lo conforta, perché il Monarca - l’uomo solo al comando - può ritrovare la felicità perduta a patto di perseguire il bene dello Stato e dei cittadini. Era la soluzione etica che già Erodoto aveva opposto alla presunta deriva della monarchia in tirannia, depurato da forme maliziose che spesso porteranno alla decadenza di tale governo, come era avvenuto per la monarchia persiana dopo Ciro con Artaserse. E il rischio lo aveva corso anche il Gerone storico. Dopo aver combattuto a Imera, divenne alla morte del fratello il nuovo tiranno. Rotto il dialogo col terzo fratello che aspirava pure alla successione e che fuggì a Akragas per convincere il genero Terone a combattere Gerone; fu proprio il poeta Simonide a riappacificare i fratelli (476 a.C.) e poi fu lui a fondare Catania. Inoltre, si interessò all’Italia meridionale e insieme a Roma e Cuma abbatté lo strapotere marittimo etrusco, riportando nelle acque di Cuma una grande vittoria navale che Pindaro non mancò di celebrare (473 a.C.).
In fondo, non è mancato chi ha visto in Jerone I un maestro di propaganda politica. La vasta risonanza delle sue vittorie olimpiche e l‘autoconsiderazione per il suo ruolo, lo avvicinano Nerone e al nostro Mussolini nella Settimana sul Garda prima della tragica morte. L’ultima fatica politica e militare fu la guerra col cognato Trasideo di Akragas, che venne sconfitto, anche se il vecchio Jerone ne perdette il comando, passando la città al regime repubblicano e democratico. Fino al 467, anno della morte, ne rispettò l’indipendenza e la forma di governo. Un governo moderato pur se autoritario lo contraddistinse soprattutto per il rispetto delle libertà politiche. Ma dopo di lui sarà il diluvio. Infatti, dopo una brevissima parentesi repubblicana, gli seguì al potere dal 477 al 466 il minore fratello Trasibulo. Questi governò per un anno acclarando una notevole trasformazione del suo potere, riconosciuto peraltro di carattere violento e sanguinoso. Peraltro era subentrato illegalmente al fratello: dopo averlo frodato sul letto di morte - caratteristica della deriva indipendentista dei Satrapi orientali cui ormai era destinata la casta dei monarchi greci, colà pervenuta dopo l’esperienza di Alessandro Magno e dei regni ellenistici successivi - a poco a poco fu odiato sia dal popolo gelese che da quello siracusano. Infatti - unico o quasi fra i tiranni - fin dal 465 a.C. riuscì a far coalizzare contro di lui sia Akragas, Himera e Selinunte, città federate a Siracusa, sia i nativi siculi che si erano assoggettati alla città di Aretusa da mercenari.
Plutarco - nel De Pythiae oraculis, par. 19 - ne descrive il governo oppressivo che porterà a una repubblica oligarchica e all’esilio a Locri, dove morì nel 466 a.C. Inoltre, la debolezza di quelle iniziali monarchie militari siciliane era nata con la morte di Terone (472), successore di Falaride, che un secolo prima aveva dato mostra di crudeltà così ampia da essere defenestrato dal citato Ippocrate. Seguì la famiglia dei Dinomenidi fra Akragas, Gela e Siracusa come si è premesso. Da quella stirpe di monarchi germinarono Trasideo e appunto Trasibulo, ormai intesi come tiranni moderni, cioè violenti, corrotti e guerrafondai. Di qui, le rivolte popolari che hanno per protagonisti ora alleati democratici e liberti che allargarono la platea elettiva repubblicana. Seguì poi una seconda fase di mero Populismo. Non solo vennero espulsi gli ultimi seguaci dei Dinomenidi, malgrado fossero passati dallo status di mercenari a quello di proprietari con diritto di cittadinanza; ma anche venne istituita una Procura Penale espulsiva mutuata dall’Ostracismo ateniese, per contenere la possibilità di nuove tirannie personalistiche. In particolare, la scheda di voto per l’espulsione consisteva in una foglia di ulivo, dove iscrivere chi minacciasse le istituzioni repubblicane. La pena era dell’esilio di 5 anni.
Vittima illustre fu per esempio Gorgia da Lentini, filosofo sofista per aver criticato la repubblica. E ciò perché la degenerazione oclocratica - cioè populista - si era consolidata nella retorica, la scienza politica degli intellettuali dissidenti. Un’Arte necessaria per proclamare i valori sociali per ottenere maggioranze risicate nelle Assemblee. Tanto che il citato Gorgia forgiò un celebre alunno, Tisia, il più grande oratore dell’epoca. Inoltre, a metà del V secolo, un altro Generale si propose a tiranno, Ducezio (488-440 a.C.). Questi rappresenta l’eccezione che si conferma la regola evolutiva della figura tirannica, dalle sue origini neutrali di mera mediazione fino alla degenerazione di cui si disse e che Erodoto ebbe a disegnare nella sua Filosofia della storia delle forme di governo. Orbene, Ducezio prima promosse da nativo siculo una organizzazione politica delle popolazioni locali contro le colonie greche. Poi si alleò alla repubblica di Siracusa che resisteva all’ultimo erede di Jerone tiranno di quella città, Dinomene, scacciato dal popolo siracusano dopo la cattiva Signoria di Trasibulo e arroccato a Catania dove si erano attestati gli ultimi soldati di ventura di Trasibulo. Ducezio divenne re di quelle popolazioni – in particolare dell’attuale Mineo, oggi piccolo centro vicino a Caltagirone – e non solo fondò Morgantina, ma anche Palagonia, luogo sacro, dove rinnovò i culti religiosi preellenici acutamente ripresi per dare un legame ideologico alla realtà etniche spesso violentate dai coloni greci. Questa fu la principale azione di Ducezio, non a caso recepita dai Siciliani sia in seguito ai Vespri del 1282, sia in occasione dei moti Separatisti del 1945: cioè la necessità di unificare il territorio siciliano da Est (Siracusa) a Ovest (Akragas). Subito Mozia cadde, ma la coalizione greca fra Siracusa e Akragas ebbe ragione di lui a Naro (450 a.C.).
Terribile fu la condizione imposta: i territori conquistati a Est tornarono alla repubblica oligarchica di Aretusa, mentre solo Mineo rimase indipendente. Con coraggio inusitato e vantando la vecchia alleanza contro il tiranno Trasibulo, Ducezio ottenne di essere esiliato a Corinto. Come Alcibiade, il periodo di esilio gli fu favorevole, perché seppe trarre amici fra le lotte interne della repubblica e riprese quindi la volontà autonomista fondando una colonia a Nord dell’isola che chiamò Kalè Aktè, una futura utopistica repubblica popolare che non ebbe modo di avviare in concreto perché morì di tifo nel 439 a.C. Con lui si inabissò l’unico tentativo dei Siculi di sollevarsi da soli contro l’Ellenismo, sempre più invadente dopo la spedizione in Sicilia del 415 a.C., caldeggiata proprio dall’Alcibiade ateniese che ideò tale operazione e che ne subì le conseguenze, senza contare la profonda decadenza dell’Impero Ateniese causata dal fallimento di tale impresa. Tornando ora alla Siracusa detirannizzata dai cc. dd. Dinomenidi - cioè Gelone, Jerone I e Trasibulo - questa fu una repubblica moderata che i pochi studi storici hanno voluto equiparare a quella coeva di Atene. Il potere legislativo era sì in mano ai cittadini che dibattevano le leggi come nell’età di Pericle, fondandosi sulla notissima dialettica rappresentativa che ben conosciamo da Tucidide. Ma - per esempio dalle narrazioni di Diodoro Siculo - l’Assemblea era un consiglio di magistrati civili e strateghi militari - forse 15 - che svolgevano funzioni esecutive e giurisdizionali. La scelta a sorte - adombrata nello scritto filosofico di Erodoto cui ci rifacciamo - era stata approvata da libere elezioni, che Aristotele, nella sua Politica, ci dice di stampo non solo aristocratico. Forse si trattava più di una volontà istituzionale condivisa che tendeva a correggere gli eccessi di una democrazia spesso viziata da scalate di politici ignoranti quanto tendenziosi.
Dunque, in ciò stava la moderazione di tale regime e differente dalla Costituzione Ateniese dove l’estrazione a sorte portò invece a governi demagogici. Purtroppo, tale regime moderato aveva come limite interno la presenza di ex mercenari siculi legati al partito di opposizione. Infatti i Dinomenidi soffiavano sul popolo minuto, la cui estraneità al voto produsse moti interni violenti e generò il ritorno di una tirannide. Per fortuna della Città, comunque dal 450 al 427 a.C. si ebbe un periodo di relativa pace sociale. La ricchezza della flotta derivata dalla posizione naturale e la ricchezza agricola valorizzata da Gelone e Jerone, accompagnata da scambi commerciali con l’isola d’Elba per il ferro, con Cuma per i vigneti, con Zancle e con la parte centrale dall’isola; furono sintomi di una ritrovata convivenza con l’elemento siculo dopo la rivolta di Ducezio, e riportarono un senso di nuovo espansionismo verso la Sicilia Cartaginese e un nuovo rapporto con le Città/Stato peloponnesiache. Il pendolo della storia sta però per battere di nuovo: la prima spedizione ateniese in Sicilia (427-421 a.C.) è alle porte.
2. Siracusa, dalla tirannia al Principato (367-288 a.C.)
Benché nei primi anni del V secolo a.C., la repubblica moderata di Siracusa si fosse ristretta dall’Anapo a Pachino, da Megara a Lentini e a Camarina - che si erano soltanto a essa federate - la conquistata influenza politica da Gelone a Jerone I non era stata di fatto premiata per effetto della gestione dittatoriale dell’ultimo esponente della casa reale dei Dinomenidi, quel Tribulo che causò la rivolta bipartisan democratica e oligarchica, la cui crudeltà non sembrò alle fonti di Diodoro inferiore a quella di Nerone. Dopo anni di dittatura e di guerre interne; e dopo la rivolta dei Siculi di Ducezio – pari alla prima guerra sociale di Roma e alle guerre di Spartaco - la repubblica moderata di Siracusa - amata da Aristotele nella sua Politica - assorbì lo stato siculo di Ducezio (450 a.C.) fino a Morgantina al fiume Crisa (oggi Dittaino), divenuta la sua nuova frontiera settentrionale, a stretto contatto col territorio di Lentini, ora circondata dagli Aretusei che tendevano ad annetterla (come sempre narra Diodoro Siculo).
Era una regione geopolitica alquanto complessa: da una parte, l’espansione commerciale di Siracusa collideva con la pari tendenza di Lentini, dall’altra non mancava il revanscismo cartaginese che non dimenticava la sconfitta di Imera nel 490 proprio per mano siracusana, che acquisì il controllo delle minere al centro dell’Isola. Già nel 409, guidati da un Annibale progenitore di quello avverso ai Romani, distrusse la città di Imera massacrando 3000 abitanti. Intanto a Siracusa inizia la contestazione nei confronti dei democratici più radicali che vorrebbero mantenersi neutrali rispetto alle pretese di influenza cartaginese nella Sicilia centrale. Nel 424, un generale molto popolare, Ermocrate, presente nei dialoghi di Platone - Timeo e Crizia - era del partito oligarchico e dunque palesemente guerrafondaio contro i Cartaginesi. Quando costoro arrivarono a prendere Akragas, già nel 424 egli riuscì a convincere la federazione siracusana a difendere Gela. Quando poi nel 415 arrivò la spedizione di Atene di Nicia e Alcibiade, Ermocrate non fu da meno nella difesa di Siracusa dagli attacchi ateniesi venuti in soccorso di Lentini.
Terminata la guerra con Atene e conclusa la stagione dell’unità cittadine contro l’invasore; i Democratici ripresero da soli le sorti della repubblica, ma non potendo esiliarlo del tutto dalla politica per i meriti militari ottenuti contro gli Ateniesi, lo spedirono contro le città ex greche che i cartaginesi avevano invaso. E qui emerge un giovane suo ufficiale molto intelligente, Dionisio, che ne sposò la figlia e gli fece ottenere qualche vittoria. Soltanto con l’aiuto delle forze mercenarie optò per la conquista del potere nella città, come Napoleone che nel 1799, con un abile colpo di stato militare, rovesciò il direttorio repubblicano. Purtroppo, il tentativo non riuscì per la sua morte nello scontro contro le forze lealiste. Ma molti democratici e oligarchi pensarono che la citata caduta di Akragas (406 a.C.) non era un buon segno per la repubblica e che occorreva reagire.
Due politici siracusani, Ipparino e Filisto, complottarono per il ritorno di Ermocrate e del genero Dionisio, grande combattente sotto le mura di Akragas, come lo era stato il citato Napoleone nella campagna d’Italia. Come il Corso, era di origini oscure e per i maneggi politici e la bravura militare, scalò rapidamente la via della tirannia. Infatti, nel 405 con i pieni poteri militari arginò la potenza cartaginese e nel 404, pur cedendo Gela e Camarina, fece con loro pace e si dedicò a consolidare il governo intero. In primo luogo, fortificò l’isola di Ortigia sul modello delle prime mura alzate durante l’assedio ateniese; poi istituì una guardia di 1600 uomini a sua difesa personale, come la vecchia guardia di Napoleone. Quindi pensò alla flotta e a un numero maggiore di mercenari raccolti nelle isole greche. Fra il 390 e il 386 iniziò quindi una lunga campagna nella Magna Grecia con l’obiettivo che Cleone ateniese aveva avuto nella guerra con Sparta, prendere alle spalle il colosso cartaginese. Reggio Calabria, dopo un lungo assedio gli cedette. Epperò Catania fu ripresa dagli avversari, che lo costrinsero a chiudersi a Siracusa. Due guerre alterne che lo videro per poco re di buona parte della Sicilia. Ma fra il 383 e il 378 combatté una difficile terza guerra contro Cartagine: a Cronio perse il fratello e subì un Trattato di pace negativo per la città che governava. Mai domo, riuscì a ottenere un accordo coi Romani e fondò perfino città sull’Adriatico (per esempio Ancona e Adria) e per impedire ulteriori spedizioni ateniesi in Sicilia, trovò favore commerciale contro Sparta. Emulo di Jerone I, nel 384 partecipò ai giochi olimpici e osò comporre un poema - Il riscatto di Ettore - sfidando le critiche di Lisia, un oratore forense che mise in evidenza la sua perfidia politica. Infatti, a fronte dell’abilità militare e di politica estera, la borghesia siracusana non vedeva in lui alcun merito di giustizia sociale.
Diodoro, Senofonte e Tucidide hanno significativamente raccolto molti aneddoti che ne dimostrano l’azione di governo spietata e perversa. Un esempio su tutti: al fine di svelare le tante congiure contro di lui, era solito incarcerare i presunti cospiratori in una grotta vicino al Teatro Greco - oggi appunto detto l’orecchio di Dionisio - dove dall’alto era possibile ascoltare tutte le loro parole, anche se appena sussurrate. Tuttavia la più recente storicistica - per esempio Lorenzo Braccesi - ha rilevato per lui un forte sentimento di favore popolare, come il Mussolini degli anni ’30, giustificato dal tentativo di unificare la Sicilia, conferendo alle città forme di autonomia amministrativa, ma non di natura politica. Le sue aperture alla classe democratica non ebbero migliore risultato dei Dinomenidi e il forte egoismo delle Polis conquistate spesso con la forza, non ebbe per risultato quello che osò con successo Filippo II il Macedone per la Grecia Classica. Mentre molti intellettuali medievali - per esempio lo stesso Dante e il Petrarca - confermano la voce negativa sulla sua spregiudicata gestione del potere; Finley - il maggiore storico antico del’ 900 - giudica Dionisio I - detto anche il Vecchio - lo confronta con Augusto. È comunque un tiranno moderato, più che un re assoluto moderno, ovvero un Principe conservatore, come quelli Rinascimentali, perché mantenne le forme repubblicane, ma pose alla loro guida uomini fedeli e governatori sicuri. Sul modello anglosassone di Enrico VIII ed Elisabetta I, adottò pure un sistema fiscale efficiente ed equo, perché limitò alla decima parte del totale prodotto quanto fare confluire alla Corte. Ai punti, più di recente lo storico Massimo Costa ha sottolineato molti punti in comune con la potenza coloniale inglese del ‘700, quando fin dal 390 a.C. la Sicilia centro-orientale, la Calabria meridionale e parte delle Puglie e delle Marche apparteneva al suo regno di Sicilia, quai una anticipazione del regno Meridionale di Federico II di Svevia. Resta ambigua la sua morte (376 a.C.).
Il figlio designato a succedere - Dionisio II - sembra che avesse ottenuto l’autorizzazione a somministrargli un veleno sul letto di morte, prassi orientale che ormai dimostra la forte influenza della prassi consolidata in materia derivata dalle tradizioni persiane. In tale racconto, riportatici da Cornelio Nepote, appare di tutta evidenza il carattere del giovane figlio Dionisio, divenuto tiranno di Siracusa nel 367 a.C. Ma prima dobbiamo addentrarci su un personaggio citato da Diodoro Siculo, tale Diocle, a metà fra il politico accorto e il Legislatore, piuttosto mitizzato dallo stesso Diodoro Siculo. Questi narra che era un capitano siracusano, che durante la fallita spedizione di Alcibiade avrebbe vessato duramente quegli stessi prigionieri ateniesi di cui si disse a proposito del controllo su di loro operato da Dionisio il Vecchio, relegati nelle grotte attorno a Siracusa. Diodoro continua attribuendogli la composizione di una Costituzione Siracusana che regolò quella repubblica democratica che aveva retto la città fino ai Dionisidi. Solo che lo storico moderno Gaetano De Sanctis, fin dal 1903, mette in dubbio la veridicità del personaggio, che Diodoro avrebbe confuso con un eroe locale celebrato a Corinto - città madre di Siracusa, nell’VIII secolo a.C. durante le feste cc.dd Dioclee. Sia come sia, Dionisio rappresentava quella scelta democritica che Aristotele lodò nel suo Saggio sulla Politica e che purtroppo dava adito ai conflitti con gli oligarchici, fatto che appunto riaprì la conflittualità interna e che impose la necessità di un uomo solo al comando per contenere tale rischio per la crescita e la vita quotidiana della città stessa. Tornando quindi a Dionisio II, questi assurse a tiranno nel 367 a.C. Ma da prima - fin dal 370 a.C. - il giovane erede duellerà con il citato Dione, un singolare personaggio di Corte, ministro del vecchio padre, disegnato dal solito Diodoro come l’anima nera del governo, un po' il Seiano di Tiberio, o il Mazzarino di Luigi XIV.
Solo che Dione era ambizioso e voglioso di comandare, forse meglio paragonabile al generale Wallenstein, eroe dei mercenari tedeschi durante la guerra dei 30 anni nel ‘600. Nato nel 410 a.C. - secondo Plutarco, di cui seguiremo qui la fonte nella biografia parallela con il romano Bruto - già maturo (370 a.C.), si era imparentato due volte con Dionisio I, facendogli sposare la sorella Aristomache e poi risposando Arete, nipote di quel matrimonio, un po' come Cesare che fece sposare sua figlia Giulia con Pompeo. Nel 370 ottenne la carica di Navarco, una specie di Capo di Stato Maggiore di terra e di mare. Poi inviò Diocle come ambasciatore a Cartagine, come Talleyrand all’epoca del Direttorio fra il 1795 e il 1796. Appena poi Dioniso succedette al padre nella tirannia, si vide subito la sua impreparazione politica, tanto che Dione ne divenne l’alter ego, non risparmiandosi in nessuna iniziativa e per di più superandolo nelle attività culturali, dove Dionisio il Vecchio aveva eccelso personalmente (dalla partecipazione alle Olimpiadi, alle rappresentazioni di tragedie di suo pugno). Nondimeno, al fine di mostrare la sua buona fede e il rispetto per il governo, chiamò il filosofo Platone a Corte per dargli quell’educazione classica che gli mancava. Un po' come Federico di Prussia che invitò Voltaire nel 1742 a Corte e col quale ebbe un rapporto altrettanto proficuo, finché la camarilla di Sans Souci ne infangò la fedeltà, adombrando sul filosofo l’accusa di essere un’agente segreto della Francia poco prima che la Prussia invadesse la Slesia. Lo stesso fu per Platone, visto che i consigli al tiranno furono intesi da Dionisio come un subdolo mezzo di propaganda per complottare contro lui stesso. E come fu per Voltaire, anche Platone venne allontanato da Corte, pur senza sottrargli le proprie prebende ottenute per l’incarico di precettore politico.
Dione, compresa la cattiva reputazione che aveva acquisito in quelle vicende, preferì incarichi esteri nell’Italia Meridionale, poi a Sparta e infine ad Atene. Qui, come di fatto esiliato, nel 357 a.C. per 3 anni pensò chiaramente di rovesciare il tiranno insieme al miglior discepolo di Platone, tale Calippo, specialmente quando il filosofo non volle rinunciare al divieto di poter ritornare a Siracusa per continuare il tentativo di educare il tiranno al rispetto della democrazia. Invece, Dionisio, temendo sempre di essere destituito, non solo privò Platone di ogni bene, ma addirittura impose alla sorella Areta di separarsi dal marito e di passare a seconde nozze con il ricco finanziatore del dittatore, tale Timocrate. Per di più, le tesi di Aristotele favorevoli alla repubblica popolare, in quel momento accolte da Platone, mettevano questo filosofo in cattiva luce. Che poi la sua cerchia avesse veramente appoggiato la congiura di Dione e il suo ritorno violento a Siracusa, è tutto da provare. Certo è che l’Accademia di Platone sembrava credere nella capacità della filosofia di guidare l’azione di governo dei pochi, una élite di professionisti della politica molto più idonea a governare le masse incolte e ondeggianti. Dione - insieme al fedele ex capitano della guardia del corpo Eraclide, anche lui proscritto - nel 357 a.C., iniziò una campagna militare invasiva della Sicilia da Akragas a Gela, da Camarina alla stessa Siracusa, che insorse ben presto, salvo Ortigia rimasta in mano ai Mercenari del figlio di Dionisio Apollocrate.
Dionisio all’epoca era assente per una guerra contro Catania passata a Dione e Callippo. La spedizione di Dione aveva però un limite politico interno. La facciata filodemocratica e la propaganda di guidare una nuova rinascita della democrazia moderata, crolla bena presto. Malgrado i proclami di tal genere e la conquista nel 355 a.C. della stessa Acropoli; la volontà effettiva di Dione non era quella di ripristinare la repubblica. Circostanza che Plutarco individuò nel parallelo personaggio di Bruto; ma piuttosto di sostituirsi a Dionisio come un nuovo Dittatore. Infatti, quando Eraclide propose al nuovo governo di Dione la divisione delle terre a favore della popolazione minuta, che era stata fondamentale nella guerra civile contro Dionisio; Dione gettò la maschera perché fece uccidere il socio Eraclide, riarmò la guardia privata, risollevò le imposte e negò trionfi e distribuzioni di grano e vettovaglie alla popolazione stremata da quella guerra. Sarà la sua morte dopo appena un anno di tirannia, a rimettere in gioco la situazione politica, quando ormai era chiaro che Platone e la sua cerchia avevano complottato con Dione per indebolire Dionisio e per ammantare il suo governo di repubblica democratica, come Danton tentò di fare nella Francia repubblicana del 1793, quando si propose contro Robespierre in nome della democrazia, ma con il mascherato scopo di sostituirlo e forse di richiamare i Capeto al governo. Peraltro, è chiaro come l’eterno tema della divisione delle terre è il terreno comune su cui Plutarco imbastirà la sua memorabile doppia biografia. E Dionisio il giovane? Diodoro ci narra che durante i mesi di dittatura di Dione visse a Locri in esilio e che ritornò a Siracusa alla morte di quello nel 354 a.C.
Per i 10 anni successivi una tirannia peggiore della prima, stante la sua innata insensatezza e violenza, paragonabile a un Caligola o a un Nerone. Il popolo di nuovo gli si ribellò e chiese aiuto alla madre patria - Corinto - che inviò una spedizione di soccorso a capo del generale Timoleonte che facilmente sconfisse le ultime resistenze del tiranno, che visse povero e pazzo a Corinto per qualche anno ancora. Plutarco ci dice, in uno dei suoi tradizionali aneddoti - I Moralia, n. 511 a – che la figura di Dionisio II fu sintetizzata da un motto popolare che gli Spartani poi opposero a Filippo II di Macedonia che li minacciava di invasione. Farai la fine di Dionisio a Corinto, per ammonire che coloro che fanno uso dalla forza per governare, finiscono, ove non vengano appesi al contrario, per morire di stenti lontano dalla loro patria.
Ma prima di concludere il secolo d’oro di Siracusa, è opportuno menzionare alcuni tiranni buoni, che precedettero positivamente l’annessione di Siracusa alla repubblica romana. Abbiamo anticipato come la spedizione di soccorso ai democratici in rivolta a Siracusa fosse guidata da un giovane siracusano, cioè Timoleonte, un ufficiale del citato Eraclide. Orbene, nel 347 a.C., proprio il popolo siracusano chiese alla madrepatria Corinto di mandare un loro delegato a riordinare la pace in città, dopo che Dione era morto e visto che gli Aristocratici tentavano di riavere Dionisio il giovane, protetto proprio dagli stessi Cartaginesi che non volevano una repubblica democratica ancora con loro in guerra. Riprendeva cioè la vecchia tradizione di un tiranno/mediatore, esterno alle beghe politiche inconciliabili fra democratici e oligarchi, spesso strumento occulto o delle città vicine sicule o degli stessi Cartaginesi.
Nel basso medioevo toscano vi fu una scelta politica analoga, quella di chiamare magistrati neutrali di città madri lontane e le loro figura fu detta Capitani del popolo, speso tribuni volontari che andavano nelle città germinate per riportare l’ordine pubblico. Ora è questa l’origine di Timoleonte capo di una spedizione militare corinzia, dotata di 10 navi e di un piccolo esercito, composto da mercenari sovvenzionati dalle famiglie che da Corinto nel 733 fondarono Siracusa. Il piano Cartaginese prese però un’altra via: considerate le scarse capacità militari di Dionisio, di fronte al collaudato Timoleonte che li aveva vinti in precedenti battaglie, convinsero Iceta, altro generale di Dionisio il vecchio, a combattere Timoleonte nella piana di Catania, dove la flottiglia di questi era appena sbarcata. A Catania Timoleonte sbaragliò la predetta coalizione di Cartaginesi di vicine città ribellate Siracusa ed entrò in Ortigia da tiranno col favore della maggior parte del popolo. Dionisio fuggì a Corinto e Timoleonte divenne un capitano del popolo che riapplicò la vecchia costituzione repubblicana. Nel 341 a.C. Timoleonte tornò a battaglia contro Iceta sul fiume Cremiso e lo respinse per la ennesima volta, tanto che Iceta si nascose a Lentini, dopo di che colà ne divenne il tiranno.
Al ritorno a Siracusa - sempre secondo Diodoro - nel 342 riformò, anzi riattivò la antica costituzione repubblicana, né oligarchica, né democratica, ma una costituzione mista, dove al profilo oligarchico dei migliori, si affiancava il principio democratico dell’ultima parola data al Popolo. Una sorte di Costituzione simile all’attuale modello francese, dove la funzione esecutiva è massimizzata, salvo un potere interdittivo affidato al Capo di governo che richiama il popolo alle armi. Un potere assoluto, ma non dittatoriale. dove la degenerazione dell’uomo solo al comando, veniva limitata da un Consiglio di Tecnici atti a prevenire e a consigliare anche un’azione di governo impopolare, ma non contraria all’interesse comune. E lo si vide proprio nelle scelte di politica estera. Deciso a dare ai Cartaginesi una lezione finale, fino a espellerli dall’isola, nel 342 li attaccò, con esiti incerti. Con l’aiuto dello stesso Iceta, ora tiranno di Lentini, riuscì a restringerli nell’estremo vertice occidentale, ora attorno a Trapani. Ma dei nemici nel Nord della Sicilia e di Lentini, non fece particolari differenze, ma convinse Iceta e le altre città della fascia orientale a mantenere costituzioni moderate, introducendo istituti e consigli aperti alle classi finora contrapposte, organizzando una loro federazione orientata alla difesa dei tradizionali attacchi cartaginesi. Era dunque una tirannia democratica, oppure come si dirà dell’impero di Augusto, cioè una democrazia autoritaria, dove le istituzioni repubblicane rimanevano formali e dove la loro guida era frutto di nomine calate dall’alto. Era chiaro che alla sua morte, nel 330 a.C., il sistema paternalista da lui inventato venne meno e si ritornò alla guerra civile permanente. In verità, il progetto federativo e poi la speranza di unitarietà delle città siciliane era fondata soltanto nella comunanza di un unico dittatore e nel pari volere attuare una politica di difesa dall’invasione dei Cartaginesi.
Un fragile processo politico limitato al reciproco aiuto in caso di guerre esterne. Un regime di pari accesso al potere dei due partiti tradizionali e la domanda di ripartizione delle terre fra nativi e immigrati erano obiettivi irraggiungibili, peraltro impossibile se accompagnati da una domanda che non sanasse la ineguale distribuzione dei fondi agrari. Eppure Agatocle (360 a.C. - 288 a.C.) provò a superare tali difficoltà. Sappiamo dalla solita fonte di Diodoro, che la repubblica varata da Timoleonte aveva come organo legislativo di controllo un’Assemblea di 600 membri che - come il senato di Roma repubblicana - fungeva da Senato con rappresentanti del Popolo, un potere deliberativo finale e di controllo sugli eccessi del despota di turno. Era composta da membri dell’antica aristocrazia terriera e da rappresentanti della borghesia imprenditrice di stampo democratico, mentre liberti e popolo minuto venivano chiamati in causa nelle gravi vicissitudini collettive, come nel caso di guerra o di invasione.
Ora un esponente di spicco di quella assemblea era Carcino, immigrato da Reggio, produttore e venditore di vasellame. Agatocle ne era il figlio e appena ventenne divenne ufficiale militare di Eraclide e fu anche amico di Sosistrato, capo della fazione oligarchica più moderata. Simpatizzante democratico e critico rispetto alle tendenze estremiste e oligarchiche di Dione, fra il 323 e il 318, fu in esilio, aspettando il momento politico opportuno per rientrare e trovare un solido appoggio trasformista da ambedue le fazioni. E nel 316 ottenne da esse i pieni poteri. Imparò da Timoleonte la politica militare di combattere su due fronti, intrecciando e rompendo alleanze con le città greche vicine, giocando sulle reciproche gelosie, un po' come Federico di Prussia fra Francia, Austria e Inghilterra durante le guerre di Successione del ‘700. Perfino tentò di agganciare gli Spartani, sperando in un loro attacco alle spalle dei Cartaginesi, come aveva pianificato Alcibiade nel 415 a.C. a danno di Siracusa. E nel 310 a.C. portò con successo la guerra in Africa aggredendoli proprio alle spalle, rendendo inutile la loro vittoria a Ecromio su un contingente siracusano, mandato apposta sulla costa presso Licata per distrarre il nemico.
Scipione l’Africano però prese a modello tale impresa, che comportò il rientro forzato in patria del contingente africano in Sicilia. La notevole azione di disturbo di Agatocle non fu però produttiva, perché l’armata siracusana penetrata in Africa, e guidata dal figlio di Agatocle, Arcagato, fu costretto a ritornare indietro. Comunque, l’arditezza dell’impresa africana, portò Agatocle a trovare un accordo di pace, con l’effetto di sconfiggere gli oligarchi ribelli a Targia nel 304 a.C. e di ristabilire il suo potere sulla Sicilia greca, salvo Agrigento. Quasi nello stesso tempo, sull’esempio dei generali di Alessandro Magno, Agatocle assunse il titolo di re. Gli obiettivi di pace interna e da estera erano stati in parte ottenuti, perché da una parte assorbì i favori di molti oligarchi moderati e consentì a molti democratici di adire le nuove cariche amministrative che sul modello persiano già Alessandro aveva introdotto in Grecia. E dall’altra, di fronte alle prime offensive romane, difese molte città della Magna Grecia, occupò Corfù e la diede come dote a Lanassa una sua figlia, che sposò Pirro re d’Epiro. In vecchiaia, Agatocle fu vittima di una congiura di palazzo di alcuni suoi figli che a stento riuscì a reprimere, Unica erede restò proprio Lanassa, che aprì la successione così al re Pirro or ora citato. Merita attenzione però il fatto che nel suo testamento dichiarò erede il Popolo Siracusano. E proprio dal 288 a. c, data della morte, Siracusa divenne terra di scambio e di sfruttamento, mai più una potenza ricca e autonoma.
3. Decadenza e fine della potenza siracusana (288-212 a.C.)
Il decennio successivo alla morte di Agatocle è caratterizzato dalla crisi sociopolitica delle città siceliote e della stessa Siracusa, tornata alla costituzione democratica e pacifista, rispetto al progetto panellenico perseguito dai Dionisiadi, poi da Timoleonte e soprattutto da Agatocle. Questi altresì nel 304 a.C. si dichiarò re, sull’esempio dei generali di Alessandro, che si erano suddivisi il Mediterraneo Orientale in vari regni indipendenti che dalla metà dal IV secolo si misero in guerra fra loro, favorendo le ultime resistenza di indipendenza di Sparta e Atene. Tuttavia Agatocle non imitò quei nuovi re, le cui regalità visibili non andranno al di là dalle forme pseudopersiane, vale a dire il c.d. diadema, cioè un lungo nastro di stoffa bianca legato sulla testa con frange pendenti ai lati della nuca. Piuttosto, si batté moneta non più col termine Siracusa, ma con il suo nome di tiranno, con il nome della città posto sul retro della moneta. Per esempio, le torri fortificate del Porto Piccolo di Siracusa, oppure la residenza della Corte in Ortigia. Una vera e propria dinastia, che vuole legarsi alle famiglie reali mediterranee, cioè i Seleucidi, i Tolomei, i Traci Lisimaci, fino ai Cassandri Macedoni e anche gli Epiroti di Pirro.
Intanto Agatocle sposò da re la figlia di Tolomeo I d’Egitto e diede a Pirro, re dell’Epiro (oggi Albania) la figlia Lanassa, proprio per appoggiare la sua politica espansiva nell’Italia Meridionale, dove Kroton divenne un punto di controllo per rintuzzare le pretese dei Bruzi a loro volta in conflitto coi Romani. Avvenne nel Meridione d’Italia quello che diversi secoli dopo sarà per il ducato di Milano che chiamerà in soccorso i Francesi contro le pretese della Spagna di Carlo V, aprendo la strada che Lorenzo il Magnifico aveva ricercato nel XV secolo il più possibile l’alleanza coi principati locali (1494-1495). Taranto, invero, aggredita dai Lucani, prima chiamò in aiuto la madre patria Sparta, poi anche Roma (303 a.C.); infine chiese soccorso ad Agatocle che batté i Bruzi nel 298 a.C. Inoltre la presenza di Siracusa crebbe nell’Adriatico con la conquista di Corcira (oggi Corfù) e poi la citata occupazione di Kroton, mentre le figlia Lenassa passava dal letto di Pirro a quello di Demetrio Poliorcete, re di Macedonia, dotato di una ingente flotta che avrebbe ridotto al silenzio l’odiata Cartagine.
Ma la sua improvvisa morte (289 a.C.) interruppe un processo aggregativo non inferiore a quello del secolo precedente da parte di Alessandro Magno. Fa il 288 e del 278 seguiranno numerose guerre civili locali che resero Siracusa e le altre città siciliote un complesso di Città/Stato sempre in rivolta e in bilico fra democratici e oligarchi, rendendo il periodo del tutto instabile, delimitato da paci interne e locali molto brevi, con effetto critico sul benessere delle stesse parti in causa, come sarà per l’ultima fase della repubblica romana nel I secolo a.C. e nel XIV secolo nella Firenze di Dante. Il tutto nella consueta frammentazione delle polis che la madre Grecia aveva superato per effetto dall’invasione macedone. A Siracusa in quel decennio domina il già citato stratega Iceta, generale di Agatocle, che lo sostituì a difesa delle città contro il Cartaginese Menone, tiranno di Segesta e che venne fermato già in territorio aretuseo. La città fu quindi ancora dilaniata dalla guerra civile fra i democratici di Iceta e gli oligarchi di Finzia, vinti nel 285 sul fiume Ibleo.
Ancora una volta i Cartaginesi tornarono all’attacco di Siracusa e nel 280 a Lentini vennero ricacciati a Est. È evidente che una parte essenziale di queste guerre locali la ebbero i mercenari, spesso la guardia armata dei nuovi tiranni come Timoleonte e Agatocle. Costoro erano consapevoli del loro potere armato e del rischio di essere da essi sollevati, rifiutarono loro la cittadinanza e poi ne confiscarono i beni, fino a espellerli. Risultato fu non solo la congiura di palazzo che vide la morte del re, ma anche la devastazione di Gela e Kamarina con la protezione Cartaginese.
Inoltre, pur pagati dalla repubblica Aretusea non lasciarono l’isola, ma si concentrarono a Messina (da allora Mamertina) in nome del dio campano Mamers, visto che erano forze armate campane. I Mamertini divennero la compagnia di ventura più forte del Sud, a danno sia di Siracusa che di Segesta, le due collaudate potenze siciliane ormai decadenti a vantaggio della Roma repubblicana attestata a Reggio dall’altro capo dello stretto di Messina. Una circostanza che ci ricorda la crescita in età moderna dell’Inghilterra dietro lo scontro fra Francia e Spagna, oppur oggi quanto sia importante la Cina dietro le ceneri dell’URSS e davanti alla crisi degli Stati Uniti. Intanto, mentre la Sicilia orientale era flagellata dalle incursioni mamertine, Segesta conquistava Agrigento. E perciò, ormai prossimi a tornare alle porte di Siracusa, non mancò fra i democritici moderati e gli oligarchi progressisti, la volontà di chiedere un aiuto esterno a quel Pirro, re dell’Epiro e già genero di Agatocle, che stazionava a Taranto con ingenti forze per difenderla dai Romani. E le vittorie di Pirro su Roma erano diventate famose - Eraclea (280) e Ascoli di Puglia (279) - sia per l’uso degli elefanti che fecero impaurire le coorti romane, sia per le ingenti perdite subite che confermeranno l’inutilità di quelle vittorie. L’alleanza comunque fra le città siceliote e il regno di Epiro - prodromo di un fortissimo regno ellenistico ora nel quadrante centrale del Mediterraneo - spinse le due repubbliche cartaginese e romana a miti consigli e a fare una pace che bloccò l’audace progetto di Pirro. Polibio - lo storico di turno di queste vicende - narra che nel 278 Pirro entrò a Siracusa da Liberatore e da re comandante militare, quasi un Dio, un novello Alessandro Magno a Siracusa. Prova di tale successo fu la monetazione d‘argento, con teste di fanciulla (Kore) siracusana. E lo stesso effetto lo danno le monete d’oro, con la Nike incisa e la su figura di re. Da allora vi fu un incremento delle miniere del centro Sicilia, necessarie per i metalli su cui coniarli.
L’anno successivo, Pirro riprese a guerreggiare contro i Cartaginesi, riprendendosi tutta la fascia costiera a Est dell’isola da Agrigento fino a Erice e Palermo. E poi la guerra la trasferì in Africa, come aveva anticipato l’ex suocero Agatocle. Rintuzzati a Messina i Mercenari, occupata buona parte del territorio occidentale, salvo Lilibeo (oggi Marsala): Pirro sfruttò le ricchezze siciliane per costruire una forza da sbarco in Tunisia per sbaragliare Cartagine e intensificò i prelievi fiscali e alimentari sulla popolazione siciliana. Scelta che gli alienò le simpatie locali, come avverrà con Carlo d’Angiò nel 1282, quando la sua Mala Signoria spinse il popolo di Palermo a ribellarsi alle vessazioni fiscali del governo francese, che ridusse in condizioni precarie l’economia locale per favorire la guerra civile fra le province francesi, riottose ad assoggettarsi alla famiglia D’Angiò. E lo stesso fu per Pirro, allontanato a furore di popolo dalla città dopo 2 anni di forti imposizioni fiscali, preferendo la popolazione ritornare all’autonomia municipale e alla resistenza alle incursioni mamertine (276 a.C.). Partito Pirro da Siracusa, molto più ingloriosamente di quando era entrato, riprese la lotta politica non minore di quanto già si sé narrato.
Emergeva quindi ancora una volta, la domanda di un tiranno che moderasse la quotidiana difficoltà di convivenza civile. E già nel 278 un giovane generale siracusano, Jerone, si distingueva nelle consuete guerricciole di Pirro contro Cartagine (276 a.C.). Polibio - storico greco all’età degli Scipioni di Roma (2 secolo a.C.) - ci presenta un’isola divisa in tre aree - curiosamente rimaste analoghe nel periodo borbonico dell’Isola dalle guerre di successione del ‘700 fino al Congresso di Vienna del 1815 - vale a dire la repubblica oligarchica cartaginese di Segesta e le città cartaginesi confederate a Est, il dominio mamertino a Nord Ovest, con Messina capitale protetta da Roma; il resto del Sud guidato da Siracusa nell’area centro orientale fino a Gela. A quasi 40 anni, Ierone sposò Filistide, figlia del politico più famoso di Aretusa, Lipitine, consolidando il potere di tiranno - guida politica neutrale dietro le quinte col favore di democratici e oligarchi moderati - e assunse la carica ufficiale di generale in capo. Dopo qualche anno di studio difensivo, Jerone attaccò e vinse i Mamertini a Longano (265) e questo gli procurò la carica di re, come Agatocle. Caduta Messina, benché protetta dalla flotta punica loro alleata, i Romani vennero in ballo e la ripresero nel 264.
Qui Jerone passò il segno, rialleandosi con i Cartaginesi e attaccò alle spalle i Romani che ora scesero in forza a Sud, ricacciandolo a Siracusa. Durissime condizioni di pace le vennero così imposte, obbligando Jerone a restituire senza riscatto tutti i prigionieri e a lasciare le città della Sicilia Orientale in loro possesso. Non contento di questo continuo cambio di fronte, Ierone finalmente capì che solo Roma poteva assecondare la pace nell’isola e negli ultimi anni le si alleò mantenendo una certa autonomia, mentre le altre città, con la sconfitta di Cartagine nella prima guerra punica, divennero province romane. Diodoro e Polibio ci descrivono un sovrano illuminato dal 227 al 215, anno della sua morte. Da sempre è stato ritenuto attento a mantenere la pace, a sviluppare l’agricoltura e il commercio, amico di letterati e scienziati, primo fra tuti il matematico e fisico Archimede, grandissimo intellettuale riconosciuto come tale in tutto il Mediterraneo. In particolare, dalle poche notizie biografiche che possediamo, studiò ad Alessandria matematica alla scuola dei discepoli di Euclide e poi ritornò a Siracusa dove appunto divenne un fidato consigliere di Jerone II, come avrebbe voluto Dione di Platone. Unica data certa della sua vita è oggi solo l’anno della morte, il 212 a.C., quando fu ucciso causalmente da un soldato romano durante il saccheggio di Siracusa da parte dell’armata romana del console Claudio Metello.
Questo non è il luogo per le sue eccezionali scoperte per il suo singolare ruolo di inventore e padre della fisica fino a oggi. Si può solo dire ora che in geometria affinò il metodo di esaustione, inventato da Eudosso e applicato da Euclide per calcolare le aree di figure geometriche irregolari, utilizzando la via meccanica nel calcolo infinitesimale. In idrostatica, scoprì un principio meccanico assoluto che prese il suo nome, per cui un corpo immerso in un fluido subisce una spinta dal basso verso l’alto uguale al peso del liquido spostato. In meccanica inventò la leva e tanti suoi derivati di cui oggi se ne fa uso, per esempio gli ascensori. Dubbi - malgrado l’indubbio fascino del mito - reca la leggenda che gli attribuisce l’invenzione di speciali specchi ustori che concentravano i raggi del sole e le indirizzavano sulla flotta romana, al largo delle coste siracusane, incendiandola durante l’assedio. In breve, la sua straordinaria futura recezione in età moderna e contemporanea si fonda principalmente nelle sue scelte rivolte a privilegiare il metodo matematico quantitativo, modello tratto dalla fisica meccanica e nel rilievo al modello induttivo e all’empiria, diversamente dal suo maestro Euclide chiaramente invece legato al metodo deduttivo di Platone e per buona parte accolto dalla cultura classica prima di Galileo. Quando nel 1906 venne scoperto un suo scritto ritenuto perduto - Metodo sui teoremi meccanici - Archimede specificò, con dovizia di esempi meccanici, e non più col metodo deduttivo, i limiti delle figure geometriche irregolari; risalendo induttivamente invece dagli elementi simili di una diversa figura regolare.
Tornando ora agli eventi storici, scoppiata la seconda guerra punica (218 a.C.), Jerone II non abbandonò il sostegno a Roma, neppure quando Annibale la sconfisse a Canne, mandandogli comunque soldati e rifornimento, cosicché così fece della Sicilia terra di scontro fra le parti. Sicuramente, Jerone temeva di pagare cara la perdurante amicizia romana esponendo Siracusa alla vendetta cartaginese. Purtroppo, Gelone, figlio indicato a succedergli era chiaramente filocartaginese. Quasi a 90 anni re Jerone dovette reprimere la rivolta oligarchica del figlio e delle città alleate ormai passate a Cartagine. La guerra civile ricomparve nelle strade aretusee malgrado la forma di governo monarchica. Nel 215 il re moriva a 90 anni e con lui Roma perse un alleato molto leale e ultimo amico in Sicilia. Gerone ebbe solo il tempo di nominare il nipote Geronimo da erede, visto che il figlio Gelone era morto in quella tragica guerra civile. Peraltro la teoria positiva che il governo di un uomo solo, anche se non di un dittatore assoluto, pur aperto alla collaborazione di intellettuali illuminati - si pensi ad Archimede - non aveva impedito minacce fortissime alla stabilità sociale. Così Geronimo, dopo una breve pausa di neutralità, assunse la guida del potere e revocò il controllo dei senatori siracusani che avevano retto con cautela la prima fase della successione, aderendo a Cartagine che furbescamente lo adescò offrendogli quei territori siciliani occidentali agognati da un secolo. Due giudizi storici su tutti: Tito Livio, da buon romano nazionalista, lo qualificò un traditore, abbinandone il carattere violento e mefistofelico a tutti i tiranni perché fu anche impopolare per un eccesso di crimini. Peraltro - come gli oppose Polibio - non potevano essere veramente a lui imputabili per la brevità del suo regno di appena un anno (213 a.C.). Sia come sia, i filoromani riuscirono a ucciderlo proprio quando da Leontinoi si stava organizzando una spedizione contro Roma, attestatasi a Messina sotto la guida di Claudio Marcello, console romano che nel Sud teneva testa alle milizie cartaginesi. Non ci fu una congiura che riportasse i filoromani al potere definitivamente. I filocartaginesi ripresero la guida della città e Claudio Marcello assediò Siracusa. Solo che le vecchie fortificazioni di Jerone I, rinforzate da Jerone II, nonché le armi speciali di Archimede, fecero rallentare le operazioni romane, tanto più che Akragas era stata ripresa dai Cartaginesi, mentre Enna era stata messa a ferro e fuoco da Marcello perché era passata al nemico. Costui approfittando di una festa cittadina in onore di Artemide, entrò da un varco poco difeso da parte di terra con pochi marines e riuscì a sfondare le porte al grosso delle truppe. Ortigia e Acradina, protette da mura proprie, rimasero al sicuro. Il popolo rimanente, affamato e ammalato di peste e tifo, si arrese e fece arrendere il resto della città. Tuttavia, la guerriglia urbana filocartaginese e oligarchica continuò a limitare le forze romane, come del resto testimonia la citata morte accidentale di Archimede. Polibio, di lingua e razza greca, rilanciò le accuse di violenta spoliazione della città, saccheggiata e devastata per le numerose opere d’arte rubate da Marcello e dai suoi scherani, che rovinarono per sempre la secolare potenza mediterranea. E nel 211 a.C. anche Akragas, seconda città del regno di Jerone, fu occupata da Roma. Come dirà Tito Livio per Cartagine distrutta da Scipione l’Africano poco dopo, la pace romana era indubbiamente un deserto di rovine. La provincia siracusana non ebbe più la capacità di riprendersi, tanto che le rivolte di schiavi, alla fine del II secolo, provano una costante decadenza economica delle aree orientali dall’Isola, come vedremo in altra sede.
Giuseppe Moscatt
Note bibliografiche, oltre alle fonti citate nel testo, vd.
Le fonti classiche da cui si è attinto:
· Le lettere di Platone, specialmente la lettera VII, sulla quale vedere, GIORGIO PASQUALI, Lettere di Platone, Firenze, 1938.
· Le vite parallele di Plutarco, il confronto fra Dione e Bruto e il paragone con Timoleonte ed Emilio Paolo Macedonio (cf. ed. Le Monnier, vol. VI, 1865, in archive.org, nonché vd. pure ed. UTET, su it.scrib.com).
· Diodoro Siculo, libro XI.
· Sulla storia di Siracusa fra il IV e d il III secolo vd. in generale La Sicilia dal 368/7 al 336/6 di MARTA SORDI, Roma, 1983.
·
Per
la storia sociale della Sicilia Greca, vd. EMILIO GALVAGNO, Politica ed
economia nella Sicilia Greca, Roma, 2000.

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