domenica 23 agosto 2026

Euripide Ione nona parte versi 948- 969. Continua la sticomitia iniziata al verso 938. Mutevolezza e imprevedibilità delle vicende umane


 

Creusa risponde alle domande del vecchio aio : ha partorito movnh kat j a[ntron da sola nella grotta dove Apollo l’aveva ingravidata.

E il bambino dov’è? Se vive tu non sei a[pai~ senza figli.

Creusa risponde che l’infante è morto  esposto alle bestie selvagge qhrsi;n  ejkteqeiv~ (951). La crudeltà del dio è disumana.

Il vecchio infatti prova a domandare come poté    jApovllwn oJ kakov~ non proteggerlo.

Non non è stato protetto,  {Adou  d  j ejn dovmoi~ paideuveutai -953-risponde Creusa  con sarcasmo, viene allevato nella dimora di Ades.

 Per dire che il dio dei morti dà una mano al bambino lasciato in pasto alle fiere dal padre, un malvagio, venerato dagli stolti come dio della vita solare.

Creusa confessa che fu lei stessa ad esporlo nella tenebra dopo averlo fasciato con le sue vesti.

Non lo sapeva nessuno tranne la sciagura e il segreto.

L’aio le domanda come ha avuto l’ardire di abbandonare il figlio in una grotta

Come si fa gettando fuori dalla bocca molte parole pietose

Il Vecchio la chiama sciagurata per quanto ha osato- tlhvmwn su; tovlmh~  ma ancora più sciagurato il dio aggiunge (961)

Creusa gira il coltello nella propria piaga: “Se avessi visto il bambino che tendeva le mani- eij pai`da g j ei\de~ cei`ra~ ejkteivnonta moi”.  

L’aio incalza: “mentre cercava la mammella o di essere preso in braccio?

Creusa lo ammette e se ne dà la colpa indicando il seno  : proprio qui, dove non poteva subendo ingiustizia da me.

Come ti è venuto in mente di buttarlo via?

Creusa risponde: “credevo che il dio avrebbe salvato suo figlio.

Il Vecchio sentenzia che il benessere della casa reale di Atene è sconvolto da una tempesta- o[lbo~ ceimavzetai- una metafora meteorologica.

Il Prevsbu~ si copre la testa e piange partecipando al dolore dei regnanti

Creusa gli domanda perché lo fa e il Vecchio risponde: perché vedo la tua infelicità e quella del padre.

Creusa cerca una consolazione dicendo: “ta; qnhta; toiauvt j : oujde;n ejn tautw`/ mevnei (969), siffatte le vicende mortalu, niente rimane nella stessa posizione.

Mutevolezza e imprevedibilità delle vicende umane

Nelle Storie du Erodoto si legge che Solone interrogato da Creso sul poprio posto nella graduatoria degli uomini felici rospose al pacchiano re di Lidia che  la vita umana consta mediamente  di 26250 giorni e nessuno di questi è uguale all'altro, quindi l'esito di ciascuna persona non è prevedibile, e un uomo non può dirsi felice, ma solo  fortunato prima che sia giunto all'ultimo dei suoi giorni.

Leggiamo alcune parole che Erodoto attribuisce al legislatore ateniese: “di tutti questi i giorni compresi in settant'anni, che sono ventiseimiladuecentocinquanta, l'uno di loro non porta affatto alcuna vicenda  uguale all'altro (I, 32, 3).

 

Anche Sofocle denuncia questa altalena degli eventi: nei suoi drammi si trova più volte l'immagine dell' altalena fatale:" nell'Esodo dell'Antigone  il messo sentenzia:"tuvch ga;r ojrqoi' kai; tuvch katarrevpei-to;n eujtucou'nta to;n te dustucou'nt j ajeiv (vv.1157-1158),  la sorte infatti raddrizza e la sorte butta giù/ il fortunato e il disgraziato via via.

Gli ultimi versi dell’ Edipo re  contengono questa sentenza : sicché, uno che sia nato mortale, non ritenga felice nessuno,/ prima che/abbia passato il termine della vita senza avere sofferto nulla di doloroso ("pri;n aj;n  /tevrma tou' bivou peravsh/ mhde;n ajlgeino;n paqwvn", Edipo re,  vv.1528-1530).

L'imprevedibilità del futuro è denunciata anche da Deianira all'inizio delle Trachinie  (vv. 1-3) :" esiste un antico detto ("Lovgo" me;n e[st  j ajrcai'o"") diffuso tra gli uomini: che non puoi conoscere la vita di un uomo prima che uno sia defunto, né se per lui sia stata buona o cattiva".

Più avanti la Nutrice afferma addirittura che è sconsiderato (mavtaiovv" ejstin), v. 945 chi conta su due giorni o anche più: infatti non c'è il domani se prima uno non ha passato l'oggi.

 Queste parole ribadiscono gli insegnamenti delfici del  conoscere, anche attraverso se stessi, la natura umana, i suoi limiti e pure le sue connessioni con il cosmo, per  rifuggire ogni eccesso, ogni rottura dell'equilibrio e dell'armonia.

 

Nelle Storie di Polibio, Annibale prima della battaglia di Zama (202 a. C.) parla a Scipione cercando un accordo: io ho sperimentato come la tuvch sia mutevole, gli dice, e faccia pendere la bilancia alternatamente da una parte o dall’altra kaqavper eij nhpivoi~ paisi; crwmevnh (15, 6, 8), come se trattasse con dei bambini infanti.

 

 

 

Pesaro 23 agosto 2023 ore 16, 50 giovanni ghiselli

p. s.

Statistiche del blog

All time2890866

Today5204

Yesterday8344

This month227302

Last month265976

 

 


Nessun commento:

Posta un commento