giovedì 13 agosto 2026

Ifigenia LXV. La telefonata da Ozzano e la sospettosa divagazione notturna errando tra i monti.


 

Mentre cenavo nella sala affollata da una masnada di tedeschi biondi, grossi e chiassosi, un cameriere venne a dirmi  che c’era una chiamata per me. Corsi alla cabina telefonica perché in quella età geologica il cellulare non esisteva. Del resto ne faccio del tutto a meno anche oggi. Forse c’è molto di neardethaliano in me.

Era Ifigenia che telefonava da Ozzano dove  era andata a trovare due conoscenti e si annoiava perché aveva poco da dire con loro e le mancava la mia presenza. Mi parve che parlasse confusamente.

 

Mi venne in mente Päivi che, partita da Debrecen, appena  arrivata a Danzica mi scrisse “I miss you”, e pochi mese più tardi mi rigettò-mira feritate- dicendo I don’t want to see you”.

Ifigenia ci avrebbe messo di più a buttarmi via, ma io, come Tiresia, ho sempre presofferto tutto e proprio per questo me la sono cavata. Il dolore ci rende saggi  dopo che lo abbiamo attraversato, ma non possiamo varcarlo se  non lo abbiamo previsto preparandoci alla catastrofe finale molto per tempo e attrezzandoci come si deve per sopravvivere.

I segni premonitori non mancano mai, tanto quelli cattivi quanto quelli fausti. Sono sempre stato capace di avvertirli. Uno dei talenti che mi ha salvato la vita più volte.

 Il ricordo del voltafaccia della mia terza finlandese, quella che aspettava una figlia da me e non la mise al mondo, non mi ha più consentito di sentirmi sicuro dell’ affidabilità delle amanti.

Rebus cunctis inest quidam velut orbis” pensai quella sera.

Oltretutto la ragazza, aveva più o meno l’età di  Päivi nel 1974. Ifigenia mi chiese di tornare a Bologna appena possibile. Lei  vi sarebbe rientrata  la mattina seguente: non ne poteva più della gente zotica di quel mortorio di Ozzano, “davvero una moribunda sedes!” disse. Del resto anche a Bologna, aggiunse, si sarebbe annoiata senza di me e la mia loquela speciale.

Mi sentìi imbarazzato. Non volevo anticipare il ritorno rinunciando al mio girovagare per un altro paio di giorni sotto i monti elaborando i dolori di ulcere antiche e di ferite recenti. Risposi a bocca stretta che sarei tornato presto, siccome anche io mi sentivo dimidiato. Intendevo diviso in due parti ma non glielo spiegai. Né le dissi che mi mancava la sua presenza perché so dissimulare ma non riesco a simulare. Avevo l’angoscia e la salutai senza aggiungere altro. Non mi aveva convinto dicendo soltanto male delle persone che la ospitavano.  Chi erano quegli ospiti così spregiati? Perché ci era andata? Perché ci era rimasta? Mi nascondeva qualcosa. Un ganzo deludente? Un drudo mancato? Una copula rugginosa o insozzata? “Tutto può essere quando nulla è chiaro”,  mi dissi.

 “Sospetti troppo!” mi dirai caro lettore.

Se qualche volta ho sbagliato, poche davvero, l’errore è stato non sospettare abbastanza. Ma la lezione mi è servita.

Dopo la cena trangugiata in gran fretta, uscìi nella notte. Il cielo brillava di stelle dalla luce vivace. Pensai che  il mio veleno non doveva attoscare altre persone: mi si addiceva la solitudine.

 Camminai su per la strada del San Pellegrino fino alla base delle piste sciistiche del Lusia. Verso le dieci, tra gli alberi non tanto fitti che coprono la schiena dell’umano Piz Meda  apparve la luna, Artemide o Diana che dire si voglia: diva ancora casta? Chissà! i suoi raggi disegnavano chiazze di luce bianchissima tra le ombre  del bosco. Un abete che si stagliava davanti alla figura della  dea sembrava essere entrato in lei come una mentula sfacciata per fecondarla dopo avere violato la sua verginità.

Mi venne in mente lo zompare degli astronauti su Selene. Eravamo nel 1969 a Debrecen davanti a un televisore quella notte.

 La mia coscienza inquieta vedeva stupri dovunque. Mi voltai verso la valle di Fassa e osservai le anguste convalli, i burroni, le gole, le balze, le cime dei monti, il cielo e le stelle. Volevo purificarmi ritrovando il paradiso perduto della natura.

Certe incavature dove già spuntava l’erba mi ricordavano la vagina di Ifigenia, alcuni dossi bruni di cespugli, la sua bella testa con i capelli neri neri e odorosi,  certe  rocce erano uname e ben fatte, altre deformi e semibestiali, alcune stelle mandavano una luce fissa, altre guizzavano intermittenti, il cielo di  giorno era stato obeso, acquoso e deprimente, di notte era splendente, snello, frizzante e mi invitava a imitarlo. “Ritrova la tua energia- mi dissi- recupera il compiacimento che hai di te stesso nei momenti migliori! Domani vai a correre o a sciare. Esci da questo veternus che ti intorpidisce e amareggia! ”.

Pensai: “nella terra c’è tutto e Ifigenia è prevalentemente tellurica , perciò  in lei c’è il bello e c’è il brutto, c’è il bene e c’è il male, c’è intelligenza acuta ma intermittente, alternata con l’ottusità,, volgarità plebea e pure un pizzico di finezza signorile.  Secondo le circostanze. Stare con tale persona è come camminare sul filo del rasoio della mia sorte che ora è legata alla sua, e se resto con lei devo accettarla com’è. Nell’insieme  è una creatura riuscita piuttosto bene al fuoco artista che procede metodicamente alla creazione”.

Tornai nella mia stanza un poco riconfortato. Ma sono pensieri quasi forzati di un cervello stanco, di un sentimento disincantato. Presoffriva già tutto.

 

Pesaro 13 agosto  2026 ore 9, 54 giovanni ghiselli

p. s.

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