In febbraio il nostro rapporto risentì della stanchezza causata dall’inverno troppo lungo a Bologna. Il freddo impedisce la vita estrinseca e inceppando questa immiserisce anche quella interiore.
Durante la lunga relegazione in casa molti guardano i programmi televisivi, altri si danno alle bevute o pizzicano poi ghermiscono la fantesca quando porta il bicchiere con il superalcolico, mentre la moglie si trova beata nel talamo del ganzo scapolo; l’energica e brava massaia priva di collaboratrice domestica invece fa i lavori che ci vogliono per compiacere il marito che intanto fissa la partita di calcio o guarda il cellulare.
Più numerosi di questi qui menzionati sono i tipi umani ma gli altri non li ho conosciuti e non parlo né scrivo di ciò che non conosco.
A noi due dava noia l’inverno che superava il limite della decenza. Novembre, dicembre e gennaio si sopportano: il primo con la visione del grano rinascente e con il ricordo dell’estate che nei giorni iniziali del mese manda ancora qualche tiepido effluvio dovuto all’inerzia del calore; il secondo ci conforta con la resurrezione del sole che smette di abbassarsi dietro la terra ombreggiata troppo a lungo nel nostro emisfero piegato dalla parte opposta rispetto alla posizione del dio luminoso, il terzo è spesso simpatico per la crescita oramai molto evidente della luce che già annuncia la primavera.
In febbraio le giornate sono di nuovo lunghe come quelle dolci di ottobre e il sole comincia a raddrizzare i suoi raggi, ad abbronzare, a restituire la voglia di cantare agli uccelli, di ridere alle fanciulle contente quanto i pennuti che le sorvolano facendo mille giri su per il cielo. Durante le giornate rigide e cupe, fin da novembre quando si allunga la tenebra quotidiana rendendoci inquieti, aspettiamo febbraio come il mese dall’aria mitigata che accarezza le viole scure e odorose come le cosce di una bella giovane donna mediterranea: spagnola o sarda o napoletana, siciliana, egizia o greca , araba o ebrea che sia. Il meglio della femminilità. Non posso tacere delle finlandesi amoris causa. Non poche volte sono more anche loro e per giunta hanno gli occhi tal taglio quasi mongolico.
Tutte queste femmine della mia specie sono coreute di gioia, e sono le borse di studio più ambite da me, ancora dei nove negli scritti di greco al liceo e i trenta con lode nel libretto universitario!
Insomma aspettiamo febbraio come l’uscita da un tunnel gelato. Invece talvolta questo mese rappresenta l’ostinazione, la pervicacia cattiva, la depravazione estrema della brutta stagione. Allora l’inverno che si prolunga nonostante la risalita del sole, è un vizio del cielo, è un morbo dell’aria, è regressione, è follia. Una pazzia che i dementi sciagurati riprendono e prolungano fino a ottobre con l’aria condizionata nemica della salute. Sicché il caldo che favorisce la vita, che ci spoglia e incentiva l’amore è bandito quasi del tutto.
Noi due, entrambi mori di capelli e scuri di pelle, bella lei, discretamente lepido io, amantissimi del caldo e della luce, eravamo chiusi in casa, avviliti sotto coperte grosse e pesanti come macigni.
Nel buio e nel freddo prolungato nemmeno l’amore fioriva.
Cercavamo di emozionarci con domande oziose e pure provocatorie
“Se tu mi lasciassi, signora, lo sai che cosa farei?”, domandavo da amante stralunato qual ero.
“Mi riconquisteresti subito”, rispondeva sorridendo perché il nostro stare nel letto non diventasse putrido e desolato come le strade, i giardini e gli orti flagellati da intere giornate di pioggia mista a neve.
La risposta non mi era spiaciuta e la rincaravo: “Sì, tesoro, per te non sarà facile sostituirmi con uno più adatto alla tua persona augusta e speciale”.
Allora Ifigenia mi assecondava: “e’ vero, per me sarà impossibile trovarne un altro della tua levatura. Tu sei unico”.
Quindi rilanciava: “tu piuttosto gianni quando mi lascerai?”
“Quando ne avrò trovata una che possa piacermi più di te, cioè mai”.
Mentivamo entrambi: difatti in quel frangente eravamo stanchi di tutto.
Una volta fummo più pungenti entrambi. Ifigenia mi domandò: “con quante adultere hai fornicato prima di me?”
“mica tante-risposi con aria di sufficienza- nemmeno dieci”
Quindi le rivolsi la stessa domanda: “E tu con quanti?”, cinque o sei replicò. A questo punto per non mostrare il mio disappunto sfoderai il latino: et tu scis et ego matrimonium vocari unun adulterium, tu sai e io pure che un solo adulterio si chiama matrimonio”. E giù due risate.
Così ci si vezzeggiava e lusingava a vicenda dicendo bischerate, ma il gioco era stanco siccome non avevamo tanti argomenti, e il fatto che parlavamo del nostro rapporto invece di viverlo era una tragedia. La stessa voluptas che ci aveva tanto amalgamati cominciava a guastarsi corrotta dalla noia e dal dolore.
Proprio così: corrupta dolore voluptas[1].
Pensavo alle finniche amate per un mese, poi per sempre, e ne deducevo che una relazione, anche la più bella non può prolungarsi se non si agisce insieme impegnati e concordi, anche politicamente. Ne sono ancora convinto.
Avvertenza: il blog contiene una nota
p. s.
Per non imputridire andrò a pedalare in salita appena avrò pubblicato questo capitolo. I muscoli delle mie cosce non si sono ancora rifatti del tutto. In buona parte sì però. Dopo l’operazione e l’immobilità prolungata per diversi giorn ero ridotto a pelle e ossa.
Pesaro 9 agosto 2026 ore 11, 42 giovanni ghiselli
p. s
Statistiche del blog
All time2736920
Today3845
Yesterday10013
This month73356
Last month265976
Nessun commento:
Posta un commento