martedì 9 giugno 2026

Musil, L’uomo senza qualità III, 23. Bonadea ovvero la ricaduta. Prima parte. Le nozze.


 

 

 Ricordo che lunedì prossimo, 15 giugno presenterò l’Uomo senza qualità di Musil nella biblioteca Ginzburg di Bologna dalle 17 alle 18, 30

Questo è il link per chi vuole seguire la conferenza da lontano: https://meet.google.com/jhk-txfw-jkg

 

 

 

 

Poco tempo dopo Ulrich ricevette una visita dell’amica abbandonata.

Erano necessarie delle spiegazioni. Era la solita Bonadea “coi ricciolini che, secondo la moda, coprivano e scoprivano la fronte non molto intelligente” p 851.

Bonadea doveva spiegare a Ulrich perché avesse avvicinato Diotima raccontandole i fatti loro.

L’ex amante rispose eludendo quanto Ulrich voleva sapere: “E’ così carina con me. Mi dimostra tanta simpatia!”

Non rispondere a una domanda è offensivo.

Ulrich fa dell’ironia: “Ti sei messa a lavorare con lei per Il Bello, il Buono e il Vero?”

“Mi ha spiegato che ogni donna deve fare il suo dovere nel luogo dove l’ha posta il destino” Quindi; “far andare bene il matrimonio secondo lei è molto più nobile che tradire il marito. E in fondo anche io l’ho sempre pensata così”.

Questo pensiero però non toglieva l’azione dei tradimenti perpetrati da Bonadea.

Quindi segue una battuta di Ulrich: “era verissimo, infatti  non avevi mai pensato diversamente, avevi solo agito diversamente”

Bonadea lo baciò, un poco più in giù della fronte.

Poi disse: “Tu, vedi, turbi il mio equilibrio poligamo”.

 

Poi Bonadea spiegò che con poligamo intendeva poliglandolare “Insomma una questione di glandole. E’ tranquillizzante il fatto che non ci si può fare niente. Ma quando l’equilibrio si turba ne conseguono sempre esperienze sessuali mal riuscite. Tu sei un’esperienza sessuale fallita, dice tua cugina. Lei del resto predica la monogamia però ha in riserva tre o quattro uomini, mentre io per la mia felicità non ne ho nemmeno uno”.

 

Questo si potrebbe chiamare relativismo dei doveri matrimoniali.

 

Intanto  la donna contemplava “il suo riservista disertore”.

Ulrich non faceva  più il riservista rispetto al marito.

 

 

Bonadea confessa che lei e Diotima hanno parlato di lui, l’amico comune. C’era anche il generale e c’era pure Arnheim il quale  ascoltava con dignità il dialogo delle nobili signore.

Invero Ulrich aveva parlato a Diotima di Bonadea come di una ninfomane e la cugina ne aveva provato tanta curiosità quanto orrore. Bonadea però si era comportata in modo ineccepibile e Diotima aveva fatto di quella “sorella traviata” una sua protetta.

Diceva alla confidente quasi coetanea in tono didattico e consolatore: “lo so bimba mia: nulla di più tragico che abbracciare un uomo di cui non si è intimamente persuase!” e la baciava sulla bocca impura con uno sforzo di coraggio che sarebbe bastato a farle premerle labbra sui baffi insanguinati di un leone” (p. 854).

 

Invero la cosa più tragica per chi ama e desidera l’altro sesso è quando si diradano le occasioni di corteggiare con qualche possibilità di successo la persona desiderata e si soffre rimpiangendo i bei tempi, quando le opportunità erano numerose,  però con ingratitudine verso il buon Dio non le sfruttavamo tutte per un impegno di fedeltà preso con chi non lo rispettava. Questo è il mio catechismo di vecchio donnaiolo entrato nell’ottantesimo anno di vita. Sono pentito di non avere amato tutte quelle disponibili quando ero  puellis idoneus.

 

Diotima era in posizione media tra il marito Tuzzi e il nababbo Arnheim. Ulrich l’aveva visitata che non stava bene: aveva la testa fasciata e i panni caldi. Ella indovinava che il malessere derivava dalle proteste del corpo nei confronti delle le istruzioni contraddittorie che esso riceveva dall’anima.

 

E’ una buona diagnosi di tante malattie: il corpo si risente per le pretese della mente superiori alle energie somatiche e per giunta contraddittorie.

 

Diotima con nobile risolutezza voleva essere diversa da una donna qualunque. Era incerta tra Arnheim e Tuzzi ma l’andazzo del mondo le venne in aiuto. Non riusciva a comprendere, ad afferrare l’anima con i suoi enigmi amorosi che le sfuggivano come un pesce afferrato con la mano nuda. Agguantò il proprio destino identificandolo con il marito. Leggeva libri che riflettevano lo spirito del tempo, un tempo che aveva smarrito il concetto della passione amorosa, concetto piuttosto religioso che sessuale, un tempo che sdegnava come puerile occuparsi dell’amore e svolge i suoi sforzi verso il matrimonio.

 

Excursus dotto. Se vi annoia, saltatelo

 

Le nozze come ascesa della mente verso la Filosofia

Mi viene in mente un testo latino di Marziano Capella (360-428)  

E’ un trattato didattico, misto di prosa e di versi in metro vario, indirizzato al figlio. Quest’opera ebbe una grande importanza in tutto il Medio Evo. Venne commentata da Giovanni Scoto[1]

Il De nuptiis Philologiae et Mercurii ha esercitato un’influenza determinante “sull’iconografia delle artes liberales, dai rilievi del campanile di Giotto fino, in pieno Umanesimo,  a quelli di Agostino di Duccio nel tempio albertiano di Rimini.

A noi qui interessa brevemente analizzarla come possibile icona di quel nesso tra filologia e filosofia che ci sembra centrale per intendere il pensiero dell’Umanesimo” (M. Cacciari, La mente inquieta Saggio sull’Umanesimo, p. 37)

 

Filologia ha nascita terrena ma  ha preso dalla madre Phronesis l’intento di salire alle stelle come riuscì a Omero e Orfeo. Filologia simbolizza l’umano capax dei. Quindi ella deve rappresentare l’insieme delle arti liberali. Filologia è amore per ogni forma del logos.

 

Scoto legge le nozze in chiave neoplatonica e vede Mercurio come interprete della mente divina, colui che conduce al Nous.

 

La filosofia è una “gravis insignisque femina”, dalla folta chioma, colei che intercede presso Giove perché il dio conceda agli uomini eccellenti “ascensum in supera”. Filologia dovrà sposare l’interprete Mercurio che conduce a comprendere la Mente (nous). Tale comprensione sarà opus e labor di Filosofia la quale condurrà Filologia alla corte di Giove dove avverranno le nozze.

 

Per ascendere attraverso i circoli dei pianeti fino al sole, platonicamente chiamato “prima propago” dell’eccelsa potenza del padre inconoscibile, Filologia dovrà bere la bevanda dell’immortalità che Atanasia custodisce, prima però deve vomitare “coactissima egestione” (2, 135)  tutto ciò di cui è piena, ossia della erudizione umana, troppo umana.

 

 

“Marziano dice questo mystice poiché  fino a quando l’animo umano è gonfio della scienza terrena e ne è oppresso non può in alcun modo essere capace della vera sapienza che eleva al cielo” (Remigio di Auxerre, IX secolo).

Poi quella nausea ac vomitio si  trasforma in un’abbondanza di lettere, volumi che le Arti e le Muse raccolgono. Il sapere di Filologia diventa sapienza. “passa, per così dire, da potenza ad atto soltanto allorché Filologia inizia il cammino con Filosofia in supera, soltanto nel momento in cui ella desidera ardentemente l’immortalità”. (Massimo Cacciari, La mente inquieta, Saggio sull’Umanresimo, cap. terzo  Philosophica Philologia,  p. 38)

 

Dunque Filologia corre da Filosofia omni studio affectuque, e Filosofia la affida a Mercurio perché le faccia da guida e da sposo.

Scoto commenta “Nemo intrat in caelum nisi per philosophiam”.

Filologia subisce una metamorfosi dalla facies terrestre che vomita la disordinata congerie di tecniche a colei che riceve il dono delle arti dalle Muse.

Mercurio interpreta le arti con una esegesi orientata verso la filosofia. Dal cumulo di saperi le arti si trasfigurano in Armonia. E Filologia terrestre diventa celeste. Ermete è metaxuv tra Filologia e Filosofia “dialettizza l’ordine dei grammata con quello della philìa o eros  per la sapienza del Bene, che costituisce la timé di Donna filosofia”. (M. Cacciari, La mente inquieta, p. 39).

 

Le nozze dunque devono portare alla Filosofia  all’amore  del sapere ma a quello della sapienza.

Fine excursus

 

Diotima dunque aveva scoperto che anche le deprimenti spiacevolezze del matrimonio si potevano vivere con spirito superiore. Le si aprì l’animo alla speranza di poter trattare come un’arte e una scienza i suoi rapporti con il coniuge che finallora non erano stati per lei altro che sofferenza (p. 855)

 

 

 

 

 

Musil, L’uomo senza qualità,  Parte III   23. Bonadea ovvero la ricaduta.   Seconda parte del capitolo,  pp. 855-860.

 

Una lezione di femminismo alla vigilia della Prima guerra mondiale

 

Bonadea e Diotima si istruivano a vicenda secondo il principio pedagogico dell’imparare insegnando.

 

Cfr. Seneca: "homines, dum docent discunt "[2] mentre si insegna si impara. Dagli studenti ho imparato e imparerò sempre molto: "Quaeris quid doceam? etiam seni esse discendum"[3], vuoi sapere che cosa insegno? che anche un vecchio deve imparare.

Dobbiamo dirlo ai nostri studenti: “Si ripaga male un maestro, se si rimane sempre scolari”[4].

 

Torniamo a Musil. Diotima, la professoressa dell’amore, era la teorica che osservava timorosamente  la sapienza pratica di Bonadea. Entrambe volevano rettificare la propria vita coniugale. Diotima confessava che le sue tante letture non bastavano a risolvere i problemi matrimoniali: “purtroppo ci vuole una  gran pratica, una vasta esperienza sessuale acquistata su materiale vivo”.

 

Con le mie storie d’amore metto il materiale vivo delle mie esperienze a disposizione di chi non ne ha abbastanza per capire quando un rapporto è pericoloso, perfino mortale.

 

Bonadea riferisce queste parole a Ulrich cui viene da ridere all’idea della sua casta cugina smarrita fra i meandri della scienza sessuale.

Bonadea afferma che la via verso un erotismo elevato e armonioso deve passare attraverso una durissima autoeducazione.

Poi precisa che Diotima in primo luogo educa suo marito.

Disse cautamente: “la sua atmosfera sessuale è avvelenata!””

Bisogna rieducare i mariti e per farlo è necessario una profonda conoscenza della vita sessuale.

“Tempi duri per i vostri mariti!” Disse Ulrich l’uomo fratello, non l’uomo marito

Viene fuori un femminismo che precede questo attuale di un secolo abbondante.

Diotima ha trovato un libro intitolato L’inferiorità fisiologica dell’uomo ,chiarisce Bonadea, e aggiunge che l’amica vi ha scoperto “la costante disposizione della donna al piacere”

La donna può essere posseduta anche quando non vuole mentre l’uomo anche quando vuole, molto spesso non può.

“La parte più maschile dell’uomo spesso si intimidisce” p. 858

Diotima la chiama “la teoria del fiasco”. Per timore del fiasco gli uomini non hanno mai il coraggio di affrontare una donna che sia al loro livello.

 

Cfr. il pene contumace diEncolpio nel Satyricon

Superiorità della donna come capacità vitale

" Lo aveva già detto Marziale (40 ca-104 d.C.) nella clausula di un suo epigramma:" Inferior matrona suo sit , Prisce, marito:/non aliter fiunt femina virque pares " (VIII, 12, 3-4), la moglie, Prisco, stia sotto il marito: non altrimenti l'uomo e la donna diventano pari.

 

Cfr. cosa dice Raskolnikov  al pretendente di sua sorella in Delitto e castigo.

 

Diotima ha detto che i maschi cercano di schiacciare le femmine perché ne hanno paura. Arnheim  è uno di questi.

Uomini meno educati dissimulano la paura con la brutale violenza fisica

“Supercompensazione” suggerì Ulrich.

“appunto così vi sottraete all’impressione della vostra inferiorità fisica” commenta Bonadea

Che cosa pensate di fare?

“Dobbiamo sforzarci di essere carine con gli uomini. Per questo sono venuta da te”

Certamente quando le donne sono carine con noi, ne abbiamo meno paura.

Bonadea aggiunge che Arnheim fa gli occhi del lumacone quando Diotima gli dice che gli uomini di alto intelletto preferiscono le donne di scarso valore e falliscono con le donne di uguale statura morale.

Bonadea spiega che Diotima voleva liberare il marito dalla paura di lei, quindi lasciava un po’ di spazio alla sua brutalità sessuale e cercava di andare incontro al bisogno di superiorità del consorte nascondendo la propria superiorità spirituale dietro a una civettuola adattabilità erotica”.

I rapporti anche tra coniugi sono quasi sempre di potere talora conclamati, a volte invece camuffati. Come in questo caso.

Bonadea aggiunge che la smania maschile di autorità domina anche la vita pubblica. L’uomo se è veramente appassionato si comporta come il carnefice con la sua vittima.

Ma questa prepotenza dell’uomo rende malati i rapporti e li distrugge. Il partner deve essere considerato un uguale, non un complemento di noi stessi e  un rapporto sessuale non può sopravvivere all’oppressione. Gli occhi di Bonadea brillarono come una stella cadente, quindi sfavillarono qanto quelli di una tigre in gabbia che si vede passare davanti un pezzo di carne p. 860

 

 

 

 

 

Musil, L’uomo senza qualità,  Parte III , capitolo  23.  Bonadea ovvero la ricaduta.   terza  e ultima parte del capitolo pp.860-864.

L’argomento è l’amore

 

Ulrich continua a parlare di sesso con Bonadea la quale gli dice. “probabilmente ciascuno ha la sessualità che si merita, afferma tua cugina, ma io ne debbo davvero meritare una dose così alta?”

 

Una riflessione personale

Mi sembra una buona battuta: potrò attribuirla a un atleta del sesso maschio o femmina nella mia narrativa, oppure con una variante attribuire  la  risposta cum merueris, quando l’avrai meritato, a un amante o un’amante cui il corteggiatore domanda amore.

L’amore va meritato come la cena.

Leggo anche per arricchire il mio repertorio scritto e orale: ““Agli occhi dell’artista un pensiero in quanto tale non avrà mai un gran valore di proprietà. A lui importa che possa funzionare nell’ingranaggio spirituale dell’opera”[5].

Nel contempo arricchisco voi che mi leggete. Se no, capireste che perdete tempo e non mi leggereste.

 

Bonadea poi domanda se si possa dire che la propria sensibilità rappresenti un plusvalore fisiologico.

Ulrich non risponde siccome non ha tanta sensibilità

 

 

Rispondo io: ho sempre pensato che le persone molto inclini al sesso sono pure molto sensibili. Tale sensibilità è contrastiva con il consumismo del cibo e della roba ed è quindi criminalizzata. Un tempo soprattutto quella degli omosessuali,

 ora massimamente quella di noi eterosessuali, meschini.

 

I due erano a letto. Bonadea si disse: “Sono nel suo letto e non mi lascio mai più cacciar via di qui!”. Ma le sue sensazioni fisiche erano simili a quelle di un bambino la cui protervia è stata spezzata dalle botte.

Sembra che i due abbiano fatto sesso ma la loro confidenza nel parlare non lo dà a vedere con chiarezza.

Bonadea è sola di fatto e le girano in testa alcune frasi della sua maestra di teoria: “La pratica sessuale è un mestiere che non si impara, sarà sempre l’arte più alta che ci sia dato apprendere nella vita”

La discepola ricordava tali frasi.

 

 Commento dicendo che nessuna arte si può imparare bene se non c’è sensibilità, talento, genio. La creatività nel bello secondo l’anima e secondo il corpo non può ridursi alla tecnica.

 

Pindaro  nell’ Olimpica II chiarisce il suo pessimismo pedagogico  :" sofo;" oJ polla; eijdw;" fua'/ :-maqovnte" dev, lavbroi-pagglwssiva/ kovrake" w{" a[kranta garuveton--Dio;" pro;" o[rnica qei'on ” (vv. 86-89), saggio è chi sa molto per natura, voi due[6] addottrinati invece, intemperanti, vaghi di ciance, come corvi di fronte al divino uccello di Zeus, gracchiate parole vuote.

 

Bonadea continua a pensare e svaluta le teoria di Diotima dissociata dalla pratica. Chi parla o scrive di amore senza averne esperienza può solo lamentarsi.

Sull’amore si impara più da Ovidio che da Leopardi, del resto niente si impara davvero se non lo si fa.

Diotima aveva  a disposizione quattro uomini ma a Bonadea non permetteva nulla e così la gabbava con la teoria dissociata dalla pratica.

Bonadea pensava a uomini famosi spesso repressivi. Intanto era assai poco vestita nel letto di Ulrich e si riempiva di collera meschina e miserevole. I  due  avevano fornicato probabilmente , ma è certo  che Ulrich non la amava. Eppure lei era a letto con lui.

Ulrich a sua volta pensava che  l’ambizione era la molla dei  contrasti  nella vita di Bonadea più che la sensualità. Ma non glielo diceva per evitarne i rimproveri. La sua ambizione si manifestava in mania erotica. Tuttavia dopo avere conosciuto Diotima; Bonadea ripudiava quella forma di espressione sebbene con rammarico. 862  

Ulrich lo capiva ma pensava pure che la pedantesca innaturalità  di Diotima doveva avere un’attrazione paradisiaca per Bonadea che aveva cavalcato il diavolo sempre senza sella. Le osservava il corpo con ironia e non senza ripugnanza e si chiedeva come aveva potuto trovarla seducente poco prima.

Dunque non solo la donna è mobile.

L’uomo  pensò che comunque quella sua amante era cambiata in meglio nell’insieme. Il suo viso aveva avuto anche certi giochi espressivi come il sole e le onde.

Poi  però si era immusonita e Ulrich pensò che solo una persona seria può essere cattiva mentre la gente allegra è immune da cattiveria.

Nell’amore i seduttori malinconici appaiono più distruttivi di quelli frivoli, si disse.

 

Vero è che lo scontento lo è soprattutto di se stesso e cerca di trascinare il malcapitato che incontra nella propria scontentezza. (Ndr.)

 

 Ulrich era deluso perché l’ora d’amore incominciata con lievità finiva in tetraggine, ma era pure inaspettatamente eccitato.

 

Una mia considerazione

So per esperienza che i sentimenti amorosi sono variegati, instabili accidentati e il giuramento di amore eterno è uno spergiuro.

Me lo ha insegnato l’esperienza e confermato la lezione  del magister Naso: "Iuppiter ex alto periuria ridet amantum/et iubet Aeolios inrita ferre Notos" (Ovidio, Ars Amatoria, I, 631-634), Giove dall'alto sorride agli spergiuri degli amanti e ordina che i venti di Eolo li portino via senza effetto.

Personalmente non ho mai giurato né spergiurato.

Ho seguito il mio istinto e pure il consiglio di Dante: “Non prendan li mortali il voto a ciancia (Paradiso, V,  64)

 

Rimuginando Ulrich dimenticò Bonadea e si ricordò che una volta era sceso da un treno prima di essere arrivato alla meta perché il limpido giorno “misterioso prosseneta” gli svelava il paese e lo aveva attirato fuori per una lunga passeggiata. La sera si trovò abbandonato dalla luce in un luogo remotissimo e senza bagaglio.

 

 

Ulrich pensò che l’adulto il quale si spinge verso ogni lontananza per trasformarla in vicinanza è il proseguimento dell’arcano desiderio del bambino che tocca tutto quello che vede e magari cerca di metterlo in bocca.

 

Credo che sia la curiosità odissiaca che ci spinge a cercare tanti amori ad annoiarci presto di questo o di quello.

Ricordo Cesare Pavese: “Piccola Mèlita, tu sei del tempio. E non sapete che nel tempio-nel vostro- l'uomo sale per essere dio almeno un giorno, almeno un'ora, per giacere con voi come foste la dea? Sempre l'uomo pretende di giacere con lei-poi s'accorge che aveva a che fare con carne mortale, con la povera donna che voi siete e che son tutte. E allora infuria-cerca altrove di essere dio"[7].

Vero è che Pavese si uccise nel 1950. Molti giovani della mia generazione l’hanno amato.

 

A Ulrich “parve sommamente puerile giacere insieme in un letto” p. 863. “Gli vennero in mente gli animali imbottiti e variopinti che da bambino aveva amato molto più teneramente che non oggi l’amica”.

   

Noto che tanti uomini amano la partita di calcio o il gioco delle carte o il vino molto più fervidamente della moglie.

 

Bonadea si stanca di osservare la schiena di Ulrich ed esclama: “E’ stata colpa tua”.

Ulrich le risponde che presto inizierà a convivere con la propria sorella “per sempre”.

 

 

Bonadea pensa al proprio interesse e domanda retoricamente e  polemicamente se una sorella convivente non può togliere che il fratello abbia un’amante

“E’ proprio quello che intendo dire”, ribatté  Ulrich.

Bonadea lo rimprovera di non lasciarla parlare

Il mio carattere è una specie di macchina per deprezzare continuamente la vita! –replicò Ulich- Voglio diventare diverso!

Bonadea si ricordò protervamente che amava Ulrich e disse:

“Ti sei messo a far l’amore con lei!”

Urlich smentì tale amore nel passato ma non nel futuro.

E Bonadea: “Dunque sei un pervertito! E saltò giù dal letto per tornare da Diotima, alla sua scuola di saggezza amorosa, le cui porte restavano spalancate alla penitente rifocillata” p. 864

 

Bologna 9  giugno 2026  ore 18, 04, giovanni ghiselli

p. s.

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[1] Conosciuto anche con l'epiteto di Doctor Subtilis (Duns, 1265/1266 – Colonia, 8 novembre 1308), è stato un filosofo e teologo scozzese 

[2] Seneca, Epist., 7, 8.

[3] Seneca, Epist., 76, 3.

[4] F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Parte prima. della virtù che dona.

[5] T. Mann, Doctor Faustus, p. 731.

[6] Simonide e Bacchilide, secondo gli scoliasti

[7]Dialoghi con Leucò, Gli Argonauti .


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