mercoledì 3 giugno 2026

Viaggio in Grecia agosto 1981 VII. Il rancore placato dal sentimento buono della gratitudine.


 

L’ultima battuta le piacque e volle riaprire il discorso, “L’attore tra noi due adesso sei tu: ti metti tutte le maschere: da monachello a Odisseo”.

“ Già intorno ai 6 anni pregustavo  i miei amori: se ne accorsero i miei tutori e  monachello mi fecero far. Poi sono evaso dal convento del Beato Sante  presso Mombaroccio di Pesaro e ho girato l’Europa cercando di imparare  a conoscere  meravigliosamente le donne. Ora scusami ma voglio  scrivere”.

 

Ifigenia tentò di ostacolare il mio compito che le dava fastidio. Aggiunse che con me non si sentiva a suo agio e che non riusciva a capire perché stesse facendo quel viaggio in mia compagnia.

 

“Forse perché ti ho invitata. Comunque una volta sbarcati, puoi traslocarti dove più ti garba. Io seguiterò a girare come un passero solitario cui è venuta meno la compagna dalle belle penne. Non mi devi niente. Né io a te”.

 

La guardavo con gli occhi resi meno grandi, meno buoni dalle grosse lenti da miope e aggiunsi: “Io faccio  questo viaggio  per prendere appunti sul mio stato d’animo e sul tuo finché ci frequentiamo, ancora per poco non temere, inoltre voglio andare a Delfi a pregare.

Trova pure tu un motivo sensato per te, se ci riesci”.

L’avevo messa in difficoltà e colei per ripicca riprese a rinfacciarmi la carenza di umanità nei suoi confronti.

“Quando sono con te, mi sembra di essere una che nuota con grande fatica e ogni tanto va sotto, o piuttosto viene spinta verso il fondo”.

Che cosa potevo risponderle? Nulla di sensato.

 

Infatti ripresi a scrivere: “senti, senti: ha parlato Ofelia. Ma no, a forza di frequentare una che trasforma tutto in scene caotiche, assimilando ogni cosa al suo guazzabuglio, confondo le parti. Una volta   io ero Odisseo, lei era Nausicaa che mi salvò dai naufragi negli amori e nel lavoro. Ma ora chi siamo? Io vorrei scrivere un romanzo e superare il numero minimo di 50 amori, come ho giurato  da bambino sopra l’altare del convento dove ero stato recluso;  Ifigenia da ragazza benefica è diventata un’erinni malefica e, se penserà che le convenga, magari diverrà un’eumenide benevolentissima, da mima qual è.  Ha sempre la faccia nascosta dietro maschere tragiche o comiche che cambia spesso come le calzature: cothurni e socci.

 Altro che occhiali! Sono piccoli i miei e coprono soltanto gli occhi, mentre  il suo volto non si vede  più da diverse stagioni .

Anzi, a questo punto non voglio più vederlo.

La sua faccia è una facciata, una maschera una persona che  copre tutto di lei tranne  la sua vanità.

 Se proseguirà fino a Delfi, parlerò soltanto con gli dei che saltano sulle due cime del Parnaso, Apollo e Dioniso, numi che per loro  umanità mi rispondono sempre.

 Però, andare a pregare sul sacro ombelico del mondo, poi magari pure a Olimpia, avendo nel cuore cupi rancori nei confronti della creatura che mi ha dato tanto piacere e dolore quanto nessuna altra donna mortale, nemmeno la buona, dolce, graziosa Elena la  diciottenne della primavera di Praga, neppure la bella e fine, intelligente Elena la donna suprema  che mi diede una lezione di umanità dicendo, “io non sono materia”, neanche Kaisa la studiosa dagli occhi di viola che mi spinse a studiare, né Päivi la psicologa fulva che mi indusse a indagare me stesso poi abortì nostra figlia e mi fece fuggire con un ruggito non senza  una zampata  da bipede leonessa; ebbene andare in pellegrinaggio nei templi degli dèi della Grecia pieno di risentimento verso la donna che mi ha fatto assaporare il gusto e  talora financo la gioia di vivere per  otto mesi di questa mia vita mortale, sarebbe un sacrilegio nefando, un’offesa agli dèi generosi che l’hanno messa sulla mia strada.

Senza il lungo apprendistato di amore e di studio durato un decennio     non sarei stato in grado di piacere a Ifigenia  e non ci sarebbero stati i baci scambiati sui prati odorosi  le carezze sulla riva del mare, gli agoni leali nei campi sportivi durante i tramonti della primavera luminosa  quando già fiammeggia la sera promettendo l’estate, né avrei gioito delle ultime nevi di  aprile  sulle montagne rese brillanti dal sole  che rende le valli fiorite e sonore dei fischi di uccelli corteggiatori, dei  canti delle ragazze  innamorate. Poi la nuda estate con lucciole presso le siepi , le rane lontane e vicine nella campagna, i versi dei grilli in una staffetta canora con le cicale pazze di sole.

Le ragazze amate prima di questa giovane donna mi avevano insegnato un metodo, aperto la via da percorrere  tutta amando sempre la vita.

Tutto quanto è avveduto  non è stata un’ accozzaglia casuale bensì  destino previdente e provvida ventura. Ifigenia è stata uno dei grandi doni del cielo e se non posso fare più niente per il suo  bene, non devo nemmeno volere il suo male. Né maltrattarla.

 

Bologna, 3 giugno  2026 ore 16, 24 giovanni ghiselli

p. s.

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