sabato 6 giugno 2026

Viaggio in Grecia 1981 XIV La sudicia riva.


 

 

La mattina seguente volgemmo i manubri, timoni e prue delle bici, di nuovo verso occidente per arrivare a San Nicolas dove avremmo preso il traghetto del ritorno a Egion. Il vento soffiava ancora da ovest e ostacolava il nostro procedere.

I soffi contrari non erano cambiati dalla pedalata del giorno precedente.

Il buonumore della notte beata invece era mutato nella bizzarra compagna di viaggio.

  Il problema dei soffi contrari non era troppo grave ma Ifigenia lo rendeva addirittura tragico. Colei, lo ribadisco, quando incontrava ostacoli (problhvmata appunto),  anche sormontabili con poca pena, non cercava un aiuto nella propria forza mentale ma si lasciava travolgere da un sentimento confuso, ottuso, cattivo e diventava aggressiva, furiosa, odiosa per me.

Finalmente giungemmo a San Nicolas: era circa il meriggio. Aspettammo il traghetto seduti sulla riva del mare.

Ricordai la prima volta che giunsi in quel luogo ameno, nel 1977, con Fulvio e la  mia costola incrinata dolorante nel petto, a sinistra. L’amico mi rallegrò dicendo. “questo è il paradiso!”.

Ifigenia invece disse che in quel posto c’era un caldo da bolgia infernale.

Probus l’amico oggi  celeste, improba l’amante nemica di se stessa e di me. Spero che sia salita in cielo anche lei.

Ma quel giorno lontano pensai:“L’inferno ce l’hai dentro ”. Forse l’ha scontato vivendo: “hic Acherusia fit stultorum denique vita[1].

 

 Traghettati nel Peloponneso e sbarcati sul molo del porto di Egion, andammo di nuovo a sederci sulla riva marina. Appariva bianca di piccoli sassi che però, sotto la nostra pur leggera pressione, affondavano nella rena ungendosi di un liquido denso e scuro.

Poco dopo ci accorgemmo di avere i calzoncini, le gambe, le mani appiccicose, nere e imbrattate di sugna.

 Ricordai il  masticione usato per riparare la  camera d’aria bucata, una pasta rossa e tenace che mi aveva impiastricciato le mani e la faccia nel ’78, quando giravo la Grecia da solo e non me la passavo peggio tutto sommato.

Ci alzammo e camminammo un poco sulla riva sconcia. Ifigenia con tristezza e paura disse di avere un ritardo mestruale di tre settimane.

Cercai di parlarne ma la presunta pregnante non volle aggiungere altro. Eravamo afflitti. Dalla strada un kou`ro", un ragazzo, facendo gesti nervosi gridò: “Pollution! Don’t sit there! Don’t  touch water!”

Ci allontanammo da quel luogo inameno senza provarne sollievo: sentivamo che c’era del marcio anche dentro di noi. Mi vennero in mente le cerimonie inquinate, i grandi adulteri e gli scogli sporchi  di stragi delle Historiae di Tacito.

 Pollutae caerimoniae, magna adulteria, infecti caedibus  scopuli [2]ripetei queste parole tra me e ora le rammento a te, dotto lettore.

Il nostro rapporto che era stato per lo meno vigoroso e vitale, era ormai diventato fiacco e corrotto: un’adulterazione della grande passione iniziale. Non c’era equilibrio, né chiarezza, né fiducia, tra noi: la  libidine grande, continua, dei festosi tripudi remoti si avviava alla fine con piccoli passi  strascicati, senili, zoppicanti appoggiati a un bastone come l’Edipo  di Seneca: repet incertus viae,/baculo senili triste praetentans iter. (Oedipus, 654-656  ) si trascinerà incerto della via, tastando davanti a sé il cammino triste con il bastone del vecchio.

La sorte aveva trasformato il nostro  tragitto sui saliscendi della Grecia in un percorso simile a quello delle montagne russe che mi terrorizzavano quando ero bambino.

"Quidquid in altum Fortuna tulit,/ruitura levat.” (Seneca, Agamennone, vv. 101-102), tutto ciò che la Fortuna ha portato in alto, lo solleva per atterrarlo.

 

 

Avvertenza: il blog contiene due note.

BOLOGNA  6 giugno  2026 ore 18,04 giovanni ghiselli.

p. s.

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[1] Lucrezio, De rerum natura, III, 1023, qui dopo tutto diventa davvero infernale la vita degli stolti.

[2]8pollutae cerimoniae, magna adulteria, plenum exiliis mare, infecti caedibus scopulis”  (Ttacito, Historiae, I, 2).

 


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