giovedì 30 aprile 2026

Ulisse nella letteratura europea terza parte. Seneca. Ovidio. Stazio. Dante. Cicerone. Platone. Apollonio Rodio.


La pessima reputazione di Ulisse è rinnovata da Seneca.

Nelle Troiane, Andromaca annuncia l’arrivo di Ulisse con queste parole: Adest Ulixes, et quidem dubio gradu / vultuque: nectit pectore astus callido (vv. 521-522), ecco qua Ulisse e certamente con un incedere e un’espressione equivoca: intreccia astuzie nel petto scaltro. 

Più avanti la vedova di Ettore e mater dolorosa di Astianatte  apostrofa l’Itacese in questo modo: O machinator fraudis et scelerum artifex, / virtute cuius bellica nemo occĭdit, / dolis et astu maleficae mentis iacent / etiam Pelasgi, vatem et insontes deos / praetendis? Hoc est pectoris facinus tui (vv. 750-754), o tessitore di frodi e artefice di crimini, per il cui valore di guerriero nessuno è morto, mentre per i tuoi inganni e l’astuzia della mente malefica giacciono cadaveri anche i Pelasgi, ora metti avanti l’indovino e gli dèi incolpevoli? Questo è un delitto dell’animo tuo.

Ulisse, per ottenere la nefanda uccisione del piccolo Astianatte, ha attribuito a Calcante la previsione dei lutti che il bambino procurerebbe alle madri greche se non venisse ucciso e diventasse grande e forte come suo padre. Le tragedie di Seneca come poi quelle di Shakespeare, si sa, sono scritte in bloody lines[1].

 

E ancora: nella I delle Heroides[2] di Ovidio, Penelope scrive al marito che anni dopo la vittoria non è ancora tornato, e per giunta non ha mandato notizie a casa: victor abes nec scire mihi, quae causa morandi, / aut in quo lateas, ferreus, orbe licet (vv. 57-58), vittorioso rimani lontano e io non posso sapere qual è la causa del tuo ritardo o in quale contrada ti nascondi, crudele.

Ulisse dunque è ferreus, insensibile, crudele, spietato.

  

         Quindi la desolata Penelope immagina che il marito peregrino captus amore (76), preso dall’amore per una straniera,  forse le racconti quanto sia rozza la propria consorte, che sa soltanto cardare la lana. Forsitan et narres quam sit tibi rustica coniunx, / quae tantum lanas non sinat esse rudes (77-78).

 

Stazio nell’Achilleide racconta come il Pelide, fatto imboscare dalla madre presso il re Licomede nell’isola di Sciro camuffato da magna virgo (II, 69-70), fanciulla robusta, venne smascherato dall’astuzia di Ulisse, il providus heros (698), l’eroe prudente, l’uomo sollers (110) accorto. Achille, infatti, è simplex nimiumque rudis (172), ingenuo e troppo inesperto, qui callida dona / Graiorumque dolos variumque ignoret Ulixen (846-847) tale che ignora i doni scaltri e gli inganni dei Greci e il versatile Ulisse.

Questo varius ricorda il πολύτροπος di Omero, il versutus di Livio Andronico e la consumata volpe di Sofocle[3]. Poco più avanti il Laerziade è qualificato come acer Ulixes (866), acuto e pure duro.

In questo poema incompiuto[4] della fine del I secolo d. C., dunque, il Laerziade è astuto e subdolo ma non malefico, sebbene il disvelamento del vero Achille comporti lì per lì il dolore di Deidamia che amava il giovane già scoperto quale maschio da lei che per giunta aspettava un bambino[5] da lui, cui si era unita furtivamente; poi costerà la vita allo stesso Pelide morto ante diem sotto le mura di Troia.  

 

                                                                                 

Ma veniamo  a Dante che diffida dell’intelligenza troppo libera.

Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio / Quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi / E più lo ingegno affreno ch’i’ non soglio, / perché non corra che virtù nol guidi”.

Sono i versi (Inferno XXVI[6], 19-22) di preludio all’episodio di Ulisse, il πολύτροπος, πολύμητις, πολυμήχανος dell’Odissea, l’uomo che se la cava sempre in questo mondo poiché è complice con la realtà delle cose [7].

 

Omero però, come dicevo, è ben lontano dal condannare Odisseo: nell’Iliade il Laerziade è un uomo non bello[8] ma capace di parlare e di sedare un tumulto dell’esercito[9] che invece Agamennone, il capo della spedizione, non sa controllare. L’Itacese, infatti, possiede l’arte politica che “consiste essenzialmente nel maneggiare il linguaggio”[10].

Paura dell’intelligenza dunque in Dante, elogio dell’intelligenza come forza suprema dell’uomo nei poemi omerici, soprattutto nell’Odissea che è un grande campo di battaglia degli intelligenti contro la brutalità primordiale, oppure contro la stupidità civilizzata. Da una parte stanno Odisseo, Penelope (περίφρον[11] molto saggia), Telemaco (πεπνυμένος[12] ispirato); dall’altra i Ciclopi, i vari mostri primordiali,  i giganti, gli eterni nemici della cultura, e i Proci oziosi, capaci solo di gozzovigliare dalla mattina alla sera.

 

 

Cicerone  nel De finibus bonorum et malorum [13] premette che è innato in noi l’amore della conoscenza e del sapere, ed è tanto grande che la natura umana vi è trascinata anche senza l’attrattiva di alcun profitto.

Questo si vede dall’episodio odissiaco delle Sirene le quali attiravano i naviganti, non per la dolcezza della voce o la novità dei canti , “sed quia multa se scire profitebantur” (V, 18), ma poiché dichiaravano di sapere molte cose.

L’Arpinate traduce i vv. 184-191 del XII canto del poema di Omero  nei quali  le Sirene attirano Odisseo dicendo che chi si ferma da loro riparte pieno di gioia (teryavmeno" nei'tai) e conoscendo più cose ("kai; pleivona eijdwv"", XII, 188).

Cicerone conclude con queste parole: “Vidit Homerus probari fabulam non posse, si cantiunculis tantus irretitus vir teneretur, scientiam pollicentur, quam non erat mirum sapientiae cupǐdo patriā esse cariorem. Atque omnia quidem scire, cuiuscumque modi sint, cupere curiosorum”, Omero si accorse che il mito non poteva essere approvato se un uomo di quella levatura fosse stato trattenuto irretito da canzoncine; il sapere promettono, e non era strano che a uno bramoso di sapienza fosse più caro della patria.

E certamente la brama di sapere tutto, di qualunque genere sia, è proprio delle persone curiose.

 

Le Sirene

 Le Sirene erano state ragazze al servizio di Persefone. Cantavano e danzavano insieme.

 

“Chi sono veramente le Sirene? Esseri oscuri del mondo sotterraneo, come voleva Platone nel Cratilo?[14] o, come Platone stesso, con esemplare sublimazione ed implicita auto-decostruzione, proponeva nella Repubblica, esseri celesti che intonano la musica delle sfere nel mondo futuro[15]; quindi, per un’età successiva, ‘angeli’? Simboli del desiderio mondano e del piacere dei sensi, cortigiane e prostitute, come credeva l’ellenismo, o icone del sapere, sul tipo delle doctae sirenes celebrate da Ovidio?”[16].

 

 

Ovidio nel V libro delle Metamorfosi racconta che le doctae Sirenes, figlie di Acheloo, erano compagne di Proserpina quando la figlia di Demetra sparì,  cum legeret vernos Proserpina flores (v. 554), mentre raccoglieva i fiori primaverili.

 Come la Kore scomparve, rapita da Plutone, le Acheloidi

la cercarono toto frustra in orbe (556) poi si lanciarono sul mare chiedendo le ali che gli dèi concessero et artus-vidistis vestros subitis flavescere pennis (559-560).  Ne risultò uno strano ibrido si vide in loro  pluma pedesque avium e virginis ora (Metamorfosi, V, 553). Perché non si  perdesse la facoltà del canto, fatto per incantare gli orecchi ille canor mulcendas natus ad aures (561), virginei vultus et vox humana remansit (563), 

 

 

Nell’ultimo libro delle Argonautiche di Apollonio Rodio,  Orfeo con il suo canto neutralizza quello delle Sirene appostate sull’isola Antemoessa, usualmente identificata con  degli scogli vicini a Sorrento.

Le Sirene erano figlie dell’Acheloo e della Musa Tersicore. Una volta servivano Persefone, quando la ragazza era ancora vergine. Poi divennero in parte uccelli, in parte giovani donne che incantano e uccidono con il loro canto soave. Ma nel passaggio della nave Argo la cetra (fovrmigx)  di Orfeo ebbe la meglio sulla voce delle fanciulle che mandava suoni indistinti (Argonautiche, IV, 893 sgg.). Solo l’argonauta Bute saltò nell’acqua e nuotava verso la loro riva. Le Sirene lo avrebbero ucciso ma Afrodite lo salvò e gli assegnò il promontorio di Lilibeo per dimora (Argonautiche, 4, 892 sgg.).  Sembra che Apollonio voglia indicare una contrapposizione tra musica benigna e maligna.

Bologna 30 aprile 2026 ore 11 giovanni ghiselli

p. s.

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[1] Shakespeare, Tito Andronico, V, 2.

[2] Penelope Ulixi.

[3] Nel Filottete di Sofocle, Odisseo, la consumata volpe, chiarisce al giovane Neottolemo il percorso che l’ha portato a prediligere la γλῶσσα rispetto agli ἔργα: ἐσθλοῦ πατρὸς παῖ, καὐτὸς ὢν νέος ποτὲ / γλῶσσαν μὲν ἀργόν, χεῖρα δ᾽ εἶχον ἐργάτιν: / νῦν δ᾽ εἰς ἔλεγχον ἐξιὼν ὁρῶ βροτοῖς / τὴν γλῶσσαν, οὐχὶ τἄργα, πάνθ᾽ ἡγουμένην (vv. 96-99), figlio di nobile padre, anche io da giovane un tempo, avevo la lingua incapace di agire, la mano invece operosa; ora però, giunto alla prova, vedo che per gli uomini la lingua ha la supremazia su tutto, non le azioni. Il Laerziade quindi suggerisce la frode al giovane figlio di Achille cui giustamente ripugna τa; ψευδῆ λέγειν (v. 108), dire le menzogne. La parola, infatti, è un’arma potentissima, dal doppio taglio come si è visto.

[4] Stazio morì nel 96, poco prima di Domiziano che lo proteggeva.

[5] Che sarà chiamato Neottolemo.

[6] Cerchio VIII, bolgia VIII consiglieri fraudolenti.

[7] Ulisse è l’eroe polùmetis (scaltro), polùtropos (versatile) e poluméchanos nel senso che non manca mai di espedienti, di pòroi, per trarsi d’impaccio in ogni genere di difficoltà, aporìa ecc.. La varietà, il cambiamento della metis, sottolineano la sua parentela con il mondo multiplo, diviso, ondeggiante, dove essa è immersa per esercitare la sua azione. È questa complicità con il reale che assicura la sua efficacia. Cfr. M. Detienne-J. P. Vernant, Le astuzie dell’intelligenza nell’antica Grecia, p. 3 e sgg..

[8] Nell’Iliade si trova anche qualche indicazione sull’aspetto fisico di Odisseo. Nel terzo canto Priamo chiede a Elena di identificare i capi dei guerrieri Achei visibili dalla torre presso le porte Scee; uno gli parve μείων μὲν κεφαλῇ Ἀγαμέμνονος Ἀτρεΐδαο, / εὐρύτερος δ᾽ ὤμοισιν ἰδὲ στέρνοισιν ἰδέσθαι (vv. 193-194), più piccolo della testa di Agamennone Atride, ma più largo di spalle e di petto a vedersi. La maliarda rispose che quello era Odisseo esperto di ogni sorta d’inganni e di fitti pensieri (v. 202). Antenore aggiunge che l’aveva visto una volta a Troia, in ambasciata con Menelao, e quando i due erano seduti, era più maestoso Odisseo, ma quando stavano in piedi, Menelao lo sovrastava delle larghe spalle: στάντων μὲν Μενέλαος ὑπείρεχεν εὐρέας ὤμους (v. 210). Ulisse, in piedi, se non parlava, sembrava un uomo ignorante o addirittura uno furente e pazzo, ma, quando parlava, dal petto mandava fuori parole simili a fiocchi di neve d’inverno (v. 222), ossia manifestava la potenza della natura, e allora non si provava più meraviglia per l’aspetto. Plinio il Giovane dà una spiegazione di questo stile oratorio affermando di preferire fra tutte illam orationem similem nivibus hibernis, id est, crebram et assiduam, sed et largam, postremo divinam et caelestem ( Ep. I, 20), quell’eloquenza simile alle nevi invernali, cioè densa e serrata, ma anche copiosa, dopo tutto divina e scesa dal cielo. Probabilmente Ovidio aveva in mente questi versi dell’Iliade scrivendo: Non formosus erat, sed erat facundus Ulixes/et tamen aequoreas torsit amore deas (Ars Amatoria, II, 123-124). Bello non era ma bravo a parlare Ulisse e pure fece struggere d’amore le dee del mare. S. Kierkegaard cita questi versi nel Diario del seduttore, p. 75.

[9] Nel secondo canto del poema più antico, Odisseo, simile a Zeus per intelligenza (Διὶ μῆτιν ἀτάλαντον, v. 169) riceve da Atena il compito di trattenere la fuga dell’esercito acheo da Troia con blande parole (ἀγανοῖς ἐπέεσσιν, v. 180). La dea per rivolgersi all’eroe utilizza un epiteto formulare (πολυμήχανος, v. 173, ricco di risorse) il quale lo caratterizza come uomo intelligente e capace.

[10] J. P. Vernant, Le origini del pensiero greco, p. 48.

[11] Odissea, XVI, 435.

[12] Odissea, I, 367; III, 21.

[13] Del 45 a. C. E’ un dialogo in cinque libri, dedicato a Bruto, sul problema del sommo bene e del sommo male.

[14] Socrate etimologizza il nome    [Aidh" con eijdevnai  (pavnta ta; kalav) e sostiene che i suoi sudditi non vogliono tornare sulla terra poiché nell’Ade  imparano (Cratilo 403d). Le Sirene stesse ne restano ammaliate. Queste  sono dunque le sirene ctonie evocate già nella parodo dell’Elena di Euripide dove Elena intona  il primo  canto   cui risponde il coro di donne greche rapite dai corsari e vendute come schiave in Egitto.  La figlia di Zeus dunque chiama le Seirh`ne~  (v. 169)  pterofovroi neanivde~ ragazze alate (v. 167), vergini figlie della terra parqevnoi Xqono;~ kovrai (v. 168): le invita a venire compagne ai suoi  gemiti con il flauto libico o le zampogne ,  lacrime, canti di pianto accordati con i suoi   desolati lamenti, dolori per dolori, canti per canti . Le Sirene erano rappresentate nei monumenti funebri ndr

[15] Nella mito di Er della Repubblica, Platone racconta che  l’asse dell’universo, si volgeva sulle ginocchia di Ananche e che il fuso era bilanciato da otto fusaioli, emisferi concentrici su ognuno dei quali incedeva una sirena, tratta anch’essa nel moto circolare, e da tutte otto che erano  risuonava una sola armonia ( ejk pasw`n de; ojktw;  oujsw`n mivan aJrmwnivan sumfwnei`n, 617b)

 

[16] P. Boitani, L’ombra di Ulisse, pp. 27-28


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