domenica 19 aprile 2026

Ifigenia CXVIII Preghiera al dio Sole. Saluti alla signora e alla signorinella magiare. Addio a Marisa, fanciulla pesarese.


 

Mi allontanai un poco  dalla csárda e  pregai  l’eroica luce del sole già molto vicino al margine occidentale della grande pianura.

“Aiutami Elio, a scovare dentro questo lungo travaglio l’idea del Bene di cui tu doni agli occhi mortali l’immagine visibile.

Dammi la lucidità necessaria per trovare nel dolore la comprensione del mio viaggio terreno, della serie di cause che mi hanno condotto qui e mi guideranno fino alla morte di questo povero involucro che tuttavia cerco di tenere nella migliore forma possibile con il tuo valido aiuto.

Voglio assecondare il mio fato comunque esso sia. In ogni caso non mi sembra meschino. Ho già educato centinaia di giovani. Vorrei diventare maestro di un popolo intero. Questa sofferenza, se me la sono cercata e la coltivo, vuole dire che è dovuta alla mia crescita, al mio progresso di educatore. Sulla fellona che non risponde, in verità non mi sono mai creato illusioni. Non risponde perché non mi corrisponde: non è del mio stampo. Mi ha potenziato con il piacere che mi ha offerto, ma ora devo cercare di trarre altra forza dalla intelligenza di questo dolore. Dalle sofferenze e dalle ingiustizie subite ho sempre imparato. Aiutami a capire, santa faccia di luce, fiamma che nutre la vita, mente dell’Universo, primo fra tutti gli dèi. Aiutami a non impazzire per tanta pena, anzi a diventarne più saggio”.

Dalle canne della palude verde saettarono schiere di rondini verso sinistra, simili a frecce alate. Ottimo segno: volatus avium dirigit Sol invictus.

“Con il tempo-pensai- ho imparato che i segni del cielo sono tutti buoni se sappiamo volgerli al bene. Anche le sventure possono essere provvide. Sono funzionali all’insieme della vita: alla mia come a quella dell’Universo.

Scio ad conservationem Universi pertinere[1]”.

 

Alle 19, 41 il sole vermiglio spariva nella terra nera. “Dai contrasti bellissima armonia. –pensai ancora-Augurio di più sereno dì al pio educatore. Ma sono pio e sono davvero un educatore? Alcuni lo negano, altri lo giurano: sono segno di contraddizione anche io, come Socrate, come Giovanni Battista, l’onesto Giovanni, come Cristo e altri profeti”.

Ritenni che non aveva più senso rimanere lì fuori.

Rischiavo di compiacermi della solitudine fino a diventare un anacoreta demente o delinquente.

Volevo rivedere la bambina con la madre per cogliere dei segni vocali da queste due femmine della mia specie: potevano significarmi molto anche parlando  tra loro. Tornai seduto dov’era stato un quarto d’ora prima. La bella signora e la signorinella c’erano ancora.

La bambina mi domandò:

 “Dove sei stato Janos?”-

“A pregare, cara Sarolta”

“Chi, Gesù?”

“No; il Sole che è la sua immagine visibile. Pensa che gli antichi chiamavano Natale  il giorno della rinascita del Sole”

“Come mai?”

“Perché nelle giornate più corte pensavano che stesse morendo, poi vedevano che la luce tornava a crescere e capivano che era guarito siccome tornava ad alzarsi”

“Quale grazia gli hai chiesto pregandolo?”

“Di mettere al mondo una figlia simile a te”

“Perché simile a me? Io non sono tanto buona né molto bella”

“Sei una bambina carina e intelligente. Diventerai molto bella e tanto buona, come tua mamma, se studierai e farai sport.

Ero riuscito a dire queste semplici frasi in ungherese.

La signora mi fece un sorriso e mi ringraziò.

Poi mi domandò se fossi italiano

“Sì, risposi dell’Italia centrale. Come ha fatto a capirlo?’”

“Dalla  cortesia usata a noi due e dall’aspetto. Ho pensato che lei  è tipicamente italiano”.

“Anche voi siete state gentili con me. E siete veramente, deliziosamente magiare. Ora devo tornare a Debrecen: vi auguro il meglio di tutto. Lo meritate”.

“Grazie. Arrivederci”.

Mi alzai e uscìi pensando: “missione compiuta. Ho raccolto i segni vocali di cui avevo bisogno”.

Dopo i complimenti di quelle due femmine umane beneducate potevo essere soddisfatto di me. Mi avevano confermato che meritavo una donna migliore della ragazza fallace e cattiva: una che voleva indebolirmi cercando di farmi soffrire.

Sicché tornai in collegio e andai a dormire senza altro dolore.

 

 

p. s.

A proposito di signorinella.

Mi è  venuta in mente Marisa, la signorinella tredicenne di cui ero perdita mente innamorato in terza media. Eravamo entrambi nell’ultima classe della scuola Lucio Accio di Pesaro, io nella sezione B dei maschi, Marisa nella A delle femmine. Eravamo  i più bravi delle rispettive classi e gareggiavamo per chi fosse il più egregio di tutto l’istituto confrontando i voti. Quando una sua sorella  mi diede la notizia della morte di Marisa disse che mi ricordava come rivale bravissimo a scuola. Ho replicato con cavalleria e le ho detto che non ero io il più bravo tra noi due. In effetti c’era una nobile gara benefica per entrambi e rimasta indecisa

Oggi ho ricordata quella fanciulla  cantando con qualche variazione una canzoncina la cui melodia sentivo cantare dalla mamma quando ero bambino:

“Signorinella pallida,

amabile rivale delle medie,

la nostra legna è diventata cenere,

tu sei lontana, io un vecchio molto stanco”.

Però poi ho studiato egregiamente preparando la prossima conferenza   perché il ricordo di Marisa e dei nostri tredici anni mi dà ancora energia e mi infonde volontà di essere il più egregio di tutti

Quindi ho cantato ancora:

Negli occhi tuoi brillavano

una speranza, un sogno, un avvenire lieto,

senza inviarmi neanche una carezza,

ma non ho mai scordato il tuo sorriso,

contento e  luminoso di giovinezza!”

 

Ho poi ricordato di avere ottantantuno anni compiuti e che se entrassi in un conclave a gareggiare, i cardinali antagonisti mi direbbero in coro:  Non es papabilis!!”

E io risponderei: “deo gratias!!!!”  

 

 

 

Bologna  19 aprile 2026 ore  16, 20 giovanni ghiselli

p. s.

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[1] Cfr. Seneca Ep. A Lucilio, 74, 20.


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