Teseo, ottima guida di Atene, la città esemplare, contraccambia l’aiuto ricevuto da Eracle che l’ha liberato dall’ Ade ma poi è caduto nella disperazione dopo per avere ucciso i propri figli e la moglie Megara spinto da Lyssa, la follia inviata da Iride per ordine di Era.
Questa tragedia è di poco anteriore o posteriore alle Troiane fel 415.
Teseo
Avanti, a te che siedi su infelici seggi 1214
Dico di mostrare il tuo volto agli amici 1215
Infatti nessuna tenebra ha un nembo così nero
Da nascondere la sciagura dei tuoi mali 1217
Perché agitando la mano mi segnali il terrore? Perché non mi colpisca la contaminazione-muvso~ delle tue parole?
Non mi preoccupa proprio stare male con te;
infatti una volta ho avuto fortuna, è là che ci si deve riportare:
quando mi hai salvato fino alla luce fuori dai morti
Detesto la gratitudine degli amici che invecchia 1223
Cavrin de; ghravskousan ejcqaivrw fivlwn
E chiunque voglia approfittare dei beni
Ma non navigare con gli amici quando hanno sfortuna
L'ingratitudine.
Nella Ciropedia di Senofonte leggiamo che un motivo serio di punizione e disonore tra i Persiani è l'ingratitudine (ajcaristiva):"kai; o}n aj;n gnw'si dunavmenon me;n cavrin ajpodidovnai, mh; ajpodidovnta dev, kolavzousi kai; tou'ton ijscurw'". Oi[ontai ga;r tou;" ajcarivstou" kai; peri; qeou;" a]n mavlista ajmelw'" e[cein kai; peri; goneva" kai; patrivda kai; fivlou""(I, 2, 7), e quello di cui sanno che potendo contraccambiare un favore, non lo contraccambia, lo puniscono severamente. Credono infatti che gli ingrati trascurino completamente gli dei, i genitori, la patria e gli amici.
"Come cosa caratteristica dei Persiani-osserva Jaeger- Senofonte rileva che l'ingratitudine è severamente punita in questo tribunale, in quanto essa appare come origine dell'impudenza e pertanto di ogni malvagità"[1].
L'ingratitudine è biasimata come vizio capitale già nell’Odissea da Penelope saggia ( "perivfrwn") quando rimprovera gli Itacesi dicendo all'araldo:"ajll j oJ me;n uJmevtero" qumo;" kai; ajeikeva e[rga--faivnetai, oudev tiv" ejsti cavri" metovpisq j eujergevwn"( IV, 694-695), il vostro animo appare evidente e indegne le vostre azioni, e non c'è più gratitudine alcuna in seguito ai benefici.
Nei Memorabili di Senofonte, Socrate fa notare al figlio Lamprocle che particolarmente grave è considerata ad Atene l'ingratitudine verso i genitori, e per questa mancanza di riconoscenza sono previste delle pene, mentre negli altri casi, la città si limita a disprezzare coloro i quali ricevendo del bene non mostrano gratitudine:"periora'/ tou;" eu\ peponqovta" cavrin oujk ajpodovnta""(II, 2, 13).
Nella commedia pastorale As you like it (1599) di Shakspeare il nobile musico Amiens rifugiatosi con il suo duca spodestato nella foresta di Arden, canta: “Blow, blow, thou winter wind,-Thou art not so unkind-As man’s ingratitude.-Thy tooth is not so keen,-Because thou art not seen-Although thy breath be rude-…Freeze, freeze, thou bitter sky-That dost not bit so nigh-As benefits forgot” (II, 7), soffia, soffia, tu vento d’inverno, tu non sei tanto scortese, quanto l’ingratitudine umana. Il tuo dente non è tanto aguzzo perché non ti si vede, anche se il tuo fiato è aspro…Gela, gela, tu amaro cielo, che non mordi così dentro quanto i benefici scordati.
L'ingratitudine è il marchio della persona volgare: Nietzsche nel 1864 (a vent'anni) scrisse una Dissertazione su Teognide di Megara simpatizzando con le teorie del lirico antico. Lo colpì fortemente il biasimo espresso per l'ingratitudine dell'animo plebeo:"Teognide ritiene che non c'è niente di più vano e di più inutile che fare bene ad un plebeo, dal momento che non ringrazia mai [2].
Quindi cita alcuni versi della Silloge teognidea (105-112) che riporto in traduzione mia :
"E' un favore del tutto vano fare del bene ai vili:/è come seminare la superficie del mare canuto./Infatti seminando il mare, non mieti folta messe,/né facendo del bene ai malvagi puoi riceverne bene in cambio:/ché i malvagi hanno mente insaziabile: se tu sbagli,/l'affetto per tutti i favori di prima si versa per terra./I buoni invece gustano al massimo quanto ricevono("oiJ d jajgaqoi; to; mevgiston ejpaurivskousi paqovnte"", v. 111),/e serbano memoria dei beni e gratitudine in seguito".
Senofonte nella Ciropedia[3] annette al vizio capitale dell'ingratitudine quello dell'impudenza che anzi considera madre di tutte le turpitudini:"e{pesqai de; dokei' mavlista th'/ ajcaristiva/ hJ ajnaiscuntiva: kai; ga;r au}th megivsth dokei' ei\nai ejpi; pavnta ta; aijscra; hJgemwvn"(I, 2, 7), pare che all'ingratitudine di solito si accompagni l'impudenza: questa infatti sembra essere la guida più grande verso tutte le brutture.
"E qui ci torna in mente l'importanza data da Platone e da Isocrate all'aidòs , senso di onore e di pudore, per l'educazione dei giovani come per la conservazione di ogni ordine sociale"[4].
Come si vede Senofonte, al pari di Euripide , stabilisce un nesso tra cavri" e aijdwv". Il tragediografo mette in evidenza il grande valore della gratitudine quale componente dell'amicizia nell'Eracle dove Teseo non ha dimenticato l'aiuto ricevuto dall'amico che lo ha riportato in luce dal regno dei morti (v. 1222) e, disponendosi ad aiutarlo, gli dice:" cavrin de; ghravskousan ejcqaivrw fivlwn" (v. 1223), io odio la gratitudine degli amici che invecchia, e chi vuole godere delle cose belle ma non imbarcarsi con gli amici quando se la passano male.
Pure Sofocle attribuisce grande valore alla gratitudine considerandola una virtù senza la quale non può darsi animo nobile: Tecmessa per indurre Aiace a non suicidarsi ripete la parola chiave cavri" in poliptoto :"cavri" cavrin gavr ejstin hJ tivktous j ajeiv:-o{tou d j ajporrei' mnh'sti" eu\ peponqovto",-oujk a]n gevnoit j ou|to" eujgenh;" ajnhvr" (Aiace, vv. 522-524), la riconoscenza infatti genera sempre riconoscenza; quello dal quale cade il ricordo del bene ricevuto, ebbene costui non può essere un uomo nobile.
Dopo il suicidio dell’eroe, nell’esodo della tragedia, Teucro aggredito da Agamennone lamenta la caducità della gratitudine: “Feu': tou' qanovnto" wJ" tacei'a ti" brotoi'"-cavri" diarrei' kai; prodou'" j aJlivsketai” (Aiace, vv. 1266-1267), ahi, come svanisce rapida per i mortali ogni gratitudine verso un morto e cade tradita”.
L’Aiax mastigophorus di Livio Andronico traduce liberamente: “praestatur laus virtuti, sed multo ocius/verno gelu tabescit”, si offre lode al valore ma essa si scioglie molto più in fretta del gelo a primavera.
Nel Filottete, Neottolemo afferma che l'amicizia di un uomo capace di gratitudine vale più di qualsiasi tesoro:"o{sti" ga;r eu\ dra'n eu\ paqw;n ejpivstatai-panto;" gevnoit j a]n kthvmato" kreivsswn fivlo" " (vv. 672-673), infatti chi sa fare il bene dopo averlo ricevuto, dovrebbe essere un amico più prezioso di ogni ricchezza.
L'ingratitudine dei vili viene stigmatizzata da Teognide quando afferma che è del tutto insensato il favore (cavri") di chi fa del bene ai deiloiv :" i\son kai; speivrein povnton aJlov" polih'" " (Silloge, vv. 105-106), è come seminare l'immensa distesa del mare canuto.
L'immagine risale ad Alceo:"chi fa doni a una puttana è come se li gettasse nelle onde del mare canuto" (fr. 117 Voigt).
Secondo Shakespeare fu l'ingratitudine, più forte delle braccia dei traditori, a vincere la resistenza del grande Cesare che allora cadde:"Ingratitude, more strong than traitors' arms,/quite vanquished him: then…great Caesar fell" (Giulio Cesare , III, 2).
Nel Tito Andronico l'imperatrice Tamora, ex regina dei Goti, suggerisce all'imperatore Saturnino di prendere tempo prima di annientare la fazione di Tito che lo ha appoggiato nell'ascesa al trono: rischierebbe di essere soppiantato "for ingratitude,/Which Rome reputes to be a heinous sin" (I, 1), che Roma considera essere un peccato odioso.
In effetti Catullo lamenta l’ingratitudine generale: “omnia sunt ingrata. Nihil fecisse benigne./immo etiam taedet, taedet obestque magis” (73, 3-4), tutto è ingratitudine. Avere fatto del bene è uguale a nulla. Anzi dà fastidio, dà fastidio e nuoce piuttosto.
L'ingratitudine è anche una forma di disprezzo di se stessi. Lo mette in rilievo il "collaborazionista" Céline che non si faceva pagare le visite mediche:"Ero troppo compiacente con tutti, lo sapevo. Nessuno mi pagava…E' un torto. Le persone si vendicano dei favori che loro fate"[5].
Teseo
Alzati, scopri il misero capo,
guarda verso di me. Chi tra i mortali è nobile
sopporta le cadute provocate dagli dèi e non le rifiuta1228
E’ una anticipazione della provnoia stoica. Dio mette in croce quelli che ama.
Eracle
Teseo vedi questa lotta contro i miei figli?
Teseo
Ne ho sentito e tu indichi i mali a chi li guarda 1230
Er
Allora perché hai scoperto il mio capo al sole?
Teseo
Perché no? Tu sei mortale e non contamini-ouj miaivnei~ ta; tw`n qew`n- quanto è divino-
Eracle
Fuggi, infelice, la sacrilega contaminazione mia ajnovsion mivasm j ejmovn-
Teseo
Nessun demone vendicatore passa dagli amici agli amici
Eracle
Ti ringrazio, non nego di averti beneficato per primo. 1235
Teseo
E io che allora ricevevo del bene, ora ho compassione di te…
Eracle
Sono miserevole infatti io che ho ammazzato i miei figli
Teseo
Per il bene che ti voglio piango su sventure non mie
Eracle
Hai mai trovato altri in mali più grandi?
Teseo-
Tocchi dal basso il cielo per la tua infelicità 1240
Eracle
Perciò mi sono preparato a morire
Teseo
Credi che agli dei importi qualche cosa delle tue minacce?
Eracle
Arrogante è il dio, ed io con gli dèi
Teseo
Trattieni la bocca, perché dicendo grosse empietà tu non abbia a patire di più
Er
Sono pieno di mali e non c’è più dove metterli
Teseo
Che cosa farai allora? dove ti lasci portare dal pathos?
Eracle
Da morto, me ne vado da dove sono venuto, sotto terra
Teseo
Hai detto parole di un uomo qualunque-
Eracle
Tu che sei fuori dalla disgrazia mi ammonisci
Teseo
L’Eracle che ha avuto tanto coraggio nel sopportatr parla così?1250
Eracle
Non certo disgrazie così enormi: nella misura si deve soffrire
Teseo
Il benefattore degli uomini e il grande amico?
Eracle
Essi in nulla mi giovano, mentre Era comanda
Teseo
Non sopporterebbe la Grecia che tu morissi insensatamente
Eracle
Ascolta ora, perché io possa fare a gara con le parole
Contro gli ammonimenti tuoi: ti spiegherò
Che per me ora e già da prima non è possibile vivere
Innanzitutto sono nato da quest’uomo-Anfitrione-, che dopo avere ucciso
Il vecchio padre di mia madre—(Elettrione), lui che era macchiato di colpa
Sposò Alcmena che mi ha generato.
Quando le fondamenta di una stirpe non sono state gettate
bene, è una necessità che i discendenti siano disgraziati.
Zeus, chiunque sia Zeus, mi ha generato in odio
a Era (e tu non te la prendere, vecchio:
io considero te padre invece di Zeus),
e quando ero ancora lattante introdusse
tra le mie fasce serpenti dagli occhi di Gorgone
la moglie di Zeus, perché io morissi
Poi, quando ebbi acquisito l’involucro fiorente della carne, che bisogno c’è di dire le fatiche che ebbi la forza di sostenere?1270
Quali leoni mai o tricorpori
Tifoni o Giganti o quadrupede
Guerra piena di centauri non ho portato a termine?
E dopo avere ucciso l’idra, la cagna dalla testa molteplice e risorgente, passai attraverso la torma 1275
di innumerevoli altre fatiche e giunsi tra i morti
per condurre alla luce il cane tricipite -kuvna trivkranon-
guardiano dell’Ade per ordine di Euristeo.
Questa è l’ultima fatica che, infelice ho affrontato,
uccidendo i figli per coronare di sciagure la casa. 1280
Sono arrivato a questo punto della necessità; nemmeno mi è lecito
Abitare nella mia amata Tebe; se anche rimango
A quale tempio o riunione di amici
Mi recherò? Infatti non ho addosso sciagure cui la gente si accosta
Ma devo andare ad Argo? E come, visto che sono esule dalla patria?
Ma allora verso quale altra città mi muoverò?
E poi facciamoci guardare di traverso, conosciuti come siamo,
inchiodati da amari aculei di lingua:
non è questo il figlio di Zeus, quello che un giorno ammazzò i figli
e la moglie? Non se ne andrà in malora lontano da questa terra?
Per l’uomo un tempo chiamato beato
I rovesci sono dolorosi; per quello invece che è stato sempre
Male, non c’è sofferenza, essendo messo male dalla nascita.
Credo che un giorno arriverò a tal punto di miseria
Che la terra manderà fuori la voce vietandomi
Di toccare il suolo e il mare di attraversarlo
E pure le correnti dei fiumi, e dovrò imitare del tutto Issione
che gira in ceppi fissato a una ruota.
E questa è la cosa migliore: che nessuno mi veda dei Greci,
tra i quali eravamo prosperi nella fortuna. 1300
Dunque perché devo vivere? Quale guadagno avremo
Possedendo una vita inutile, empia?
Danzi pure-coreuevtw- l’illustre sposa di Zeus
Battendo con il calzare il fulgido suolo dell’Olimpo
Attuò infatti lo scopo che voleva
Ribaltando con lo stesso piedistallo e mettendo sottosopra
Il primo uomo della Grecia. A una tale dea
Chi rivolgerebbe preghiere? Una dea che, per una donna,
Gelosa dei letti di Zeus, ha distrutto
I benefattori della Grecia che non erano per niente colpevoli 1310
Coro
Non è questa lotta di un altro degli dèi
Che non sia la moglie di Zeus, e questo lo hai capito bene
Teseo
(…)
Io ti esorterei piuttosto che subire il male
Nessuno dei mortali è illeso dai colpi della fortuna,
neppure degli dèi, se i racconti dei poeti non sono falsi. 1315
Non hanno unito i letti tra loro fuori da ogni
Legge? Non hanno insozzato i padri con ceppi
Per il potere? Ma abitano comunque
L’Olimpo e sopportano di avere sbagliato 1319
Davvero, che cosa dirai se tu che sei nato mortale
porti con dismisura le sorti, e gli dei no?
Lascia dunque Tebe in obbedienza alla legge
E seguimi nella città di Pallade
Là dopo avere purificato le mani dalla contaminazione
Ti darò una casa e una parte dei miei beni 1325
E quei doni che ho ricevuto dai cittadini per avere salvato i quattordici
Ragazzi, ammazzando il toro di Cnosso,
li darò a te. In ogni parte del territorio mi
mi sono stati assegnati dei lotti: questi saranno chiamati
con il tuo nome dai mortali per il resto del tempo
finché vivi; poi da morto, quando tu sia giunto nell’Ade, 1331
tutta la città degli Ateniesi ti innalzerà pieno di onore
con sacrifici e monumenti di pietra 1333
Bella corona è infatti per i cittadini ottenere
Dai Greci la fama gloriosa di avere fatto del bene a un uomo di valore
E io ti darò questa gratitudine in cambio
Della mia salvezza: ora infatti sei bisognoso di amici.
Quando gli dèi onorano, non c’è bisogno di amici
Basta infatti il dio ad aiutare come ne ha voglia.
Eracle
Ahimé: questo è secondario rispetto ai miei mali 1340;
ma io non credo che gli dèi amino letti che non sono leciti.
né ho mai considerato degno né crederò che attacchino lacci alle braccia
né che uno sia padrone dell’altro.
Infatti il dio se è veramente dio, non ha bisogno
di nulla: queste sono povere favole di aedi. 1346
Contro i miti che attribuiscono vizi agli dèi
Cfr. questo rifiuto dei miti immorali con quello di Pindaro che nega veridicità alla favola tràdita secondo la quale Pelope sarebbe stato mangiato dagli dèi cui il padre Tantalo lo aveva imbandito: “ Poiché tu eri sparito, né alla madre ti/portarono gli uomini sebbene ti cercassero molto,/ subito uno dei vicini invidiosi spargeva di nascosto la diceria/che ti avevano tagliato membro a membro con il coltello/nel culmine bollente dell'acqua sul fuoco,/e al momento dell'ultima portata sulle mense si / spartirono le tue carni e le divorarono./Per me è inconcepibile chiamare/ghiotto uno dei beati: me ne tengo lontano;/una perdita tocca spesso ai malèdici. ( Olimpica I, vv. 45-54)
Nell'Olimpica IX Pindaro scrive:"diffamare gli dei è odiosa sapienza (ejpei; tov ge loidorh'sai qeouv"-ejcqra; sofiva, vv. 37-38), con un ossimoro che denuncia la critica filosofica dei miti, una lapidaria affermazione di ultratradizionalismo che sarà ripresa dall'Euripide postfilosofico o antifilosofico delle Baccanti :"Il sapere non è sapienza"(v.395), canta il coro delle menadi, quindi si augura di "tenere il cuore e la mente lontani dagli uomini straordinari, per accettare quello che il popolo più semplice pensa e crede"(vv. 427-432). Ebbene il tradizionalismo aristocratico di Pindaro è meno lontano dalle credenze popolari che dalla sapienza intellettualistica degli "uomini straordinari". Del resto la spienza non è a portata di tutti ma è "scoscesa"(Olimpica IX, 108).
Dio non ha bisogno di niente
L’ idea della divinità che non ha bisogno di niente si ritrova nel De rerum natura di Lucrezio: “ Omnis enim per se divum natura necessest/immortali aevo summa cum pace fruatur/semota ab nostris rebus seiunctaque longe./nam privata dolore omni, privata periclis,/ipsa suis pollens opibus, nihil indiga nostri,/nec bene promeritis capitur nec tangitur ira” (II, 646-651), infatti ogni natura divina per sé deve fruire di un’età immortale con pace suprema, lontana dalle nostre vicende e di gran lunga distinta. Infatti preservata da ogni dolore, preservata dai pericoli, potente da sola delle sue forze, per niente bisognosa di noi, non viene accattivata dai nostri servizi buoni e non è toccata dall’ira.
Antifonte sofista e Socrate nei Memorabili di Senofonte
Un biasimo per la povertà e la trascuratezza fisica veniva rivolto a Socrate da Antifonte sofista il quale accusava Socrate di essere maestro di miseria, ma egli ribatteva che "non avere bisogno di niente è divino, di pochissimo è assai vicino al divino”[6]
Antifonte disse a Socrate che la sua filosofia non portava alla felicità poiché lui faceva una vita che nemmeno uno schiavo potrebbe sopportare:
mangi e bevi la roba più ordinaria, porti un mantello che non solo è ordinario ma è il medesimo per l’estate e per l’inverno, e vivi costantemente senza scarpe e senza tunica. Per giunta non prendi denaro che porta gioia a chi lo acquista.
Dunque considera di essere un maestro di infelicità: nomivze kakodaimoniva" didavskalo" ei\nai (Senofonte, Memorabili, I, 6, 3)
Socrate risponde che non accettando denaro non è costretto a frequentare nessuno.
I miei cibi sono ordinari ma li condisco con l’appetito, condito a sua volta con il movimento.
Io che vivo esercitandomi anche fisicamente sono in grado di sopportate il caldo il freddo, la fame meglio di te. Non c’è niente di meglio che evitare la schiavitù del ventre e della lascivia cercando i veri benefici. Io voglio diventare migliore e acquistare amici migliori.
“Tu credi Antifonte che felicità sia lussuria e lusso (trufhv, polutevleia), ejgw; de; nomivzw to; me;n mhdeno;" devesqai qei'on ei\nai; io invece ritengo che non avere bisogno di niente è cosa divina e siccome il divino è il meglio, esserne vicino avendi bisogno di poco significa essere vicino al meglio (I, 6, 10).
Eracle
Ho considerato però, pur essendo nella sventura 1347
Che lasciando la luce mi renderei colpevole di viltà:
infatti chi non resiste alle disgrazie
non potrebbe nemmeno sostenere le armi di un nemico. 1350
Affronterò con forza la vita, verrò alla città
La tua, e sento gratitudine degli innumerevoli doni.
Del resto ho assaggiato fatiche innumerevoli,
e non ne ho rifiutato nessuna, né dagli occhi
ho versato fonti di lacrime, neppure avrei mai creduto 1355
di giungere a questo, di versare una lacrima dagli occhi.
Ora invece, a quanto pare, bisogna asservirsi al destino.
Su dunque: vecchio, tu vedi l’esilio mio,
e vedi che sono l’uccisore dei figli miei.
Consegnali a una tomba e vesti i cadaveri 1360
Onorandoli con le lacrime (a me infatti non lo consente la legge)
Appoggiandoli al petto della madre e affidandoli alle sue braccia.
Comunità disgraziata che io infelice
Ho distrutto senza volerlo. E quando tu abbia sepolto i morti nella terra
Rimani ad abitare in questa città, con dolore sì, ma comunque 1365
Forza l’anima a sopportare i miei mali con me.
O figli, quello che vi ha generato e messo al mondo, vostro padre
Vi ha ucciso e non avete tratto vantaggio dalle mie belle imprese
Che io con fatica preparavo conseguendo con fatica
bella gloria di vita per voi, un bella fruizione del padre. 1370
E te, infelice (Megara) ho ammazzato non in modo uguale
A come tu preservasti il mio letto con sicurezza
Sopportando in casa lunghe custodie domestiche.
Ahimé sposa e figli, ahi anche per me,
come sono infelice e devo dividermi 1375
dai figli e dalla moglie. O tristi piaceri
dei baci e tristi compagnie di queste armi.
Sono in dubbio infatti se tenerle o buttarle via.
Esse che battendo sui miei fianchi diranno queste parole:
con noi i figli hai ucciso e la sposa; in noi hai 1380
gli uccisori dei tuoi figli. Poi io le porterò
con le braccia? Dicendo che cosa? Ma spogliato delle armi
con le quali ho compiuto bellissime imprese in Grecia
devo morire vergognosamente soccombendo ai nemici?
Non devo lasciarle ma conservarle pur con dolore 1385
In una cosa sola Teseo dammi aiuto: vieni ad Argo
E aiutami a effettuare il trasporto del cane feroce,
perché rimasto da solo non subisca qualcosa per il dolore dei figli.
O terra di Cadmo e popolo tutto di Tebe,
rasatevi il capo e partecipate al mio lutto, andate alla tomba 1390
dei figli. Ad una voce piangete tutti
i morti e anche me: tutti siamo morti
miseri colpiti da un solo destino di Era 1393
Teseo
Alzati, sventurato, basta con le lacrime
Eracle
Non ce la faccio, ché mi si sono irrigidite le membra
Teseo
In effetti le sorti abbattono anche i forti
Eracle
Ahi!
Potessi diventare qui stesso una rupe immemore dei miei mali!
Cfr T. S. Eliot:
“I should have been a pair of ragged claws
Scuttling across the floor of silent seas” (The love song of Alfred Prufrock, vv. 73-74 (1917), avrei potuto essere un paio di ruvidi artigli che corrono sul fondo di mari silenziosi, con il desiderio di una vita non razionale
Teseo
Smettila, dai invece la mano all’amico che ti assiste
Eracle
Ma non voglio astergere il sangue sulle tue vesti
Teseo
Puliscile, senza nessun riguardo, non lo rifiuto 1400
Eracle
Privato dei figli ho in te come un figlio mio
Teseo
Metti il braccio intorno al mio collo: ti farò io da guida
Eracle
Una coppia di amici, ma uno è sventurato
O vecchio, un tale uomo bisogna guadagnarsi come amico
Anfitrione
La patria che l’ha generato infatti ha nobili figli[7] 1405
Eracle
Teseo, fammi volgere indietro perché veda i miei figli
Teseo
A che scopo? Con questo incantesimo sarai sollevato?
Eracle
Ne sento il bisogno e voglio appoggiarmi al petto del padre
Teseo
Eccolo, figlio: tu infatti solleciti i miei desideri
Teseo
Così non hai più memoria delle tue fatiche? 1410
Eracle
Tutte quei mali che sostenni sono inferiori a questi
Teseo
Se qualcuno vedrà in te una femmina non ti approverà
Eracle
Vivo da abietto secondo te? Ma prima, non credo.
Teseo
Anche troppo: nella sofferenza non sei più l’inclito Eracle
Eracle
Tu come eri negli inferi quando eri in mezzo ai mali? 1415
Teseo
Quanto al coraggio ero l’ultimo degli uomini
Eracle
Come dunque fai a dire che mi sono degradato nei mali?
Teseo
Incamminati
Eracle
Addio, vecchio
Anf
Anche a te figlio mio
Eracle
Seppellisci, come ti dissi, i bambini.
Anfitrione
E me chi, figlio?
Eracle
Io
Anf
Tornato quando?
Eracle
Quando tu abbia sepolto i figli
Anf
Come?
Eracle
Ti farò accompagnare da Tebe ad Atene
Ma porta dentro i figli, angoscia insopportabile
Noi che abbiamo distrutto la famiglia con ignominia
Andremo da maledetti dietro a Teseo come scialuppe a rimorchio
Chiunque voglia acquistare ricchezza o forza-plou`ton h] sqeno~- 1425
Più che buoni amici, non ha senno
Coro
Andiamo via desolati e nel pianto
Abbiamo perduto quanto ci era più caro 1428
Fine dell’Eracle di Euripide 27 aprile 2026 ore 17, 45 giovanni ghiselli
p. s.
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[1]Jaeger, op. cit., p. 285.
[2]p. 167.
[3] In in otto libri, composta dopo il 36I.
[4]Jaeger, op. cit., p. 285.
[5] L. F. Céline, op. cit., p. 257.
[6] Senofonte, Memorabili , I, 6, 10.
[7] Cfr. Il mito di Stato.
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