mercoledì 29 aprile 2026

Ulisse nella letteratura europea seconda parte. Euripide, Platone, Virgilio, Ovidio.


 

 

Nel dramma satiresco Ciclope, di Euripide, quando Odisseo entra in scena definendosi Itacese, signore dei Cefalleni, Sileno replica:

 oi\d j a[ndra, krovtalon drimuv, Sisuvfou gevno~” (vv. 103-104), conosco quel tipo, un sonaglio petulante, razza di Sisifo [1].

.

 

 Nell'Ippia minore di Platone, il sofista eponimo del dialogo sostiene che mentre Achille è veritiero e semplice ("ajlhqhvv" te kai; aJplou'"", 365b)  Odisseo è  invece "poluvtropov" te kai; yeudhv"", versatile e menzognero.

 

Sono i luoghi comuni della letterarura successiva a Omero la quale contrappone spesso lo schietto Pelide al subdolo Odisseo: Agamennone nell’Ifigenia in Aulide  di Euripide chiarisce a Clitennestra che  Chirone educò Achille: “perché non imparasse gli usi degli uomini malvagi[2].

Più avanti il figlio di Peleo  riconosce tale capacità paideutica all'uomo piissimo che l'ha allevato dal quale:", ha imparato ad avere semplici i costumi[3]. L’antitesi del semplice, onesto Achille in questa tragedia, e non solo, è Odisseo del quale Agamennone dice: “, è molteplice per natura e sempre dalla parte della massa[4]. Cioè un demagogo. Oggi si direbbe un “populista”.

 

Torniamo Ippia minore. 

Nel dialogo Platonico, Ippia riceve una confutazione da Socrate.

 Il sofista ricava la distinzione tra i due capi achei dal IX libro dell'Iliade  dove Fenice Aiace e Odisseo vanno in ambasceria da Achille che irato non combatteva ma faceva l'aedo, ossia cantava glorie di eroi accompagnandosi con la cetra ( "fovrmiggi..a[eide kleva ajndrw'n", vv.186 e189). Dopo l'accoglienza cordiale, il cibo e la bevanda, Odisseo parlò ("Aiace-nota Jaeger-personifica piuttosto l'azione, Odisseo la parola"[5]) scongiurando Achille di tornare in battaglia e promettendogli donne mari e monti da parte di Agamennone. Ebbene Achille risponde che gli è odioso come le porte dell'Ade chi una cosa tiene nascosta e un'altra ne dice[6].

L' Ippia di Platone sostiene che non a caso Omero fa indirizzare queste parole a Odisseo

Socrate risponde a Ippia opponendosi a  questa  opinione comune della schiettezza di Achille e affermando che il Pelide mente non meno di Odisseo, poiché ha detto all’Itacese che sarebbe partito[7], e invece ad Aiace che non si sarebbe mosso fino all’arrivo di Ettore davanti alla sua tenda[8]. Ippia allora sostiene che Achille non mente di proposito.

  Socrate invece afferma che Achille ha mentito deliberatamente a Odisseo per superarlo anche nell’arte del raggiro e aggiunge che coloro i quali danneggiano, gli altri, e commettono ingiustizia e mentono e ingannano ed errano volontariamente (eJkovnte~) [9] sono migliori di quelli che lo fanno involontariamente (a[konte~)[10].

 Infatti chi fa del male volontariamente, se vuole fa del bene, chi lo fa involontariamente può sempre rifarlo.

E’ molto più grave zoppicare per necessità che per gioco ossia volontariamente.

 

Socrate nei dialoghi platonici dà sempre scacco matto ai sofisti.

Infatti Leopardi lo considera il più sofista di tutti.

“Socrate stesso, l'amico del vero, il bello e casto parlatore, l'odiator de' calamistri[11] e de' fuchi[12] e d'ogni ornamento ascitizio[13] e d'ogni affettazione, che altro era ne' suoi concetti se non un sofista niente meno di quelli da lui derisi?” (Zibaldone, 3474).

 

Platone ricorda Odisseo anche nel mito di Er della Repubblica (X libro)

Aiace Telamonio scelse la vita di un leone poiché rifuggiva dal nascere uomo in quando ricordava il giudizio delle armi (620b).

Agamennone, per avversione al genere umano, scelse la vita di un’aquila.  Orfeo, scelse la vita di un cigno non volendo nascere da grembo di donna mivsei tou` gunaikeivou gevnou~ , in odio del genere femminile per la morte  sofferta dalle donne[14]. 

Il buffone Tersite scelse la natura di una scimmia.

L’anima di Odisseo, prese la sorte per ultimo e, guarito da ogni ambizione per il ricordo dei travagli precedenti, scelse la vita di un uomo privato e amante del quieto vivere ("bivon ajndro;" ijdiwvtou ajpravgmono"", Repubblica  620c).

La trovò messa da parte e negletta dagli altri, ma disse che l’avrebbe presa anche se avesse dovuto fare la scelta per primo.

 

Quindi Lachesi diede a ciascuno come custode (fuvlaka) il demone (daivmona, 620d) che si era scelto. Poi Cloto  Atropo e Ananche confermavano le scelte e le rendevano immutabili.

In seguito le anime  venivano portate  attraverso una terribile calura e arsura fino al fiume Amelete perché ne bevessero l’acqua. Una certa misura era obbligatoria. I meno prudenti ne bevevano più della misura (plevon tou` mevtrou, 621) e mentre bevevano scordavano tutto. Infine si addormentavano, scoppiava un tuono e le anime venivano spinte a una nuova nascita cui si lanciavano come stelle cadenti.

 A Er era stato impedito di bere e non sapendo come, si era trovato il mattino sulla pira. Socrate commenta il mito con poche parole dicendo che per entrare nell’apertura e nella via che va in alto bisogna praticare sempre la giustizia in modo da essere cari a noi stessi e agli dèi qui in terra e dopo, nel viaggio millenario di cui si è detto (621d)

 

 

 

Nell’Eneide Ulisse è malfamato: sic notus Ulixes? (II, 44), così (male) conoscete Ulisse? Domanda Laocoonte retoricamente e ironicamente ai Troiani incerti se introdurre nella loro città il cavallo di legno, la fatalis machina … feta armis (II, 237-238), gravida d’armi.

Ulisse non compare, ma arriva un suo alter ego, Sinone, il quale, per convincere i creduli Teucri, denuncia la trama criminale architettata contro l’innocente Palamede morto invidia pellacis Ulixi (II, 90), per l’invidia del perfido Ulisse che definisce scelerum inventor (II, 164) ideatore di crimini.

Ma “il falso Sinòn greco da Troia”[15] era appunto pure lui un simulatore, quindi le sue parole mendaci depongono a sfavore di Ulisse solo per finta.

 

Sentiamo allora che cosa dice di Ulisse il pius Aeneas “quel giusto/figliuol d’Anchise che venne da Troia,/poi che ‘l superbo Iliòn fu combusto”[16]. Nel III libro dell’Eneide, il figlio di Venere racconta a Didone il viaggio verso l’Italia dei Troiani scampati alla distruzione di Ilio: allontanatisi dalle Strofadi, i Teucri fuggiaschi passano vicino a Zacinto boscosa e altre isole, evitando con cura Itaca: Effugimus scopulos Itacae, Laërtia regna,/ et terram altricem saevi exsecramur Ulixi (vv. 272-273), evitiamo gli scogli di Itaca, regno di Laerte, e malediciamo la terra nutrice del crudele Ulisse.

Nel VI libro l’ombra dello sconciato Deifobo, raccontando la propria orrenda fine, definisce Ulisse l’Eolide[17], hortator scelerum (v. 529), istigatore di scelleratezze.

Nel IX canto Remulo, cognato di Turno, ricorda Ulisse come fandi fictor (602), artefice di un parlare ingannevole.

 

Ovidio Metamorfosi  XIII. La contesa per le armi di Achille tra Ulisse e Aiace .

Il poeta Peligno presenta un duello oratorio tra Aiace e Ulisse. Questo torneo di parole ricorda il dibattito giudiziario tra Elena ed Ecuba nelle Troiane di Euripide .

Aiace si presenta come legittimo erede delle armi di Achille il quale, tanto per cominciare, era suo cugino. Peleo e Telamone, i loro padri infatti erano fratelli e per giunta nipoti di Giove in quanto Eacidi, figli di Eaco nato da Giove, appunto, e da Egina.

Ulisse invece è, di fatto, figlio di Sisifo furtisque et fraude simillimus illi (v. 32) del tutto simile a lui per frode e per furti.

Quindi il Telamonio ricorda una delle frodi di Ulisse: prese le armi per ultimo: cercò di rifiutare la milizia furore…ficto (vv. 36-37), fingendosi pazzo.

 

Qui si possono ricordare gli ossimori viventi, come Bruto, Amleto e altri .

“Il falso stolto deve anche farne, di sciocchezze, oltre che dirne. Odisseo a Itaca, davanti a Menelao e Agamennone, aggioga all'aratro un bue e un cavallo e se ne va in giro con in capo il berretto (pileus) dello stolto[18]. Peccato che non possiamo più vedere un celebre dipinto di Eufranore che stava a Efeso, forse nel santuario di Artemide. Plinio lo descriveva così:"Ulisse, fintosi pazzo, aggioga un bue insieme con un cavallo: vi sono anche uomini pensosi vestiti col pallio, e un comandante che rinfodera la spada"[19].

 

 Ma Palamede, che aveva inventato 11 lettere dell’alfabeto, scoprì l’astuzia e mal gliene incolse.

“ Egli prese il figlio di Ulisse, Telemaco, dalla culla e lo pose davanti all’aratro, dicendo: “Lascia questa commedia e unisciti agli alleati”[20].

Ulisse si vendicò nascondendo dell’oro sotto la tenda di Palamede e facendo trovare ad Agamennone una lettera nella quale lui stesso aveva scritto che Priamo aveva promesso al figlio di Nauplio tanto oro quanto poi venne fatto trovare sotto terra.

Palamede in seguito a questa falsa accusa venne lapidato e Nauplio, suo padre, per vendetta fece naufragare le navi dei Greci sulle scogliere di Cafareo, un promontorio dell’Eubea con segnali di fuoco ingannevoli.

 

Ora però torniamo al discorso di Aiace nelle Metamorfosi di Ovidio.

Magari fosse stato pazzo davvero, continua il Telamonio, o almeno creduto tale, e non fosse venuto a Troia questo hortator scelerum (v. 45)

Non avrebbe condannato Filottete alla solitudine e allo strazio[21].

Ora l’erede delle armi di Ercole velatur aliturque avibus (v. 53), si veste e si ciba di uccelli ed è consumato dal morbo e dalla fame.

Ma almeno vive poiché non ha seguito l’Itacese.

Mallet et infelix Palamedes esse relictus (v. 56), vorrebbe essere stato abbandonato anche l’infelice Palamede; viveret, sarebbe vivo o sarebbe morto senza infamia.

Così, con la morte o l’esilio, Ulisse inficiò le forze dei Greci.

Aiace ricorda pure che una volta egli stesso salvò la vita a Ulisse coprendolo con lo scudo (75-76). Come fu salvato, il vigliacco fuggì.

Aiace fu il più coraggioso nell’opporsi alla furia di Ettore

Gran  vanto dell’Itacese è la spedizione notturna con l’uccisione dell’imbelle Dolone, e di Reso mentre dormiva [22].

Ma l’Itacese non fece mai niente di grande durante la luce del giorno, né senza Diomede. Ulisse è un uomo subdolo e vile che opera sempre di nascosto, senza armi,  ingannando l’incauto nemico con frodi (qui clam, qui sempre inermis-rem gerit et furtis incautum decipit hostem, vv. 103-104). La sua vera arma è la lingua con la quale intreccia sofismi fallaci.

Le armi di Achille non sono adatte a un uomo tanto debole: l’elmo gli farà cadere la testa, l’asta il braccio, e lo scudo dove è raffigurata la terra [23] non è fatto timidae nataeque ad furta sinistrae (v. 111), a una sinistra codarda e nata per rubare.

  

Sentiamo la replica astuta di Ulisse

Parlò con grazia e facondia ( Metamorfosi XIII, v. 127)

L’Itacese inizia il suo discorso simulando dolore per la morte di Achille con le parole e facendo nello stesso tempo il gesto di tergersi lacrime (manuque simul veluti lacrimantia tersit-lumina, vv. 131-132) [24] quindi Ulisse ricorda che il legittimo erede e successore del Pelide è lui stesso che lo ha portato a combattere nel campo dei Greci.

Ulisse  si riferisce al fatto che Tetide aveva mandato il figliolo travestito da ragazza nell’isola di Sciro, ospite del re Licomede. Qui Achille ebbe una relazione furtiva con Deidamia da cui nascerà Pirro, poi venne scoperto, invogliato a combattere e portato a Troia da Ulisse e Diomede.

L’Itacese rivendica a sé il merito di avere portato Achille da Sciro a Troia: fortem ad fortia misi (XIII, 170). Dunque Ettore è stato ucciso grazie a me: per me iacet inclitus Hector! (178). Si vanta anche di avere convertito l’affetto paterno di Agamennone al bene comune quando lo convinse a sacrificare Ifigenia: “ego mite parentis ingenium verbis ad publica comoda verti ” (187-188). Fu l’ utilitas populi a richiedere quel sacrificio

 (Cfr. “Caiphas cum esset pontifex anni illius dixit eis:  expedit vobis  ut unus moriatur homo pro  populo et non tota gens pereat! , Giovanni, 11, 50).

Poi l’Itacese ricorda di essere andato con Menelao come audax orator nella curia di Troia superba rischiando la vita. Dunque ho fatto molte cose consilioque manuque, con il senno e con la mano (XIII, 205, cfr. Gerusalemme Liberata I, 1, 3). Ulisse ricorda quando fu lui a fermare l’esercito in fuga dopo il sogno di Agamennone (cfr. Iliade, II) quando et ipse fugit (Metamorfosi, XIII, 223) lo stesso Aiace fuggiva.

Io fermai i fuggiaschi con rampogne quando dolor ipse disertum fecerat, lo stesso dolore mi aveva reso eloquente (228).

Tersite fu per me haud impune protervus (233) pagò lo scotto della sua sfrontatezza.

Ricorda vulnera pulchra le ferite onorevoli ricevute e mostra le cicatrici (264) come fece Mario per farsi eleggere console

Ammette che Aiace difese la flotta e duellò con Ettore, ma non gli inflisse ferite Hector abit violatus vulnere nullo (279), mentre Patroclo venne ucciso da Ettore e Achille lo uccise.

Le armi di Achille non furono ottenute da Tetide perché le indossasse un rudis et sine pectore miles (290). Sono armi preziose  che Aiace non intende: quae non intellegit arma (295)

Ulisse arrivò tardi come Achille. “Me pia detinuit coniunx, pia mater Achillem” 301). E Achille fu scoperto dal mio grande ingegno, non io da Aiace, Palamede non seppe difendersi poiché la sua colpa era palese. Filottete aveva bisogno di riposo e dopo tutto è ancora vivo. Ora che la  presenza di Filottete  è necessaria, provate a mandare lo stolidus Aiace  a  placare con la sua facondia la rabbia di quell’eroe. Sarò io a riportarlo sebbene mi odi. Lo porterò qua con la forza.

Gli altri eroi greci mi hanno ceduto le armi grazie al mio senno.

Tu vires sine mente geris, mihi cura futuri (363).

Quindi chiede le armi. Allora si svelò nei fatti quanto può la forza della parola: quid facondia posset,- re patuit, fortisque viri tulit arma disertus (382-383). Allora invictum virum vicit dolor (Metamorfosi, XIII, 386)

Aiace quindi si uccise e dalla terra arrossata nacque un fiore vermiglio come da Giacinto. Si vede che la forza suprema è quella della parola. Una forza però a doppio taglio.

 

 Sentiamo Gorgia:"lovgo" dunavsth" mevga" ejstivn, o{" smikrotavtw/ swvmati kai; ajfanestavtw/ qeiovtata e[rga ajpotelei'  "[25], la parola è un gran signore che, con un corpo piccolissimo e invisibile, compie opere assolutamente sovrumane.

Queste opere  possono essere divine ma anche diaboliche.

L'apostolo Giacomo mette in rilievo la parte direttiva del parlare come aveva fatto l'Odisseo del Filottete:" se uno non inciampa nel parlare, questo è un uomo perfetto (tevleio" ajnhvr), capace di guidare tutto il corpo. La lingua dunque è un piccolo membro e si vanta di grandi cose (mikro;n mevlo"  kai; megavvla aujcei'). Eppure essa è un fuoco, è il mondo dell'iniquità (oJ kovsmo" th'" ajdikiva" ) e contamina tutto il corpo e incendia la ruota della nascita e trae la sua fiamma dalla Gehenna (kai; flogizomevnh uJpo; th'" geevnnh") … Ogni specie di fiere e di uccelli e rettili e animali marini si doma ed è stata domata dalla razza umana, ma la lingua nessuno degli uomini può domarla, è un male inquieto, pieno di veleno mortifero (Epistola di Giacomo, 3, 2-8). La mancanza della lingua è un grave handicap, ma la lingua ingannevole produce il male e la morte.

 

Lo scita Anacarsi che andò ad Atene nel 591 e fu ospite e amico di Solone, interrogato che cosa fosse insieme bene e male per gli uomini, rispose “la lingua”[26].

 

   Bologna 29 aprile 2026 ore 8, 32 giovanni ghiselli.

p. s.

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[1] Secondo una leggenda  Anticlea, la madre di Odisseo, prima delle nozze con Laerte, avrebbe avuto una tresca con Sisifo, famoso per i suoi inganni,  e da questa relazione sarebbe nato Odisseo

[2] i{n j h[qh mh; mavqoi kakw'n brotw'n” (v. 709),

[3] ejgw; d  j, ejn ajndro;" eujsebestavtou trafei;"-Ceivrwno", e[maqon tou;" trovpou" aJplou'" e[cein" (vv. 926-927)

[4] Poikivlo~ ajei; pevfuke tou' t j o[clou mevta” (v. 526)

[5]Padeia  1, p. 69.

[6] o{" c j e{teron me;n keuvqh/ ejni; fresivn, a[llo de; ei[ph/", Iliade IX, v. 313.

 

[7] Iliade IX, 682-683

[8] Iliade, IX, 650-655.

[9] Si pensi alla rivendicazione di Prometeo nei confronti della propria tasgressione : “eJkw;n eJkw;n h{marton, oujk ajrnhvsomai

(Prometeo incatenato, 266) di mia volontà, di mia volontà ho compiuto la trasgressione, non lo negherò.

 Queste parole del Titano ribelle forniscono una legittimazione all'ira di Zeus e argomenti a Nietzsche in La nascita della tragedia   per nobilitare "la concezione ariana" del peccato attivo :" La cosa migliore e più alta di cui l’umanità possa diventare partecipe, essa la conquista con un crimine, e deve poi accettarne le conseguenze, cioè l’intero flusso di dolori e di affanni, con cui i celesti offesi devono visitare il genere umano che nobilmente si sforza di ascendere: un pensiero crudo, per la dignità conferita  al crimine, stranamente contrasta con il mito semitico del peccato originale, in cui la curiosità, il raggiro menzognero, la seducibilità, la lascivia, insomma una serie di affetti eminentemente femminili fu considerata come origine del male. Ciò che distingue la concezione ariana è l’elevata idea del peccato attivo come vera virtù prometeica" F. Nietzsche. La nascita della tragedia, p. 69.

 

[10] Ippia  minore, 372 d

[11] Da calamistrum, “ferro per arricciare i capelli” (ndr).

[12] Da fucus, “tintura rossa” (ndr).

[13] Da ascisco, “annetto” (ndr).

[14] Cfr. Virgilio, Georgica IV: spretae Ciconum quo munere  matres-inter sacra deum nocturnique orgia Bacchi-discerptum latos iuvenem sparsere per agros” ( vv. 520-522) spregiate da questa fedeltà (a Euridice) le donne dei Ciconi (Tdella valle dell’Ebro) raci fra riti religiosi e le orge di Bacco notturno, sparsero per i vasti campi  il giovane fatto a pezzi.

[15] Dante, Inferno, XXX, 98. Sinone si trova nella X bolgia dell’ottavo cerchio, tra i falsari, con la moglie di Putifarre “la falsa ch’accusò Giuseppo” (v. 97) e altri.

[16] Dante, Inferno, I, 73-74.

[17] Qui, come annota Servio, si segue la leggenda secondo cui Anticlea, la madre di Odisseo, prima delle nozze con Laerte, avrebbe giaciuto con Sisifo, figlio di Eolo, e ‘vasel d’ogni froda’, dal quale avrebbe avuto Odisseo” (E. Paratore, a cura di, Virgilio, Eneide, vol. III, libri V-VI, p. 292).

[18] Igino, Fabulae, 95.

[19] Plinio, Naturalis historia, 35, 129.

[20] Igino, Fabulae, 95.

[21] Cfr. la tragedia Filottete di Sofocle.

[22] Raccontata nel X libro dell’Iliade.

[23] Cfr. Iliade  XVIII, 478 ss.

[24] cfr. Giovenale a proposito di tutti i Greci-graeculi : natio comoeda est Satire, III, 100.

[25] Gorgia, Encomio di Elena, fr. B11 Diels-Kranz.

[26] Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, I, 8.


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