Cfr. L’Umorismo di Pirandello. La vita è un flusso continuo che noi cerchiamo di arrestare, di fissare in forme stabili e determinate, dentro e fuori di noi (…) Le forme in cui cerchiamo d’arrestare, di fissare in noi questo flusso continui sono i concetti”, ideali, finzioni, tutte forme fittizie che crollano miseramente quando la vita in piena straripa e sconvolge tuttoo (Parte Seconda, 5).
Cfr. Il cuncta fluunt già citato delle Metamorfosi di Ovidio.
Tutto si forma fluttuando: “nihil est toto quod perstet in orbe/cuncta fluunt, omnisque vagans formatur imago” ( XV, 177-178) non c’è niente che duri nel mondo, tutto scorre e ogni immagine si forma fluttuando.
A volte il cambiamento di forma comporta un rovesciamento: “Mutatus ordo est, sed nil propria iacet;/ sed acta retro cuncta [1] "; "versa natura est retro "[2].
Nei testi greci il commediografo Aristofane non è umorista, mentre lo è Socrate.
“In Aristofane non abbiamo veramente il contrasto, ma soltanto l’opposizione. Egli non è mai tenuto tra il sì e il no egli non vede che le ragioni sue, ed è per il no testardamente, contro ogni novità, cioè contro la retorica, che crea demagoghi, contro la musica nuova, che, cangiando i modi antichi e consacrati, rimuove le basi dell’educazione, e dello Stato, contro la tragedia di Euripide che snerva i caratteri e corrompe i costumi, contro la filosofia di Socrate, che non può produrre che spiriti indocili e atei, ecc.(…) la burla è satira iperbolica, spietata. Aristofane ha uno scopo morale, e il suo non è mai dunque il mondo della fantasia pura (…) Nessuno studio della verisimiglianza: egli non se ne cura perché si riferisce di continuo a cose e persone vere (…) e non crea una realtà fantastica come, ad esempio, lo Swift. Umorista non è Aristofane ma Socrate (…) Socrate ha il sentimento del contrario ; Aristofane ha un sentimento solo, unilaterale” ( Parte prima, III, p. 44).
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L’umorismo dunque è il sentimento del contrario
Pirandello fa tre esempi.
:"Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di quale orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d'abiti giovanili. Mi metto a ridere. Avverto che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una vecchia rispettabile signora dovrebbe essere (...) Il comico è appunto un avvertimento del contrario. Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova forse nessun piacere a pararsi così come un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente s' inganna che, parata così, nascondendo così le rughe e la canizie, riesca a trattenere a sé l'amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andar oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro: da quel primo avvertimento del contrario, mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l'umoristico" (L’umorismo, parte seconda, II).
Ovidio sostiene che con i trattamenti di bellezza le donne attempate fanno in modo di non sembrare vecchie:"et faciunt cura, ne videantur anus " (II, 678). E' anche l'usus del resto, l'esperienza, che rende appetibili le non più giovanissime:"utque velis, Venerem iungunt per mille figuras:/invenit plures nulla tabella modos" (679-680), e, purché tu lo voglia, fanno l'amore componendo mille figure; nessun quadro ha trovato più posizioni.
Certamente si potrebbe contrapporre a queste anus restaurate e navigate la vecchia signora di Pirandello Questo dell'anziano spennellato e miserevole è un vero e proprio tovpo" pirandelliano: si trova pure nella signora Popònica delle pagine iniziali dell'Esclusa e nella poesia Dal fanale a proposito di un vecchio che "nero-rossi, qual pel di faina,/si ritinge i capelli" come fanno quelli che danno la tinta "al canuto, imbecillito affetto/della vita".
Gli altri 2 esempi: Marmeladov di Delitto e castigo e Sant’Ambrogio di Giusti.
Il secondo esempio è questo tratto da Dostoevskij: “Signore, signore! oh! Signore, forse, come gli altri, voi stimate ridicolo tutto questo; forse vi annojo raccontandovi questi stupidi e miserabili particolari della mia vita domestica; ma per me non è ridicolo, perché io sento tutto ciò…”-Così grida Marmeladoff nell’osteria, in Delitto e Castigo[3] del Dostoevskij, a Raskolnikoff tra le risate degli avventori ubriachi. E questo grido è appunto la protesta dolorosa ed esasperata d’un personaggio umoristico contro chi, di fronte a lui, si ferma a un primo avvertimento superficiale e non riesce a vederne altro che la comicità”[4].
Il terzo esempio deriva da S. Ambrogio [5]di Giusti: “Un poeta, il Giusti, entra un giorno nella chiesa di S. Ambrogio a Milano, e vi trova un pieno di soldati (…) Il suo primo sentimento è d’odio: quei soldatacci ispidi e duri son lì a ricordargli la patria schiava. Ma ecco levarsi nel tempio il suono dell’organo: poi quel cantico tedesco lento lento,
D’un suono grave, flebile, solenne che è preghiera e pare lamento. Ebbene questo suono determina una disposizione insolita nel poeta avvezzo a usare il flagello della satira politica e civile (…) IL poeta ha sentito nell’inno
La dolcezza amara
Dei canti uditi da fanciullo
E riflette che quei soldati, strappati ai loro tetti da un re pauroso
A dura vita, a dura disciplina
Muti derisi, solitari stanno
Strumenti ciechi d’occhiuta rapina
Ed ecco il contrario dell’odio di prima
Povera gente!lontana da’ suoi
In un paese qui che le vuol male
Il poeta è costretto a fuggire dalla chiesa perché
Qui, se non fuggo, abbraccio un caporale
Colla su’brava mazza di nocciuolo
Duro e piantato lì come in piuolo
Vediamo il don Chisciotte di Cervantes: “Noi vorremmo ridere di tutto quanto c’è di comico nella rappresentazione di questo povero alienato che maschera della sua follia se stesso e gli altri e tutte le cose, vorremmo ridere, ma il riso non ci viene sulle labbra schietto e facile; sentiamo che qualcosa ce lo turba e ce l’ostacola; è un senso di commiserazione, di pena e anche
d’ ammirazione, sì, perché se le eroiche avventure di questo povero hidalgo sono ridicolissime, pure non v’ha dubbio che egli nella sua ridicolaggine è veramente eroico. Noi abbiamo una rappresentazione comica, ma spira da questa un sentimento che ci impedisce di ridere o ci turba il riso della comicità rappresentata; ce lo rende amaro. Attraverso il comico stesso anche qui il sentimento del contrario” (Parte seconda II pp. 176-177).
Anche Don Abbondio di Manzoni suscita compatimento o perfino simpatia dopo la riflessione.
Manzoni incarna il suo ideale nel cardinale Federigo Borromeo. Ma la riflessione gli dice che quello è un ideale astratto ed egli ascolta dentro di sé anche la voce delle debolezze umane (parte seconda, IV)
Nel XXV capitolo il Cardinale fa una predica di eroismo al prete vile il quale si trovava tra quegli argomenti come un pulcino tra gli artigli del falco che lo tengono sollevato in una regione sconosciuta, paragone che si rifà a Esiodo (vedi Opere e giorni. 202-212)
Del resto don Rodrigo pur di spuntare l’impegno era capace di tutto e c’era la lega dei birboni. Il pauroso è comico quando teme pericoli immaginari, ma se i pericoli sono reali non è più soltanto comico. Don Abbondio certo non è un eroe, non ha coraggio e il coraggio uno non se lo può dare, e noi lo compatiamo. Dunque don Abbondio è umoristico.
Manzoni ha compatimento per questo pover’uomo : ma è un compatimento, signori miei, che nello stesso tempo ne fa strazio”
“Quella pietà in fondo è spietata e la simpatica indulgenza non è così bonaria come sembra a tutta prima”. (parte seconda, 4
Per la pietas spietata cfr. Enea di Virgilio.
Don Abbondio nel quale si è incarnato il sentimento del contrario è figura più viva del cardinale e di fra Cristoforo. La figura meno viva a parer mio è Lucia.
Appendice
Lapidazione fatta di calunnie.
A volte la lapidazione viene attuata attraverso le calunnie che colpiscono la donna indicata come adultera soltanto perché è bella e intelligente: come Marta, L'esclusa di Pirandello[6] :"Aveva voluto vendicarsi nobilmente, risorgere dall'onta ingiusta col proprio ingegno, con lo studio, col lavoro? Ebbene, no ! Da umile, oltraggiata; da altera, lapidata di calunnie. E questo, in premio della vittoria! E amarezze, ingiustizie, e quell'esistenza vuota per sé, esposta alle brame orrende d'un mostro, ai gracili, timidi desiderii d'un povero di spirito, alle pettorute vigliaccherie di quell'altro; sassi, spine ovunque, per quella via lontana dalla vita" (p. 133).
L’ambiguità del linguaggio
L'ambiguità del linguaggio e l' impossibilità di intendersi viene teorizzata da Pirandello nei Sei personaggi quando il padre dice:"Ma se è tutto qui il male! Nelle parole! Abbiamo tutti un mondo di cose; ciascuno un suo mondo di cose! E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch'io dico metto il senso e il valore delle cose come sono andate dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com'egli l'ha dentro! Crediamo d'intenderci; non ci intendiamo mai!"[7].
Questa ambiguità può assumere diverse valenze didattiche:"Quando si costruiscono percorsi dentro la ramificata complessità dell'interpretazione, si compie un'altra scoperta fondamentale: quella della non automaticità della significazione. I lettori scopriranno con meraviglia che i loro viaggi, compiuti per dettare di senso il dettato linguistico del testo, non sono uguali. Le parole del testo erano uguali per tutti, eppure…Ecco una finestra fondamentale per penetrare, poi, nella grammatica del significato"[8].
Maupassant ha scritto che il pensiero dell’uomo gira come una mosca in una bottiglia.
Bologna 17 aprile 2026 ore 11, 44 giovanni ghiselli
p. s.
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[1] Seneca, Oedipus , vv. 366-367, è mutato l'ordine naturale e nulla si trova al suo posto; ma tutto va alla rovescia.
[2] Seneca, Agamennone, v. 34, la natura è stata girata all'indietro.
[3] Parte I, cap. II.
[4] Luigi Pirandello, L’umorismo, p. 174
[5] Giuseppe Giusti (1809-1850) S. Ambrogio, v. 60
[6] Agrigento 1867-Roma 1938. Il romanzo L'esclusa è del 1901.
[7] Sei personaggi in cerca d'autore ( parte prima).
[8] F. Frasnedi, op. cit. , p. 30.
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