mercoledì 15 aprile 2026

Pirandello. Il fu Mattia Pascal. Prima parte.

Pirandello 1867-1936 Nobel 1934

 

Il fu Mattia Pascal 1904   

 

I Premessa

Si presenta come Mattia Pascal che fu per due anni non sa se più cacciatore di topi che guardiano di libri in biblioteca.

L’ironia dappertutto. Ironia eijrwneiva una via di fuga dai problemi problhvmata, gli ostacoli, un modo per aggirarli invece di scavalcarli. Una forma di dissimulazione- ei[rwn è il dissimulatore.

 

II

Premessa seconda  (filosofica)  a mo’ di scusa (p. 11).  Si può in qualche modo assimilare all’umorismo che è una forma di compassione. Ironia è compassione per sé stesso.

Da bibliotecario della biblioteca di Miragno (paese in Liguria, non so se immaginario) Mattia Pascal ripeteva il ritornello: “Maledetto sia Copernico!” E spiega questa sua maledizione paradossale a Don Eligio, il prete amico che gli chiedeva cosa ci entrasse Copernico

“C’entra, don Eligio. Perché quando la terra non girava.. .

-E dàlli! Ma se ha sempre girato!

-Non è vero. L’uomo non lo sapeva, e dunque era come se non girasse. Per tanti, anche adesso, non gira. L’ho detto l’altro giorno a un vecchio contadino, e sapete come m’ha risposto? Ch’era una buona scusa per gli ubriachi (…) io dico che quando la terra non girava, e l’uomo, vestito da greco o da romano, vi faceva così bella figura e così altamente sentiva di sé e tanto si compiaceva della propria dignità, credo bene che potesse riuscire accetta una narrazione minuta e piena d’oziosi particolari. Si legge o non si legge in Quintiliano, come voi m’avete insegnato, che la storia doveva essere fatta per raccontare e non per provare?

 

 Historia quoque alere oratorem quodam uberi, iucundoque suco potest, può nutrire l’oratore con un certo succo ricco e piacevole, tuttavia bisogna evitare la maggior parte delle sue virtù. Est enim proxima poetis et quodammŏdo carmen solutum, una poesia senza versi, e viene scritta per narrare non per dimostrare et scribitur ad narrandum non ad probandum (Institutio oratoria, X, I, 31).

 

 Direi che Erodoto narra senza escludere il mito, Tucidide lo esclude e cerca le cause, Tacito giudica senza essere imparziale nei confronti degli imperatori quasi sempre malvisti e malgiudicati. E’ più obiettivo con i nemici esterni.

 

  Siamo o non siamo su un’invisibile trottolina, cui fa da sferza un fil di sole, su un granellino di sabbia impazzito che gira e gira, senza saper perché, senza pervenire mai a destino, come se ci provasse gusto a girar così, per farci sentire ora un po’ più caldo, ora un po’ più freddo, e per farci morire-spesso con la coscienza di aver commesso una sequela di piccole sciocchezze-dopo cinquanta o sessanta giri? Copernico, Copernico, don Eligio mio, ha rovinato l’umanità irrimediabilmente. Ormai noi tutti ci siamo a poco a poco adattati alla nuova concezione dell’infinita nostra piccolezza, a considerarci anzi men che niente nell’Universo, con tutte le nostre belle scoperte e invenzioni (….) Storie di vermucci ormai le nostre” (Il fu Mattia Pascal, p. 13 e p. 14)

 

III La casa e la talpa

Mattia non conobbe il padre che morì quando il figlio aveva 4 anni. Aveva un fratello, Roberto, maggiore di 2 anni. Il padre li lasciò nell’agiatezza. Possedevamo terre e case. Morto il padre, la madre, inetta al governo dell’eredità, lo affidò a uno che aveva avuto molti benefici dal marito. Mattia aveva una zia zitellona bisbetica bruna e fiera, sorella del padre. Si chiamava Scolastica.

 L’amministratore Malagna-la talpa- rubava e “ci scavava di soppiatto la fossa sotto i piedi” (19). La zia voleva che la cognata si risposasse con Gerolamo Pomino che aveva un figlio con lo stesso nome. I due giovani fratelli Pascal- Mattia e Roberto- vivevano da scioperati. Studiavano in casa con un aio, Pinzone, uomo di una magrezza che incuteva ribrezzo. Assecondava i ragazzi  che gli facevano dispetti. Insegnava la sua erudizione curiosa, bislacca e bizzarra, come, per esempio, la poesia maccaronica e la burchiellesca. Il tipo del maestro che non educa alla vita.

 

Insegnava a sciogliere gli enimmi in ottava rima di Giulio Cesare Croce.

La zia Scolastica li sgridava: una volta afferrò Mattia per il mento, gli disse Bellino! Bellino! Poi lo fissò negli occhi, finché emise una specie di grugnito e lo lasciò, ruggendo tra i denti: “Muso di cane!” 24

A Mattia avevano messo degli occhiali per raddrizzargli un occhio, ma presto li buttò via “Tanto, se diritto, quest’occhio non mi avrebbe fatto bello. A 18 anni un barbone rossastro e ricciuto gli invase la faccia a scapito del naso piccolo. Purtroppo non si può fare a cambio di nasi e Mattia si era rassegnato alle sue fattezze, senza curarsene troppo. Berto invece era bello,  narcisista molto curato e ben vestito. Batta Malagna intanto rubava. Berto fece un matrimonio vantaggioso. Non così Mattia

 

IV Fu così

Batta Malagna era brutto assai: basso e grasso. Gli morì la moglie Guendalina senza avergli dato dei figlioli

Si prese come seconda moglie Oliva, la figlia di un fattore di campagna sana, florida, robusta e allegra. Voleva dei figli

Mattia la conosceva fin da ragazza e gli piaceva. Come rideva! Due ciriege (sic!) le labbra (p.32). Oliva sposò Malagna perché era ricco. Figli però non ne venivano e Malagna la sgridava, poi la picchiava: con quella apparente floridezza lei lo aveva ingannato e aveva preso il posto di una signora. Oliva aveva 22 anni e andava a sfogarsi dalla madre di Mattia.

Mattia conosce anche  Romilda figlia della vedova Pescatore e rimane impressionato dagli occhi 37

Di uno strano colore verde, cupi, intensi, ombreggiati da lunghissime ciglia, occhi notturni tra due bande di capelli neri come l’ebano, quasi a far meglio risaltare la viva bianchezza della pelle

 

La prima elegia dei quattro libri del "romano Callimaco" si apre nel nome e con gli occhi di Cinzia: "Cynthia prima suis miserum me cepit ocellis " (I, 1, 1), Cinzia per prima ha preso me infelice con i suoi occhi

Gli occhi, ribadisce poi Properzio, per chi ancora non l'avesse capito, sono i comandanti nella guerra amorosa:"si nescis, oculi sunt in amore duces " (II, 15, 12).

 

Il marito della vedova Pescatore era morto pazzo a Torino. Romilda piaceva anche a Pomino iunior. Mattia dice a Pomino che devono salvarla da Malagna.

Poi aggiunge che egli era nato marito, come si nasce poeta.

 

Cfr. L’eterno marito di Dostoevkij.

: “ Egli non può non essere cornuto, così come il sole non può non risplendere "[1].

 

All’epoca le donne amavano Mattia nonostante il suo occhio sbalestrato, poiché prendeva tutto alla leggera. Voleva anche sfondare la trista ragna ordita da quel laido vecchio di Malagna.

Romilda si innamorò di Mattia e pure lui di lei. La ragazza gli buttò le braccia al collo e lo pregò di liberarlo da quella sua madraccia, Marianna Dondi. Poi però gli scrisse che era tutto finito.

Finisce che comunque Mattia sposa Romilda incinta di lui. Ma prima aveva messo incinta Oliva che tuttavia Malagna decide di allevare come figlio proprio.

Malagna intanto aveva rubato ogni cosa e Mattia dovette cercarsi un’occupazione. Però era inetto a tutto e malfamato come scioperato. Un inetto non tragico come Alfonso Nitti che si suicida.

Mattia se la cava con l’ironia.

 

La vedova Pescatore maltrattava la santa vecchietta la madre di Mattia. Il figlio cercava di proteggerla ma questo irritava la strega e pure la moglie. Berto, il fratello, non poteva prendere in casa la madre poiché lui viveva sulla dote della moglie. Il fratello era bello ed elegante ma non aveva cuore.

 

 

La vedova Pescatore era una bufera di femmina (p. 51)

Nel vedere il genero girare per la casa come una mosca senza testa, gli lanciava occhiatacce, lampi forieri di tempesta. Lui usciva per levare la corrente e impedire la scarica. Ci fu una cagnara. La Pescatore intimò a Mattia e alla madre di lui : “fuori da casa mia!”

Mattia reagì poi venne la zia Scolastica: il naso adunco, fiero, nella faccia bruna, isterica, le fremeva, le si arricciava e gli occhi le sfavillavano p. 53.

Segue una rissa tra le due donne, poi la zia Scolastica porta via la cognata, la madre di Mattia.

La Pescatore graffia Mattia, quindi si butta a terra strappandosi le vesti e Mattia grida: “Le gambe, le gambe, non mi mostrate le gambe, per carità”

Da allora ho preso il gusto di ridere di tutte le mie sciagure. Mi vidi allora attore di una tragedia che più buffa non si sarebbe potuta immaginare.

Era pieno di graffi ma gli piaceva l’occhio che nel riflesso dello specchio guardava altrove.

 

Analisi di sé e autoironia cfr. Svevo della Coscienza di Zeno.

 

Mattia esce per cercare un lavoro. Incontra Pomino e lo avvicina. Ero ancora ebbro di quella gaiezza mala che si era impadronita di me quando mi ero guardato allo specchio. Gli indicò i graffi e gli disse che a lui era andata bene. Pomino disse che si annoiava.

E Mattia: “ammogliati, caro. Vedrai come si sta allegri! (p. 57). Pomino disse “mai!”

Bravo Pomino persevera!

 

Cfr. Guerra e pace Bolkonskij a Pierre.

Contro il matrimonio quale esperienza inconciliabile con ogni grandezza si esprime il principe Andrej di Guerra e pace  che dice all'amico Pierre:" Non ti venga mai in mente di sposarti, mio caro; questo è il mio consiglio, non prender moglie finché non avrai potuto dire a te stesso che hai fatto tutto il possibile per evitarlo, finché non avrai smesso di amare la donna che hai scelto, finché non la vedrai come in trasparenza, altrimenti sbaglierai crudelmente e senza rimedio. Sposati da vecchio quando non sarai buono a nulla...Altrimenti andrà perduto tutto ciò che in te è buono ed elevato. Tutto si disperderà in piccolezze"[2] .

Il timore del rischio di perdere una possibilità di vita, se non eroica, certo meno insignificante di quella del marito borghese viene manifestato anche da Kafka nella Lettera al padre :"Perché, dunque, non mi sono sposato? L'impedimento essenziale, purtroppo indipendente da ogni singolo caso, era che io, non v'è dubbio, sono spiritualmente incapace di sposarmi

 

Mattia gli espose le difficoltà e Pomino gli offrì dei soldi, da amico.

Mattia però voleva un lavoro. Il padre di Pomino era assessore comunale per la pubblica istruzione. Insomma attraverso conoscenze Mattia divenne bibliotecario per sessanta lire al mese.

L’eterna raccomandazione italica con i rapporti mafiosi tra patrono e cliente, codificati già a metà del V secolo a. C. dai decemviri legibus scribundis.

 

 Più ricco della vedova Pescatore. Poteva cantare vittoria. Il bibliotecario di prima, un uomo decrepito continuava a recarsi in biblioteca. Morì pochi mesi dopo. La biblioteca era in uno stato pietoso: dagli scaffali precipitavano libri seguiti da certi topi grossi come conigli. Mattia scrisse all’assessore Pomino che la biblioteca necessitava di un paio di gatti per lo meno. Si sarebbero nutriti con il provento della caccia e non sarebbero costati nulla. Chiese anche delle trappole con esca, evitando la parola volgare cacio.

Mandarono due gattini che avevano paura dei topi e finivano imprigionati nelle trappole per nutrirsi con il cacio. Mattia reclamò e mandarono due gattoni lesti e seri che facevano il loro dovere

 

 

L’ anima acerba di Mattia maturava a furia di ammaccature (62).

All’ironia subentra la disperazione: bisogna cambiare tutto.

 Piomba in un’orribile desolazione, la noia lo aveva tarlato dentro.

Leggeva libri di filosofia che gli sconcertavano ancora di più il cervello già balzano. Andava sulla riva del mare, ascoltava  il fragorio delle onde e mormorava: “Così sempre fino alla morte, senza alcun mutamento, mai” (63). Osservava le stracche onde sonnolente del mare.

 

Cfr. Senilità di Svevo. Emilio giunse alla riva. Si sentiva il clamore del mare: un urlo enorme composto dall’unione di varie voci più piccole” (226) Si vedeva biancheggiare qualche onda che il caos aveva voluta infranta prima di giungere a terra. Quel tramestio si confaceva al suo dolore.

L’abito letterario gli faceva paragonare quello spettacolo alla propria vita. Nel movimento delle onde che tratto dall’inerzia e trasmesso per inerzia “egli vedeva l’impassibilità del proprio destino. Non v’era colpa, per quanto ci fosse tanto danno” (p. 226)

Alcuni marinai erano indaffarati per salvare le barche

“Emilio pensò che la sua sventura era formata dall’inerzia del proprio destino “ (p. 226). Non aveva mai avuto occasione, nessuno gliel’aveva data di determinare nemmeno il destino di un piccolo bragozzo ( una barca da pesca con due alberi e vele colorate).

 

Mattia gridava con rabbia scotendo le pugna

La moglie aveva le doglie, gli riferirono. Scappai come un daino

La suocera lo manda a cercare un medico che arriva però prima che lui ne abbia trovato uno. Nascono due misere bambine che si graffiavano tra loro come i gattini finiti nelle trappole. Una delle bambine morì pochi giorni dopo, l’altra volle avere la crudeltà di morirmi quando aveva già quasi un anno e si era fatta tanto bellina e mi chiamava papà, e io figlia mia, così senza ragione come si chiamano gli uccelli tra loro. Era diventata l’unico scopo della mia vita 65

La seconda bambina morì contemporaneamente alla mamma di Mattia.

Dopo questi lutti l’orfano vagò per un’intera notte finché si ritrovò nel podere della Stia presso alla gora del molino

Il fratello gli mandò 500 lire per la sepoltura della loro mamma

Ma ci aveva già pensato la zia. Quei soldi furono la cagione della prima morte di Mattia


V Tac Tac Tac… (66)

Era partito dopo una scenata domestica con moglie e suocera

Era fuggito dallo squallore e dalla desolazione senza speranza di miglioramento. Pensava di andare a Marsiglia per poi imbarcarsi per l’America. Niente di peggio che rimanere a casa poteva capitargli. Altre catene magari, ma non più gravi. Ma giunto a Nizza non se l’era sentita: “troppo ormai la noia mi aveva tarlato dentro, e svigorito il cordoglio” (68)

Gli infelici spesso diventano superstiziosi.

 Lesse il titolo di un opuscolo: metodo per vincere alla roulette. Gli sembrò un segno.

 

 Cfr. i segni vocali e gli altri: i tuoni dell’ Edipo a Colono e di La montagna incantata.

 

Era andato dunque Montecarlo. Aveva sentito dire che intorno alla bisca c’erano degli alberi: si sarebbe potuto impiccare con la cintola dei calzoni, male che andasse. Avrebbero pensato che aveva perduto molto e avrebbe fatto una bella figura. E’ tornata fuori l’ironia sistematica.

L’ingresso aveva otto colonne di marmo, come se avessero voluto innalzare un tempio alla Fortuna.

 

 

Quelli che giocano contano le probabilità: vogliono estrarre la logica dal caso, come dire il sangue dalle pietre. (70)

C’era un omone innamorato del 12. Uscì quando aveva già perduto quasi tutto

A Mattia vennero in mente 4 versi del povero aio Pinzone

Ero già stanco di stare alla bada

Della Fortuna. La dea capricciosa

Dovea pure passar per la mia strada

 

E passò finalmente ma tignosa per l’omone

 

Mattia invece comincia a vincere. Un tedesco però gli portò via il denaro raccolto. Poi cambia tavolo e vince ancora. Continua a giocare per sfidare la sorte. Legava il suo capriccio a quello della Fortuna. Il suo gioco era rischiosissimo: si ostinava a puntare sul rosso che usciva sempre, poi sullo zero e sortiva lo zero

Uno spagnoletto barbuto lo seguì mentre usciva e salì con lui nel treno per Nizza, poi volle che cenassero insieme e salì nello stesso albergo. A Mattia questo non dispiaceva 

La vanità umana non ricusa talvolta l’incenso acre e pestifero di certi meschini turiboli. Ma poi quella compagnia gli viene a noia. Quindi lo molla. Aveva vinto 11 mila lire. Pensa a casa sua: alla moglie che non si curava di piacergli, ai disgusti, agli attriti.

 Il bisogno che si accovaccia sulla cenere di un focolare spento come un gattaccio ispido e nero, avevano ormai reso odiosa a entrambi la convivenza. Doveva mostrasi degno dei favori della fortuna, se come sembrava, voleva davvero accordarglieli. O tutto o niente. Giocando alla disperata mise insieme una somma enorme, ma dopo il nono giorno cominciò a perdere  85 

Smise quando vide un giovane che si era sparato. Tornò a Nizza. Gli rimanevano 82 mila lire. 

 

Bologna 15 aprile 2026 ore 10, 34 giovanni ghiselli.

p. s.

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[1] F. Dostoevkij, L'eterno marito, p. 39.

[2]L. Tolstoj, Guerra e pace , trad. it. Garzanti, Milano, 1974, p. 41.


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