Argomenti
Filarco viene criticato da Polibio per la presenza, nella sua opera, di gesti patetici che non si confanno alla storiografia. L’eccidio di Mantinea (223 a. C.) Giuliano Ferrara e Marco Travaglio. Polibio fu un opportunista di genio. La storiografia drammatica è generalmente mal reputata. Ma molti personaggi della storia si comportano come attori di teatro. La teatralità di Demetrio Poliorcete, quella di Antonio e quella di Cleopatra (Plutarco). L’ultima scena di Augusto (Svetonio).
L'immagine topica dei capelli sciolti e quella dei seni scoperti per suscitare compassione è fortemente biasimata da Polibio lo storico antitragico il quale è critico nei confronti dei colleghi storiografi che danno spazio alle lacrime nelle loro opere per suscitare la partecipazione sentimentale di chi le legge. Il suo obiettivo polemico è soprattutto Filarco[1] considerato uno storico "tragico" poiché ha cercato di colpire la sfera emotiva dei lettori, adoperandosi per invitarli alla compassione e renderli partecipi dei suoi sentimenti riguardo a quanto viene raccontato. Egli dunque introduce abbracci di donne (periploka;" gunaikw'n) e chiome scarmigliate (kovma" dierrimmevna"[2]) e denudamenti di seni (mastw'n ejkbolav"), e, oltre questo, lacrime e lamenti di uomini e donne (davkrua kai; qrhvnou" ajndrw'n kai; gunaikw'n ) trascinati via alla rinfusa con figli e vecchi genitori (Polibio, Storie, II, 56, 7). Ci fu per esempio l'eccidio di Mantinea. Nel 223, durante la guerra cleomenica, questa cittadina dell’Arcadia fu conquistata dai Macedoni alleati degli Achei: secondo Filarco e Plutarco ( Vita di Arato 45, 6-9) essa subì un massacro che Polibio tende a nascondere o minimizzare. In II 54 lo storico di Megalopoli si limita a dire che Antigono Dosone dopo essere stato nominato capo delle forze alleate della lega ellenica costituitasi contro Sparta e gli Etoli, riuscì a sottomettere prima Tegea poi Mantinea, che nel 229 erano state prese da Cleomene. Filarco viene biasimato per avere "faziosamente" descritto le sofferenze di questa gente.
Una critica del genere viene fatta da alcuni personaggi della nostra televisione a chi racconta gli orrori della guerra in Iraq: per esempio “Giuliano Ferrara che di fronte alle prove fotografiche della tortura fornite dalle stesse autorità americane, sproloquia di “episodi circoscritti” (almeno venticinque prigionieri morti per le sevizie dei militari Usa!), del virus che “ci indebolisce nella guerra”: non la tortura, beninteso, ma “la voracità morbosa di dire che è colpa dell’Occidente, di pubblicare immagini delle torture degli occidentali”. Cioè quel poco di spirito autocritico rimasto nelle opinioni pubbliche democratiche”[3]. Per non dire di Gaza e degli attacchi a Francesca Albanese
Altra cosa è ovviamente Polibio da Giuliano Ferrara.
“Polibio fu un opportunista di genio. Adattò la storiografia tucididea alla nuova situazione, scrivendo una storia del mondo contemporaneo con una scrupolosa attenzione per la verità fattuale, con la competenza politica e militare, con l’osservazione diretta e con la cura per i discorsi che Tucidide aveva raccomandato. Nella sua organizzazione di una storia universale, per quanto limitata agli ultimi cinquant’anni, Polibio fu aiutato dall’esempio di Eforo, per cui aveva grande rispetto, e di Timeo che egli fingeva di disprezzare. Ma il quadro generale dell’esposizione era tutto suo. Tutto suo era anche l’accento posto sull’uso pratico della storia, cui era connessa l’abile presentazione della vittoria romana come inevitabile e duratura. Polibio ispirò Posidonio, guidò Livio (nella misura in vui Livio poteva essere guidato) e, in epoca seriore, spinse il pagano Zosimo (inizio VI secolo) ad affrontare il problema del declino di Roma, così come lui, Polibio, ne aveva affrontato quello dell’ascesa. Antologizzato e perciò mutilato in Bisanzio, per trarne esempi di operazioni militari e azioni diplomatiche, Polibio ritornò all’Europa occidentale agli inizi del XV secolo. Dapprima ammirato a Firenze (fra gli altri da Machiavelli), verso la metà del XVI secolo era assurto alla posizione di maestro di storia militare e diplomatica per tutta l’Europa. Rimase il più autorevole storico greco fino alla rivoluzione francese, quando il suo posto fu preso da Tucidide.”[4].
Per quanto riguarda la storiografia pragmatica sentiamo Rohde: “Un calmo razionalismo, un lieto arretrare alle cose ragionevolmente pensabili, senza bisogno di provare il terrore d’un mondo misterioso dell’al di là: ecco la disposizione d’animo che domina scienza e cultura nel periodo ellenistico… una calva assennatezza, una intelligenza da vecchi, savia e povera, quale ci appare lampante dalla narrazione storica di Polibio, come disposizione d’animo del narratore e di coloro di cui narra. Non era tempo questo d’eroi e d’eroismo”[5].
Per quanto riguarda il rapporto tra storiografia e dramma, riferisco alcune parole di Mazzarino: "nell'età ellenistico-romana, concetti di "teatralità" o simili, formulati a proposito di opere di storia, implicavano per lo più un giudizio critico negativo su quelle opere, in due sensi; si impugnava la validità di racconti storici, i quali applicassero forme letterarie proprie della tragedia, atte a sollecitare commozione nei lettori, e comunque tali da togliere veridicità al racconto; e in genere si negava "verità" a racconti storici i quali (sotto qualunque forma letteraria, ricercata od invece semplicissima e primitiva) avessero un contenuto di favole largamente irrazionale". Vengono fatti alcuni esempi in seguito ai quali Mazzarino conclude che "generalmente, per esempio nelle critiche di Polibio a Filarco e ad altri storici, od in quelle di Livio a taluna favola su Camillo (V 21, 9), il richiamo al motivo "spettacolare" nell'opera storica indica un giudizio del tutto negativo."[6].
Livio, a proposito di una leggenda (fabula) sulla presa di Veio da parte di Camillo, dice che intende accogliere come vere le notizie similia veri, con caratteri di verosimiglianza; quelle invece piuttosto adatte ad ostentationem scaenae, a uno spettacolo teatrale che ama i fatti prodigiosi, non vale la pena di accettarle né di respingerle (V, 21, 9).
A. La Penna invece sostiene che nel modo di narrare di Livio è “diffusa e ben visibile…l’eredità della storiografia “tragica”, cioè di quella storiografia nata nel IV sec. a. C., e poi diffusasi, da Alessandro Magno in poi, in età ellenistica, che mirava particolarmente a commuovere e scuotere il lettore (un orientamento del gusto deriso da Polibio)”[7].
.
Del resto atteggiamenti teatrali vengono presi da diversi personaggi di cui ci parlano le opere storiche: Plutarco racconta che in Demetrio Poliorcete c’era davvero una grande teatralità (tragw/diva megavlh) quando si avvolgeva nella porpora ornata d’oro e teneva in testa il cappello a larghe tese con doppia mitra (Vita di Demetrio, 41, 6).
Nella Vita di Antonio, accoppiata con quella di Demetrio, Plutarco cita due versi dell’Edipo re[8] (il quarto leggermente modificato e il quinto senza ritocchi) per significare la dissolutezza pestifera di Antonio: quando il triumviro si recò in Oriente, l’Asia intera, come quella famosa città di Sofocle (Tebe) era piena di fumi di incenso, e insieme di peani e di gemiti (24, 3).
Subito dopo Plutarco racconta che Antonio entrò in Efeso preceduto da donne vestite come le Baccanti e da uomini e fanciulli abbigliati da Satiri e da Pan; la città era piena di edera, tirsi, zampogne e flauti e la gente acclamava Antonio come Dioniso che dà gioia e amabile. Per alcuni sarà stato tale, ma per i più era
j Wmhsth;~ kai; jAgriwvnio~ (24, 4-5), Dioniso Crudivoro e Selvaggio.
Quando Cleopatra si recò da lui risalendo il fiume Cidno, con teatralità ancora più vistosa[9], si diffuse dappertutto la voce che Afrodite con il suo corteo andava da Dioniso per il bene dell’Asia (wJ~ hJ jAfrodivth kwmavzoi pro;~ to;n Diovnuson ejp j ajgaqw`/ th`~ jAsiva~, 26, 5). Quindi Plutarco racconta alcune buffonate che i due amanti compivano divertendo gli Alessandrini i quali dicevano che Antonio con i Romani usava la maschera tragica e con loro quella comica ( levgonte~ wJ~ tw`/ tragikw`/ pro;~ tou;~ JRomaivou~ crh`tai proswvpw/, tw`/ de; kwmikw/` pro;~ aujtouv~, 29, 4).
Nella Vita di Svetonio troviamo l'ultima scena di Augusto il quale supremo die , fattisi mettere in ordine i capelli e le guance cascanti, domandò agli amici "ecquid iis videretur mimum vitae commode transegisse" (99), se a loro sembrasse che avesse recitato bene la farsa della vita, quindi chiese loro, in greco, degli applausi con la solita clausula delle commedie:" eij de; ti-e[coi kalw'" to; paivgnion, krovton dovte", se è andato un po’ bene questo scherzo, applaudite. La “corta buffa”[10] era giunta al termine.
Bologna 25 ottobre 2026 ore 11, 51 giovanni ghiselli
martedì 27 ottobre dalle 17 alle 19 presenterò, ancora nella boblioteca Scandellara, la mia
Introduzione alla storiografia greca e latina.
Questo è il link per seguire da lontano
https://meet.google.com/qmx-fuhm-tiw
Statistiche del blog
All time3356024
Today2139
Yesterday4331
This month122381
Last month262275
Ora solare fino al 27 marzo.
Sicché: buio alle 17, 30 di sera dal 25 novembre al 20 dicembre, poi il dies natalis Solis invicti con cinque minuti di luce in più. Ancora buio alle 18 fino a quasi tutto gennaio: qualche barlume a occidente dal 25 di questo che è il primo mese di primavera secondo me.
Poi via via sempre meglio per chi osserva il cielo con mente serena.
Dovrò pedalare e camminare lo stesso, lavorare sempre di più. Cercherò di avvicinarmi ai quattro milioni di lettori con l’adolescenza del sole in marzo. Il 18 aprile lo vedrò di nuovo alle 20 e lancerò un bacio alla fiamma divina che nutre la vita.
Baci gianni.
[1] nato a Naucrati ma vissuto ad Atene, nel III secolo, autore di Storie in 28 libri che andavano dal 272 al 219, anno della morte di Cleomene III, il re di Sparta ben visto da questo autore e mal visto da Polibio il quale dichiara di seguire le Memorie di Arato, stratego della lega Achea, per la narrazione della guerra cleomenica che oppose Sparta ed Etoli ad Achei e Macedoni.
Filarco, ci informa Mazzarino, "ha capito il genio di Cleomene III e la necessità della rivolta sociale, in mezzo al tramonto della gloriosa libertà greca. Michele Rostozev (Die hellenistische Welt , trad. ted., I, 146) ha detto benissimo:"la Grecia era dalla parte di Filarco, e non da quella di Arato e degli Achei difesi da Polibio" (Il Pensiero Storico Classico , II, 1, p. 126). Arato potenziò la lega achea, operò e scrisse in favore degli abbienti, mentre Filarco era favorevole a Cleomene III di Sparta. Questo re riformatore fu sconfitto a Sellasia, non lontano da Sparta, nel 222, da Antigono Dosone di Macedonia e dallo stratego acheo Filopemene, e per tale ragione gli scrittori suoi partigiani possono essere accusati di menzogna dallo storico Polibio partigiano dei vincitori nei quali si è incarnata la verità.
[2] Secondo Polibio sono gesti che si confanno alle tragedie, non alla storiografia. Per quanto riguarda gli abbracci di donne, nelle Troiane di Euripide, per esempio, Andromaca abbraccia il figlio che a sua volta si rifugia tra le ali della mamma come un uccellino:"neosso;" wJsei; ptevruga" ejspivtnwn ejmav"", v.751. Per le chiome scarmigliate, o scagliate[2] c'è il ricordo delle Baccanti :"truferovn te plovkamon eij" aijqevra rJivptwn"(v. 150) scagliando nell'aria i riccioli molli, un ricordo che ho ravvisato anche in un quadro di Picasso del 1922 Deux femmes courant sur la plage (Parigi, museo Picasso).
[3] M. Travaglio, La scomparsa dei fatti, p. 124.
[4] A. Momigliano, La storiografia greca, p. 23.
[5] E. Rohde, Psiche, p. 631.
[6]Il Pensiero Storico Classico , I vol., p. 181.
[7] Prima lezione di letteratura latina, p. 104.
[8] “La città è piena tanto del fumo dei sacrifici,/quanto di preghiere, quanto di gemiti” (Sofocle, Edipo re, vv. 4-5).
[9] Ella risaliva il fiume su un battello dalla poppa d’oro, con le vele di porpora spiegate, mentre i rematori remavano con remi d’argento al suono del flauto accompagnato da zampogne e cetre. La regina stava sdraiata sotto un padiglione ricamato d’oro, ornata come Afrodite, con ragazzi simili ad amorini che le facevano vento e le ancelle più belle, abbigliate da Nereidi e Grazie, stavano al timone e alle funi. Meravigliosi profumi provenienti da aromi bruciati invadevano le sponde (Plutarco, Vita di Antonio, 26, 1-3). Lo ricorda Shakespeare che leggeva Plutarco nella traduzione (del 1579) di Thomas North fatta su quella francese (del 1559) del vescovo Amyot che tradusse pure i Moralia (1572)[9]. “The barge she sat in, like a burnish’ d throne/Burn’d on the water: the poop was beaten gold;/Purple the sails, and so perfumed that/ The winds were love-sick with them; the oars were silver,/Which to the tune of the flutes kept stroke…” (Antonio e Cleopatra, III, 2), la barca dove sedeva, come un trono brunito, splendeva sull’acqua: la poppa era di oro battuto; di porpora le vele, e così profumate che i venti languivano d’amore per esse; i remi erano d’argento, e tenevano il tempo al suono dei flauti.
[10] Dante, Inferno, VII, 61.
Nessun commento:
Posta un commento