La vecchiaia non viene presentata male solo da Mimnermo
Nell’ Eracle di Euripide c’è un biasimo della vecchiaia che grava sul capo dei vecchi compagni d'armi di Anfitrione come un carico più pesante delle rupi dell'Etna ("to; de; gh'ra" a[cqo"-baruvteron Ai[tna" skopevlwn-ejpi; krati; kei'tai" (vv. 638-640).
La giovinezza invece è bellissima pure nella povertà (v. 648). Non si deve dimenticare tuttavia che la morte è peggiore della vecchiaia ndr.
Se gli dèi avessero intelligenza e sapienza riguardo agli uomini donerebbero una doppia giovinezza come segno evidente di virtù a quanti la posseggono, e una volta morti, di nuovo nella luce del sole, i virtuosi percorrerebbero una seconda corsa, mentre la gente ignobile avrebbe una sola possibilità di vita ( Eracle, 661-669).
Nel Miles gloriosus di Plauto si trova un locus similis : "itidem divos dispertisse vitam humanam aequom fuit: qui lepide ingeniatus esset, vitam ei longiquam darent, qui inprobi essent et scelesti, is adimerent animam cito" (vv. 730-732), parimenti sarebbe stato giusto che gli dèi distribuissero la vita umana: a colui che avesse un carattere amabile, dovrebbero dare una vita lunga, a quelli che fossero cattivi e scellerati, portargliela via presto.
Della maledizione della vecchiaia, possiamo trovare echi nella letteratura classica: un frammento di Menandro per esempio dice:"colui che gli dei amano, muore giovane"; Virgilio la chiama "tristisque senectus "(Eneide , VI, 275) mettendola in faucibus Orci (v.273), sulla bocca dell'Orco in compagnia di pianti, rimorsi vendicatori, pallidi morbi, e diverse altre presenze inamene.
Leopardi è un grande, dichiarato nemico della vecchiaia: ne Le Ricordanze del 1829 scrive:"E qual mortale ignaro/di sventura esser può, se a lui già scorsa/quella vaga stagion, se il suo buon tempo,/se giovanezza, ahi giovanezza, è spenta?"(vv.132-135). Quindi premette il frammento di Menandro, come epigrafe, ad Amore e morte del 1832: “ o{n oiJ qeoi; filou'sin ajpoqnhvskei nevo~, “Muor giovane colui ch’al cielo è caro”.
Nel canto Il tramonto della luna , del 1836, il poeta di Recanati poco prima di morire compone l'anatema definitivo sull'"età provetta": "estremo/di tutti i mali, ritrovàr gli eterni/la vecchiezza, ove fosse/incolume il desio, la speme estinta,/secche le fonti del piacer, le pene/maggiori sempre, e non più dato il bene"(vv.45-50).
Ebbene, a così forti biasimi voglio contrapporre qualche elogio della senilità cui tutti siamo avviati e alla quale arriveremo se non moriremo prima, forse schivando qualche incomodo, ma certamente perdendo parecchie occasioni, se non altre di "imparare molte cose", come ci ha già insegnato Solone.
Cicerone nel De senectute (del 44 a. C.) compone l'elogio più articolato della vecchiaia, facendo dire a Catone in Censore ottantatreenne:"in moribus est culpa, non in aetate "(3), il difetto sta nei costumi, non nell'età; e la pena deriva dai sensi di colpa dovuti a una vita mal vissuta:"quia coscientia bene actae vitae multorumque benefactorum recordatio iucundissima est "(3), poiché la coscienza di una vita impiegata bene e il ricordo di molte buone azioni fatte sono fonti di dolcissima gioia.
Vengono portati esempi di vecchiaie vigorose e produttive: Platone che morì a ottant'anni"scribens ", scrivendo ancora, Isocrate che a novantatré anni compose il Panatenaico, poi visse altri cinque anni, e il suo maestro Gorgia che compì centosette anni, studiando e lavorando, tanto che disse:"Nihil habeo quod accusem senectutem "(5) non ho niente da rimproverare alla vecchiaia. Insomma, secondo Cicerone, c'è una montatura negativa nei confronti dell'età avanzata. Gli indebolimenti, almeno quelli mentali, sono dovuti alla mancanza di esercizio."At memoria minuitur ", ma la memoria diminuisce; ebbene a questa obiezione-luogo comune degli imbecilli, Cicerone risponde:"credo, nisi eam exerceas, aut etiam si sis natura tardior ", lo credo, se non la si esercita, o anche se sei piuttosto stupido di natura, e fa l'esempio di Sofocle che"ad summam senectutem tragoedias fecit ", compose tragedie fino alla vecchiaia estrema, e anzi si difese dall'accusa di demenza senile contestatagli da un figlio che voleva venisse interdetto, leggendo l'Edipo a Colono scritta da poco ai giudici che naturalmente lo assolsero a pieni voti (7).
Poco più avanti (8) il De senectute ricorda anche Solone "qui se cotidie aliquid addiscentem dicit senem fieri ", che dice di diventare vecchio imparando ogni giorno qualche cosa; non solo, ma a Pisistrato che gli domandò in che cosa confidasse per opporsi a lui con tanta audacia, rispose "senectute ", nella vecchiaia (20).
I piaceri che scemano poi sono quelli volgari del corpo (epularum aut ludorum aut scortorum voluptates , dei banchetti o dei giochi o delle prostitute, 14) certo non paragonabili a quelli dello spirito che invece crescono. Quanto alle solite accuse di essere bisbetici (morosi ), ansiosi (anxii), iracundi , difficiles, avari, questi sono difetti dei caratteri, non della vecchiaia:"sed haec morum vitia sunt, non senectutis "(18).
Nel campo della commedia, basta guardare i due fratelli degli Adelphoe di Terenzio:"quanta in altero diritas, in altero comitas! ", quanta durezza nell'uno (Demea), dolcezza nell'altro (Micione)!
Anche la vicinanza della morte non è terrificante, infatti"omnia quae secundum naturam fiunt sunt habenda in bonis", tutto quello che avviene secondo natura deve essere considerato tra i beni (19).
E noi uomini:"in hoc sumus sapientes, quod naturam optimam ducem tamquam deum sequimur eique paremus ", in questo siamo saggi che seguiamo la natura ottima guida come un dio, e le obbediamo, aveva già detto Catone nel prologo (2).
Purtroppo non possiamo soffermarci oltre sull'argomento che ci sta a cuore, ma vogliamo menzionare un moderno: Italo Svevo nella cui opera, il protagonista di Senilità , Emilio Brentani, è un trentacinquenne dall'anima stanca, mentre la vecchiaia anagrafica di altri personaggi è, come nota Magris ne L'anello di Clarisse (p.198):" libertà dall'obbligo di attestare a se stessi e agli altri il proprio valore, la propria capacità e vitalità".
Concludiamo l'elogio della vecchiaia con alcune parole di Omero: nel III dell'Iliade , Menelao, per fare un patto con i Troiani esige la presenza di Priamo poiché non si fida dei figli: sempre svolazzano gli animi dei giovani, afferma, ma quando un vecchio (oJ gevrwn) è con loro vede insieme il prima e il dopo (a[ma provssw kai; ojpivssw-leuvssei), come sia meglio per gli uni e per gli altri (vv. 108-110).
Grandi biasimi della vecchiaia, anzi, addirittura dei vecchi si trovano in quell’assertore del buon senso comune, anche non poco reazionario, che è Aristotele.
Nella Retorica (1389b) il filosofo, sparlando a proposito e a sproposito dei vecchi, dice che sono fivlautoi ma'llon h] dei', egoisti più del dovuto e che questa è una forma di mikroyuciva, meschinità: kai; pro;~ to; sumfevron zw'sin, ajll j ouj pro;~ to; kalovn, vivono per l’utile e non per il bello, proprio per il fatto di essere egoisti: l’utile infatti è un bene individuale, mentre il bello è un bene assoluto (to; de; kalo;n aJplw'~).
Aristotele inoltre afferma che i vecchi a causa dei loro fallimenti e delle loro frustrazioni si meravigliano meno di quanto si deve (h\ttovn te a[gantai pavnta h] dei'). Sono di carattere orientato verso il male (kakohvqei~): infatti la kakohvqeia è interpretare tutto in senso deteriore: “to; ejpi; to; cei'ron uJpolambavnein pavnta”. Sono sospettosi (kacuvpoptoi) per la loro diffidenza (dia; th;n ajpistivan).
Sono meschini poiché sono stati umiliati dalla vita: “kai; mikrovyucoi dia; to; tetapeinw'sqai uJpo; tou' bivou”. Sono vili (deiloiv) e temono tutto in anticipo. Sono l’opposto dei giovani poiché questi sono qermoiv, mentre i vecchi sono freddi in quanto paurosi: infatti la paura è una forma di raffreddamento.
Passiamo piuttosto ad un altro frammento di Mimnermo: il 2 D.
:" Noi, Come le foglie (hjmei'~ d j oi|av te fuvlla) che genera la fiorita stagione
di primavera, quando crescono in fretta ai raggi del sole, simili a quelle, per il tempo di un cubito, godiamo dei fiori
di giovinezza, senza conoscere dagli dèi né il male
né il bene. Destini neri ci stanno accanto
uno che ha il termine della vecchiaia tremenda,
l'altro di morte: un attimo dura il frutto
di giovinezza, per quanto sulla terra si diffonde un raggio di sole.
Ma quando questo termine di tempo sia trapassato,
subito essere morto è meglio della vita:
infatti molti mali sopraggiungono nell'animo: talora la casa va in rovina e ci sono le vicende dolorose della povertà:
a un altro poi mancano figli, di cui soprattutto
sentendo il desiderio va sotto terra nell'Ade;
un altro ha una malattia che gli consuma il cuore: non c'è nessuno
degli uomini, cui Zeus non dia molti mali". Distici elegiaci
In questi distici troviamo innanzitutto il motivo della brevità della vita umana già presente, in termini non dissimili, nell'Iliade (VI, vv. 145-149) dove Glauco chiede a Diomede:
"Tidide magnanimo, perché mi domandi la stirpe?
quale è la stirpe delle foglie, tale è anche quella degli uomini.
(oi{h per fuvllwn genehv, toivh de; kai; ajndrw'n, v. 146)
Le foglie alcune ne sparge il vento a terra, altre la selva
fiorente genera quando arriva il tempo di primavera;
così le stirpi degli uomini: una nasce, un'altra finisce".
Anche l'idea dei due destini ha il suo incunabolo nell'Iliade, quando Achille rifiuta di tornare a combattere dicendo che la madre Tetide gli ha preconizzato due sorti che lo portano al termine di morte: una dopo pochi anni di vita eroica e una in seguito a una lunga esistenza priva di gloria (IX, vv.410-416). Con Mimnermo il pessimismo si è radicalizzato poiché la gloria e la fama (klevo") hanno perduto quell'alto valore che può giustificare e dare un significato alla brevità di una vita umana. Restano la giovinezza e l'amore: appena queste giustificazioni vengono meno, compare la triste sapienza silenica, quella per cui non essere nati è meglio che vivere.
Nietzsche nello scritto giovanile La nascita della tragedia si sofferma su questa sapienza e la considera caratteristica del greco primitivo che soggiace al terrore dei mostri, all'avvoltoio di Prometeo, al destino spaventoso di Edipo, al matricidio di Oreste, finché non trova l'individuazione positiva dell'Apollineo che in termini artistici è la bellezza e la chiarezza delle immagini omeriche, in termini culturali, mitologici e psicologici è il rovesciamento del caos dei Titani nel cosmo olimpico:
"Per poter vivere i greci dovevano, per una necessità profonda, creare questi dèi: un procedimento che dobbiamo raffigurarci come lo sviluppo, in lenti trapassi, del divino ordine olimpico della gioia, dall'originario titanico ordinamento dell'orrore e dello spavento, in virtù appunto di quell'istinto apollineo della bellezza, come un ciuffo di rose che sbocci da uno spinoso cespuglio"(cap. 3, p.33).
Negli autori classici troviamo varie espressioni della triste saggezza del Sileno: a partire da Erodoto (I, 31) il quale ci racconta la fiaba tragica di Cleobi e Bitone che la dea Era, per ricompensare della loro devozione, fece morire ventenni, mostrando come per l'uomo sia meglio essere morto che vivere. Inoltre lo storiografo di Alicarnasso ci narra lo strano costume dei Trausi che compiangono il neonato e seppelliscono il morto con manifestazioni di gioia (V, 4):"sedendo attorno al neonato i parenti piangono...enumerando tutte le sofferenze umane; invece scherzano con gioia quando mettono sotto terra il morto, spiegando che si trova in completa felicità, liberato da tanti mali". L'idea viene ripresa da diversi autori.
Ricordo Teognide nella cui Silloge (vv. 425-428) leggiamo:
"La cosa migliore di tutte per quanti vivono sulla terra è non essere nato (mh; fu'nai)/e non vedere i raggi del sole abbagliante,/ma una volta nati al più presto varcare le porte dell'Ade,/e giacere sepolto sotto gran massa di terra".
L'espressione "mh; fu'nai" è usata anche da Bacchilide che nell'Epinicio V fa dire a Eracle:"la cosa migliore per i mortali è non essere nati/ e non vedere la luce/del sole"(160-162).
Sofocle nel suo ultimo dramma, l'Edipo a Colono , fa cantare al coro nel terzo stasimo:"Non essere nati (mh; fu'nai) supera/ tutte le condizioni, poi, una volta apparsi,/ tornare al più presto là/ donde si venne,/ è certo il secondo bene./ Poiché quando uno ha oltrepassato la gioventù/ che porta follie leggere, /quale travagliosa disfatta resta fuori?/ Quale degli affanni non c'è?/Invidia, discordie, contesa battaglie,/ e uccisioni; e sopraggiunge estrema/ l'esecrata vecchiaia gh`ra~ impotente ajkratev~,/ asociale- ajprosovmilon-, priva di amici-a[filon- /dove convivono tutti i mali dei mali"(vv.1224-1238).
Non possiamo mancare di riferire qualche formulazione silenica nella lingua latina:"non nasci homini longe optimum esse, proximum autem, quam primum mori ", scrive Cicerone, non nascere per l'uomo è di gran lunga la cosa migliore, la seconda, poi, morire al più presto (Tusculane, I, 48); e Seneca, nella Consolazione a Marzia sillogizza:"Itaque, si felicissimum est non nasci, proximum est, puto, brevi aetate defunctos cito in integrum restitui " (22), pertanto, se la condizione più fortunata è non nascere, la seconda è, credo, tornare al più presto all'integrità originaria.
Concludo con il cupio dissolvi della Sibilla del Satyricon (48), una volontà utilizzata da Eliot come epigrafe ed emblema de La Terra desolata (1922):"nam Sibyllam quidem Cumis ego ipse oculis meis vidi in ampulla pendēre, et cum illi pueri dicerent: Sivbulla, tiv qevlei"; , respondebat illa:" jApoqanei'n qevlw", infatti la Sibilla di sicuro a Cuma, io stesso con i miei occhi, vidi sospesa in un 'ampolla, e dicendole i fanciulli:"Sibilla, cosa vuoi?", rispondeva lei:"morire, voglio". Noi invece vogliamo vivere e non crediamo che sia questa la quintessenza del messaggio dei classici né di Sofocle in particolare.
Salvatore Quasimodo riprende il tema della brevità della vita umana
"Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera"(da Acque e terre , 1930).
Concludiamo Mimnermo con due frammenti della Nannò un poema elegiaco che ha il nome di una flautista amata dal poeta.
Il primo (fr. 4 D) presenta unaltro biasimo della vecchiaia :
A Titono (Zeus) diede da sopportare, male immortale,
la vecchiaia, che è anche più raccapricciante della morte tremenda ( qanavtou rJivgion ajrgalevou)
Il secondo (fr. 5 D.) equipara a un breve sogno (ojligocrovnion o[nar) la giovinezza preziosa (h{bh timhvessa)
" Ma di breve durata è come un sogno
la giovinezza preziosa; e la tremenda e deforme
vecchiaia subito sul capo è sospesa,
odiosa insieme e spregiata, che rende l'uomo irriconoscibile,
e danneggia gli occhi e la mente ." (distici elegiaci).
Callimaco nel proemio degli Aitia (vv. 11-12) dichiara di preferire le poesie leggere (kata; leptav) del dolce Mimnermo alla megavlh gunhv, ossia alla Nannò.
Eppure in questo frammento della Nannò vediamo nascere il topos della vita umana come sogno che tanto sviluppo avrà nella letteratura europea, soprattutto in quella drammatica, e giungerà a considerare l'intera vita umana come sogno: dal Prometeo di Eschilo dove leggiamo che gli uomini erano"simili ad immagini di sogni" (vv.448-449), a Pindaro (Pitica 8, vv. 95-96) che chiama l'uomo"sogno di un'ombra" (skia'" o[nar/a[nqrwpo""), a Sofocle che nell'Aiace fa dire a Ulisse, preso da rispetto e compassione per il nemico precipitato nella follia :"vedo infatti che non siamo altro che/larve (ei[dwl j), quanti viviamo, o muta ombra (kouvfhn skiavn)"(vv.125-126).
Nel Seicento questa idea torna di moda, tanto che il poeta veggente Calderòn de la Barca intitola il suo capolavoro (del 1635) La vita è sogno , e, nel corso del dramma (I, 2), scrive:" il delitto maggiore dell'uomo è essere nato", mentre Shakespeare ne La tempesta del 1612 afferma:" We are such stuff-as dreams are made on; and our little life-is rounded with a sleep”, Noi siamo fatti con la materia dei sogni, e la nostra breve vita è circondata dal sonno"(IV, 1). Quindi il protagonista, Prospero, si avvia con la mente alla sua Milano"dove un pensiero su tre, sarà la tomba" ( where-every third thought shall be my grave, V, 1). Nell’ultimo atto del Macbeth, il protagonista dice:”Life’ s but a walking shadow; a poor player,-that struts and frets his hour upon the stage,-and then is heard no more: it is a tale-told by an idiot, full of sound and fury,-signifyng nothing” (V, 5), la vita è un’ombra che cammina; un povero attore che cammina impettito e si agita nella sua ora sul palcoscenico, e poi non si sente più, è una storia raccontata da un idiota, piena di frastuono e di furia, che non significa nulla.
In Misura per misura [1] il duca di Vienna travestito da frate apostrofa la vita con queste parole: “Thou hast nor youth nor age/But as it were an after dinner sleep/Dreaming of both " (III, 1), tu non hai giovinezza né vecchiaia, ma è come se dormissi dopo pranzo sognando di entrambe queste età[2].
La conclusione di Mimnermo è che è auspicabile morire a sessant’anni:
“Vorrei che senza malattie e preoccupazioni tremende
il destino di morte mi cogliesse a sessant’anni” (fr. 11 Gentili-Prato).
Bologna 11 ottobre 2026 ore 9, 45 giovanni ghiselli
p. s.
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