lunedì 5 ottobre 2026

Un esempio negativo. I proci dell'Odissea quali uomini privi di bisogni spirituali.



 

I proci , pretendenti della saggia Peneloe, non sono all’altezza della donna corteggiata. Sono soltanto dei gozzovigliatori e scialacquatori, dei vitelloni con l’aggravante della prepotenza: sperperano la roba altrui. Fanno una vita che è in un certo modo l'antitesi di quella di Odisseo: priva di ogni tensione verso l'apprendere. Un'esistenza che anticipa quella del filisteo, "l'uomo privo di bisogni spirituali (...) di conseguenza le ostriche e lo champagne sono il punto culminante della sua esistenza, e lo scopo della sua vita consiste nel procurarsi tutto ciò che contribuisce al suo benessere soltanto materiale” (A. Schopenhauer, Parerga e Paralipomena , Tomo I,  pp. 462-463)

 

 

Tali uomini rinunciano a quella intensità di vita e di sentimenti offerta da un'esistenza rivolta all'eterno e passa la vita dedito al ventre, al gioco e al sonno. Lo descrive bene Sallustio:"  Quae homines arant,  navigant, aedificant, virtuti omnia parent. Sed multi mortales, dediti ventri atque somno, indocti incultique vitam sicuti peregrinantes transiere; quibus profecto contra naturam corpus voluptati, anima oneri fuit. Eorum ego vitam mortemque iuxta aestumo, quoniam de utraque siletur " (Bellum Catilinae, 2) quello che gli uomini fanno, arando, navigando, costruendo, dipende tutto dall' intelligenza. Ma molti mortali, dediti al ventre e al sonno, passano la vita, come viandanti, ignoranti e rozzi; a loro certamente, contro natura, il corpo serve per il piacere, l'anima è di peso. La  vita di costoro giudico pari alla morte, poiché dell'una e dell'altra si tace. Così non sia della nostra.

 

Altrettanto decisamente Cicerone nel De Officiis  respinge come non umana ma bestiale la vita dedita solo al piacere:" pertinet ad omnem officii quaestionem semper in promptu habere quantum natura hominis pecudibus reliquisque beluis antecedat; illae nihil sentiunt nisi voluptatem ad eamque feruntur omni impetu, hominis autem mens discendo alitur et cogitando, semper aliquid aut anquirit aut agit videndique et audiendi delectatione ducitur  "(I, 30, 105), riguarda tutta la ricerca sul dovere,  tenere sempre presente quanto la natura dell'uomo sia superiore alle bestie e agli altri bruti; quelle non sentono niente se non il piacere e ad esso sono trascinati con tutto l'istinto, invece la mente dell'uomo si nutre imparando e pensando, cerca o fa sempre qualche cosa ed è spinta dal diletto di vedere e di udire.

Il vero peccato dei proci  è di essere più animali che uomini, mentre la virtù di Odisseo è quella di essere un uomo prima di tutto: l'  [Andra del primo verso dell’Odissea con quello che segue.  

In questo ambiente, Telemaco che è un giovane di buona natura non si trova a suo agio, e non solo perché vengono consumati i suoi beni. Chi è abituato a riflettere non sopporta le compagnie dei crapuloni dalla vita simile a quella delle bestie.


 

Il ragazzo dunque sedeva tra loro ma era afflitto nel cuore . E' il disagio di chi ha cuore ("h\tor", v. 114) e si trova in mezzo a gente che non ce l'ha.

Vi sarà capitato di finire in un ambiente, per esempio una festa, o, molto peggio, in una situazione domestica o lavorativa di imbecilli logorroici e implacabili: si prova la sofferenza del pesce fuor d'acqua.

Così a disagio in mezzo a gente non autentica si trova l'Idiota  di Dostoevskij nel salotto degli Epancin dove non potrà fare a meno di rompere il vaso cinese, secondo la profezia di Aglaja:"Dovete almeno rompere il vaso cinese nel salotto! E' stato pagato caro"[1].

Telemaco stava tra i pretendenti pensando al padre quando vide l'ospite e si sdegnò che rimanesse a lungo in piedi sulla porta (vv. 119-120).

Bologna 5 ottobre 2026 ore 10, 02 giovanni ghiselli

p. s

Questo è un piccolo esempio del mio metodo comparativo. Ho preparato decine di pagine di tale tono per commentare alcune parti dell’Odissea. Non ho ancora visto il recente film discusso. Non mi aspetto un capolavoro ma devo e voglio commentarlo.

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[1]Dostoevkij, L'idiota , p. 663.


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