domenica 4 ottobre 2026

Ifigenia CLXI. Il ritorno a Bologna. Il colpo di scena.


 

Entrai in camera mia. Erano circa le sette. Poco dopo arrivò

Ifigenia, assai complimentosa. Probabilmente aveva pensato di

essere stata troppo scostante. Mi faceva carezze e moine straordinarie.

Troppe, e, nel contesto di quella giornata, stonate. Alle sette e

mezzo scendemmo a cenare. La ragazza continuava a

ripetere:"Quanto sei bello, gianni, quanto sei bravo!".

Aspettai che tacesse un momento, quindi le domandai:"Perché sei venuta in

montagna senza intenzione di fare niente con me: né parlare sul

serio, né sciare, né passeggiare, né amoreggiare?"

Capì che non poteva continuare a mentire e rispose:"Non lo so.

Forse per abbronzarmi. E' vero che non ho più tanta voglia di stare

con te, non quanta ne avevo una volta, e mi spiace".

La osservavo con calma. Ne fu incoraggiata.

Continuò:"I miei sentimenti verso di te adesso non li capisco.

Dammi del tempo; anzi, facciamo una cosa. Finita la cena, saliamo

in camera mia. Quindi torniamo a Bologna, e là, per due

settimane, tu non mi cerchi, nemmeno al telefono. Io devo

pensarci bene a quello che sento, alla nostra situazione, a noi due.

Prima non ho voluto stare con te siccome ero stanchissima e tutta

indolenzita per le cento o mille cadute della mia disastrosa discesa.

Quando ho fatto la doccia, mi sono vista piena di lividi. Ma non è

solo per lo sfinimento e il pestaggio della sciagurata sciata imposta da te che non ho voluto fare l’amore. Credo di essere venuta qua con l'intenzione di vedere se tu mi vuoi bene, se io te ne voglio; insomma per capire qualcosa di

noi. Io non sono più sicura di niente. Ora per esempio mi è venuta

una gran voglia di farlo".

Sembrava sincera. Probabilmente lo era. Le luccicavano gli occhi

mentre mi fissava. Salimmo in camera sua. La chiave chiudeva.

Lo facemmo una volta, con gusto e allegria. Dopo l'orgasmo

disse:"Lavati Gianni, facciamolo ancora". Andai nel bagno

contento.

"Come ai bei tempi", pensavo. Tornai presto nel letto dove lei

aspettava fissando il soffitto con un sorriso. Io però non ebbi una

seconda erezione sicura. Priapo mi aveva tolto la grazia. Dopo tre o quattro tentativi falliti, Ifigenia mi scostò con una mano, e, senza guardarmi, esclamò con dura ironia:"Poi sarei io la svogliata! Diciamo finalmente la verità!".

"Sì, capita pure a me di non avere tanto desiderio quanto una

volta-risposi-, ma generalmente tu sei più fredda di me. L'anno

scorso il meno entusiasta ero io; quest'anno sei tu".

"Già, oramai sono due anni che le cose non vanno bene tra noi",

confermò. Allora dissi:" Adesso partiamo. A Bologna proveremo

la separazione che hai proposto tu poco fa. Per due settimane non

ti cercherò. Faremo in modo di non incrociarci nemmeno per strada.

Dopo questi quindici giorni tu, però, mi dirai con tutta franchezza e

chiarezza se vuoi restare con me. Io lo vorrei, nonostante questa

sera sia rimasto molto al di sotto della nostra sufficienza. Io

ambisco a restare con te. Non è soltanto dal numero degli orgasmi

che si misura la volontà di stare insieme".

Ifigenia annuì.

Ci vestimmo, prendemmo i bagagli già preparati prima di cena e

scendemmo. Peppino, il  proprietario dell'albergo, maestro di sci e mio parente acquisito, quando andai a pagare il conto, disse: "Torni a Bologna tanto presto? Io, con una femmina tanto giovane e  bella starei via almeno due anni". Non si vedeva quanto male andassero le cose tra noi. Meglio così: non affliggevamo altri che noi stessi.

Durante il viaggio scherzammo sulla nostra tragedia; forse ci

aveva rallegrati la decisione presa di non vederci per quindici

giorni. Arrivati sulla tangenziale, poco prima di separarci, ancora

una volta e forse per sempre, recitammo un vicendevole atto di

dolore:"Mio Dio, mi pento e mi dolgo con tutto il cuore...".

Davanti alla porta di casa sua le ricordai il nostro patto, onesto e

chiaro. Rimasto solo, nel letto, non ero del tutto infelice.

 

La mattina seguente andai a fare lezione ai miei ginnasiali con il proposito di non incontrarla. Invece, uscito durante l’intervallo, la vidi nel solito bar di via Nazario Sauro.  Era con un compagno della scuola di recitazione

che conoscevo, siccome era venuto più  di una volta a casa

mia, con lei, a prendere appunti su Ibsen.  Era un giovane

taciturno, occhialuto, foruncoloso nel volto bruno. Ifigenia

quella mattina lontana era così splendida che ne provai

un'impressione di dolore. Mi scoccò un sorriso da idolo con il

quale mi inflisse una ferita; mi sembrava che volesse significarmi:" Tu

oramai sei fuori dalla mia vita, e io sto bene.". Sorrisi anche io,

cercando di non lasciare vedere l'affanno interno, e bevvi il caffè senza dire parola. Ero molto turbato: le gambe tremavano, e il cuore in

tumulto balzava dentro il petto. Non se e ero diventato più verde dell’erba, come Saffo, ma lo pensai.

 L'avevo vista così miticamente bella, misteriosa e lontana, che l'amore di lei, mi sembrava già una favola antica. Da raccontare.


 

Durante l'ultima ora, verso mezzogiorno, mi affacciai alla

finestra  che risponde a un angusto cortile dove avevo parcheggiato la bianca Volkswagen. Guardai nel cupo pozzo dove il sole non arriva che in giugno. C'era lei. Irradiava bellezza dal volto abbronzato. In fondo  a quel buco, la vidi brillare di candida luce. Era seduta sopra una vespa con gli occhi chiusi e la faccia girata verso un raggio riverberato da una finestra alta, lontana e poco pulita.  Quel riflesso opaco diventava un barbaglio potente

dopo essersi vivacizzato cadendo nel viso della ragazza già

abbronzata dalle nevi scintillanti del Lusia. Parlava con uno seduto

accanto a lei, tenendo le spalle appoggiate su quelle di  lui. Sembrava

soddisfatta. Pensai di averla perduta.

Dopo la scuola, salii sul monte Donato. Volevo rivisitare una

stradina sghemba e romita, dove due estati prima avevamo fatto

l'amore scostando spine, schiacciando insetti, facendo fuggire le

lucertole che saettavano via come baleni verdi, mentre ci accompagnava lo

strepitoso fragore delle cicale pazze di sole. Stavamo stretti in

abbracci dolcissimi, al pari di uccelli dentro i cespugli1

  Dopo, ci rotolammo giù per un pendio, tenero  di erba alta e profumata

 Quando ci ritrovammo in fondo al declivio, fermi e ancora

avvinghiati, le accarezzai i capelli violacei versati sulla

vegetazione, le baciai le labbra ardenti, vermiglie come i papaveri,

le guardai le iridi nere come le more, le pupille scure, brillanti di

gioia nella gran luce pomeridiana, e mi sembrò di tenere

abbracciata la terra con il meglio della sua vita.

 Il 23 marzo 1981, di quella intesa con la ragazza, di quella felicità naturale, nulla era rimasto.

Però potevo vedere spuntare tanti fiori belli e variopinti dal concime dei ricordi se lo sistemavo bene.

 

Il colpo di scena

 

Il 24 era un martedì, giorno nel quale le mie lezioni cominciavano

soltanto alle undici. Perciò potei dormire a sazietà: fin oltre le

nove, come chi ha la coscienza tranquilla. Era anche una bella

giornata di sole già caldo, precocemente quasi maturo , per cui

potei andare a scuola in bicicletta, e non infagottato. Insomma ero

di buon umore, come se le cose mi andassero bene. Dopo tutto,


pensavo, l'interruzione o anche la fine del rapporto poteva essere

una cosa buona: sarei diventato libero di dedicarmi  tutto a me stesso, potevo farla finita  con i pensieri  maniacali e le azioni senza costrutto alcuno, prive di ogni soddisfazione mentre cercavo invano di piacere a una  donna incapace di trattenere e valorizzare ogni dono. Avrei avuto tempo per leggere, onde non perdere, oltre tutto il resto, la fondamentale identità di insegnante bravo. Quindi  avrei cominciato a

scrivere l'opera che dovevo a me stesso e all'umanità. Così avrei

pure recuperato l'autocompiacimento, l'amor proprio che avevo

smarrito versandolo nella fanciulla dall'anima ingrata, siccome

priva di fondo, come le brocche delle spose omicide 2.

 

Arrivai davanti al liceo quando suonava l'inizio della ricreazione.

La campana si sentiva anche da fuori le mura del tetro edificio,

illuminate del resto e rallegrate dal sole. Decisi di non entrare

prima che l'intervallo fosse finito, per non correre il rischio,

di essere interpellato e disturbato da qualche collega  pedante e molesto.

Aspettai di fianco al portone d'ingresso con la

faccia girata verso l’eroica luce del sole che aveva sbaragliato l’inverno.

Ero contento siccome stavo trovando la forza di stare solo.

Mi mossi  dopo avere sentito tutto il suono che segnava l'inizio

della quarta ora.  Ma come posi piede  sul primo gradino di accesso al corridoio, sentii una voce che gridava il mio nome con forza.

Non potei fare a meno di fermarmi, girarmi e alzare gli occhi.

Era una ragazza che voleva dirmi qualcosa. Era lei alle mie spalle. Sì, era proprio  Ifigenia che mi chiamava, un'altra volta, e correva di nuovo

verso di me. Arrivò trafelata, come nel giorno del primo incontro.

"Gianni -disse- ti stavo cercando. Devo parlarti”. Come due anni e

mezzo prima. L'espressione del volto era commossa ma allegra.

"Adesso ho lezione- risposi-dimmi soltanto quello che vuoi”.

“Soltanto  té” rispose. Poi continuò: "Gianni, io ti amo. Voglio stare con te. In questi tre giorni mi sei mancato tanto; sempre mi sei mancato. Ci vediamo all’una”.

Mi salutò non senza ripetere che aveva capito di amarmi, e  ne era sicura.

Si allontanava verso via Ugo Bassi  facendo piccoli balzi, come una puledra di fianco alla madre in un pascolo luminoso e fiorito.

 Era certa che non l'avrei respinta. Sapeva bene che mi tenevo sulle mie solo

perché volevo sentirla parlare ancora, prima di farle vedere quanto

ero contento e fiero del fatto che aveva deciso di tornare con me.

Oh sì, ne ero felice: poco prima, a furia di arzigogoli, avevo solo

messo insieme una misera consolazione dello strazio di essere

stato piantato da una femmina umana siffatta. Dopo mesi di

dolorosa incertezza, aveva detto che voleva restare con me. Però

non sapevo per quali motivi né con quali intenzioni.

Finite le ore di scuola la vidi corrermi incontro: l’amabile seno, sotto la maglia di lana sottile, rosa, aderente,  balzava in leggero anticipo rispetto al resto del corpo. Era splendidissima la ritrovata compagna. Non era Nemesi, era Afrodite:  valeva la pena soffrire ancora grandi dolori per una giovane donna fatta così.

Avvertenza il blog contiene 2 note.

 

Note

 

1

Cfr. Euripide, Baccanti, vv. 957-958

:"Kai; mh;n dokw' sfa'" ejn lovcmai" o[rniqa"

w{"-levktrwn e[cesqai filtavtoi" ejn e{rkesin", e mi sembra che esse, come

uccelli tra i cespugli, siano avvinte nei dolcissimi lacci dei letti.

2

Le Danaidi.


 

 

Pesaro 4 ottobre  2026 ore 9, 06  giovanni ghiselli.

p. s.

La feria dell’estate pesarese è finita. Oggi partirò per Bologna alle 18, 23 con un treno regionale, come si addice a un povero. La freccia costa tre volte di più e non è mai puntuale siccome proviene da lontano, addirittura da Lecce. Il regionale viene da Ancona e non fa ritardo.

Per non coprirmi d’infamia quale uomo misero o avaro aggiungo che darò a due o tre poveri la differenza di prezzo: una ventina di euro. I poveri mi stanno a cuore. Dopo il genocidio di Gaza mi accora quello che si sta perpetrando a Cuba dove le mamme non possono allattare i bambini per la scarsità di cibo né i medici riescono curarli per la carenza di elettricità. Chi vuole che la guerra in Ucraina continui con la speranza di abbattere la Russia sta preparando un genocidio a tutta l’Europa, forse al mondo intero. Spero che qualcuno lo capisca e trovi un rimedio che non sia la guerra continui con i massacri di Ucraini e Russi.

Insomma nel caso della sopravvivenza sarò un’altra volta a Pesaro la prossima estate quando la bella stagione  ritornerà con il volgersi dei mesi.

Mi adatterò a vivere nel frattempo lontano dal mare tra gente che non mangia pesce bensì un pastone detto con eufemismo lasagne  né vede le barche dalle guance purpuree né sa maneggiare i remi che sono ali ai veicoli quando solcano il mare (cr. Odissea, XI, 125)

Ricordo a proposito che martedì 6, dalle 17 terrò una conferenza sull’Odissea nella biblioteca Scandellara di Bologna. Venite: saprò unire l’utile al piacevole.

 

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Sono vicino a un quarto del milione di lettori successivo ai tre. Mi sento incoraggiato da tutti voi. Un milione e 130 mila negli Stati Uniti. Donald perderà le elezioni.

 

 

 

 


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