sabato 17 ottobre 2026

Ifigenia CXXXIX. La necessità di scrivere. Una pazzia più saggia della saggezza mondana.


 

 

Domenica 14 giugno scrissi alcune pagine di appunti seduto vicino

all'acqua marina che raddoppiava e potenziava la luce del sole.

Raccoglievo materiale per il romanzo, e cercavo di migliorare il mio aspetto

per attirare altre donne. Al tocco non andai a desinare. Mi

sarei nutrito la sera, dopo avere pedalato in salita: non dovevo

cercare una consolazione deleteria nel cibo che, in dosi non

frugali, mi aveva abbrutito una volta e non doveva succedere più: non volevo ingrassare né lasciarmi sconfiggere dalla fortuna che anzi, se la prendevo dalla parte giusta, non era contraria.

Margherita, che nulla sapeva della catastrofe, mi domandò perché

non andassi anche io a scuola di recitazione. Risposi che la mia

libido mi spingeva a scrivere. La sera, dopo la bicicletta faticosa e la

povera cena, partii per Bologna. Procedevo sulla strada nazionale andando verso la Siligata e vedevo che il sole era tramontato da poco

dietro la Panoramica del colle San Bartolo, dalla parte dove il suo pendio

più scosceso si tuffa nel mare;  il cielo là sopra era di un

rosso sanguigno. Mi vennero in mente le mestruazioni di

Ifigenia, e, ancora una volta, il meriggio d'estate nel quale

facemmo l'amore in un'aia deserta, infuocata dalla canicola e

insanguinata da lei.

"La ragazza allora culminò nel mio cielo-pensai-. Adesso

tramonta. E' stata non solo  l'incarnazione della carne, ma anche della luce

solare".

Mentre la bianca Volkswagen attraversava il borgo di Cattabrighe,

finalmente piansi, quasi senza dolore. Il nostro amore era finito

quando doveva, né prima né dopo: infatti era arrivato il momento

di cominciare il libro con il quale avrei reso migliore me stesso e

quanti mi avrebbero letto. Mi consolava anche il pensiero che la

storia era stata troncata da lei: così non avevo dovuto umiliarla o

farle del male per proseguire il mio cammino da solo, come era

necessario oramai. L'iniziativa, se presa da me, poteva essere

perniciosa per quella ragazza che non aveva i mezzi difensivi con i

quali io mi stavo salvando.

"Tu dovrai essere sempre felice ragazza", le dicevo, quando la

vedevo contenta. Se lo sarebbe stata davvero, e glielo auguravo,

non dipendeva più da me. Se era affare dell'attore famoso,

stava fresca.

La notte dormii. La mattina seguente non

feci lezione: mancava mezza classe siccome sabato 13 il preside

aveva annunciato la fine dell'anno scolastico. Ai ragazzini andava

bene non concludere il lavoro iniziato sull’oratoria greca, a me anche. Infatti

era necessario che cominciassi questo lavoro che state leggendo.

Doveva essere  di interesse generale cioè dare un’immagine dei costumi, della cultura, dei vizi  e del valore dei giovani  europei dalla seconda parte degli anni Sessanta all’inizio degli Ottanta.

Conversai con i pochi presenti: mi trovarono meno infelice di

venerdì mattina. In effetti, sapevo con certezza ciò che volevo.

All'uscita la vidi: era davanti al portone del liceo. Aveva dei

calzoni corti che lasciavano vedere le gambe fino a metà coscia.

Visione ancora vertiginosa.

Mi venne incontro.

"Ciao come va?"

"Bene, e a te Gianni?"

Non c'è male !".

"Vuoi che parliamo?", domandò.

"Sì certo-risposi-, ma non qui. Andiamo da me".  Eravamo

entrambi con la bicicletta.

Arrivati e saliti in casa mia, disse che a Riccione si era inserita

nell'ambiente che la interessava; in particolare aveva conosciuto

un regista di Genova che le aveva offerto una parte in un

dramma ambientato in Irlanda: le era tornato in mente quanto

avevamo detto sull'Hibernia dell’Ulisse di Joyce .

"E tu che cosa hai fatto?", domandò.

"Ho pensato, ho annotato pensieri e fatti. Oggi comincio a

raccontare la nostra storia, per capire e fare capire, per restare altro

tempo con te, e per renderti eterna. Perché le azioni grandi e

meravigliose compiute da noi due- citai Erodoto1

 con un pizzico di ironia- ma soprattutto da te, rimangano luminose e vive  nella memoria degli uomini. Va bene? Così, mentre tu avrai il tuo da fare per

inserirti nello spettacolo, io avrò il mio per trovare lo stile

dell'universale, dell’infinito, dell’eterno e per conquistare l'immortalità. Anzi, se i nostri propositi avranno successo, forse un giorno, quando che sia, per

me ci vorranno anni, magari decenni, potremo ritrovarci rinnovati. L'arte, la gloria,

l'educazione di un popolo, giustificherebbero i dolori che ci siamo

inflitti a vicenda, e smentirebbero il fallimento finale. Non credi?"

"Lo spero. Tu comunque fai bene a scrivere, Gianni. Hai talento.

Adesso è arrivato il momento di  metterci tutte le forze; non puoi

rimandare".

"Lo so. Adesso infatti ti accompagno di sotto, poi comincio".

Erano le due di lunedì 15 giugno 1981. Nel mio studio c'era un

caldo pesante. Eravamo sudati senza aver fatto nulla, solo parlato.

Scendemmo in strada. Era caldo anche fuori. Ci augurammo

buona fortuna a vicenda, ci stringemmo le mani. Poi ifigenia

salì sulla bicicletta e iniziò a pedalare. Vedevo i capelli neri neri e

fluenti sopra le spalle semiscoperte. Dopo pochi metri, girò il

volto abbronzato più che mai . Mi guardò e sollevò la sinistra agitandola in

segno di saluto. Pensavo che non l'avrei vista più. Perciò cercai di

osservarla con attenzione e intensità. Eppure alla mia vista si

imposero altre immagini. Dietro la bella figura di lei c'erano alcune facce

 svigorite che  aspettavano l'autobus; alle loro spalle vedevo un orribile prato della sventura2 dall'erba già secca e cosparsa di carte, bottiglie, barattoli, plastiche varie.

Ifigenia continuava a sorridermi.

In questo contrasto di bello-brutto, radioso-opaco, vitale-morente,

vidi l'immagine della mia vita.

Tanti dolori c'erano stati: l'infanzia desolata, povera di affetti; gli

inverni gelidi, flagellati dalla bora che penetrava fin dentro il

focolare della cucina tormentando la fiamma; l’oppressione delle

donne frustrate;  il nonno  maltrattato siccome impoverito del tutto dopo avere venduto il palazzo Martelli di Sansepolcro a Gherardo Buitoni e non avere investito il denaro,  sospettato per giunta di essere l’amante della povera donna che faceva le pulizie in casa nostra; il padre vacante; gli amori non contraccambiati; l'abortimento della creatura concepita da Päivi  e da me con amore; le morti  di amici e dei due cari nonni materni strappati alla vita, la loro e la mia che ogni volta ne era stata diminuita. Poi c'erano immagini ancora più tristi, di rapporti sessuali affamati e affannati con donne che mi piacevano poco, e non stimavo : quelle che dopo un’ora o due mi davano noia e  pena; poi il raffreddore da fieno con l'asma che non lascia dormire tutte le notti dei maggi odorosi e pure penosi per la  tormentosa allergia alle graminacee; quindi l'ignoranza e la volgarità talora anche malvagia della gente ordinaria depravata e mortificata dal pervertimento del messaggio di Cristo,  dall'avidità degli speculatori, dalle menzogne della pubblicità e delle propagande. Poi le stragi che hanno insanguinato via via, banche, piazze, treni, stazioni; le bombe dal ringhio metallico che hanno fatto macelli di uomini, donne e bambini dilaniati e squartati al pari di pecore e buoi. Tali visioni dolorose facevano una danza macabra, un girotondo tragico nell'aria infuocata.

 Ma ecco che cominciarono ad apparire e a prevalere immagini belle. Vedevo le donne che mi avevano aiutato: quelle di casa innanzi tutto, la mamma, la

nonna Margherita, le tre zie Rina, Giulia e Giorgia; grazie a loro ero sopravvissuto, avevo studiato, possedevo una casa a Bologna, due a Pesaro, e 18 ettari di terra buona, in parte fabbricabile che non avrei venduto per nessina cifra: dei soldi in sé non mi importava nulla. Quelli che avevo

bastavano alla mia indipendenza.   

Quindi le finniche della mia vita, Helena, Kaisa, Päivi e altre meno importanti; poi le amanti non tanto speciali ma dignitose; poi le alunne intelligenti come Luciana; le sante amicizie  dell'Antonia, di mia sorella Margerita, di Fulvio; i successi scolastici, da studente e da insegnante, le gare vinte pedalando e correndo, poi l'arricchimento che mi stava a cuore: quello mentale, conseguito leggendo i

classici per decenni, quindi l'amore per la natura, il  talento

educativo, quello ciclistico ereditato dal nonno materno Carlino con il suo aspetto lepido e seduttivo, elegante pur nella povertà, infine la fioritura mentale e fisica degli allievi e la relazione con Ifigenia che mi aveva

illuminato zone nuove del mondo, strane e  misteriose regioni

dell'anima.

"Nel suo profondo vidi che s'interna/ legato con amore in un

volume/ciò che per l'universo si squaderna "3.

La figura della ragazza che si allontanava ancora visibile quando non veniva coperta dalle macchine era la sintesi e il faro della mia vita.

Avrebbe gettato  luce sulle immagini annidate nella memoria

rendendole degne di ricordo.

Il resto era compito mio: dovevo riscattare i nostri errori di misere

creature mortali attraverso la bellezza delle parole e l'intelligenza

dei fatti; dovevo scontare la morte rendendo eterni gli anni della

mia vita tesa all’arte, all’amore, alla scuola e alla politica. Non c'era un minuto da perdere: bisognava iniziare prima che quel sentimento grandioso  mi spaventasse o mi schiacciasse con la paura della difficoltà dell'impresa  grande, meravigliosa e necessaria. La dovevo a me stesso e all’umanità.

Ifigenia intanto aveva girato di nuovo la faccia, aveva

voltato l'angolo ed era scomparsa.

“Voglia di scrivere, voglia di salire in alto!”, gridai con forza, e corsi su per i cinque piani di scale sdegnando l’ascensore.

Da una vetrata vidi un tassista che indicando casa mia faceva segno a un collega che dovevo essere pazzo. “Sì sono matto-pensai-ma la mia pazzia è divina, ed è più saggia della saggezza del mondo”.

Avvertenza: il blog contiene 3 note e il greco non traslitterato.

 

Note

1

Proemio delle Storie.

2

Cfr. Empedocle, Poema lustrale, v. 109.


3

Dante, Paradiso, XXXIII, vv. 85-87.

 

 

Bologna 17 ottobre 2026 ore 13, 46 giovanni ghiselli

 

p. s.

 

 

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La “provvida sventura”

Quando caddi dalla bicicletta il 7 luglio 2025 e venni operato nell’ospedale San Salvatore di Pesaro, come riacquistai coscienza e un minimo di forze, mi feci portare il computer per lavorare al mio romanzo e preparare le conferenze dell’autunno. Mi dissi che dovevo arrivare a 2 milioni di lettori entro l’anno 2026. Ma in qualche modo quell’incidente è stata una “provvida sventura”. Non sono partito per la Grecia come avevo programmato perfino prenotando il tragetto per il 10 luglio. Tuttavia  non mi sono avvilito nell’inerzia, anzi mi sono dato allo studio e alla scrittura con impegno totale. I primi passi con le stampelle li ho fatti in agosto. Dal maggio di questo 2026 vado in bicicletta anche su salite dure quali il monte Donato e la Croara qui a Bologna.

 E soprattutto i miei lettori sono aumentati in fretta di centinaia di migliaia accrescendo il significato e il valore di quanto scrivo. Ho perso delle possibilità di educare parlando, a causa delle mie posizioni politiche manifestate, ma ho acquiste altre posizioni.

A metà giugno del 2025  ho concluso un ciclo  Ginzburg di Bologna e da questo ottobre 2026 ne ho aperti altri due: uno nella medesima biblioteca  e uno nella Scandellara. Poi probabilmente ci sarà altro ancora. Lo scrivere sul blog conntinuerà di sicuro: questo non me lo toglie nessuno, se Dio vuole.

 

 

 

 

 

 


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