domenica 18 ottobre 2026

Satyricon seconda parte


 All'inizio del testo che ci è arrivato (il libro XV quasi completo con la Cena Trimalchionis, e parti del XIV e del XVI su un totale di 20 o 24 libri, come l'Odissea)   troviamo una discussione nel portico di una scuola tra Encolpio e il retore Agamennone sulle cause della corruzione dell'eloquenza.

Encolpio denuncia la separazione della scuola dalla vita:"

et ideo ego adulescentulos existimo in scholis stultissimos fieri, quia nihil ex his, quae in usu habemus aut audiunt aut vident, sed piratas cum catenis in litore stantes, sed tyrannos edicta scribentes, quibus imperent filiis ut patrum suorum capita praecidant, sed responsa in pestilentiam data, ut virgines tres aut plures  immolentur, sed mellitos verborum  globulos et omnia dicta factaque quasi papavere et sesamo sparsa  " (1, 3),  e perciò io penso che i ragazzi nelle scuole diventino stupidissimi, poiché niente ascoltano o vedono di quello che è utile nella vita, ma pirati che stanno in agguato sulla spiaggia con le catene, ma tiranni che scrivono editti con i quali ordinano ai figli di tagliare le teste dei loro padri, ma responsi dati contro la pestilenza che si sacrifichino tre vergini o  più, ma polpette di parole tonde e mielate e tutte le espressioni e le azioni quasi condite di papavero e sesamo.

 

E' la critica della scissione tra letteratura e vita che si ritrova in Marziale:"Non hic Centauros, non Gorgonas Harpyasque/invenies: hominem pagina nostra sapit "(X, 4), non qui troverai Centauri, Gorgoni e Arpie: la nostra pagina sa di uomo. "Controluce questo negativo rivela un positivo petroniano:"Io penso che questi ragazzi a scuola si rimbecilliscono perché non odono né vedono nulla di ciò che abbiamo sottomano". E' un j'accuse in nome della concretezza e del realismo, il nocciolo della poetica petroniana"[1].

L'hominem di Marziale può essere avvicinato alla prima parola dell'Odissea, anche se a[ndra è come significato specifico più assimilabile a virum. 

 

Petronio, epicureo, atticista e classicista, dichiara che la vita  contiene situazioni più interessanti di tutte le scuole di retorica.

"Petronio è pittore del vero, e ridà l'accento stesso della vita degli umili divenuti grandi; la saporosa loquela di ogni giorno, sciolta dalle rigide leggi della scuola, la ridà adattata ai temperamenti e alla cultura degli interlocutori del romanzo, con una festività, una lepidezza, una proprietà, una efficacia che sono una meraviglia. Non egli parla: fa parlare "[2].       

 Il discorso di Encolpio infatti è anche un rifiuto del retoricume stucchevole e oblioso. "Tutta retorica. Vesciche piene d'aria"[3].  

In particolare Encolpio mette sotto accusa il cattivo gusto dello stile asiano grasso e bolso, dando voce all'atticismo di Petronio:"qui inter haec nutriuntur, non magis sapere possunt, quam bene olere qui in culina habitant. pace vestra liceat dixisse,  primi omnium eloquentiam perdidistis. Levibus enim atque inanibus sonis ludibria quaedam excitando effecistis ut corpus orationis enervaretur et caderet " (2, 1- 2), quelli che vengono nutriti in mezzo a questi banchetti, non possono avere un gusto migliore del profumo di quelli che abitano in cucina. Con vostra pace mi sia concesso di avere affermato che voi per primi avete rovinato l'eloquenza. Infatti con suoni leggeri e vani, suscitando certi giochi di parole, avete fatto in modo che il corpo dell'orazione si afflosciasse e cadesse.

E' questo il correlativo stilistico dell'ira di Priapo. Infatti si può dire della bellezza quanto Sofocle  afferma della aJjlhvqeia in uno dei versi conclusivi dell'Antigone :"ojrqo;n aJlhvqei ' ajeiv" (v. 1195), la verità è sempre una cosa dritta.  

Nel prologo dell'Edipo re  (v.39) il sacerdote chiede aiuto al sovrano contro la peste e la sterilità, sia della terra sia delle donne, in quanto, afferma,"levgh/ nomivzh/  q  j hJmi'n ojrqw'sai bivon", sei detto e sei ritenuto quello che ci ha raddrizzato la vita.   

Dritta è anche la virtù: “et haec recta est: flexuram non recipit” (Seneca Ep., 71, 20)

 

Quindi Encolpio mette sotto accusa il tipo dello studioso, estraneo  alla vita, lo stesso che Nietzsche definirà "l'eterno affamato, il "critico" senza piacere e senza forza, l'uomo alessandrino, che è in fondo un bibliotecario e un emendatore, e si accieca miseramente sulla polvere dei libri e degli errori di stampa"[4].

 

 Il protagonista del Satyricon  lo contrappone ai grandi tragici:"nondum iuvenes declamationibus continebantur, cum Sophocles aut Euripides invenerunt verba quibus deberent loqui, nondum umbraticus doctor ingenia deleverat, cum Pindarus novemque lyrici Homericis versibus canere timuerunt. et ne poetas solum ad testimonium citem, certe neque Platona neque Demosthenen ad hoc genus exercitationis accessisse video " (2, 3-5), ancora i giovani non erano chiusi nelle vuote declamazioni, quando Sofocle e Euripide trovarono le parole con le quali dovevano parlare, non c'era ancora un erudito cresciuto nell'ombra a scempiare gli ingegni, quando Pindaro e i nove lirici[5],  si peritarono a cantare in versi omerici. E per non far venire solo i poeti come testimoni, di certo non trovo che Platone né Demostene si sono abbassati a questo genere di esercitazione. 

 

Anche il classicista Quintiliano  vuole  escludere l'ombra, la solitudine e la muffa dall'educazione del ragazzo che sarà un buon  oratore:"Ante omnia futurus orator, cui in maxima celebritate et in media rei publicae luce vivendum est, adsuescat iam a tenero non reformīdare homines neque illa solitaria et velut umbratica vita pallescere. Excitanda mens est et adtollenda semper est, quae in eiusmodi secretis aut languescit et quendam velut in opaco situm ducit, aut contra tumescit inani persuasione; necesse est enim nimium tribuat sibi, qui se nemini comparat "[6] , prima di tutto il futuro oratore che deve vivere frequentando moltissime persone, e in mezzo alla luce della politica, si abitui  fin da ragazzo a non temere gli uomini e a non impallidire in quella vita solitaria e come umbratile. Va tenuta sveglia e sempre innalzata la mente che in solitudini di tal fatta o si infiacchisce e nella tenebra prende un certo puzzo di muffa, o al contrario si gonfia di vuoti convincimenti: è infatti inevitabile che attribuisca troppo a se stesso chi non si confronta con nessuno.

Il maestro pallido desta una diffidenza o addirittura una ripugnanza istintiva, anche fisica nel giovane discepolo. Fidippide, il figlio di Strepsiade, rifiuta i cattivi educatori della scuola di Socrate anche per il loro colore giallastro, malsano:"aijboi', ponhroiv  g' oi\\jda. tou;" ajlazovna"-tou;" wjcriw'nta" tou;" ajnupodhvtou" levgei" (Nuvole, vv. 102-103), puah!, quei furfanti,  ho capito. Tu dici quelle facce pallide, gli scalzi.

 

Ma torniamo al Satyricon         

Lo stile deve risaltare non per gli orpelli ma per una sua bella naturalezza:" grandis et, ut ita dicam, pudica oratio non est maculosa nec turgida, sed naturali pulchritudine exsurgit " ( Satyricon, 2, 6), l'orazione grande e, per così dire, pura, non è chiazzata né enfatica ma si eleva per bellezza naturale.

 

L'orazione insomma deve essere non truccata e non artefatta, come non deve esserlo la donna: si può pensare alla storia di Eracle al bivio riportata dai Memorabili di Senofonte (II, 1, 21-34)

 

Lo stile atticista dei commentarii di Cesare viene elogiato da Cicerone con queste parole: “nudi enim sunt, recti et venusti, omni ornatu orationis tamquam veste detracta” (Brutus, 262), infatti sono nudi, schietti e belli, senza alcun ornamento oratorio, come un corpo spogliato. 

 

" In una narrazione che dal grosso e pingue realismo ascende via via fino al terribile non esistono gonfiatezze; legge sua è l'eleganza, la vigile misura, e la legge sta scritta a caratteri indimenticabili in principio (2 6): grandis et , ut ita dicam, pudica oratio non est maculosa nec turgida, sed naturali pulchritudine exsurgit. Qui è il rovescio della letteratura convenzionale. Petronio, questo meraviglioso ascoltatore e contemplatore del reale umano, reagisce  contro la negazione sotto i primi Cesari affermatasi del buon senso e del buon gusto, contro il vuoto delle lettere, contro "il vanissimo strepito delle parole", contro "le bollicine melate di frasi e i detti e i fatti quasi sparsi di sesamo e papavero" (trad. Cesareo)"[7].

Secondo Funaioli tale reazione non può essere più tarda del primo impero:"Una così sana reazione nel III secolo? Ma c'è in quell'età che abbia in genere qualche vena e senso di scrittore nel mondo pagano? C'è fra gli Italici già dopo Tacito e Giovenale o, se piace, anche Svetonio, una fibra così vigorosamente individuale di artista, quando alla poesia o alla prosa del gentilesimo sono inaridite le interne fonti dell'essere?  Il disorientamento, si sa, è già vasto da Adriano in poi; da allora, nella poesia e nella prosa, è grettezza, angustia di purismo letterario, pedanteria, imitazione, disfacimento: almeno fra gli Italici, ché in provincia nuove energie si annunziano con Apuleio, poi sboccanti nel cristianesimo. Non a caso l'unico che avesse da dire qualcosa di suo e di sentito nella Roma del II secolo, M. Aurelio, scrisse in greco, nella lingua in cui meglio oramai si esprimevano le correnti ideali etiche e religiose avviatrici di quella fede che di lì a poco trasformò le anime e le lettere" (p. 114). 

"Si era caduti dall'antica grandezza, poiché ci si era discostati dall'imitazione dei classici: tesi puristica, che è poi quella di un Seneca il Retore e di un Quintilano. Oppure, passando dai pregiudizi letterari a quelli morali, poiché ci si era allontanati dall'antica virtù e ci si era immersi nella crapula: e in proposito da Catone in poi c'è tutta una letteratura. O infine, trasferito il problema dalla terra al cielo, poiché gli uomini non erano più religiosi[8]: e qui i termini di confronto sono Persio e Giovenale"[9].

 

Le retorica asiana aveva già ricevuto critiche, pur blande, dallo stesso Cicerone "rodiese" il quale sostiene che l'eloquenza, lasciata Atene[10], andò peregrinando per tutta l'Asia, e da questa contaminazione derivarono gli "Asiatici oratores non contemnendi quidem nec celeritate nec copia, sed parum pressi et nimis redundantes " (Brutus, 51), gli oratori dell'indirizzo asiano non trascurabili certo, per quanto riguarda la vivacità e la facondia, ma poco concisi, e sovrabbondanti. Migliori dunque i Rodiesi e più simili agli Attici:"Rhodii saniores et Atticorum similiores".

Molto più critico verso la retorica asiana è Dionisio di Alicarnasso. Lo storiografo e maestro di retorica trasferitosi a Roma nel 30 a. C.  nello scritto Sui retori antichi  condanna  l'eloquenza del tempo successivo ad Alessandro Magno considerata insopportabile per la teatralità: "l'eloquenza misia o frigia, l'etera venuta di recente da taluni fondi dell'Asia",  riuscì a scacciare la moglie legittima, ossia l'eloquenza attica  (1-3).

 

Torniamo al Satyricon

 Su questa linea di condanna si trova Encolpio:"Nuper ventosa haec et enormis loquacitas Athenas ex Asia commigravit  animosque iuvenum ad magna surgentes veluti pestilenti quodam sidere adflavit, semelque corrupta regula, eloquentia stetit et obmutuit. Ad summam, quis postea, Thucydidis, quis Hyperidis ad famam processit?" (2, 7-8), poco fa questa colossale  logorrea piena di vento è tornata ad Atene dall'Asia e ha soffiato, come da un astro latore di morbi, sugli animi dei giovani che si alzano verso le cose grandi, e una volta corrotti i princìpi, l'eloquenza si arrestò e ammutolì. Insomma chi, dopo questo, si avvicinò alla fama di Tucidide, chi di Iperide?[11].

Anche la poesia è decaduta:"ac ne carmen quidem sani coloris enituit sed omnia quasi eodem cibo pasta non potuerunt usque ad senectutem canescere" (2, 8), e neppure la poesia brillò del colore della salute ma tutte le opere alimentate per così dire dal medesimo cibo non riuscirono a incanutire fino alla vecchiaia. Nel paese guasto l'alimento della scuola, della poesia, della vita non può che essere avariato e quindi la corruzione è diffusa dappertutto.

Infine la pittura, argomento sul quale Petronio tornerà:" pictura quoque non alium exitum fecit, postquam Aegyptiorum audacia tam magnae artis compendiariam invenit " (2, 9), anche la pittura non ha avuto risultato diverso dopoché la sfrontatezza degli Egiziani ha trovato la scorciatoia di un'arte tanto grande. Intanto notiamo il biasimo dell'audacia che nei tradizionalisti non manca mai.

 

La tecnica compendiaria viene di solito attribuita al cosidetto terzo stile pompeiano. Si può vedere un esempio di tale tecnica nella casa dei Vettii[12]. "Non bisogna confondere, come spesso s'è fatto, questa pittura compendiaria , cioè rapida ed evocativa,  con il moderno impressionismo, che tende a rendere con assoluta immediatezza un'emozione visiva. Consideriamo, scegliendo a caso, il gruppo di Ermafrodito e Sileno, nella casa dei Vettii. Il discorso pittorico è rapido, ha una cadenza accentata, vivace; ma scorre su uno schema del tutto convenzionale. E' una pittura a macchia…Nel giardino della Villa di Livia a Roma[13], si ha un "inventario" di piante, raffigurate a memoria: il pittore conosce la forma di ogni singolo albero o arbusto e la descrive con sicurezza; ma ciò che viene precisato con rapidi tratti di colore non sono le cose che l'artista vede, bensì le nozioni che ha di esse. Non dunque lo spettacolo della natura, ma le immagini della mente prendono forma e si fanno evidenti nell'arte; e la tecnica rapida e per cenni, compendiaria, non è una tecnica creata per rendere con immediatezza le emozioni visive ma per tradurre visivamente quelle immagini. Si spiega così come questa tecnica diventi anche più rapida e intensa nella pittura cristiana delle catacombe, le cui immagini puramente simboliche non hanno alcun rapporto con la realtà oggettiva"[14].

E' insomma una pittura lontana dal realismo rimpianto da Encolpio. "Anche nel ritratto si parte da "tipi"…Nelle tavolette che, tra I e V secolo, si ponevano in Egitto sulla mummia nei sarcofagi (detti ritratti del Fayum), la persona è rappresentata per lo più frontalmente, con grandi occhi spalancati per dare l'idea della vita; ma solo l'accentuazione di qualche tratto fisionomico richiama la figura reale del defunto. E', come si vede, un procedimento che non parte dal "vero" ma, muovendo dall'idea o dal tipo, tende ad accostarsi al vero: un procedimento, cioè, che va dal generale al particolare senza tuttavia implicare una presa diretta del reale"[15]. Fra tali ritratti viene mostrato quello di Paquio Proculo e sua moglie che proviene da una casa di Pompei e risale al I sec. d. C.

 

"Certo che sul piano delle idee, se non della scrittura, Petronio è un uomo d'altri tempi. L'alessandrinismo per lui è già del tutto al di qua della barriera. Per le lettere il problema non è toccato, ma lo è invece per la pittura, quando egli, per bocca di Encolpio, parla con disprezzo della pittura degli egittizzanti, con allusione scoperta al terzo stile pompeiano, e di una scorciatoia per l'arte, che attraverso un luogo di Plinio il Vecchio su Filosseno si riferisce chiaramente a quel periodo delle arti figurative. E la pittura, l'alessandrina, è paragonata all'oratoria che con essa fiorì, quella asiana, negata in blocco sempre da Encolpio nella sua violenta requisitoria in proposito e scusata solo sul piano della convenienza da Agamennone nella sua replica. E altrettanto per la poesia, ché nei riguardi della polemica più viva e recente, quella tra Lucano e Virgilio, egli, intermediario Eumolpo, tiene le parti del secondo. Né tuttavia della decadenza egli cerca una spiegazione storica e concreta, al modo dell'autore del "Sublime" o di quello del "Dialogo"[16].

Più avanti Ciaffi torna sull'argomento per avallare la datazione neroniana del Satyricon:" Nel primo episodio del racconto, quello della scuola di retorica, l'esercitazione pronunziata da Encolpio e la risposta a lui rivolta dal maestro si concentrano intorno a un problema, crisi dell'eloquenza e sue cause, che è tipico della società intellettuale del I sec., dall'anonimo autore del "Sublime" a Quintiliano[17], da Quintiliano all'autore del "Dialogo". Ma il tempo tanto più si delimita, se dall'eloquenza passiamo alla poesia. La requisitoria pronunziata da Eumolpo in via per Crotone contro il nuovo indirizzo anti-virgiliano dell'epica, che sacrifica il mito alla storia, non si può che riferire a Lucano…Né altra è la determinazione cronologica, se passiamo dalla letteratura alle arti figurative. Encolpio, sulla fine della dissertazione da cui siamo partiti, dopo aver detto che con una scuola del genere non ci sono più né oratori né storici né poeti, aggiunge:"Ed anche la pittura non finì altrimenti , da quando gli egittizzanti con la loro improntitudine trovarono una scorciatoia per tanta arte"[18]. Ora questa "improntitudine degli egittizzanti", che ridusse la via dell'arte a una "scorciatoia", mi sembra corrispondere al terzo stile di Pompei, che a Pompei si chiuse, proprio nella regione della città greca, con il terremoto del 63, e che anche noi chiamiamo egittizzante, perché vi dominano elementi ornamentali tolti dal repertorio di quell'ambiente geografico e culturale, quali fiori di loto e papiro, motivi a volute, teste di sfinge, ecc."   (pp. 54-55)

 

Quindi è il maestro di retorica Agamennone che parla, da esperto, dello stato, non buono, della scuola. Egli è uno che ha sudato nella scuola (ipse in schola sudaverat, 4, 1).

 

Breve Excursus

Elogio della tradizione e necessità della fatica. Povno~ e labor.

Esiodo. Sofocle. Eracle al bivio.  Orazio. Il sogno di Alessandro Magno in Arriano. Il discorso del condottiero macedone sul fiume Ifasi. Alessandro avrebbe procurato fatica anche ai poeti. Dante e il “poema sacro”. Machiavelli e il dovere di “insudare nelle cose”. Leopardi e il prezzo di un’opera egregia (Il Parini ovvero della gloria).

 

 L'autore di La terra desolata in un precedente scritto di critica[19] aveva pure  affermato che la tradizione non è un patrimonio che si eredita ma, "if you want it, you must obtain it by great labour ", se uno vuole impossessarsene, deve conquistarla con grande fatica.

Questa è una dichiarazione topica: Esiodo  dice che davanti al valore gli dei hanno posto il sudore: "th'" d j ajreth'" iJdrw'ta qeoi; propavroiqen e[qhkan" (Opere, 289). Nell'Elettra di Sofocle la protagonista dice alla mite sorella Crisotemi: "o{ra, povnou toi cwri;" oujde;n eujtucei'''" (v. 945), bada, senza fatica niente ha successo.

 

 Nei Memorabili[20] di Senofonte la donna virtuosa, la Virtù personificata, avvisa Eracle al bivio che gli dèi niente di buono concedono agli uomini senza fatica e impegno:"tw'n ga;r o[ntwn ajgaqw'n kai; kalw'n oujde;n a[neu povnou kai; ejpimeleiva" qeoiv didovasin ajnqrwvpoi"" (II, 1, 28).

Si assiste a un eterno ritorno di questa affermazione e di non poche altre. “Tipico atteggiamento della “cultura” greca. Una volta coniata una forma, essa rimane valida anche in stadi ulteriori e superiori, e ogni elemento nuovo deve cimentarsi con essa”[21].

Sappiamo che la cultura greca non si limita ai Greci.

 

 In tutt'altro contesto, il garrulus che attenta alla vita di Orazio gli fa: " nihil sine magno/vita labore dedit mortalibus"[22], niente senza grande fatica la vita ha mai dato ai mortali.

 

 Alessandro Magno, che si riteneva discendente di Achille e di Eracle, quando si preparava ad assediare Tiro (estate del 332 a. C.), sognò che Eracle stesso lo introduceva in città. L’indovino Aristandro interpretò la visione onirica dicendo che Tiro sarebbe stata presa “xu;n povnw/…o{ti kai; ta; tou`   JHraklevou~ e[rga xu;n povnw/ ejgevnetw. Kai; ga;r kai; mevga e[rgon th`~ Tuvrou hJ poliorkiva ejfainevto”[23] con fatica… poiché anche le imprese di Eracle erano avvenute con fatica. E in effetti anche l’assedio di Tiro si presentava come una grande impresa.

 Quando, giunti al fiume Ifasi[24], i soldati di Alessandro Magno, si rifiutarono di attraversarlo e di procedere verso il Gange, il condottiero macedone, per convincere l’esercito esausto a proseguire, parlò ai soldati dicendo: “Pevra~ de; tw`n povnwn gennaivw/ me;n ajndri; oujde;n dokw` e[gwge o{ti mh; aujtou;~ tou;~ povnou~, o{soi aujtw`n ej~ kala; e[rga fevrousin” (Anabasi di Alessandro, 5, 26, 1), il limite delle fatiche per l’uomo valoroso non credo siano altro che le fatiche stesse, quante di esse li portano a grandi imprese”. Ma non riuscì a convincere quella gente stremata.

 

Alessandro Magno non solo si sobbarcò personalmente fatiche immani, e, ovviamente, le impose alle sue truppe, ma le procurò anche ai poeti: Arriano racconta che dopo la distruzione di Tebe (335), poco prima di partire per la sua spedizione, il giovane re di Macedonia celebrò giochi e sacrifici. Allora gli fu annunciato che la statua di Orfeo nella Pieride ijdrw`sai xunecw`~ sudava continuamente; quindi l’indovino Aristandro disse che cantare le gesta di Alessandro sarebbe costato polu;~ povno~ ai poeti (Anabasi di Alessandro, I, 11, 2-3).. 

Dante mette in rilievo la grande fatica che gli è costata l’opera grandiosa della sua Commedia: il “poema sacro/al quale ha posto mano e cielo e terra/sì che m’ha fatto per più anni macro” (Paradiso, XXV, 1-3).

 

Machiavelli nota che molti uomini attribuiscono alla Fortuna un potere eccessivo nella vita umana e per questo ritengono “che non fussi da insudare molto nelle cose, ma lasciarsi governare dalla sorte”.

 Il segretario fiorentino non condivide questo parere: “perché el nostro libero arbitrio non sia spento, iudico poter essere vero che la fortuna sia arbitre della metà delle azioni nostre, ma che ancora lei ne lasci governare l’altra metà, o presso, a noi”. La Fortuna come certi “fiumi rovinosi…dimostra la sua potenzia dove non è ordinata virtù a resisterle, e quivi volta li sua impeti, dove la sa che non sono fatti li argini e li ripari a tenerla”. Dunque non bisogna adagiarsi sulla Fortuna: “ quel principe che s’appoggia  tutto in sulla fortuna, rovina, come quella varia” (Il principe, 25).

 

Leopardi nell’Operetta morale Il Parini ovvero della gloria[25] immagina che il poeta di Bosisio parli a un giovane “d’indole e di ardore incredibile ai buoni studi, e di aspettazione meravigliosa”, e gli dica che pochi sono capaci di intendere “che e quale sia propriamente il perfetto scrivere”. Chi non intende questo “non può né anche avere la debita ammirazione agli scrittori sommi”. La conclusione del ragionamento dunque è: “ Or vedi a che si riduca il numero di coloro che dovranno potere ammirarli e saper lodarli degnamente, quando tu con sudori e con disagi incredibili, sarai pure alla fine riuscito a produrre un’opera egregia e perfetta”. 

 

 

Bologna 18 ottobre 2026  ore 10, 19 giovanni ghiselli

 

p. s.

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[1] Luca Canali, L'erotico e il grottesco nel Satyricon, p. 4.

[2] G. Funaioli, op. cit., p. 14.

[3] J. Joyce, Ulisse, p. 172.

[4]Nietzsche, La nascita della tragedia ,  trad. it. Adelphi, Milano, 1977, p. 123.

[5] Il canone alessandrino dei nove lirici più importanti comprendeva Saffo, Alceo, Anacreonte (lirica monodica), Simonide, Bacchilide, Pindaro, Alcmane, Stesicoro, Ibico (lirica corale). Li abbiamo menzionati quasi tutti come poeti d'amore e maestri dei latini.

[6] Institutio oratoria I, 2, 18.

[7] G. Funaiolo, op. cit. p. 114.

[8] Cfr. 44, 18: "quia nos religiosi non sumus, agri iacent", poiché non abbiamo religione, i campi sono abbandonati.-

[9] V. Ciaffi, op. cit., p. 49.

[10] Con allusione a Eschine: l'oratore ateniese andò in esilio a Rodi dopo che la sua orazione pronunciata Contro Ctesifonte ,  il quale aveva proposto una corona di merito a Demostene, fu respinta dai giudici favorevoli a quella di  Demostene Per la corona (330 a. C.).

[11] Oratore ateniese coetaneo di Eschine, fu con Demostene nel partito antimacedone. Fu fatto uccidere da Antipatro nel 322 a. C. Viene ricordato da Cicerone tra gli oratori capaci di parlare atticamente (attice dicere ) entusiasmando il pubblico, con Pericle, Eschine (filo macedone) e soprattutto Demostene ( Brutus , 290).

[12] Poco dopo la metà del I sec. d. C.

[13] Metà del I sec. d. C.

[14] G. C. Argan, Storia dell'arte italiana, 1, p. 161.

[15] G. C. Argan, op. cit., p. 162.

[16] V. Ciaffi, op. cit. p. 48. Vedremo più avanti le spiegazioni dell'Anonimo e di Tacito.

[17] Che scrisse un De causis corruptae eloquentiae, perduto

[18] 2, 9.

[19] Tradition and the Individual Talent (del 1919)Tradizione e talento individuale.

[20] Scritto socratico in quattro libri che presenta il maestro come un uomo probo e onesto, rispettoso della religione e delle leggi, valida guida morale nella vita pratica

[21] W. Jaeger, Paideia  1, p. 191.

[22] Sermones, I, 9, 59-60-

[23] Arriano (età di Traiano e di Adriano), Anabasi di Alessandro, 2, 18, 1.

[24] Nell’estate del 326 a. C.

[25] Scritta nel 1824, pubblicata nel 1827.


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