giovedì 22 ottobre 2026

La storiografia sesta parte. La storia quale maestra. Una costituzione paradigmatica e vite umane quali modello o contromodelli.


Polibio: la storia come correzione (diovrqwsi"). Posidonio e Diodoro: gli storiografi quali benefattori dell’umanità. Secondo gli stoici la storia universale è la proiezione della fratellanza universale. Altre storie universali (Nicola Damasceno e Pompeo Trogo trasmesso da Giustino nel sommario delle Storie Filippiche ).

Tucidide, la maggiore grandezza della guerra contemporanea e l’esemplarità della costituzione ateniese secondo Pericle. Le biografie volutamente paradigmatiche di Plutarco. Machiavelli e le antique corti delli antiqui uomini. La storia come catarsi. Plutarco e Shakespeare (Antonio e Cleopatra) Montaigne, Vittorio Alfieri, Foscolo, E. Canetti. Nietzsche e la storia monumentale. Plutarco come rimedio all’impotentia.

 

 

Polibio[1] nel Proemio delle sue Storie afferma che per gli uomini non c'è nessuna correzione (diovrqwsi") più disponibile che la conoscenza dei fatti passati (th'" tw'n progegenhmevnwn pravxewn ejpisthvmh" , 1, 1).

 

C’è dunque la possibilità di correggere la storia: in The Tempest di Shakespeare il protagonista sventa “due paralleli progetti di colpo di stato… Prospero controlla che tale tentativo fallisca, che la Storia riprenda il suo corso solamente dopo essere stata purificata, raddrizzata, corretta. La sua azione, come quella di Dio e di Giuseppe nella Genesi, è tesa a volgere il male in bene: cioè a far sì che il disegno della storia della salvezza abbia un effetto sulla Storia terrena”[2].

 

Vediamo un suggerimento correttivo che secondo Polibio venne applicato dopo un naufragio che la flotta romana subì nel 255 nei pressi di capo Passero, durante la prima guerra punica.  Delle loro 364 navi solo 80 si salvarono.

Ebbene, gli insuccessi potranno esserci ancora poiché i Romani affrontano ogni cosa con violenza (crwvmenoi biva/, I, 37, 7) e  ritengono che nulla sia per loro impossibile. Da una parte essi hanno successo grazie a un simile slancio (dia; th;n toiauvthn oJrmhvn), ma a volte falliscono in modo evidente, soprattutto nelle imprese sul mare. Dunque i disastri potranno ripetersi finché questi vincitori di uomini non correggeranno tale audacia e violenza e{w~ a[n povte diorqwvswntai toiauvthn tovlman kai; bivan  (I, 37, 10) per cui credono di poter navigare e marciare in qualsiasi stagione.

 

Gli storiografi insomma sono educatori e perfino benefattori del genere umano.

Le Storie dopo Polibio  di Posidonio (andavano dal 143 al 70) non sono conservate, ma ve ne è traccia notevole nella benemerita Biblioteca  di Diodoro[3]: e soprattutto nel proemio diodoreo sono sviluppati pensieri che sembrano risalire appunto al proemio posidoniano. Innanzi tutto l'idea stoica della storia universale come proiezione della fratellanza universale che collega in un nesso solidale-come membra di un unico corpo, secondo l'espressione senechiana-tutti gli esseri umani.

La storia universale "riconduce ad un'unica compagine gli uomini, divisi tra loro nello spazio e nel tempo, ma partecipi di un'unica reciproca parentela- suggevneia pro;~ ajllhvlou~ (Diodoro, I, 1, 3).

 Oltre che "strumento della provvidenza (uJpourgoi; th'" qeiva" pronoiva") ", perciò gli storici sono anche benefattori del genere umano: e la storiografia-prosegue Diodoro-oltre ad essere profh'ti" th'" ajlhqeiva" è anche "madrepatria della filosofia (mhtrovpoli" th'" filosofiva")" (I, 2, 2) )”[4].

Diodoro aggiunge che bisogna supporre (uJpolhptevon) che la storia abbia il potere di attrezzare i caratteri per la kalokajgaqiva. La storia ha immortalato le qualità degli eroi. Gli altri monumenti durano poco tempo, mentre la forza della storia ha nel tempo un custode che veglia della sua eterna trasmissione ai posteri. L’arte della parola è divisa in più parti e accade che l’arte poetica allieti più che giovare (sumbaivnei th;n me;n poihtikh;n tevrpein ma'llon h[per w'felei'n, I, 2, 7), la legislazione punisca, ma non educhi, e altri generi non contribuiscono alla felicità, altri mescolano il danno al vantaggio, altri falsificano la verità, mentre la storia, siccome in essa le parole si accordano ai fatti (sumfwnouvntwn ejn aujth'/ tw'n lovgwn toi'~ e[rgoi~) comprende nei suoi scritti tutti gli altri vantaggi. Essa esorta gli uomini alla giustizia, denunciando le persone ignobili ed encomiando quelle di valore e fornisce una grandissima esperienza ai lettori (8). 

“Dopo Polibio, il problema di come la storia romana si ponesse rispetto alla storia universale rimase sempre vivo. Posidonio seppe vedere profondamente nelle inquietudini sociali del periodo tra il 145 e il 63 circa a. C….Nelle storie universali scritte in greco nel I secolo a. C. da Diodoro e Nicola Damasceno (quest’ultima ci è giunta solo in frammenti) prevalgono i presupposti ellenici: di fatto Diodoro ha grande difficoltà a connettere storia romana e storia greca. La mescolanza di elementi ellenici e orientali è più profondamente radicata nella struttura della storia universale scritta in latino dal gallo-romano Pompeo Trogo, che appartiene allo stesso periodo e ci è stata trasmessa solo nel sommario curato da Giustino (II secolo d. C.)”[5].

 

Anche una città o una costituzione può essere esemplare: è il caso della politeivva  ateniese secondo il Pericle di Tucidide[6]  il quale , diversamente da Livio e Tacito, privilegia la  vicinanza nel tempo poiché "faceva dell'esperienza diretta il primo requisito di una storiografia seria"[7] ; inoltre lo storico ateniese  considera superiore l'importanza dell'ultimo conflitto rispetto a tutti i precedenti per la maggior quantità delle forze economiche e militari entrate in campo.

“La storia degli eventi contemporanei era considerata la storia per eccellenza, la sola che consentiva di acquisire una informazione adeguata e che poteva conseguire un grado soddisfacente di attendibilità. E’ quasi superfluo sottolineare il ruolo determinante e decisivo svolto in questo senso da Tucidide, la cui opera costituisce il primo esempio di trattazione della contemporaneità e le cui dichiarazioni metodologiche insistono ripetutamente sulle difficoltà-per non dire sull’impossibilità-di risalire indietro nel tempo e di ricostruire in maniera rigorosa il passato più o meno remoto”[8].

 Abbiamo visto che Livio e Tacito non si trovano su questa linea.

 Ma vediamo l’esemplarità della costituzione di Atene nelle Storie di Tucidide :"Crwvmeqa ga;r politeiva/ ouj zhlouvsh/ tw'n pevla" novmou", paravdeigma de; ma'llon aujtoi; o[nte" h] mimouvmenoi eJtevrou"" (II, 37, 1), infatti ci avvaliamo di una costituzione che non invidia le leggi dei vicini, poiché siamo noi esemplari piuttosto che imitatori di altri. Il modello pericleo è quello della democrazia diretta: una governo retto da un uomo colto scelto da un popolo colto che si lasciava guidare[9] ,  che andava a teatro a vedere i drammi di Eschilo, Sofocle, Euripide, Aristofane e altri autori di tale livello.

 

Volutamente paradigmatiche sono  le biografie  di Plutarco[10] il quale nella Prefazione alla Vita di Emilio Paolo e Timoleonte suggerisce di utilizzare le  Vite parallele quali modelli positivi o negativi: infatti si dà catarsi non solo assimilando il valore, ma anche respingendo i vizi; questo è accaduto allo stesso autore il quale si è posto di fronte alla storia come davanti a uno specchio (w{sper ejn ejsovptrw//, 1), cercando di adornare e assimilare in qualche modo la vita alle virtù di quelli (kosmei'n kai ajfomoiou'n pro;~ ta;~ ejkeivnwn ajreta;~ ton bion, 2) il cui esempio aiuta a respingere quella dose eventuale di pochezza (" ei[ ti fau'lon", ) o malvagità ("h]  kakovhqe"") o volgarità (" h]  ajgennev"",  ), che le compagnie di coloro con i quali si deve  vivere cercano di insinuare ("aiJ tw'n sunovntwn ejx ajnavgkh" oJmilivai prosbavllousin", 5).

"E' una concezione che ha qualche punto in comune con l'idea aristotelica della catarsi-commenta Canfora[11]-, dell'analogia che lo spettatore (in questo caso il lettore) istituisce tra se medesimo ed i paqhvmata dell'eroe al quale si accosta".

Catarsi e mimesi nell’Amleto di Shakespeare.

Non molto diversamente l’Amleto di Shakespeare che dice: “I have heard-that guilty creatures, sitting at a play,-have, by the very cunning of the scene,-been struck so to the soul that presently-they have proclaim’d their malefactions” (Hamlet, II, 2), io ho udito che delle persone colpevoli, davanti a un dramma, sono state colpite, dall’abilità della scena, fin dentro l’anima, in maniera tale subuito che hanno confessato i loro misfatti.  

  

Più avanti anche la teoria della mimesi è espressa  dall’Amleto di Shakespeare: egli definisce “the purpose of playing”,  lo scopo dell’arte drammatica, “ whose end, both at the first and now, was and is, to hold as ‘twere, the mirror up to nature” ( Hamlet, III, 2),  il cui fine, all’inizio come ora, è sempre stato quello di reggere, per così dire, lo specchio alla natura.

 

 

 

 Altrettanto faceva Machiavelli leggendo gli antichi. Lo racconta nella Lettera a Francesco Vettori  :"Venuta la sera, mi ritorno in casa et entro nel mio scrittoio; et in su l'uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e, rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui uomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo, che solum  è mio, e che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni. E quelli per loro umanità mi rispondono; e non sento per quattro ore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi tranferisco in loro...Die 10 Decembris 1513  ".

 

La lettura dei classici dunque per il segretario fiorentino aveva un valore catartico. Lo stesso significato positivo ha per Plutarco lo scrivere biografie: nella medesima prefazione  infatti l'autore afferma anche: il mio lavoro mi appare proprio come un conversare, un vivere quotidianamente in intimità con costoro, quando, per narrarne le vicende, io li ricevo quasi e li accolgo a turno come ospiti uno per uno, e considero  quanto  grande e quale sia (" o{sso" e[hn oi|ov" te"[12]), scegliendo fra le loro azioni quelle che furono le più importanti e le belle per la conoscenza:"ta; kuriwvtata kai; kavllista pro;" gnw'sin ajpo; tw'n pravxewn lambavnonte"" (2). Insomma "il biografo si rimira nello specchio della storia per accordare la propria esistenza ai grandi paradigmi di virtù fornitigli dai suoi personaggi, vive anzi con loro (come poi Montaigne), desideroso di preservare nell'animo la memoria fragrante di ciò che varrà poi ad espellere l'ignobile sentore della quotidianità. Gli exempla virtutis  costituiscono il più sicuro esercizio di virtù per l'autore"[13].

Quindi Plutarco cita un frammento di Sofocle[14]:"feu' feu', tiv touvtou cavrma mei'zon a]n lavboi"", ah, ah, quale gioia potresti prendere maggiore di questa, e, aggiunge, kai; pro;~ ejpanovrqwsin hjqw'n ejnergovteron ; ( 4) quale più efficace per il raddrizzamento dei costumi? Lo studio della Storia dunque infonde gioia in chi lo coltiva, come  la poesia: Erodoto narra che in attesa del canto di Arione, nel cuore dei pur spietati marinai corinzi che lo avevano condannato a morte per derubarlo, si insinuò il piacere [15].

 

 "Che profitto trarrà dalla lettura delle Vite del nostro Plutarco? La mia guida si ricordi a che cosa mira il suo compito; e imprima nella mente del suo discepolo non tanto la data della distruzione di Cartagine, quanto piuttosto i costumi di Annibale e di Scipione" (Montaigne , Saggi,  del 1588,  p. 206.)

“Leggo classici, ci sono più cose su di noi in Plutarco che nei media”[16].

 

“Per l'uomo moderno, Plutarco significa Shakespeare significa Robespierre e Verginaud e Danton; solo uno storico di razza (sia pure uno storico moralista, storico dell' ethos  di grandi individui) poteva trasmetterci l'eredità classica, in quanto eredità di tradizione storica, in maniera così rilevante e decisiva.”[17]

 

Alcune tragedie di Shakespeare (il Giulio Cesare, l'Antonio e Cleopatra, il Coriolano ) dipendono da Plutarco che il drammaturgo inglese leggeva nella traduzione (del 1579) di Thomas North fatta su quella  francese (del 1559) del vescovo Amyot che tradusse pure i Moralia (1572)[18]. Nonostante la doppia traduzione, nei drammi shakespiriani ai trovano situazioni e frasi che riproducono gli originali di Plutarco.

Faccio un esempio. La bellezza e la dignità della morte vengono anteposte alla degradazione della vita da Cleopatra, l'ultima dei Tolomei: lo capisce l'ancella Carmione. Un soldato vedendo il cadavere della regina, le  domanda : "kala; tau'ta Cavrmion ;" è bello questo?

Ed ella, con il suo ultimo fiato, risponde: "kavllista me;n ou\n kai; prevponta th'/ tosouvtwn ajpogovnw/ basilevwn" (Plutarco, Vita di Antonio, 85, 8), è bellissimo e si confà a una donna che discende da re tanto grandi.

Ebbene,  lo stesso personaggio dell'Antonio e Cleopatra di Shakespeare, all'ottuso guardiano (First Guard) che le ha posto la medesima domanda retorica (Charmian, is this well done?) , replica : "It is well done, and fitting for a princess-Descended of so many royal kings. Ah, soldier! (5, 2)", è ben fatto e adatto a una sovrana discesa da tanti nobili re. Ah soldato!

 

 

Plutarco, biografo di eroi, fu oggetto di culto da parte di Vittorio Alfieri :"Ma il libro dei libri per me, e che in quell' inverno mi fece veramente trascorrere dell'ore di rapimento e beate, fu Plutarco, le vite dei veri Grandi. Ed alcune di quelle, come Timoleone, Cesare, Bruto, Pelopida, Catone, ed altre, sino a quattro e cinque volte le rilessi con un tale trasporto di grida, di pianti, e di furori pur anche, che chi fosse stato a sentirmi nella camera vicina mi avrebbe certamente tenuto per impazzato. All'udire certi gran tratti di quei sommi uomini, spessissimo io balzava in piedi agitatissimo, e fuori di me, e lagrime di dolore e di rabbia mi scaturivano al vedermi nato in Piemonte e in tempi e governi ove niuna alta cosa non si poteva né fare né dire, ed inutilmente appena forse ella si poteva sentire e pensare"[19].

“ Aspettando i cavalli in Savona, gli capitò un Plutarco. Qui sentì qualche cosa di più che il racconto, gli batté il cuore: quelle immagini colossali non lo sbigottivano, anzi suscitavano la sua emulazione: -Non potrei essere anch’io come loro?- E il potere c’era, perché le sue forze non erano da meno”.[20].

Foscolo nelle Ultime lettere di Iacopo Ortis  scrive:"Col divino Plutarco potrò consolarmi de' delitti e delle sciagure della umanità volgendo gli occhi ai pochi illustri che quasi primati dell'umano genere sovrastano a tanti secoli e a tante genti"[21].

Elias Canetti in un passo de La provincia dell'uomo , afferma che " Plutarco non è affatto schizzinoso. Nelle sue pagine accadono cose terribili, come nelle pagine del suo seguace Shakespeare"[22].

 

 “La storia occorre innanzitutto all’attivo e al potente, a colui che combatte una grande battaglia, che ha bisogno di modelli, maestri e consolatori, e che non può trovarli fra i suoi compagni e nel presente…Che i grandi momenti nella lotta degli individui formino una catena, che attraverso essi si formi lungo i millenni la cresta montuosa dell’umanità, che per me le vette di tali momenti da lungo tempo trascorsi siano ancora vive, chiare e grandi- è questo il pensiero fondamentale di una fede nell’umanità che si esprime nell’esigenza di una storia monumentale”[23].

"Nella mancanza di dominio su se stessi, in ciò che i romani chiamano impotentia , si rivela la debolezza della personalità moderna"[24]. Un ajntifavrmako" , un ottimo contravveleno di questa impotenza, può essere Plutarco:"Se invece rivivrete in voi la storia dei grandi uomini, imparerete da essa il supremo comandamento di diventare maturi e di sfuggire al fascino paralizzante dell'educazione del tempo, che vede la sua utilità nel non lasciarvi maturare  per dominare e sfruttare voi, gli immaturi. E se desiderate biografie, allora che non siano quelle col ritornello "Il signor Taldeitali e il suo tempo". Saziate le vostre anime con Plutarco ed osate credere in voi stessi, credendo ai suoi eroi. Con un centinaio di uomini educati in tal modo non moderno, ossia divenuti maturi e abituati all'eroico, si può oggi ridurre all'eterno silenzio tutta la chiassosa pseudocultura di questo tempo"[25].

 

Bologna 22 ottobre 2026 ore 9, 34 giovanni ghiselli

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[1] 200 ca-118 ca a. C.  Scrisse Storie che trattavano il periodo compreso tra il 264 e il 146 a. C.  Ci sono arrivati i primi 5 integrali; degli altri possediamo epitomi e frammenti, anche consistenti (in particolare quelli dei libri VI-XVIII).

[2] Piero Boitani, Il Vangelo Secondo Shakespeare, p. 154.

[3]Vissuto nel  I sec. a. C. è autore della Biblioteca storica, una grande compilazione di storia universale. Andava dalle origini all’età di Giulio Cesare. Constava di 40 libri. Ce ne sono arrivati i primi cinque e frammenti degli altri  (n. d. r.).

[4] Canfora, Storia Della Letteratura Greca , p. 528

[5] A. Momigliano, La storiografia greca, p. 24.

[6] Ateniese, visse tra il il 460 ca e il 400 ca a. C.  Scrisse la Storia della Guerra del Peloponneso in 8 libri che raccontano, dopo una breve introduzione, con proemio, capitoli metodologici, archeologia, pentecontaetia,  gli anni dal 431 all’autunno del 411. Gli anni successivi della grande guerra tra i Greci si trovano nelle Elleniche di Senofonte probabilmente composte su carte tucididèe. 

 

[7]Arnaldo Momigliano, Lo sviluppo della biografia greca ,  p. 51

[8] Mauro Moggi, Op. cit., p. 2306.

[9] Tucidide fa l'elogio finale di Pericle dicendo che era incorruttibile al denaro e teneva in pugno la massa lasciandola libera ("katei'ce to; plh'qo" ejleuqevrw"") e non si faceva condurre più di quanto la conducesse ( Storie, II, 65, 8).

[10] 50 d. C. ca-120 d. C. ca.

[11]Storia Della Letteratura Greca , Laterza, Bari, 1994, p. 562.

[12]Citazione dall'Iliade :"oJvsso" e[hn oi'Jov" te", 24, 630, detto di Achille.

[13]G. Camassa, Lo Spazio Letterario Della Grecia Antica , Vol. I, Tomo III, p. 329.

[14]Fr. 579 Nauck, v. 1.

[15] I, 24:"kai; toi'si ejselqei'n ga;r hjdonh;n eij mevvlloien ajkouvsesqai tou' ajrivstou ajnqrwvpou ajoidou'".

[16] Sono parole di Ettore Scola in un’intervista rilasciata al quotidiano “la Repubblica” del 12 gennaio 2009 (Scola: “Chiudo con il cinema in questa Italia non serve più”,  p. 35

[17]Mazzarino, op. cit., p. 138.

[18]Traduzioni approvate, da Montaigne che, qualche anno più tardi, scrive nei Saggi  :" Io do giustamente, mi sembra, la palma a Jacques Amyot su tutti i nostri scrittori francesi, non solo per la semplicità e la purezza del linguaggio, nella quale supera tutti gli altri, né per la costanza di un così lungo lavoro, né per la profondità del suo sapere, poiché ha potuto volgarizzare così felicemente un autore tanto spinoso...ma soprattutto gli sono grato di aver saputo discernere e scegliere un libro tanto degno e tanto appropriato per farne dono al suo paese. Noialtri ignoranti saremmo stati perduti se questo libro non ci avesse sollevato dal pantano; grazie a lui, osiamo ora e parlare e scrivere; le signore ne dànno lezione ai maestri di scuola; è il nostro breviario"(II, 4, pp. 467-468).

[19]Vita , Epoca terza, cap. VII. Siamo nel 1769;   Alfieri è “ripatriato per un mezz’anno” .

[20] F. De Sanctis, Storia della letteratura italiana, 2, p. 371.

 

[21]18 ottobre 1797.

[22]In Opere 1932-1973 , trad. it. Bompiani, Milano, 1990,  p. 1812.

[23] F. Nietzsche, Sull'utilità e il danno della storia per la vita (del 1874), in Considerazioni inattuali, II, p. 92 e p. 93.

[24] F. Nietzsche, Sull'utilità e il danno della storia per la vita, in Considerazioni inattuali, II,  p. 116.

[25] F. Nietzsche, Sull'utilità e il danno della storia per la vita, in Considerazioni inattuali, II, p. 125.


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