domenica 11 ottobre 2026

Elegia greca Teognide


  L'ideale educativo conservatore lo troviamo nel corpus elegiaco di Teognide attribuito a Teognide di Megara  (seconda metà del VI sec.).

In lui i termini buoni e cattivi significa bennati e malnati, e il valore morale è identificato con la classe sociale.

Teognide, come Solone, teme la tirannide, ma invece di tendere a un equilibrio tra le classi, vorrebbe una restaurazione dei poteri dell'aristocrazia.

 Il venir meno della distanza tra le classi comporta il tramonto della distinzione tra il bene e il male: i buoni e i cattivi si mescolano e confondono. Si ingannano a vicenda, deridendosi a vicenda, senza criterio del bene e del male:"ajllhvlou" d  j ajpatw'sin ejp  j ajllhvloisi gelw'nte"-ou[te kakw'n gnwvma" eijdovte" ou[t  j ajgaqw'n"(vv.59-60 del corpus  elegiaco).

Non hanno il criterio del bene e del male in quanto non possiedono la tradizione.

Comandano i facchini, e i malnati stanno al di sopra dei buoni. Fare del bene ai vili è come seminare nel mare spumeggiante. Invece gli ajgaqoiv gustano tutto il bene che ricevono, ne serbano memoria e gratitudine.  

 

Al mare viene paragonata la meretrice da Cyamus nel Truculentus di Plauto: “Meretricem ego item essere reor, mare ut est;/quod des devŏrat (vv. 568-569).

 

Teognide non vuole accettare la svolta storica dell'evoluzione dell'economia da fondiaria a mercantile che porta in primo piano i borghesi dai  pingui ventri; inoltre il proprio danno economico è da lui confuso con un universale danno morale.

Teognide fu con Pindaro uno dei campioni della reazione al pensiero illuministico che stava arrivando dalla Ionia, come quello del suo contemporaneo Senofane che poneva la sofivh al di sopra dei valori agonali, la velocità dei piedi e la forza dei cavalli, inoltre rifiutava la concezione antropomorfica della divinità, e Omero ed Esiodo che attribuivano agli dèi i vizi degli uomini.

La nobiltà sconfitta si difende meditando sui propri valori essenziali.

In Teognide e Pindaro si trova l'autocoscienza dell'aristocrazia. La sua raccolta è animata da uno spirito ostile al Demos e infatti essa girava nelle eterìe (ejtairivai) aristocratiche dell'Atene di Crizia.

 

 Ma il tratto individualistico della nuova epoca non manca in Teognide che dà un marchio, una sfragiv" di proprietà intellettuale alla sua opera con il nome di Cirno.

Le sue poesie contengono uJpoqh'kai, precetti, tanto che Isocrate nell' A Nicocle  lo considera con Esiodo e Focilide quale autore di consigli.

Teognide consiglia a Cirno di mantenere viva la tradizione del suo ceto. Il rapporto è educativo ed erotico nello stesso tempo, secondo il costume della nobiltà dorica. Teognide dà tutte le colpe al demos: i capi del popolo vogliono arricchirsi violentando il diritto e il risultato finale sarà un tiranno. Il criterio del bene e del male lo possiede solo chi possiede la tradizione.

I kakoiv e deiloiv non possiedono la disciplina che è prerogativa degli ajgaqoiv e degli ejsqloiv.

Gli ignobili sono malfidi e traditori. Si possono avere pochi amici: quelli che ci parlino alle spalle come in faccia e ci proteggano nella sfortuna.

 

Valore fondamentale è quello della sincerità (cfr. Don Giovanni:"la nobiltà ha dipinta negli occhi l'onestà" (I, 9). Tuttavia nei confronti dell'ignobile è ammessa la menzogna da certi nobili.

Cfr. Anna Karenina (1877) di Tolstoj (p.310 I vol):" La vita di Vrònskij era particolarmente felice perché egli aveva un proprio codice di norme, che definivano senz’ombra di dubbio ciò che si doveva e ciò che non si doveva fare. Questo codice poneva assai poche condizioni, ma in compenso le norme erano sicure, e Vrònskij, conformandosi al suo codice, non aveva mai nemmeno un istante di esitazione su ciò che doveva essere fatto. Le norme stabilivano senz’ombra di dubbio che bisognava pagare un baro, ma non obbligavano a pagare un sarto; che agli uomini non bisognava mentire, ma si poteva con le donne; che non bisognava ingannare nessuno ma un marito si poteva ingannare; che non si potevano perdonare le offese, ma che si poteva offendere, e così via".

 

Il film Anna Karenina (del 1935 di Clarence Brown) tratto dal romanzo ribalta questa denuncia di Tolstoj presentando un Vrònskij che dice a  un amico e commilitone, Yashvin: “I have been analyzing this code of ours and it doesn’t stand up. For instance: one must always pay a cardsharper, but not a tailor”

L’amico ribatte: “Quite right”.

L’amante di Anna prosegue: “One must nevere tell a lie to a man but one may to a woman”.

E Yashvin: “Naturally”

Quindi Vrònskij: “One must never cheat anyone, but one may a husband ”.

“Inevitably” è il commento del compagno.

Poi: “One must never pardon an insult but may freely give one”.

“Obviously”, commenta l’altro.

Opposto è il commento di Vrònskij: “it’s trivial, it’s nonsensical”.

Allora Yashvin gli domanda: “ My dear Vrònskij, has your liver been bothering you lately? ”

Ma la conversazione è interrotta dall’arrivo di Anna.

Come si vede è un falso.

 

     L'economia agraria e parassitica viene scossa dal sorgere di quella monetaria. All'aristocrazia vengono meno le ricchezze necessarie alla magnificenza e alla liberalità.

Del resto anche Solone chiede alle Muse o[lbo" kai; plou'to", sia pure solo con la giustizia.

 

 Teognide dà comunque importanza ai beni materiali e non si stanca mai di maledire la povertà che piega l'uomo buono più di ogni altra cosa. Tuttavia la preferisce al denaro che si accompagna alla bassezza d'animo dei nuovi ricchi.

Condivide l'idea di Esiodo e Solone che il male fatto, a lungo andare, non paghi, ma il castigo, dice, si fa aspettare troppo. Il denaro che tocca in sorte all'uomo volgare non ne raddrizza l'animo, e la virtù può rifulgere senza denaro.

Raccomanda di conservare puro il sangue evitando i matrimoni misti; deplora che la ricchezza mescoli le schiatte:"plou'to" e{meixe gevno"".

 

Dante nel Paradiso , XVI, 67-68: "Sempre la confusion delle persone/principio fu del mal della cittade".

E nell’Inferno: “La gente nova e’subiti guadagni/orgoglio e dismisura han generata,/Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni” (XVI, 73-75).

 

Nietzsche. Teognide di Megara (1864).

Teagene fu tiranno di Megara, intorno al 600, quando Cilone aveva tentato di farsi tiranno di Atene. Teognide (563-484) lottò dalla parte dei nobili e perse. Scrive elegie per Cirno affinché non traligni dallo stile di vita degli ottimati.

Teognide viene paragonato al marchese di Posa che educa don Carlos  nella tragedia di Schiller (1782) r nel melodramma di Verdi.

 Teognide non riesce a parlare: un bue mi è salito sulla lingua con il piede vigoroso (cfr. poi Eschilo, Agamennone , 36-37:"ta; d  j a[lla sigw'. Bou'" ejpi; glwvssh/ mevga"--bevbhken". Un noioso è un morto che mormora. Il polipo è il trasformista. Si trova anche in lui la sapienza silenica.

Ha perso i campi: ho udito la gru che con voce acuta viene ad annunciare la stagione dell'aratura, e mi ha sconvolto il cuore nero poiché altri hanno i miei fertili campi.

 I buoni sono i detentori del rispetto verso gli dei e della giustizia verso gli uomini. I cattivi sono i bugiardi e gli scellerati.

I buoni erano di famiglia tanto antica che derivava da un eroe. La testa di uno schiavo non è mai diritta ma sempre piegata sul collo torto (cfr. Plauto).

 Il bisogno spinge all'errore schiacciando nel petto i sentimenti profondi sotto la dura necessità. Nella nobiltà le ricchezze erano congiunte con la cultura e con l'inclinazione alle arti liberali. L'insegnamento non rende buono un cattivo. Nelle città marinare molti plebei con un traffico intenso incrementavano il patrimonio, poi viaggiando accrescevano le conoscenze e imitavano i nobili.

Questi ignobili sono i filistei : quel ceto cui mosse guerra Cristo e contro il quale dovrebbe guerreggiare ogni figlio della luce (O. Wilde).

 Il kakov" e il deilov" dunque sono mentitori e codardi. Il deilov" sa adattarsi poiché è un attore nato: fa come il polipo che assume il colore dello scoglio cui si attacca. Ipocrita scaltro, ha smarrito la rigorosa coerenza della unicità. Invece l' ejsqlov" diventa quello che è.

 

 Natura non facit saltus , perciò il malvagio resta malvagio. Come si può evitare la kakiva? Con l'essere inattuali. Nietzsche esprime tutto il suo disgusto per gli uomini attuali pronti a incurvare la schiena sotto la potenza della storia. Egli si stacca dai filologi evirati che evirano i Greci: quando abitavo tra loro, stavo al di sopra di loro: perciò me ne vollero. Nell'intruglio plebeo tutto è mescolato alla rinfusa, mentre l'uomo veridico non è appiattito nell'uguaglianza con l'altro.

 

Guido Fassò giurista che insegnò nell’università di Bologna negli anni Sessanta (La democrazia in Grecia, p. 46)

Erodoto forse si ispira a Solone e Teognide quando scrive il lovgo" tripolitikov", il discorso delle tre forme politiche, nel III libro. Parlano tre nobili persiani dopo la morte di Cambise e l'uccisione dei magi.

 

Otane (III, 80-83) parla in favore della democrazia poiché il monarca sovverte i costumi aviti, usa violenza alle donne e mette a morte senza processo. Il governo del popolo ha invece il nome più bello che è isonomia. Le cariche pubbliche sono assegnate a sorte e chi esercita il potere deve renderne conto.

Megabizo invece parla per l'oligarchia: nulla dice è più stolto e insolente di una moltitudine incapace (49).     

          

 Teognide di Megara, non si sa se Megara Nisea, non lontanda da Atene e  da Corinto, o Megara Iblea in Sicilia, visse nella seconda metà VI secolo. Nelle Leggi di Platone , l’Ateniese dà per scontato che Teognide fosse”cittadino di Megara in Sicilia” (630).

Di lui ci è giunto un corpus  di circa 700 distici elegiaci divisi in due libri disuguali: il primo raccoglie più di 1200 versi, il secondo 159. Nonostante il "sigillo", sfrhgiv", impresso qua e là, per segnare e rivendicare la proprietà intellettuale delle elegie attraverso il nome del poeta stesso o quello di Cirno, il fanciullo amato da lui, rimane dubbia l'autenticità di parte non piccola della silloge dove potrebbero essere entrati brani di altri autori quali Tirteo, Mimnermo, Solone.

I temi predominanti e caratteristici di Teognide sono due: la condanna piena di odio nei confronti degli arricchiti, "la gente nova e' subiti guadagni", e l'eros educativo per Cirno, cui il poeta cerca di  trasmettere il codice etico ed estetico dell'aristocrazia ricca di valori messi in pericolo  dal nuovo predominio della mentalità affaristica e della cultura calcolatrice. Tutta la raccolta è animata da uno spirito ostile al demos considerato come una masnada di gente ingrata, maligna e sleale. Vediamo subito i versi 53-68 che costituiscono il manifesto del " che cosa é la plebe" tanto aborrita dal poeta:

"Cirno, la città è ancora la stessa città, ma la gente è diversa:

quelli che prima non conoscevano diritto (divka~) né leggi (novmou~),

ma intorno ai fianchi consumavano pelli caprine,

e come cervi pascolavano fuori da questa città,

ecco, ora sono le persone per bene (ajgaqoiv), o Cirno; quelli invece che prima erano nobili,/ (oiJ de; pri;n ejsqloiv)

ora sono avviliti (deiloiv). Chi potrebbe sopportare vedendo questo?/

si ingannano a vicenda deridendosi a vicenda,

e non conoscono il criterio del bene e del male.

Non farti amico di cuore nessuno di questi cittadini,

 o Cirno, per nessun vantaggio;

ma abbi l'aria di essere amico di tutti a parole,

e non associare a nessuno alcun affare serio,

 neppure uno qualunque: infatti conoscerai le indoli di uomini sciagurati,/

 che nelle loro azioni non c'è nessuna lealtà,

ma amano gli imbrogli, gli inganni, i raggiri, dovlou~ ajpavta~ te poluplokiva~

così come uomini che non possono più salvarsi".

Questi versi, come si vede, contengono due elementi caratteristici: il sigillo e l'esecrazione della plebe, ossia degli arricchiti che, siccome non possiedono la tradizione, né una serie di precetti e regole da rispettare, non hanno neppure il criterio per distinguere il bene dal male. Egli non è in grado di comprendere la necessità storica dell'evoluzione dell'economia da fondiaria a mercantile, un cambiamento che porta in primo piano gli affaristi, ma confonde il proprio declino economico con un presunto universal danno morale. Prova forti rimpianti per un mondo passato dove sembra che vigessero meraviglie di fedeltà, lealtà, cortesia. Per questo aspetto possiamo legittimamente avvicinargli Dante che più di una volta alza il lamento della nostalgia:

"In sul paese ch'Adice e Po riga,

solea valore e cortesia trovarsi,

prima che Federigo avesse briga"(Purgatorio , XVI, 115-117).

Sono testi nei quali troviamo il rimpianto di un mondo ordinato da valori non materiali, una società diversa da quella "ubi sola pecunia regnat ", per dirla con Petronio (Satyricon ,14), dove conta soltanto il denaro.

 Del resto Teognide consigliando la doppiezza a Cirno accetta le regole del gioco plebeo e si ingaglioffa pure lui. Insomma il "puzzo del villan…che già per barattare ha l'occhio aguzzo" (Paradiso, XVI, 55-57) si diffonde talmente che viene respirato e assimilato proprio da tutti. Arriva ed è avvertito almeno fino a Il Gattopardo  dove donna Bastiana, una bellissima giumenta, voluttuosa e rozza, la madre di Angelica, "E' figlia di un vostro affittuario di Runci, Peppe Giunta si chiamava e tanto sudicio e torvo era che tutti lo chiamavano Peppe Mmerda" (p. 81). 

Ma Angelica era “un fiore di ragazza, una rosa cui il soprannome del nonno era servito solo da fertilizzante. Non olet, si ripeteva anzi optime foeminam ac contubernium olet ”.

Ma vediamo qualche altro verso (183-192):

"I montoni e gli asini noi li cerchiamo, o Cirno, e pure i cavalli/

di razza buona, e ciascuno vuole che derivino

da procreatori buoni; invece di sposare una donna ignobile, figlia di padre ignobile non si preoccupa

l'uomo nobile, se gli dà molto denaro.

Né una donna sdegna di essere la sposa di un plebeo

purché ricco, anzi lo preferisce facoltoso piuttosto che nobile./

Onorano il denaro (crhvmata me;n timw'si): e un nobile sposa la figlia di un plebeo e un plebeo quella di un nobile: la ricchezza ha mescolato le stirpi./ plou'to~ e[meixe gevno~

Allora non meravigliarti, Cirno, che la razza dei cittadini

si oscuri: infatti la nobiltà si mescola con la plebe". su;n ga;r mivsgetai ejsqla; kakoi'~.

 

Teognide vorrebbe conservare non solo l'identità culturale ma anche la purezza del sangue che scende per "lungo ordine di magnanimi lombi", ma il denaro e i matrimoni di interesse oramai hanno mischiato quello eletto con quello volgare. E' una visione indubbiamente razzista e poco spirituale, siccome piuttosto biologica, ma, ancora una volta, non lontana da quella di Dante:"Sempre la confusion delle persone

principio fu del mal della cittade"(Paradiso , XVI, 67-68), sentenzia Cacciaguida biasimando la decadenza di Firenze, mentre poco prima (vv.49-51) per elogiare l'ordine di quella antica aveva detto:

"Ma la cittadinanza, ch'è or mista

di Campi, di Certaldo e di Fegghine,

pura vedìesi nell'ultimo artista". Anche qui sono quelli del contado che, entrando in città, ne inquinano la razza. Nietzsche nel 1864 (a vent'anni dunque) scrisse una Dissertazione su Teognide simpatizzando con le teorie del lirico antico. Lo colpisce il biasimo espresso  per l'ingratitudine dell'animo plebeo:"Teognide ritiene che non c'è niente di più vano e di più inutile che fare bene ad un plebeo, dal momento che... non ringrazia mai (p.167). Quindi cita alcuni versi(105-112) che traduciamo di seguito:

"E' un favore del tutto vano fare del bene ai vili:

è come seminare la superficie del mare canuto.

Infatti seminando il mare non mieti folta messe,

né facendo del bene ai malvagi puoi riceverne bene in cambio:

ché i malvagi hanno desideri insaziabili: se tu sbagli,

l'affetto per tutti i favori di prima si versa per terra.

I buoni invece gustano al massimo quanto ricevono,

e serbano memoria dei beni e gratitudine in seguito".

mnh'ma d je[cous j ajgaqw'n kai; cavrin ejxopivsw (v. 111)

In effetti abbiamo visto come la nobiltà spirituale di Saffo non dimentica il favore ricevuto dalla dea e gliene rende merito in un rapporto amichevole.

 

I versi 425-428 ci danno un'altra formulazione della sapienza silenica:"La cosa migliore di tutte per quanti vivono sulla terra è non essere nato mh; fu'nai a[riston

e non vedere i raggi del sole abbagliante,

ma una volta nati al più presto varcare le porte dell'Ade,

e giacere sepolto sotto gran massa di terra".

 Questa, come abbiamo visto, non è  la prima né  l'ultima negazione della dignità della vita di essere vissuta.

Quasi in tutti i casi, è la perdita dei valori forti della tradizione, generalmente fondata sulla proprietà terriera, e dell'orientamento che essi davano alla vita a provocare questo cupio dissolvi .

Nel romanzo di Petronio citato sopra i campi sono passati nelle mani di nuovi proprietari arricchiti in maniera equivoca, come Trimalcione, latifondisti assenteisti, che nemmeno conoscono le loro terre ( Deorum beneficio non emo, sed nunc quicquid ad salivam facit, in suburbano nascitur eo, quod ego adhuc non novi. Dicitur confine esse Tarraciniensibus et Tarentinis " 48, grazie agli dei non compro, ma tutto quello che fa venire l’acquolina in bocca nasce in quella terra fuori città che io ancora non conosco. Si dice che faccia da confine tra quelli di Terracina e quelli di Taranto,) per lo più lasciate incolte o mal coltivate e desolate"quia nos religiosi non sumus . Agri iacent ."(44), poiché non siamo religiosi. I campi sono in abbandono.

 

 Teognide fa parte di quei proprietari che invece amerebbero e seguirebbero le terre, ma le hanno perse(vv.1197-1202). Il grido della gru gli ricorda i campi fertili perduti e gli stringe il cuore.

"Ho udito, o Cirno, il verso dal grido acuto dell'uccello

 che viene ad annunziare la stagione dell'aratura

ai mortali: e mi ha colpito il cuore in pena,

poiché i miei campi fertili li possiedono altri.

Né per me i muli trascinano l'aratro curvo

a causa dell'esilio molto odioso in giro per il mare".

 

 Sui luoghi dell'esilio abbiamo alcuni versi che forse possono sciogliere l'enigma relativo a quale fosse la Megara di Teognide: probabilmente nacque in quella vicina a Corinto, poi emigrò a Megara Iblea in Sicilia che del resto era stata fondata da coloni della madrepatria greca nell'VIII secolo:

"Una volta io giunsi anche nella terra di Sicilia,

e giunsi nella pianura dell'Eubea ricca di viti

e a Sparta la splendida città dell'Eurota che nutre le canne,

e al mio arrivo tutti mi accoglievano benignamente;

ma nessuna gioia per quelle accoglienze giunse al mio cuore

siccome nient'altro mi è più caro della patria" (783-788).

 

 In questi versi, oltre il motivo personale della malinconia dell'esule, c'è il ricordo della tristezza di Odisseo il quale non solo soffriva quando era sbattuto dalle tempeste che quasi lo uccidevano, ma pure piangeva quando veniva allettato e vezzeggiato da Calipso e "sospirava il ritorno poiché la ninfa non gli piaceva più"( Odissea , V, 153), e in ogni caso desiderava vedere anche solo "il fumo che salta fuori dalla sua terra" (I, 58-59).

Concludo la parte dedicata a Teognide con alcuni versi di amore, dolore per il mancato contraccambio, e speranza di immortalità conferita dalla poesia ispirata e resa entusiasta ( riempita di dio) proprio da Eros:

"Io ti ho dato le ali- soi; me;n ejgw; ptevr j e[dwka-, con le quali volerai sul mare

 infinito e su tutta la terra sollevandoti

senza fatica: ai conviti parteciperai e ai banchetti,

 a tutti, presente e vivo sulle bocche di molti,

e giovani uomini con flauti dal suono acuti

ti canteranno armoniosamente, piacevoli con canti belli

 e melodiosi. E quando andrai sotto i tenebrosi recessi

della terra nelle dimore di Ades dai molti gemiti,

mai, neppure morto perderai la fama, ma starai a cuore agli uomini con il tuo nome immortale,

o Cirno, aleggiando sia sulla terra greca, sia per le isole,

varcando il mare pescoso, agitato,

non seduto su dorsi di cavalli; ma ti porteranno

gli splendidi doni delle Muse coronate di viole.

Per tutti quanti sta a cuore il canto, anche tra i posteri

tu ugualmente vivrai, finché ci saranno la terra e il sole.

Ma io da te non ottengo neppure un pò di rispetto,

anzi mi inganni con le parole come se fossi un fanciullo" (237-254).

 

L'idea che la contemplazione della creatura amata faccia crescere le ali, ripristinando uno stato più antico e più felice dell'anima la quale una volta "era tutta alata", si trova nel Fedro (pa`sa pterwthv-251b), uno dei dialoghi platonici sulla natura dell'amore che il filosofo ateniese considera quale viatico per un volo di ritorno verso il mondo delle idee.

Nell'altro dialogo  poi, il Simposio , è fondamentale il pensiero dell'unione di Eros (amore) e Paideia (educazione), ed Eros nella conclusione di Socrate finisce con l'essere il volo di due anime, intimamente unite, fino al regno della bellezza eterna.

 

Bologna 11 ottobre 2026 ore 16, 30 giovanni ghiselli

p. s.

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