giovedì 15 ottobre 2026

L'amicitia amorosa. L’amicizia quale cavallo di Troia. Donne abbandonate e uomini lasciati. L’indulgenza di Ovidio.


  

Nel carme 1O9 Catullo, ricorda a Lesbia la promessa fatta da lei di un amor non solo felice (iucundus) ma anche eterno (perpetuus) e nel verso conclusivo (6) utilizza la parola amicitia che "aveva per i Romani un significato più specifico che per noi, e indicava l'esistenza fra due persone di un legame di alleanza politica, basato sulla lealtà (fides), che comportava sincerità e aiuto reciproci. Trasportati all'interno di una relazione sentimentale, questi principi ne fanno ben altro che un'avventura irregolare."[1].

Nel terzo e ultimo distico il poeta chiede agli dei "ut liceat nobis tota perducere vita/aeternum hoc sanctae foedus amicitiae " (vv. 5-6), che a noi- a lui e a Lesbia- sia concesso di portare avanti per tutta la vita questo patto eterno di  amicizia santa. Essa è tale quando è disinteressata, ossia non basata sulla considerazione dell'utile. Altrimenti  non è amicizia, bensì negotiatio, un commercio.

 

 Ovidio invece consiglia di usare l'amicitia come il cavallo di Troia adatto a inoculare l'amore:"Nec semper Veneris spes est profitenda roganti;/intret amicitiae nomine tectus amor./Hoc aditu vidi tetrĭcae data verba puellae;/qui fuerat cultor, factus amator erat" (Ars Amatoria, I, 717-720), non sempre la speranza d'amore deve essere dichiarata da  chi chiede; l'amore entri coperto dal nome di amicizia. Con questo tipo di ingresso ho visto raggirare una ragazza seria; quello che era stato l'amico era diventato l'amante

   Donne abbandonate e uomini lasciati.

 

Le donne abbandonate come la cretese Arianna da Teseo, possono trovare un uomo migliore del maschio che le ha lasciate. Questa figlia di Pasife trovò Bacco. L'Arianna dei Fasti[2] di Ovidio toglie fiducia a tutti gli uomini:"dicebam, memini, " periure et perfide Theseu" :/ille abiit; eadem crimina Bacchus habet : /nunc quoque "nullo viro" clamabo " femina credat " (Fasti , III, 475-477, dicevo, ricordo, "Teseo spergiuro e traditore": / quello è andato via; Bacco commette lo stesso delitto:/ anche ora esclamerò:"nessuna donna si fidi più di un uomo".

Bacco invece tornerà da lei dopo avere vinto gli Indiani e avere suscitato apprensione e gelosia in Arianna. La raggiunge dunque lacrimasque per oscula siccat (509)  le asciuga le lacrime con i baci e la invita con sé: “pariter caeli summa petamus!” ait (510), raggiungiamo insieme le cime del cielo, dice.

 

Donne abbandonate e uomini lasciati.

 

Le donne abbandonate come la cretese Arianna da Teseo, possono trovare un uomo migliore del maschio che le ha tradite. Questa figlia di Pasife trovò Bacco. L'Arianna dei Fasti[3] di Ovidio toglie fiducia a tutti gli uomini:"dicebam, memini, " periure et perfide Theseu" :/ille abiit; eadem crimina Bacchus habet : /nunc quoque "nullo viro" clamabo " femina credat " (Fasti , III, 475-477, dicevo, ricordo, "Teseo spergiuro e traditore": / quello è andato via; Bacco commette lo stesso delitto:/ anche ora esclamerò:"nessuna donna si fidi più di un uomo".

Bacco invece tornerà da lei dopo avere vinto gli Indiani e avere suscitato apprensione e gelosia in Arianna. La raggiunge dunque lacrimasque per oscula siccat (509)  le asciuga le lacrime con i baci e la invita con sé: “pariter caeli summa petamus!” ait 510, raggiungiamo insieme le cime del cielo, dice.

Del resto  Arianna, come Medea, ha tradito il padre e ha fatto morire il fratellastro, il Minotauro, per favorire l'uomo del quale era innamorata:" Eripui, et potius germanum amittere crevi,/quam tibi fallaci supremo in tempore deessem " (Catullo, 64,vv. 150-151), ti salvai e decisi di perdere il fratello piuttosto che non esserti vicina, traditore, nel pericolo estremo.

 

Il rimprovero della perfidia è comunque parte costante del lamento o della rabbia delle donne abbandonate nella letteratura antica, con un'eco precisa nell'Orlando furioso  quando l'Ariosto dà voce alla disperazione di Olimpia abbandonata da Bireno:" donne, alcuna di voi mai più non sia,/ch'a parole d'amante abbia a dar fede./L'amante, per aver quel che desia,/senza guardar che Dio tutto ode e vede,/aviluppa promesse e giuramenti,/che tutti spargon poi per l'aria i venti". (X, 5).

I giuramenti d'amore dunque non sono credibili.

 

 L'inaffidabilità riguarda tanto gli uomini quanto le donne.  

Lo afferma pure Sofocle in un  frammento (811 Pearson):" o{rkon d j ejgw; gunaiko;" eij" u{dwr gravfw", giuramento di donna io lo scrivo sull'acqua.

 

E  tali solenni promesse non entrano negli orecchi degli immortali, sostiene Callimaco in un epigramma:" ajlla; levgousin ajlhqeva, tou;" ejn e[rwti-o{rkou" mh; duvnein ou[at j ej" ajqanavtwn" (A. P.  V 6), ma dicono il vero che i giuramenti in amore non entrano negli orecchi degli immortali. 

 

 Ovidio echeggia questo motivo, tuttavia per  quanto riguarda l'instabilità e l'inaffidabilità delle giovani donne, il poeta  di Sulmona negli Amores è più comprensivo: il tradimento infatti non sciupa la bellezza e perfino gli dèi lo concedono:" Esse deos credamne? Fidem iurata fefellit,/et facies illi quae fuit ante manet (...) Longa decensque fuit: longa decensque manet./Argutos habuit: radiant ut sidus ocelli,/per quos mentita est perfida saepe mihi./Scilicet aeterni falsum iurare puellis/di quoque concedunt, formaque numen habet " (Amores , III, 3, 1-2 e 8-12), devo credere che ci sono gli dèi? Ha tradito la parola data,/eppure le rimane l'aspetto che aveva prima (...) Era alta e ben fatta; alta e ben fatta rimane./Aveva gli occhi espressivi: brillano come stelle gli occhi,/con i quali spesso la perfida mi ha ingannato./Certo anche gli dèi eterni permettono alle ragazze/di giurare il falso, e la bellezza ha una potenza divina.

 Ovidio conclude dicendo che dio è un nome senza sostanza, oppure, se esiste, ama le belle fanciulle e certamente ordina che solo loro abbiano tutto il potere:"si quis deus est, teneras amat ille puellas:/nimirum solas omnia posse iubet " (Amores , III, 3, 25-26).  Saran poco belline!

Bologna 15 ottobre 2026 ore 10, 50 giovanni ghiselli

p. s.

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[1]G. B. Conte, Scriptorium Classicum 2, p. 89.

[2] Un calendario in distici composto fra il tre e l'otto d. C. quando fu interrotto, dall'esilio, al sesto libro di dodici che dovevano essere. Dovevano illustrare  gli antichi miti e costumi latini.

[3] Un calendario in distici composto fra il tre e l'otto d. C. quando fu interrotto, dall'esilio, al sesto libro di dodici che dovevano essere. Dovevano illustrare  gli antichi miti e costumi latini.


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