La storia, come la letteratura, contiene tovpoi, o loci che ricorrono in vari autori.
“Attraverso la sofferenza, la comprensione”. Il coro dell’Agamennone di Eschilo. Il Creso di Erodoto. Condanna della tirannide, un potere zoppo generato dall’u{bri~: Sofocle, Erodoto. Il film The great dictator (1940) di Chaplin. Il diritto del più forte: Tucidide. L’imperialismo: quello rinunciatario della Germania e quello velleitario degli Annales in Tacito. L’esecrazione del denaro. La maledizione del potere, di ogni potere. Le tragedie di Seneca. L’Adelchi di Manzoni. Onore alle donne e agli uomini che non hanno potere.
Vediamo il tw/' pavqei maqo~: “La sofferenza, allora, è un
prerequisito del riconoscimento. Se la Genesi ebraica postula che il prezzo del sapere sia la morte[1], i Greci sapevano perfettamente che la conoscenza si può acquisire soltanto attraverso il dolore. Era saggezza comune fin dai tempi di Omero ed Esiodo[2], ma è stato Eschilo, all’inizio della tragedia, ad esprimerla in maniera memorabile nell’Agamennone, quando il coro intona il famoso “Inno a Zeus
Zeus, chiunque egli sia, se è questo il nome
Con cui gli è caro essere invocato,
così a lui mi rivolgo: nulla trovo cui compararlo,
pur tutto attentamente vagliando,
tranne Zeus, se veramente si deve gettar via
il vano peso dal proprio pensiero.
(….)
Ma chi a Zeus con gioia leva il grido epinicio
Coglierà pienamente la saggezza-
A Zeus che ha avviato i mortali
A essere saggi, che ha posto come valida legge
“saggezza attraverso la sofferenza”.
Invece del sonno (oppure: “anche nel sonno”) stilla davanti al cuore
un’angoscia memore di dolori:
anche a chi non vuole arriva saggezza.
Pathei mathos: questa è l’indicazione di Zeus per il phronein umano, la “prudenza” che è saggezza”[3].
Nelle Storie di Erodoto, Creso lo straricco re di Lidia, dopo essere caduto, enuncia questa legge del mavqo~ tragico: egli si era illuso di essere l'uomo più felice della terra, ma, sconfitto e catturato da Ciro re dei Persiani, comprende che c'è un ciclo delle vicende umane il quale non permette che siano sempre gli stessi uomini a essere fortunati:"ta; dev moi paqhvmata ejovnta ajcavrita maqhvmata gevgone", le mie sofferenze che sono state spiacevoli, sono diventate apprendimenti (I, 207).
Ebbene anche il "pragmatico" e "universale" Polibio riconosce valore educativo alla sofferenza: al cambiamento in meglio si giunge attraverso due vie: quella dei patimenti propri e quella dei patimenti altrui (tou' te dia; tw'n ijdivwn sumptwmavtwn kai; dia; tw'n ajllotrivwn); la prima via è più efficace ("ejnargevsteron"), la seconda meno dannosa ("ajblabevsteron", Storie , I, 35, 7).
Un tovpo" politico presente nella tragedia e nella storiografia greca e latina è quello che condanna la tirannide[4]. Esempi molto chiari si trovano in Erodoto, e nella tragedia con i suoi paradigmi mitici. Facciamone intanto un paio di esempi. Più avanti torneremo sull’argomento.
La tirannide è un bene scivoloso, un potere claudicante, in particolare quello di Tebe.
Il coro di vecchi tebani nel secondo stasimo dell'Edipo re afferma che tirannidi , figlie della prepotenza, sono tutte zoppe: "La prepotenza produce il tiranno ( u{bri"[5] futeuvei tuvrannon) la prepotenza/ se si è riempita invano di molti orpelli/ che non sono opportuni e non convengono /salita su fastigi altissimi/precipita nella necessità scoscesa/dove non si avvale di valido piede" e[nq j ouj podi; crhsivmw/-crh'tai "(vv. 873-879).
Tiranno per Erodoto è anche il mouvnarco" raffigurato da Otane, nel dibattito sulla migliore costituzione ( Storie, III 79-84), come colui che invidia i migliori, si compiace dei peggiori, ed è pronto ad accogliere le calunnie. Infatti dai beni che possiede gli deriva l' u{bri" , mentre fin dall'origine gli è innato lo fqovno" . Siccome ha questi due vizi, e[cei pa'san kakovthta, detiene ogni malvagità (III, 80, 4). Dunque egli: "novmaiav te kinevei pavtria kai; bia'tai gunai'ka" kteivnei te ajkrivtou"" (III, 80, 5) sovverte le patrie usanze, violenta le donne e manda a morte senza giudizio. "Così il persiano Otane riassume ciò che è in sostanza il motivo comune fra i Greci per l'opposizione alla tirannide"[6].
Sette nobili Persiani erano presenti al dibattito costituzionale. Quando ebbero parlato anche Megabizo, che propugnava l'oligarchia, e Dario il quale sosteneva la monarchia, e l'inevitabilità della degenerazione verso le rispettive forme deteriori sia della democrazia sia dell'aristocrazia (III, 82), prevalse quest'ultimo con l'argomento che a loro la libertà era venuta da un monarca: Ciro
Otane non entrò in lizza per diventare re dicendo parole molto belle, una specie di manifesto dell'antisadismo:"ou[te ga;r a[rcein ou[te a[rcesqai ejqevlw" (III, 83, 2), infatti non voglio comandare né essere comandato.
“Anche se noi non sapessimo che Sofocle fu amico di Erodoto, i sentimenti morali, religiosi e politici di quest’ultimo ci avvertirebbero dei legami ch’egli aveva con Sofocle”[7].
Credo di avere riconosciuto un’eco di questa splendida affermazione nel film di Chaplin The great dictator (1940): il barbiere, sosia di Hynkel-Hitler, scambiato per il grande dittatore dovrebbe fare un discorso che legittimi ed esalti la prepotenza del tiranno, presentato alla folla come il futuro imperatore del mondo dal ministro della propaganda Garlitsch-Goebbels. Ebbene il barbiere non rispetta la parte che gli hanno assegnato e dice: “I’m sorry, but I don’t want to be an emperor. That’s not my business. I don’t want tu rule or conquer anyone”, mi dispiace, ma io non voglio essere imperatore, non è il mio mestiere, io non voglio governare o conquistare nessuno.
E continua: “I should like to help everyone…greed has poisoned mens’s souls”, mi piacerebbe aiutare tutti…l’avidità ha avvelenato le anime umane.
Nelle tragedie il tiranno è il paradigma mitico della negatività del potere.
Un altro è quello che afferma, o nega, il diritto del più forte. In Tucidide soprattutto, come vedremo.
Connesso a questo è il tema dell'imperialismo. Nell’opera di Tacito Mazzarino distingue quello rinunciatario della Germania da quello velleitario degli Annales.
Un tovpo" economico è l'esecrazione del denaro e degli uomini avidi di denaro[8].
Connessa a questo locus particolarmente provocatorio nei confronti dell'attualità, c'è la maledizione del potere, di ogni potere. "Il tema fondamentale di tutto il teatro senecano…è che potere e regno, condizioni di illusoria felicità soggette a rovinosi cambiamenti di sorte, coincidono con la frode, con l'Erinni familiare, con il furor mentre l'unica salvezza è la obscura quies [9], la serenità del proprio cantuccio, l'esser parte indistinguibile della folla. L'avversione al regno ha come aspetto complementare l'esaltazione della tranquillità di ogni piccolo uomo, uno qualsiasi della massa silenziosa: felix mediae quisquis turbae, come canta un coro dell' Agamennone (v. 103). Liceat in media mihi/latere turba (Thy. 533 sg,) afferma Tieste prima di cadere nelle lusinghe del potere e nella trappola tesagli da Atreo"[10].
Seneca tragico è del tutto malevolo con il potere. Il regnum è un fallax bonum del quale non c'è da gioire: copre grande quantità di mali sotto un aspetto seducente: “ Quisquamne regno gaudet? O fallax bonum/quantum malorum fronte quam blanda tegis”(vv.7-8). Sono parole del re parricida e incestuoso che dà inizio all'Oedipus descrivendo l'infuriare della pestilenza.
Nelle Phoenissae Giocasta chiede a Polinice di rinunciare alla guerra poiché il premio che spetta al vincitore non è desiderabile: anzi Eteocle pagherà il fio del successo a caro prezzo, con il solo fatto di essere re: “poenas, et quidem solvet graves: regnabit ”(v.645).
Il secondo coro del Thyestes formato da vecchi micenei contrappone al tiranno crudele e avido un'immagine della regalità interiore: “rex est qui posuit metus/et diri mala pectoris,/quem non ambitio impotens/et numquam stabilis favor/vulgi praecipitis movet,/non quidquid fodit Occidens,/aut unda Tagus aurea/claro devehit alveo” (vv. 348-355), è re chi ha deposto le paure e le cattive passioni dell'animo crudele, quello che l'ambizione sfrenata non tocca e l'instabile favore del volgo precipitoso, né tutto quello che l'Occidente scava, o il Tago trasporta nel letto lucente con l'onda ricca d'oro. La regalità interiore non ha paura e non è avida.
Manzoni riprende il tovpo" nell' Adelchi quando il protagonista ferito consola il padre sconfitto: “Godi che re non sei; godi che chiusa/all'oprar t'è ogni via: loco a gentile,/ad innocente opra non v'è: non resta/che far torto, o patirlo. Una feroce/ forza il mondo possiede, e fa nomarsi/Dritto..” (V, 8). E' il diritto del più forte.
Il quotidano “la Repubblica” del 17 gennaio del 2006 recava il titolo in prima pagina “Solo 11 le donne al potere”; ebbene una mente non fuorviata dai luoghi comuni attualmente di moda può pensare che questa rara presenza potrebbe anche fare onore ai miliardi di donne, e di uomini, che non sono al potere.
Bologna 24 ottobre 2026 ore 16, 51 giovanni ghiselli
p. s.
martedì 27 ottobre dalle 17 alle 19 presenterò, nella boblioteca Scandellara di Bologna,
la miaIntroduzione alla storiografia greca e latina.
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[1] Genesi 2. 17 riporta l’ordine di Dio ad Adamo: “ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché quando tu ne mangiassi, certamente moriresti”…Nella tradizione occidentale c’è anche un legame costante tra l’anagnorisis e la cecità (o la morte: Edipo e Lear) e tra l’anagnorisis e il ragionamento, di cui ho scritto Il genio di migliorare un’invenzione, cit.
[2] Per l’importanza del pathei mathos nella tragedia, si veda Kuhn Die wahre Tragödie, cit., pp. 254-255. I loci più importanti della tradizione soo Omero, Iliade, XVII, 32; Esiodo, Opere e giorni, 218; Erodoto, I, 207, 1; Sofocle, Edipo re, 402; Sofocle, Antigone, 1190; Platone, Simposio, 222b. Per un elenco generale e una discussione si veda H. Dorrie, Leid und Erfahrung, in “Abhandlunen der Akademie der Wissenschaft und der Literatur”, Mainz, 5, 1956.
[3] Piero Boitani, Prima lezione sulla letteratura, pp. 109-110.
[4] Per un'ampia trattazione di questo vedi la mia Antigone (Loffredo, Napoli, 2001) pp. 121-127.
[5] L’u{bri~ per giunta dà come frutto l’accecamento: :" u{bri" ga;r ejxanqou's j ejkavrpwse stavcun--a[th", o{qen pagklauvton ejxama'/ qevro"" la prepotenza infatti fiorendo dà per frutto una spiga di/ accecamento, da dove falcia una messe tutta di lacrime. (Eschilo, Persiani, vv.821-822). Quindi il tiranno è fratello, magari gemello, dell’accecamento.
[6]C. M. Bowra, Mito E Modernità Della Letteratura Greca , p. 170.
[7] A. Momigliano, La storiografia greca, p. 10
[8] Cfr. la mia Antigone, pp. 65, 73, 84. Gli autori più citati sono i tragici greci Seneca e Shakespeare.
[9] Fedra 1127.
[10] Gianna Petrone, Il disagio della forma: la tragedia negata di Seneca, "Dioniso" 1981., p. 360.
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