Nel mito possono entrare i racconti della cui veridicità dubitano gli stessi storiografi che lo riferiscono. Vediamone alcuni esempi. Erodoto fa questa dichiarazione metodologica a proposito della diceria secondo la quale le ragazze indigene con penne di uccello spalmate di pece traevano pagliuzze d’oro da un lago situato in un’isola posta davanti alla costa africana : “tau'ta eij mh; e[sti ajlhqevw~ oujk oi\da, ta; de; levgetai gravfw” (4, 195, 2), queste cose non so se sono vere, ma quello che si dice lo scrivo. E più avanti a proposito di un’intesa tra i Persiani e gli Argivi: “ejgw; de; ojfeivlw levgein tav legovmena, peivqesqaiv ge me;n ouj pantavpasin ojfeivlw” (7, 152, 3), io sono tenuto a dire le parole dette, a credere a tutte invece non sono tenuto.
Tito Livio nel suo proemio scrive: “Quae ante conditam condendamve urbem poeticis magis decora fabulis quam incorruptis rerum gestarum monumentis traduntur, ea nec adfirmare nec refellere in animo est. Datur haec venia antiquitati, ut miscendo humana divinis primordia urbium augustiora faciat ” (Praefatio, 6), i racconti tramandati che risalgono al periodo di poco precedente la fondazione della città e quelli addirittura anteriori alla città da fondare, racconti che si addicono più alle narrazioni poetiche che ai seri documenti storici, non ho intenzione di confermare né di smentire. Alle antichità si concede questa licenza di rendere più venerabili i primordi delle città mescolando l’umano con il divino.
Poi Curzio Rufo (I o II secolo d. C.) :“Equidem plura transcribo quam credo: nam nec adfirmare sustineo, de quibus dubito, nec subducere, quae accepi” ( Historiae Alexandri Magni, 9, 1, 34), per conto mio riporto più notizie di quelle cui presto fede: infatti non me la sento di confermare notizie delle quali non sono sicuro, né di sottrarre quelle che ho ricevuto. Quindi, a proposito del cadavere di Alessandro che giaceva nel sarcofago da sei giorni, trascurato, e, nonostante il caldo estivo[1], non degenerato: “ Traditum magis quam creditum refero” (10, 10, 12).
Pure Arriano a proposito della morte di Alessandro riporta una notizia alla quale non crede, della quale anzi afferma che dovrebbero vergognarsi quanti l’hanno scritta: che il macedone, sentendosi morire, voleva gettarsi nell’Eufrate per sparire, accreditando la fama di una sua assunzione in cielo, in quanto nato da un dio. Glielo impedì Rossane ed egli le disse che lo privava della gloria di essere nato dio. Ebbene lo storiografo di Nicomedia precisa che ha riportato queste notizie wJ" mh; ajgnoei'n dovxaimi perché non sembri che io le ignori, più che per il fatto che esse sembrino pista; ej" ajghvghsin, (Anabasi di Alessandro, 7, 27, 3) credibili a raccontarle.
“ Nel II secolo d. C. il governatore provinciale romano e storico greco Arriano usò le memorie di Tolomeo, unitamente a quelle di Aristobulo-un minore compagno d’armi di Alessandro-, per redigere quella che, per il solo fatto che ci è pervenuta, è diventata per noi la fonte più autorevole riguardo alle campagne di Alessandro”[2].
La storiografia dunque è intarsiata di miti, non senza le iridescenti bugie di cui scrive Pindaro[3], tant’è vero che è preceduta e anzi, in un certo senso, “nasce” dalla poesia epica, e i fatti storici, come hanno rilevato studiosi di levatura ed estimazione europea, sono stati cantati, o raccontati, prima dai poeti che dagli storiografi di professione.
Il cinema utilizza la letteratura e la storia
Un film con invenzione su Alessandro Magno. Due attori bravi : seam Connery e Michel Caine.
Il cinema riprende la tradizione epica di eternare gli eroi, ricavati dal mito o dalla storia. Si pensi ai film su Cleopatra o sulla guerra di Troia, su Scipione e Annibale, su Leonida o Alessandro Magno. Faccio un esempio di film non recente (1975). Si tratta di L’uomo che volle farsi re (1975) che John Huston ha tratto da un racconto di Kipling.
C’entra dunque anche la letteratura che utilizza, in qualche modo, la storia. Due avventurieri (Sean Connery e Michael Caine), ex sergenti dell’esercito britannico e massoni, partono dall’India di fine Ottocento per cercare fortuna nel Kafiristan. Quando vi arrivano, aiutano il capo di un villaggio a sconfiggere una tribù nemica, e uno dei due, Sean Connery, rimasto illeso da un colpo di freccia infilatosi nella bandoliera, viene acclamato dagli indigeni come Sikander.
Allora domanda all’interprete: “what does Sikander mean?”, che cosa significa Sikander? L’indigeno risponde, nel suo incerto inglese, Sikander a god, come here long ago from the West, venne qui tanto tempo fa dall’Ovest. Sikander dunque è Alessandro Magno: l’avventuriero ricorda di avere avuto una notizia del genere da Kipling di cui il regista ha fatto un personaggio del film.
“Sikander builded great city Sikanderul, high in mountains, sit in throne”, ha costruito una grande città alta tra le montagne, continua l’interprete. All people worship him, tutti lo adoravano. Ma poi disse che doveva andare a Oriente; la gente si strappava i capelli e i vestiti. So Sikander promised to send back son, così promise di mandare indietro il figlio. E ora ha mantenuto la promessa: il guerriero giunto a riportare vittorie è il figlio di Alessandro Magno.
Quindi interviene il secondo avventuriero: “328 a. C. L’ha detto l’enciclopedia”.
Giambattista Vico afferma che "la storia romana si cominciò a scrivere da' poeti", e inoltre, utilizzando un passo di Strabone (I, 2, 6) sulla continuità tra l'epica ed Ecateo, :"prima d'Erodoto, anzi prima d'Ecateo milesio, tutta la storia de' popoli della Grecia essere stata scritta da' lor poeti"[4].
Un giudizio apprezzato anche da Pavese:"Ciò che si trova di grande in Vico-oltre il noto-è quel carnale senso che la poesia nasce da tutta la vita storica; inseparabile da religione, politica, economia; "popolarescamente" vissuta da tutto un popolo prima di diventare mito stilizzato, forma mentale di tutta una cultura"[5].
Non la pensa così Leopardi che considera l’epica una amplificazione della lirica: "La poesia, quanto a' generi, non ha che tre vere e grandi divisioni: lirico, epico e drammatico. Il lirico, primogenito di tutti; proprio di ogni nazione anche selvaggia; più nobile e più poetico d'ogni altro; vera e pura poesia in tutta la sua estensione proprio d’ogni uomo anche incolto, che cerca di ricrearsi o di consolarsi col canto..espressione libera e schietta di qualunque affetto vivo e ben sentito dell'uomo. L'epico nacque dopo questo e da questo; non è in certo modo che un'amplificazione del lirico..il drammatico è l'ultimo dei tre generi, di tempo e di nobiltà. Esso non è un'ispirazione, ma un'invenzione..Esso è uno spettacolo, un figlio della civiltà e dell'ozio..trattenimento liberale bensì e degno; ma non prodotto della natura vergine e pura, come è la lirica, che è sua legittima figlia, e l'epica, che è sua vera nepote"(pp.4234-4236).
Secondo Leopardi dunque l’epica non nasce dalla storia bensì dalla lirical
Storia e poesia sono comunque intrecciate tra loro.
Questo è evidente anche nella tragedia, nella commedia e nella lirica migliore (Pindaro, Leopardi, Brecht)
Le Storie di Erodoto sono ricchissime di motivi omerici a partire dalla obiettività epica
Omero è una delle fonti, criticate ma pure utilizzate da Tucidide: “lo storico afferma ripetutamente la sua sfiducia verso i racconti dei poeti (I 11, 3; 21, 1) ed esprime esplicitamente il suo scetticismo nei confronti di Omero (i , 3; 10, 3), ma, nonostante ciò, utilizza i poemi omerici e tutto sommato li considera come un importante punto di riferimento per la ricostruzione della storia più antica della Grecia”[6].
Plutarco con le sue Vite vuole cogliere l’universale, come il pittore e il poeta: “Al biografo importa la verità più alta, non la banale esattezza dei fatti, la ricerca del vero universale, filosofico, non del contingente; la biografia viene così posta sul piano della poesia, in contrapposizione alla storia” (Arist. poet. 9, 1451 b 6-7)”[7].
Telemaco nel primo canto dell’Odissea scagiona gli aedi da ogni possibile taccia di essere cause dei casi luttuosi che narrano, e dà indicazioni sia di poetica sia sui gusti del pubblico: il cantore deve dilettare ("tevrpein", v. 347) e gli uomini apprezzano maggiormente il canto che suoni più nuovo a chi ascolta (vv. 351-352). L'epos degli aedi dunque, come abbiamo già visto per la storiografia, preferisce occuparsi di fatti recenti:" Con la loro funzione sacra, i poemi perdono anche il loro carattere lirico; diventano epici, e in questa forma sono la più antica poesia profana, sciolta dal culto, di cui si abbia notizia in Europa. In origine dovettero essere qualcosa come resoconti di guerra, cronache di eventi bellici; e forse da principio si limitavano alle "ultime notizie" sulle fortunate imprese militari e sulle spedizioni piratesche sulla stirpe. "Al canto più nuovo, la lode più alta", dice Omero (Od. I, 351-352), e Demodoco e Femio cantano dei fatti più recenti"[8].
“Ciò che è importante per l’aedo è stare al passo con i tempi, il che equivale a conoscere il canto più recente”[9].
La biografia più antica, la Ciropedia di Senofonte, è “un miscuglio di fatti e fantasie, inteso a comunicare un messaggio filosofico”[10]. Direi piuttosto educativo.
Secondo Aristotele, il poeta, diversamente dallo storico che racconta cose avvenute, deve volgersi a quello che potrebbe sempre avvenire secondo verosimiglianza e necessità: “dio; kai; filosofwvteron kai; spoudaiovteron poivhsi~ iJstoriva~ ejstivn” (1451b, 5), e perciò la poesia è più filosofica e più importante della storia. Infatti la poesia esprime piuttosto l’universale[11], la storia il particolare.
La biografia, almeno nei contenuti, è meno lontana dalla poesia, e dalla filosofia, dalla restante storiografia: “La linea divisoria tra immaginazione e realtà era più esile nella biografia che nella storiografia comune. Ciò che i lettori si aspettavano nella biografia era probabilmente diverso da ciò che si aspettavano nella storia politica. Volevano informazioni sull’educazione, sugli amori e sul carattere dei loro eroi. Ma queste cose si possono documentare meno facilmente delle guerre e delle riforme politiche. Se dunque i biografi volevano conservare il loro pubblico, dovevano ricorrere all’invenzione. La filosofia socratica e la retorica isocratea collaborarono per promuovere l’introduzione di elementi fittizi nella biografia”[12].
Sentiamo di nuovo Umberto Eco.
La presenza di Omero, particolarmente dell' Odissea, è continua nella cultura europea. Il poema omerico rimane uno di quei grandi modelli archetipici che nessuna innovazione può ignorare. In effetti "ogni atto d'innovazione, e di contestazione dei padri, avviene sempre attraverso il ricorso a un antenato, riconosciuto migliore del padre che si tenta di uccidere, e a cui ci si rifà"[13]. Omero è uno di quei giganti sulle cui spalle sono saliti in tanti;
:"I poetae novi contestavano la tradizione latina rifacendosi ai lirici greci" continua Umberto Eco e procede citando un aforisma che Giovanni di Salysbury (XII secolo) attribuisce a Bernardo di Chartres:"Dicebat Bernardus Carnotensis nos esse quasi nanos gigantum humeris insidentes, ut possimus plura eis et remotiora videre, non utique proprii visus acumine, aut eminentia corporis, sed quia in altum subvehimur et extollimur magnitudine gigantea" (Metalogicon III, 4), diceva Bernardo di Chartres che noi siamo come dei nani che stanno sulle spalle di giganti, in modo tale che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, comunque sia non per l'acume della nostra vista o la statura del corpo ma poiché siamo portati in alto ed elevati da quella grandezza gigantesca. Ogni parricidio ribadisce Eco "elimina i padri ricorrendo ai nonni…Picasso arriva a sfigurare il volto umano partendo da una meditazione sui modelli classici e rinascimentali, e ritorna infine a una rivisitazione di antichi minotauri…E infine, il grande parricidio compiuto sul corpo storico del romanzo, quello di Joyce, si instaura assumendo il modello della narrazione omerica. Anche il nuovissimo Ulisse naviga sulle spalle, o sull'albero maestro, dell'antico"[14]. Picasso torna a raffigurare il caos di Esiodo o di Empedocle, Joyce torna a parodiare l’Odissea sulla traccia di Petronio.
Nel Sofista di Platone lo straniero di Elea chiede a Teeteto di non credere che sia diventato quasi un parricida (241d) se dovrà sostenere, contro il padre Parmenide, che ciò che non è, in un certo senso, è esso pure, e ciò che è, a sua volta in un certo senso è.
Il senso è che il genere dell’essere si specifica con il genere del non essere.
Bologna 24 ottobre 2026 ore 10, 28 giovanni ghiselli
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[1] Siamo nel giugno del 323.
[2] A. Momigliano, La storiografia greca, p. 19.
[3] Olimpica I, 29.
[4]La Scienza Nuova , Pruove filologiche, III e VIII.
[5]Il mestiere di vivere , 30 agosto 1938.
[7] Mario Attilio Levi in Dizionario degli scrittori greci e latini, vol. III, Marzorati, Settimo Milanese, 1995, p. 1732.
[8]A. Hauser, Storia sociale dell'arte , vol. I, p. 84.
[9] Powell, Omero, p. 58.
[10] A. Momigliano, Lo sviluppo della biografia greca, p. 58.
[11] “ Deve necessariamente esservi una differenza tra la vera poesia e la vera parola non poetica: qual è questa differenza? Su questo punto molte cose sono state scritte specialmente dagli ultimi critici tedeschi…Essi dicono, per esempio, che il poeta ha in sé una infinitudine, comunica una Unendlichkeit, un certo carattere “d’infinitudine”, a tutto quanto descrive” T. Carlyle, Gli eroi (del 1841), p. 118.
[12] A. Momigliano, Lo sviluppo della biografia greca, p. 59.
[13] U. Eco, Di fronte ai classici , p. 124.
[14] U. Eco, Di fronte ai classici , p. 132.
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