Il giorno seguente mi svegliai tardi, tanto che Ifigenia, mai mattiniera, era già uscita.
Trovatomi solo in quella cabina grande quanto un armadio, presi con calma gli appunti che avrei usato per il capolavoro dovuto all’umanità. Volevo diventare un magister non solo di lettere classiche, di scuola e di storia politica ma anche dell’eros, sia di quello serio, magari celeste, sia di quello giocoso e piuttosto tellurico: un filosofo dell’amore insomma oltre che della scuola.
Nella mia accorta ignoranza sapevo di non sapere abbastanza per essere un vero maestro ma potevo rimediare: avevo voglia e forse tempo per imparare.
Oramai passati diversi decenni, sarete voi lettori a dirmi se vi ho insegnato qualcosa di utile.
In questo caso penserete: “ Ioannes magister est”. E mi renderete l’onore cui tengo di più.
Ma ora procediamo con il traghetto verso le amate sponde della bella Italia. Assolto il compito dello scrivano, mi feci bello, per quanto potevo, cosmetizzandomi come sono solito: mi lavai i capelli e indossai le lenti a contatto; il resto l’avrebbe fatto il sole, riflesso per giunta dall’acqua salsa del mare solcata dalla prua della nave veloce. Mi sarei riempito di sensazioni e di pensieri osservando i flutti, i chiarori e i gorghi.
Quindi con la coscienza tranquilla poiché avevo fatto quanto dovevo a me stesso e all’inquieta compagna di viaggio, andai a cercarla sul ponte.
Era seduta vicino alla prua e leggeva Siddharta. Io non avevo libri. Per me era piuttosto tempus cogitandi et scribendi. Di fatto mi diedi a riflettere sull’anno compreso tra i due viaggi nell’Ellade con Ifigenia: l’agosto precedente in automobile, dopo Debrecen, questa seconda volta in bicicletta. Avere tale opportunità offertami dall’immersione nella lettura della comes non mi dispiacque. Pensavo che leggere è necessario ma talora è, paradossalmente, una scappatoia dal pensare alle cose fatte, o non fatte, o malfatte.
Sicché in certe circostanze non avere niente da leggere, può essere un’occasione per fare i conti con il proprio passato e per cercare di antivedere in modo non vano un barlume di quanto potrà proporci il destino.
Che cosa avevo fatto di buono nell’esperienza amorosa con Ifigenia? Quali mete avevo raggiunto? Avevo riflettuto più volte su quello che Elena mi aveva suggerito dieci anni prima quando mi disse: “io non sono materia”.
Non avevo ricevuto l’affetto di mia madre come avrei voluto, e l’amore di questa donna che mi aveva accolto spalancando il proprio manto, come fa la Madonna della Misericordia del Museo Civico di Sansepolcro, mi aveva fatto provare per la prima volta l’amore del tutto felice. E quando una delle ultime sere del nostro sodalizio avevo civettato impudicamente con la pulzella diciannovenne maturata da poco nel liceo di Strasburgo, Elena al dono di sé aveva aggiunto il suo perdono.
Sicché ricevetti educazione in aggiunta all’amore. Ma nel tempo seguente mi ero piuttosto diseducato con altre , compresa Ifigenia poiché nel rapporto con questa amante bella assai e giovane molto la materia preponderava sullo spirito e il sesso prevaleva su tutto.
Giunto a questa fase finale però sentivo la mancanza e il bisogno di una donna colta, intelligente, buona, generosa, leale. Non ero soddisfatto di trovarmi nel gregge degli uomini proni e obbedienti agli appetiti anche disonesti del ventre sfacciato. Non dovevo impegolarmi mai più in relazioni al di sotto della mia dignità.
Come sarei evaso da quel branco bestiale se tra le Finlandesi e Ifigenia avevo preso la brutta abitudine e l’osceno costume di bramare senza discernimento ogni corpo di femmina umana purché non fosse disfatto del tutto: dai capelli diradati , al seno smunto, alle cosce ridotte a bucce cadenti sulle ossa?
Nell’ultimo triennio Ifigenia con la sua bella carne soda e la maestà delle sue forme aveva saziato la mia ingordigia, perciò a 36 anni suonati potevo desiderare la bellezza dell’anima. Ero passato dai tellurici incapaci di evolversi al gruppo ristretto degli aspiranti alla luce.
Pensavo: “con il suo involucro bello, con la sua mediterranea, calda, abbronzata sensualità Ifigenia mi ha aiutato a completare il compito cui mi avevano già avviato, propedeutiche, le tre Finlandesi ; questa collega Italiana ha soddisfatto la mia brama carnale e mi ha dato la possibilità di alzare la mira alle forme immortali, immutabili, infaticabili dalle quali la materia riceve quel significato eterno che l’artista rende evidente raffigurandone l’epifania.
Ora che il nostro amore è finito, oggi che la mia carne è prossima ad appassire e nemmeno la tua tarderà molto a scucirsi, ora comprendo che con la tua bellezza mi hai svelato l’amore celeste che mi ha fatto spuntare le ali per elevarmi fino alla pianura della verità dove si trovano intere, semplici, salde, in puro splendore le forme che non avvizziscono mai”.
Mi sentivo in colpa per avere usato la venustà di una giovane donna quale strumento, quasi una scala per salire a bellezze superiori, fino alle supreme che avrei dovuto trovare dentro l’anima.
Comunque avrei espiato la cura insufficiente che mi ero preso di lei con un lungo periodo di solitudine laboriosa e meditativa. Me lo diceva il senso interiore, la pallida luce azzurrina del cielo scolorito e il tenue verde del mare.
Incombeva sulla mia testa confusa la malinconia dell’autunno.
p. s.
Bologna 24 ottobre 2026 ore 16, 51 giovanni ghiselli
p. s.
martedì 27 ottobre dalle 17 alle 19 presenterò, nella boblioteca Scandellara di Bologna,
la miaIntroduzione alla storiografia greca e latina.
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Almeno a 3000 oggi dovrei arrivare non ostante il sabato dei villaggi.
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