sabato 24 ottobre 2026

Storiografia quattordicesima parte.


Esecrazione della guerra. Ma c’è pure la “guerra santa”. La guerra fatta di propaganda. Il determinismo geografico. Il determinismo vestiario.

La guerra  viene esecrata spesso, soprattutto in letteratura. Ai poeti generalmente la guerra non piace.

Già nell'Iliade Zeus  dice ad Ares:"e[cqisto" dev moiv ejssi qew'n oi}   [Olumpon e[cousin (V, 890), tu per me sei il più odioso tra gli dei che abitano l'Olimpo.

 Nel primo Stasimo dei  Sette a Tebe di Eschilo il Coro dissacra il dio della guerra: Ares  è un domatore di popoli che  infuriando soffia abbattendo i popoli e contamina la pietà "mainovmeno" d j ejpipnei' laodavma"-miaivnwn eujsevbeian"(vv. 343-344).

Nell'Agamennone di Eschilo [1] Ares viene definito "oJ crusamoibo;" d j  [Arh" swmavtwn" (v.437), il cambiavalute dei corpi, nel senso che la guerra distrugge le vite e arricchisce gli speculatori. Secondo Gaetano De Sanctis, Eschilo con questa tragedia ha voluto mettere in guardia gli Ateniesi"contro le guerre ingiuste, pericolose e lontane, onde tornano, anziché i cittadini partiti per combattere, le urne recanti le loro ceneri. La lista dei caduti della tribù Eretteide mostra quale eco dovesse avere nei cuori tale monito durante quella campagna d'Egitto (anni 459-454) in cui fu impegnato il fiore delle forze ateniesi"[2].

In maniera analoga il tenente Mahler, il disertore austriaco amante della contessa adultera, del film Senso di Visconti  pone questa domanda retorica:"Cos'è la guerra se non un comodo metodo per obbligare gli uomini a pensare e ad agire nel modo più conveniente a chi li comanda?". 

Nell'Edipo re  di Sofocle, Ares viene deprecato dal religiosissimo autore come "il dio disonorato tra gli dei" ( ajpovtimon ejn qeoi'" qeovn, v.215). Il dio è dissacrato poichè la guerra del Peloponneso dopo la morte di Pericle veniva condotta dal becero e sanguinario Cleone senza rispetto dell'etica eroica, delle consuetudini cavalleresche, e senza riguardo per l'umanità: Tucidide  nel dialogo senza didascalie del V libro fa dire dagli Ateniesi  ai Meli di non volgersi a quel senso dell' onore (aijscuvnhn, 111, 3) che procura grandi rovine agli uomini.

  

Curzio Rufo nota che durante la campagna di Alessandro Magno in India succedeva che gli assediati dessero fuoco alla loro città e gli assedianti cercassero di spegnere il fuoco: “adeo etiam naturae iura bellum in contrarium mutat” (Historiae Alexandri Magni, 9, 4, 7), a tal punto la guerra stravolge perfino le leggi di natura.

 

Tuttavia non manca l’ossimoro “guerra santa”: Alessandro Magno per stimolare i suoi soldati stanchi dopo la conquista della Partia e l’uccisione di Dario III da parte del fellone Besso (330 a. C.), arringa la truppa sostenendo che i Persiani saranno più obbedienti al nuovo re, lo stesso Alessandro, se il satrapo della Battriana, l’infame traditore del suo re, verrà inseguito e punito: essi capiranno : “vos pia bella suscipere”[3] che voi vi sobbarcate una guerra santa. Quindi i soldati entusiasti, lo invitarono a condurli dove voleva[4].

Santa è anche la guerra che Agamennone deve condurre contro Troia secondo la figlia primogenita che pure deve dare la vita per  la partenza dell’armata.  L'Ifigenia in Aulide fu scritta negli ultimi anni di vita di Euripide[5] quando Ciro:" parei'ce crhvmata Peloponnhsivoi" ej" to; nautikovn"( Tucidide, II, 65, 12)  forniva ai Peloponnesiaci il denaro per la flotta, fatto che segnò la fine della grande guerra tra i Greci e provocò la chiamata a raccolta di tutte le energie contro i Persiani da parte del tragediografo. Nell'Ifigenia in Aulide  dunque la ragazza, in un impeto di patriottismo, proclama la necessità della guerra santa contro i barbari di Oriente, identificabili con i Persiani da parte del pubblico ateniese, e si offre come prima combattente e prima vittima in uno scontro fra civiltà giusto e necessario: “"offro il mio corpo per l'Ellade. Sacrificatelo, espugnate Troia. Questo sacrificio infatti sarà il mio monumento duraturo, questi i figli, le nozze e la gloria. E’ naturale che i Greci comandino sui barbari, e non i barbari, madre, sui Greci: loro infatti sono schiavi, noi liberi" (vv. 1397-1401).

Ma cfr. quanto dice Andromaca nelle Troiane dello stesso Euripide rappresentate nel 415 dopo lo sterminio degli abitanti di Melo perpetrato dagli Ateniesi: la vedova di Ettore maledice i Greci che hanno buttato giù dalle mura di Troia suo figlio, il bambino Astianatte.

La madre dolorosa dice queste parole: “w\ bavrbar j ejxeurovnte~   [Ellhne~ kakav-tiv tonde pai`da kteivnet j oujde;n ai[tion; (vv.764-765), o Greci inventori della barbarie, perché uccidete questo bambino che non è colpevole di niente?

 

La guerra santa (iJero;n povlemon, v. 556) viene ridicolizzata da Aristofane quando la fa proclamare, negli Uccelli  , da Pistetero contro Zeus e gli altri dèi donnaioli per impedire loro di andare e venire sulla terra a cazzo ritto come vi scendevano prima seducendo le Alcmene, le Alope e le Semele; e se arrivassero  tuttavia, bisognerebbe  mettere loro un sigillo sul glande “ i{na mh; binw`s j e[t j ejkeivnaς» (v. 560), perché non le fottano più.   

La guerra, allora come ora, era fatta pure di propaganda e i duci ne erano consapevoli. Alessandro Magno, dopo la scoperta della seconda congiura: quella “dei paggi”[6] affermò che ricevere il nome di figlio di Giove aiuta a vincere le guerre: “Famā[7] enim bella constant, et saepe etiam, quod falso creditum est, veri vicem obtinuit” ( Curzio Rufo, Historiae Alexandri Magni,  8, 8, 15), le guerre sono fatte di quello che si fa sapere (attraverso la propaganda), e spesso anche quanto si è creduto per sbaglio, ha fatto le veci della verità[8].

 Dopo la conquista della rupe di Aorno (326 a. C.) Alessandro magnae victoriae speciem fecit[9], creò l’apparenza di una grande vittoria con sacrifici e cerimonie in onore degli dèi.

Nelle Storie di Livio il console Claudio Nerone, in rapida marcia contro Asdrubale, che verrà sconfitto poco dopo, sul fiume Metauro (tra Fano e Senigallia, 207 a. C.) arringa brevemente i soldati dicendo: “Famam bella conficere, et parva momenta in spem metumque impellere animos” (27, 45), quanto si dice decide le guerre, e circostanze anche piccole spingono gli animi alla speranza e alla paura.

Vediamo un altro tovpo~ piuttosto diffuso nella storiografia e nella antica: il determinismo geografico.

  Il capitolo finale delle Storie di Erodoto contiene un monito per i Persiani attribuito a Ciro, il fondatore dell'impero. Alcuni sudditi gli avevano presentato la proposta fatta da Artembare di trasferire il popolo persiano dalla sua terra "piccola, scabra e montuosa" in un'altra "migliore". L'occasione era offerta dalla vittoria sul re dei Medi Astiage. Ma Ciro li scoraggiò dicendo che "da luoghi molli di solito nascono uomini molli("filevein ga;r ejk tw'n malakw'n cwvrwn malakou;" a[ndra" givnesqai", 9, 122, 3): infatti non è della stessa terra produrre frutti meravigliosi e uomini valenti in guerra. Sicché i Persiani rinunciarono, vinti dal parere di Ciro, e preferirono comandare abitando una terra infeconda piuttosto che essere servi di altri coltivando pianure fertili. Sono  le ultime parole delle Storie. 

Questo passo finale trova una qualche analogia nello scritto del Corpus Hippocraticum[10] Peri; ajevrwn, ujdavtwn, tovpwn, in quanto esso afferma che c'è una "unità indissolubile" tra la terra, il clima, gli uomini e "le forme della loro esperienza umana". Ho citato Santo Mazzarino il quale aggiunge:"Si potrà forse osservare che il concetto della connessione fra la terra e l'uomo non è portato, qui[11], alle estreme conseguenze metodiche, come invece nello scritto (del corpus  ippocrateo) Sui climi sulle acque sui luoghi , in cui le differenze tra Asiatici ed Europei sono ricondotte al rapporto fra gli uomini e la natura del paese, e le caratteristiche degli abitanti del Fasi-gialli di colorito, alti e grassi, inadatti alle fatiche[12]-sono riportate alle condizioni della loro regione paludosa e malsana. In Erodoto la connessione terra-uomo c'è tuttavia"[13].

Pure Tito Livio stabilisce questa connessione quando racconta lo scavalcamento delle Alpi da parte di Annibale:"Triduo inde ad planum descensum, iam et locis mollioribus et accolarum ingeniis "(21, 37), in tre giorni di lì si scese alla pianura, dove oramai erano più miti sia i luoghi sia i caratteri degli abitanti. Più avanti Tito Livio trattando di alcune regioni della Macedonia fa una considerazione analoga: “Frigida haec omnis duraque cultu et aspera plaga est; cultorum quoque ingenia terrae similia habet” (45, 30, 6), è fredda tutta questa zona e dura e difficile  a  coltivarsi: ha simili alla terra anche le indoli degli abitanti.

L’influenza del resto è reciproca: “Ciò che rende bello un luogo è l’umanità che vi aleggia. Non è saggio colui il quale, potendo scegliere, non si insedia tra gli esseri veramente umani”[14]. 

Seneca nel De ira afferma che per governare è necessaria una natura equilibrata, non intrattabile, e questa ha bisogno di un clima mite:"nemo autem regere potest nisi qui et regi. Fere itaque imperia penes eos fuere populos qui mitiore caelo utuntur. In frigora septentrionemque vergentibus immansueta ingenia sunt, ut ait poeta "suoque simillima caelo" (II, 15), nessuno del resto può governare se non può anche essere governato. Perciò gli imperi in generale si sono trovati presso quei popoli che fruiscono di un clima più mite. Sono feroci le indoli esposte al freddo e al settentrione, e, come dice il poeta, "molto somiglianti al loro cielo".

Qualche luogo simile può trovarsi nella Germania[15] di Tacito: un luogo inameno bagnato da un mare horridum et ignotum, terribile, ignoto e poco desiderabile:"quis porro…Germaniam peteret, informem terris, asperam caelo, tristem cultu aspectuque, nisi si patria sit?" (2), chi d’altra parteandrebbe in  Germania, dal territorio desolato, dal clima inclemente, squallida ad abitarsi e a vedersi, se non fosse la patria?

I nativi (indigenae) costituiscono una razza non contaminata e hanno un aspetto che risente della loro terra :"truces et caerulei oculi, rutilae comae, magna corpora et tantum ad impetum valida (4), occhi[16] feroci e azzurri, chiome rossicce, grandi corpi e gagliardi solo per l'assalto.

Subito dopo (5) Tacito ribadisce che la terra è silvis horrida aut paludibus foeda, irta di selve, oppure orribile per le paludi.

Negli Annales Germanico prima della battaglia di Idistaviso (16 d. C.) descrive l’aspetto dei Germani come visu torvum (II, 14), minaccioso a vedersi.  

La Medea di Seneca, quando vuole assumere la ferocia massima negando la propria femminilità, dice a se stessa:"pelle femineos metus/et inhospitalem Caucasum mente indue" (Medea, vv. 42-43), scaccia le paure femminili e indossa mentalmente il Caucaso inospitale. Il Caucaso, situato tra il Mar Nero e il Mar Caspio, significa un luogo selvaggio[17]  che, indossato psicologicamente, rende feroce la persona: " un ambiente fisico reale-sorgente, primavera, albero, crocicchio- è animato…Le nostre anime sulla terra accolgono la terra nelle nostre anime…La vita ecologica è anche vita psicologica. E se l'ecologia è anche psicologia, allora il "Conosci te stesso" diviene impossibile senza il "Conosci il tuo mondo "[18].

 

Curzio Rufo impiega questo topos estendendolo fino al   determinismo vestiario. Alessandro sottomise gli Aracosii[19], e si addentrò tra i Parapamĭsădae[20]: agreste hominum genus et inter barbaros maxime inconditos. Locorum asperitas hominum quoque ingenia duraverat” ( Historiae Alexandri Magni 7, 3, 6), razza di gente rozza, e, tra i barbari, i più incivili. L’asprezza dei luoghi aveva indurito anche l’indole degli uomini.

Il Macedone dal canto suo imitava la magnificenza persiana. Si mise sul capo  purpureum diadēma distinctum albo, un diadema purpureo guarnito di bianco, come quello di Dario, vestemque Persicam sumpsit, e adottò l’abbigliamento persiano, sostenendo di portare le spoglie dei vinti, ma, commenta Curzio Rufo, “cum illis quoque mores induerat, superbiamque habitus animi insolentia sequebatur” (6, 6, 4-5), con quelle aveva indossato anche i costumi, e allo sfarzo dell’abbigliamento esterno teneva dietro l’arroganza interna.

 

Bologna 24 ottobre 2026 ore 18, 43 giovanni ghiselli

p. s.

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[1] Del 458 a. C.

[2] Storia dei Greci , II vol., p.91

[3] Curzio Rufo, Historiae Alexandri Magni, VI, 3, 18.

[4] Curzio Rufo , op. cit. Vi, 4.

[5] Morto tra il 407 e il 405

[6] Avvenuta in Sogdiana, l’attuale Uzbekistan, nella primavera 327 a. C

 

[7] Cfr. fhmiv. La gente non solo vive e mangia ma pure fa e interpreta la guerra seguendo il “si dice”. Seneca:"nulla res nos maioribus malis implicat quam quod ad rumorem componimur " (De vita beata , 1, 3), nessuna cosa ci avviluppa in mali maggiori del fatto di regolarci secondo il "si dice".

[8] Cfr. Historiae Alexandri Magni, 3, 8, 7 dove Dario, prima della battaglia di Isso (novembre 333),  dice “famā bella stare”. Come nelle Eumenidi di Eschilo, le parti in conflitto hanno un pensiero comune.

[9] Curzio Rufo, Historiae Alexandri Magni, 8, 11, 24.

[10] I cui scritti furono prodotti tra il V e il IV secolo.

[11]Sta commentando le Storie  di Erodoto dove" Ellèni e barbari sono studiati...in rapporto al nesso causale fra la terra in cui vivono e la forma della loro esperienza umana", Il pensiero storico classico , I, p. 160.

[12]Precisamente:"prov" te to; talaipwrei'n to; sw'ma ajrgovteroi pefuvkasin ,

[13]Il pensiero storico classico , I, p. 161.

[14] Confucio citato da K. Jaspers in I grandi filosofi, p. 255.

[15] Del 98 d. C.

[16] Che sono la parte più significativa del corpo umano.

[17] Si pensi alla sciagurata strage di bambini del 3 settembre  2004.

[18] J. Hillman, Variazioni su Edipo , p. 96.

[19] Nell’attuale Afghanistan.

[20]Il Parapamisus corrisponde  all’attuale Hindukush.


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