Altri monti da varcare sempre con attenzione a non esagerare con la fatica per non danneggiare la salute.
Il ciclista supremo, Tadej Pogačar che ha vinto il Giro, il Tour e quasi ogni altra gara ha detto: “Il ciclismo è gioia. La cosa più importante non è vincere, ma la salute. Non c’è motivo di spingere il corpo più in là”. Più in là infatti c’è la morte.
Ciclista sublime, ragazzo dalla potenza inarrivabile e dalle parole sante.
Insomma badavo alla salute prima che alla velocità.
Mi difendo ogni giorno dalle ingiurie del tempo: l’avido cormorano che ci divora.
Finalmente giungemmo a Corinto, la città dai due mari. Mi è cara perché ci sono passato tante volte in situazioni diverse e confrontarle fa parte del metodo comparativo che impiego anche nello studiare, nel tenere lezioni, nello scrivere, nel vivere insomma. Ho bisogno di comparare amori, amanti, amicizie, tempi e anche luoghi frequentati in tempi diversi.
A Corinto una trentina di anni or sono ho subito perfino una lite con cagnara da una invasata che invocava contro di me con lunghi ululati Ecate la regina delle streghe, e maestra delle incantatrici, eppure questa cittadina beneficamente calda, assolata mi è simpatica per tante altre giornate significative e belle trascorse con persone amiche.
Quest’ultima volta abbiamo dormito al quinto piano di un albergo decente da dove la vista del mare e dei monti non era tronca. Un conforto per lo spirito.
Corinto non è città turistica. Quella sera si giocava la finale del campionato di calcio europeo. Vinse la Spagna sull’Inghilterra tra le grida di giubilo dei Corinzi di fronte al televisore. Pure noi due preferivamo la Spagna non solo perché giocava meglio ma anche per la simpatia verso le terre e le genti mediterranèe solari e abbronzate. Da Gibilterra alla Palestina e Israele. Terre dalle ragazze belle: more more e rigogliose.
Salutato il compagno di viaggio dopo la partita, feci una passeggiata fino al mare e ricordai la prima volta che giunsi a Corinto da solo nel 1978. Ero diretto a Epidauro e non trovai da dormire in un hotel sul canale. Sicché passai la notte su una seggiola dell’atrio punzecchiato continuamente dalle zanzare sitibonde del sangue mio e ripartìi all’aurora desuccato e assonnato.
Mi domando ancora come potei pedalare in salita fino all’antico teatro annidato tra i monti dopo una notte passata con tanta angoscia.
Avevo persino forato e mi impiastricciai fino ai capelli con il masticione rosso per proseguire. Quando arrivai a Epidauro mi domandarono come mi fossi ferito. Avevo battuto la testa? Io stesso mi domandavo come mai non ero morto. Ora so che non era destino.
Ero giovane allora e non pensavo abbastanza al destino: non vedevo ancora la serie di cause che lo costituiva. In compenso ce la mettevo tutta quando pedalavo, e la fatica piuttosto che farmi spavento mi stimolava, mi affinava, mi rendeva orgoglioso.
“Ogni cosa a suo tempo” mi dissi. Quindi conclusi: “Ora è tempo di andare a dormire. Questa volta, grazie a Dio, hai una stanza bella, grande, panoramica e tutta per te”.
La luna brillava nel cielo vincendo la luce degli astri consci del fato e scivolavano adagio le luci delle barche sul mare. Ero diventato già vecchio ma non disattento, indifferente e cattivo. Questo non era destino.
Bologna 30 ottobre 2026 ore 18, 33. giovanni ghiselli
p. s.
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