lunedì 27 luglio 2026

Francesco De Sanctis, il Padre più dimenticato dell’Unità Nazionale? Di Giuseppe Moscatt

Francesco De Sanctis, il Padre più dimenticato dell’Unità Nazionale?
Giuseppe Moscatt
 
1. Francesco De Sanctis romantico e realista (1849-1883): il Padre dalla Patria
Quando sul finire del 1883 giunse in Parlamento la notizia della morte di Francesco De Sanctis, ex ministro della Pubblica Istruzione, ultimo della generazione dei grandi uomini che avevano voluto l’Unità non solo con la penna in mano, il cordoglio fu enorme. Egli era stato maestro dello storico più eminente dell’epoca, Pasquale Villari (su di lui si veda in questo blog la mia nota in data 19.11.2024), che ne lesse colà un superbo elogio funebre. Nato a Morra (Napoli) nel 1817, liberale e mazziniano, a 13 anni (ne parlò nel suo diario, a conferma che in quegli anni si diventava patrioti come oggi si diventa instagrammer). Sperò, insieme al Poerio e al Settembrini, che Ferdinando II di Borbone, dopo la Rivoluzione di Luglio a Parigi del 1830, moderatamente aprisse il suo Governo alle istanze liberali, che a Modena, peraltro, erano state represse dal governo austriaco, fino al sacrificio di Ciro Menotti e degli ultimi Carbonari, illusi e poi traditi dal Duca di quella città, non per caso cugino del sovrano di Napoli (vd. la sua trista vicenda su www.fattiperlastoria.it, blog di storia online, di Mirko Miccillo). La condotta sempre più ambigua dei governi borbonici negli anni 30, fino al tradimento del 1848 e al ritiro del Regno di Napoli dalla coalizione degli Stati italiani nella Prima guerra di indipendenza (vd. Lucio Villari, Bella e perduta. L’Italia del Risorgimento, Bari, 2009); non solo lo spinse ad abbandonare ogni rapporto con la classe dirigente locale aristocratica e religiosa; ma anche ad avvicinarsi al pianeta Mazzini, alle letture dei classici da Dante a Machiavelli e agli illuministi lombardi, fino al Parini e al Manzoni, senza contare Michelet, Dickens, Hugo e Puškin. Nondimeno, alla scuola privata del Marchese Basilio Puoti - un eclettico intellettuale massone, ma anche cultore di Gioberti e Rosmini - studiò Vico, Carlyle, Voltaire, Goethe, Schiller e Racine. La scuola del marchese partiva da un metodo storico sistematico evolutivo per dare ordine alla costellazione di autori e opere presenti nella cultura italiana trapiantata dal Romanticismo tedesco e francese. Terreno fertile già arato da un gruppo di intellettuali lombardi confluiti a Milano nel giornale letterario Il Conciliatore, diretto da Silvio Pellico e Giovanni Berchet, soppresso nel 1819 dagli Austriaci perché troppo progressista in tutti i rami del sapere, specialmente nella critica letteraria scossa dal dibattito fra classici italo-francesi e romantici tedeschi, capeggiati dai fratelli Schlegel a Jena (sui quali cfr. Andrea Wulf, Magnifici ribelli, Roma, 2023). Epperò l’acquisita fede democratica matura personalmente sia nello studio razionale evolutivo delle fonti letterarie, raccolte dal secolo di Federico II di Svevia e poi il 300 di Dante, Boccacio e Petrarca, fino allo stesso Leopardi, che da ragazzino visitò a Napoli presso il Principe Ranieri, ultima tappa del triste destino del grande Recanatese. Dai romantici europei, per esempio Schopenhauer, lo scopritore del linguaggio poetico all’Hegel che aveva visto nell’Arte l’espressione concreta dell’Idea. De Sanctis ricostruisce l’ideale romantico, soprattutto fra il 1843 e il 1847, quando verrà arrestato e recluso a Napoli nelle prigioni di Castel dell’Ovo, dove lesse e rilesse i due filosofi, fino a rimanere colpito per sempre dalla Fenomenologia dello Spirito di Hegel. Espulso dal Regno e fatto imbarcare per l’America, dopo una sosta a Malta - il percorso degli esuli liberali nel decennio della preparazione al risveglio del 1859 e la Seconda Guerra di indipendenza - troverà a Torino il tempo per meditare e pubblicare in ambito universitario un corso sulla Divina Commedia e i famosi Saggi Critici, più volte rimaneggiati, una palestra di pensiero che sfocerà nell’opera principale, La Storia della Letteratura Italiana, che il suo principale discepolo, Benedetto Croce, considererà il vertice della cultura non solo risorgimentale, ma anche dell’intero cinquantennio di Unità, facendo di De Sanctis il Dio della critica letteraria e anteponendo però se stesso come profeta più idoneo ad attuare in eterno il suo Verbo idealista. Come vedremo, sarà scarsa all’estero la sua fama fino al secondo dopoguerra, perché giudicato ideologico, astratto, hegeliano e storicista per eccellenza, tanto che la comunità positivista internazionale e non solo, dopo l’Unità, ne svalutò senso e significato. Lo studio del Contesto rispetto al Testo, di chiara marca hegeliana, aveva certamente aperto un varco al dominio della parola, della rima, della materia classica sublimata nel sonetto d’idillio e di complessivo stile soggettivo o naturalistico, dimenticando nello Scritto e nella Poesia l’Uomo nelle sue quotidiane realtà. Nondimeno, la ricerca di un comune linguaggio aveva assillato Foscolo, Alfieri e Manzoni, fece emergere subito il valore unitario di De Sanctis, percepito rapidamente nei suoi Saggi Critici. E infatti, nell’orazione funebre, lo storico e sodale Pasquale Villari ricorderà le predette linee guida del suo pensiero a Torino, quando in un rapporto socratico con quel grande alunno aveva discettato un corso sulla grammatica italiana che fra breve diverrà unica nel Paese e sarà studiata nelle scuole pubbliche del nuovo Regno. Qui comincia l’idea madre di De Sanctis: dopo aver letto gli Schlegel, Fichte, Schelling e il preferito Hegel, ne accettava il loro principale messaggio, ad ogni Nazione la sua letteratura, peraltro non più un principio complementare, da cui partire per arrivare all’idea Totale. La nozione di letteratura Universale, qui non viene affatto svalutata, malgrado il suo fautore - Wolfang Goethe, nell’ultimo vagito della sua lunga vita - ne avesse fatto bandiera. De Sanctis pensava che una letteratura Universale fosse priva di uno Spirito di base che meglio la differenziasse, né fosse sovrapponente, né la amalgamasse. Occorreva piuttosto che fossero elementi insopprimibili perché naturali in ogni paese europeo, la lingua e le religioni, nonché gli usi e i costumi. Del resto, i Grimm, prima di scrivere le loro favole, non guardarono forse alle fiabe degli altri popoli? E dunque prima il confronto, poi l’elaborato per ogni Nazione: Shakespeare e Goethe, come Fedro per Esopo, ovvero Aristofane e Plauto, Machiavelli e Molière, Scott e Puskin, e via discorrendo. E dal lato politico, una cosa era il Parlamento di Parigi del 1789, e altro era quello inglese del 1689. Oppure una cosa era la Dieta di Francoforte, altro era il Congresso dei Rappresentanti Americani. D’altro canto, la separazione dei Poteri e la presenza di contrappesi allo strapotere degli stessi, segnalata da Costant e Toqueville, rappresentavano per De Sanctis il confine invalicabile della sua democrazia liberale, perché garantivano i Diritti civili e le Minoranze. Un diritto civile era anche così quello all’Istruzione pubblica, di cui si fece sempre paladino. Anch nel 1847 e fino al 1849, a Napoli proseguì le orme del Puoti, aprendo una scuola popolare in un vicolo dei Quartieri Spagnoli dove parlava di Virgilio, Dante, Boccaccio e Petrarca, di Machiavelli, dal cavaliere Marino e di Galileo, tutti precursori della sua amata filosofia romantica. Creò per primo di Vico il mito di primo storico europeo, influenzando proprio il Villari e anche i contemporanei fratelli Spaventa (sul quale vd. Il Nostro intervento su Bertrando Spaventa, Il filosofo dell'Unità tra pensiero italiano e tedesco, su www.corriereditalia.de del 15.11.2024). Intanto, De Sanctis da Torino passava a Zurigo (1856), dove per meriti ottenne una cattedra di Letteratura Italiana. I suoi Saggi Critici su Dante lo rivelarono nell’agone accademico neohegeliano per la sua metodologia storicistica e umanitaria, soprattutto per avere mediato con le correnti di letteratura prettamente universaliste, rileggendo criticamente il loro processo aggregativo, dove la distinzione non era separazione, ma un gradino che precedeva una successiva integrazione. Più semplicemente, un ritorno all’ordine interno cui non poteva non seguire un ulteriore grado di affinità. Il soggetto è l’Uomo vivente, l’Uomo carnalmente coinvolto nella Storia. Del pari, De Sanctis credeva che l’Arte fosse uno specchio del tempo, che il classico fosse la luce dell’epoca, cosa che andasse estesa al Moderno, nella misura in cui avesse per Soggetto uomini e donne che amino e soffrano per il desiderio di progredire e di liberarsi di lacci e laccioli che li avessero oppressi per secoli. Al vertice dell’azione liberatoria, non è il fare Arte guardando la Natura, ma realizzare un’idea. Non la bellezza dalla natura da contemplare (Goethe); ma un’idea da proclamare (Schiller) e da subire per le conseguenze. In una delle sue lezioni a Zurigo dichiarò: la nona di Beethoven non era in natura, ma un pensiero del musicista. Dunque, la missione dell’artista è quella di dare un’anima alla Natura, cioè dare al pensiero una realizzazione formale e sostanziale, come appunto fece Beethoven. Nasceva così la formula aurea dal critico: la ricerca dal pensiero dell’autore e quindi leggere nell’opera il suo punto di vista. Ma come individuare questo percorso? Ricostituendo il contesto storico e i segnali formali che lo procedono e lo seguono. Le correnti estetiche e le filosofie e le storie che lo hanno indotto per esempio a scrivere un sonetto o un romanzo. E questa metodologia - che gli fece scoprire Leopardi fin dai pochi colloqui a Napoli come si disse - lo portò sulle barricate e in carcere, poi espulso, esule a Torno e a confrontarsi con l’Accademia Svizzera a Zurigo, dove da Dante ai poemi cavallereschi e fino al Petrarca, stupì con favore i giovani studenti europei lì confluiti, ricercando nella Storia e nella Filosofia quella Totalità fra pensiero e azione che aveva ereditato dal Vico e dal Mazzini. Le conferenze petrarchesche che compariranno nel 1869 a Napoli ne risentono appieno e il loro successo colpirà il coevo Jacob Burckhardt, docente di Storia a Basilea. Ritornato a Torino in piena Seconda guerra di Indipendenza, la maturità di pensiero filosofico e letteraria, divenne maturità politica. I saggi su Arnaldo da Brescia, Giovanni da Procida, sulla Grecia di Pericle e sulla Roma dei Cesari, l’amicizia col D’Azeglio e la conoscenza diretta di Mazzini, Verdi e Manzoni, del quale apprezzò il legame con il Rosmini innovatore della Chiesa romana. Era infatti anche un cattolico progressista, che rispettava pur da laico la Chiesa. Cosa che lo portò anche nel 1861 a dirigere il Ministero della Pubblica Istruzione, carica che lo vide in armonia col suo programma ideale di pedagogista della nuova Italia. È la seconda parte della sua vita, dove lo studioso prevaleva comunque. E qui, il critico diventò anche polemista: famosa era la controversia contro un letterato gesuita, p. Bresciani, che il Nostro emblemizzava come un prototipo del vecchiume classico, cioè maestro dell’Arcadia e della retorica vuota. Bersaglio è un romanzo, l’Ebreo di Verona, sede di Gesuiti doppiogiochisti, di morale conservativa, esempio della più becera forma bella, ma che dietro arrecava un modello conservativo antipopolare e illiberale. Per di più era rivestita di etica pubblica roboante e di vizi privati di parte. Da qui non smetterà mai di considerare la Chiesa di Pio IX uno strumento formidabile di tutela dei privilegi ecclesiali e di potere temporale. Ma è l’etica del Manzoni che gli parve ora di difendere come un modello per reinventare una società nuova, al di là della lotta di classe che già lo interessava, quando ritornò a studiare l’Hegelismo di sinistra cha aveva già orecchiato a Zurigo. Come potete seguire Pio IX che aveva chiamato lo straniero francese a riportare il potere temporale a Roma? Posizione che tornò a isolarlo perché la borghesia del Nord, divenuta schiava di Napoleone III e aveva armato i giovani del Sud contro i giovani del Nord nella tragica vicenda del Brigantaggio fra il 1861 e il 1865? A Bresciani rimproverò il livore contro i Piemontesi e il silenzio su Papa Pio IX: come è possibile che Voi difendete la parrucca e la stola e dimenticate l’Uomo di parte che Lei indossa? Era l’ora di descrivere due tipi umani: Don Abbondio e Fra Cristoforo, figure letterarie che Manzoni aveva incarnato nei loro rapporti alternativi con la povera gente, esempi letterari che De Sanctis userà per screditare il P. Bresciani, non a caso riletto da Gramsci nel quaderno dal carcere nr. 23, dove l’intellettuale comunista ritornerà di nuovo fin dagli anni 10 del ‘900, proprio nelle pagine della Voce di Firenze che egli adottò contro lo Spirito conservatore e ipocrita di buona parte della letteratura espressionista. E venne così l’ora di Gramsci di passare all’attacco finale contro i vari Bresciani e di dare una svolta filo desantctisiana alla letteratura fascista. Tornando a De Sanctis, vanno ricordate anche le famose Lezioni sulla divina Commedia, ristampate da Laterza nel 1955 che riprendono la marcia di rilettura del critico di Morra, come vedremo in seguito. Negli ultimi anni, dopo Leopardi e Manzoni, la sua palestra critica trovò una nuova battaglia letteraria sull’Uomo e sulla Storia Nuova, tanto per citare l’amato Vico. Il suo primo biografo - il discepolo fedelissimo Pasquale Villari - si premurava infatti di spiegare la scelta dalla Divina Commedia. Era un’epoca oscura e piena di terrore, dove il fantastico e il demoniaco furoreggiava in tutte le arti scritte e visive. Pullulavano Cattedrali gotiche e Chiesette di paesi umili e pieni di fervore religioso e c’era quindi viva l’Allegoria e il Mito in ogni angolo d’Italia. Epperò Irlanda e Germania, benché cristianissime, perché non produssero analoghe simbologie letterarie? De Sanctis lo spiegava perché l’interiorità prima di Dante e dei Toscani non si era sviluppata, se non in Italia, dove S. Francesco e Jacopone da Todi, ma anche i Siciliani della Corte di Federico II, furono veri attori sulla scena del dramma della vita così precaria, fra guerre, carestie ed epidemie. Chi sarebbero allora i Nibelunghi di Wagner? Maschere di una leggenda successiva, che avrebbe voluto replicare quei miti per dare una nazionalità a popoli barbari colonizzati da Roma (una punta di razzismo forse derivata da letture di Wagner, cui De Sanctis non era stato estraneo negli anni della Svizzera). Tuttavia, la Fede e il Mito dimenticarono l’Uomo nell’Illuminismo, ma nella Storia successiva egli si era redento e le passioni lo avevano guidato verso la sua realizzazione, fra gioie e dolori. La poesia e l’arte saranno la sua arma migliore. L’Uomo Vitruviano, la splendida icona di Leonardo, simboleggiava il finito al posto dell’Infinito. Dopo una vita fra fantasia e reale, fra orrori e pietà, il dramma di Dante aveva un suo senso. I tre eroi del Ghibellin fuggiasco, Pier delle Vigne, Farinata e Ulisse, nel saggio sulla Commedia; Triboulet di Hugo e lo scetticismo di Leopardi nei Saggi; costituirono e si identificarono nell’Italia schiava dello straniero, ma anche nella speranza di Resurrezione morale e sociale oltre che politica. Come Dante, lo stesso De Sanctis invero, aveva vissuto il pane duro dell’esilio e tale immedesimazione lo rendeva proprio il Critico dell’Arte, anzi l’autore della migliore Storia della Letteratura Italiana come Croce gli attribuirà nel ‘900. Se dunque l’opera d’arte era la sintesi dello scontro fra la Società e l’Uomo; quale migliore occasione ebbe De Sanctis nel vivere la sua apoteosi nello scrivere una autobiografia vigorosa quale fu il viaggio elettorale nel 1876 a Morra? Chiamato nel suo collegio sperando di essere rieletto, le delusioni elettorali lo spingeranno sempre a distaccarsi dalla vita politica attiva. Restò isolato dalla Destra storica, ma anche fu lontano dai maneggi trasformisti di Depretis. De Sanctis non venne più eletto. Nel viaggio verso la sua città campana - a due passi da Sant’Angelo dei Lombardi, grosso borgo che nel 1980 sarà distrutto dal famoso sisma - conobbe la fortissima Camorra che vi imperava da tempo e ne investigò le ragioni, riflettendo su se stesso, ormai a 66 anni. Esaminò cioè quel territorio rimasto pressoché arretrato malgrado fossero passati ben 13 anni dall’Unità! La dura realtà di un territorio agricolo depauperato e votato all’emigrazione, dominato dai capi della malavita, privo di futuro per i giovani già da quell’epoca, lo poneva in gravi contraddizioni. Un patriota sincero, un idealista perfetto, un politico d’ingegno e un critico letterario armato di capacità di lettura del passato; non riusciva a capire perché l’elettorato dotto e laico non fosse capace a rimuovere il Blocco sociale conservatore che inevitabilmente sarebbe dovuto collassare. Gramsci, mezzo secolo dopo, gli rimprovererà di essere stato un teorico alquanto superficiale nella speranza di un‘automatica evoluzione sociale. In Viaggio elettorale, Gramsci e la Sinistra socialista di primo secolo - per esempio Salvemini, alunno di Villari - contesteranno l’analisi economica di quel territorio regolato da un capitalismo agrario spregiudicato e insensibile ai bisogni reali del popolo. Il grido di Pasquale Villari al Maestro di cercare, indagare e dimostrare con i numeri alla mano - sul modello di un Colajanni: giovane storico sociale della Sicilia - non stava nelle capacità concrete del vecchio hegeliano. Non bastava al Salvemini la contemplazione dal Grande Uomo e la ricerca della sua azione. Ottimo analista della Storia Medievale; ma debole critico sul Sud d’Italia, dopo il Brigantaggio; l’illuminato De Sanctis, al di là della Storia della letteratura italiana e del rilevante conflitto fra lo storico Guicciardini e il cronista Boccaccio; non riuscirà a dire di più. Esemplare critica al riguardo, pare quella che la scuola storica positivista gli obiettò alla fine della sua vita. I critici d’arte Zambrini e D’Orazio, nel campo della critica delle Arti visive, principalmente sulla corrente milanese della Scapigliatura (vd. al riguardo Gaetano Mariani, Storia della Scapigliatura, Caltanissetta - Roma, 1971) osservarono che Guicciardini e Boccaccio - visti dall’occhio positivista, erano eroi assoluti, anche perché riscopritori del mondo classico, ma non riuscivano a vedere come potere giustificare la permanenza di valori medievali al di là dell’età della Riforma. De Sanctis e Villari, oramai pari nel metodo indagatorio del Sapere, dell’arte e della storia; opposero che Guicciardini era uno storico innovatore perché guardava al passato fin dal XII secolo al XIV secolo, rilevatore delle scuole precedenti e promotore di un futuro non roseo per l’Italia, anche perché la chiamata di Carlo VIII di Francia da parte di Ludovico il Moro contro la Spagna di Carlo V, aprì i secoli di decadenza e di occupazione straniera della Penisola. In fondo, la reazione della Storiografia e alla nuova critica letteraria del De Sanctis non era nuova. Già nel 1866 aveva redatto una Storia della letteratura italiana, prettamente laica e ghibellina, segnalando autori anticlericali, con in testa Giordano Bruno. I vecchi compagni di studi di De Sanctis, avevano preso dal Puoti l’astio contro il clero conservatore, la tirannia borbonica e la libertà dello straniero. Le proteste del popolo delle 2 Sicilie, pubblicate dal Settembrini, latitante nel 1847 contro la repressione del Marchese Del Carretto da Siracusa (1837) a Napoli (1846); piacque comunque al De Sanctis sul tema dell’anima nazionale del Popolo. E dunque quando nel 1949 il Settembrini venne condannato a morte in contumacia, il Nostro ne lodò l’audace interpretazione anticlericale. Ma De Sanctis ebbe una marcia in più; vale a dire il principio evolutivo dell’azione individuale, come se un’epoca facesse da trampolino all’altra, come se il Medio Evo avesse sgombrato il percorso progressista alla Riforma, come se questa - malgrado una parziale ricaduta e stasi nel’600 Barocco di Tasso pur impregnato di lirismo soggettivista fuori dall’anima popolare e sociale - germinasse lo sviluppo illuminista, fino al Romanticismo impetuoso del genio di Hegel. Napoleone, Mazzini, Bismarck, tre Geni e tre epoche che rappresentavano nell’immaginario culturale di metà ‘800 l’evoluzione del Vecchio Continente insieme al rombo del treno equiparato all’avvenire scientifico. In fondo, suggeriva De Sanctis, la storia politica procedeva di pari passo con la storia letteraria. Ranke, Mommsen, von Harnack, simboleggiavano l’attuazione dello Storicismo di Hegel, senza contare l’Evoluzionismo di Darwin, il Socialismo di Marx e il Superuomo di Nietzsche. Il vecchio De Sanctis - morirà nella sua Napoli a 66 anni nel 1883 - era incuriosito infine da una nuova corrente letteraria, il Naturalismo, che dalla Francia repubblicana conservatrice, sempre in tensione fra le Parigi della Bohème e le campagne cattoliche retrograde della Garonna; esprimeva una nuova scissione fra forma e contenuto. Una anatomia realistica dell’opera d‘arte, alla ricerca delle radici più vere della società, anzi delle varie società, lobotomizzate e fotografate per come erano e non come erano state o come forse saranno. Il passo avanti della libertà di pensiero, dei diritti politici e delle identità nazionali, la realtà italiana con l’Unità proprio da lui caldeggiata dal lato artistico e letterario: ma anche dalla Germania promossa dal Treitschke e dalla classe agraria degli Junkers Prussiani; ebbe sempre pronta la penna di De Sanctis, pur assistito dal devoto Pasquale Villari. Benché sofferente alla vista, pubblicò nel settimanale Roma vari articoli sul giovane Zola. Tornato brevemente al Ministero della Pubblica Istruzione (1881-1883) nel gabinetto Cairoli, De Sanctis reduce dalle critiche di non pochi marxisti di primo pelo, non sempre favorevoli alla sua Storia; era stranamente silente sulla Nedda e sui Malavoglia di Verga (1874-1881); ma era anche affascinato dal binomio Scienza e Vita, che il Nostro credette analogo al suo Manifesto del letterato vivente, dove la Scienza nella Società gli apparve la forza più idonea a indirizzare la Storia dei popoli. Il silenzio dalla morte getterà all’improvviso il suo nome in un lungo dimenticatoio coperto dal ciclone retorico e nazionalista conservatore di cui Carducci divenne il Re; Pascoli, poi apparve un modesto creatore crepuscolare e decadente, disilluso dal positivismo democratico e marxista. I principali critici e gli autori di inizio secolo faranno da ponte all’alternativa poetica di D’Annunzio, il presunto profeta Espressionista nel corso del primo ’900.
 
2. Il primo ‘900 su De Sanctis: Croce, Bontempelli, Vittorini e Pasolini. Chi lo seppellisce e chi lo riesuma
Il lascito culturale e professionale di De Sanctis - la figura del critico letterario rivolto a rileggere le opere letterarie con metodo filologico e storico - aveva sicuramente svolto un ruolo cardinale nel panorama italiano. L’incarnazione del critico fra testo e contesto, la mediazione culturale fra pubblico e lettori, rivelatrice di valori profondi, di strutture narrative e scelte stilistiche; sembrava essere morta con lui in gloria. La dimensione storicista, il valore delle opere, la professione di recensore dell’ultima parola, il ruolo identitario da lui assunto fino al 1883, quando si chiuse la sua carriera con l’Autobiografia della sua giovinezza, pubblicata postuma nel 1889; apparvero canoni di interpretazione identitaria non superabili né proseguibili. Una pietra tombale inamovibile come un monumento della Roma antica. Il sublime critico di Morra poco si era curato delle scuole Veriste, della triade appena indicata dalle cronache letterarie dell’epoche che ormai furoreggiava nel panorama letterario - il maturo Carducci, il giovane Pascoli, il baldanzoso D’Annunzio - mentre solo il sodale Pasquale Villari e i discepoli Imbriani e De Lollis ne celebravano le opere e la lettura storicista. Anzi, Villari dialogava con lo storico Mommsen sul terreno comune della Storia, ricordandolo come un singolare propugnatore della Storia Italiana, significandone la forza oratoria, nella collaudata Storia della letteratura italiana, adottata ancora nelle scuole del Regno come esemplare per la Storia Patria. Le nuove correnti veriste, crepuscolari e simboliste, catalizzate nella rivista La Voce a Firenze in età giolittiana, peraltro ignoravano le Letterature straniere, mentre Mazzini, Manzoni e Leopardi cedevano il passo al nuovo linguaggio bislacco e violento del Futurismo di Marinetti; all’estetismo di D’Annunzio e alla malinconia delle piccole cose, alla solitudine e alla melanconia di Gozzano, voci che anticipavano o si incanalavano nel fiume sempre meno carsico dell’Espressionismo nordeuropeo. Zola e Taine, gli ultimi realisti sembravano dimenticati; invece Thomas Hardy e T. S. Eliot trionfavano nel solco nostalgico e melanconico, Dostoevskij e Tolstoj, rappresentavano comunque l’uomo in crisi alla fine dell’800, né romantico, né scientista, ma proiettato in una interiore ricerca dello Spirito, dopo la decadenza dell’avventuroso e del materialismo che non soddisfacevano più di tanto. L’avanzare da sonnambuli verso una deflagrazione europea e mondiale, offriva però l’opportunità di ritornare all’Uomo nelle sue passioni e al suo essere in viaggio permanente. Dunque una critica militante, un letterato vivente, non moralista, ma calato nella realtà, come uno storico che ritrovi le contraddizioni del moderno, che ritorni ai Grandi del passato e alla rilettura delle gesta che avevano avuto effetto nel mondo vivente con coerenza non solo di linguaggio ma anche di azione positiva. Neppure, la svolta Futurista, intrisa di un nazionalismo identitario perché proclamava la distruzione dal classico; non appagava la domanda di giustizia e di cultura che aveva già mosso l’azione risorgimentale di De Sanctis, la cui grandezza si era perduta per l’ansia di un nuovo linguaggio ancora imprecisa se non violenta, nel vuoto culturale del primo ‘900. La necessità di un ritorno alle radici classiche fuori dagli orpelli accademici, magari a 50 anni dall’Unità e sicuramente rifondatrice di un‘Italia spaccata da istanze sociali e di inserimento nel consesso delle nazioni civili; chiamò Benedetto Croce - già un maturo esponente della cultura hegeliana italiana - a riaprire le pagine del conterraneo. Era nota invero una delle cause del seppellimento del De Sanctis, la sua insensibilità al Verismo italiano ed estero, esasperata dal silenzio dei suoi discepoli. Il suo più grande seguace, Pasquale Villari, si era specializzato sulla distinzione fra Saggio Storico e Saggio letterario. Tutto si limitava alla ricerca filologica del Testo, oppure ci si dilungava al Contesto storico. Le mediazioni straniere di Dilthey e Burckhardt; la polemica fra Nietzsche e Wilamowitz sui limiti del classico, della filologia pura contro lo spirito del tempo al di là del contenuto; non arieggiava forse quanto si era detto dello scontro fra Settembrini e De Sanctis? Come legare e ritrovare un filo logico fra poesia e realtà? Storia delle idee, oppure espressione di stati d’animo astratti, fuori da ogni attualità? Croce fra il 1894 e il 1914, riesumò una mediazione estetica neohegeliana che riportasse in auge De Sanctis, oltrepassando lo stallo opposto da sempre al maestro di Morra, cioè l’essersi disinteressato sulle novità realiste che da varie fonti - specialmente la c.d. Scapigliatura milanese - che avevano dato spazio ai tormenti sociali dello Scrittore che si ergeva a difensore dei più deboli nella società capitalista e filo conservatrice. Croce riconosceva la freddezza di De Sanctis su Verga e Capuana. Dopo le analoghe scelte sulla scapigliatura lombarda, in fondo le contraddizioni del critico di Morra contraddicevano il suo attivismo nella storia risorgimentale e sembravano aderire genericamente alla futura letteratura realista e alla filosofia della prassi socialista ormai maturata da Marx ed Engels. Croce appunto scavò negli scritti successivi all’Unità, per esempio nel Diario di un viaggio elettorale del 1874, dove il suo impegno politico rimarcava la cosciente identificazione di Patria e Collegio elettorale, visto che pur nato a Morra Irpina, la mia Patria politica si estende da Rocchetta ad Aquilinia. Metafora geopolitica di un impegno oggettivo nella politica nazionale (si veda al riguardo Salvatore Lupo, Il passato del Nostro presente, il lungo ottocento, 1776-1913, ed. Laterza, 2010, pagg. 124 e ss.). La figura del politico a 360 gradi lo rendeva per Croce un precursore e un militante europeo nuovo, cosa che il giudizio di Burckhardt sul suo pensiero sembrava confermare. Da qui, Croce passerà a esaminare in modo acribico tutti i suoi scritti e ritroverà le radici del suo pensiero: Hegel in prima battuta, cioè lo sguardo attento sull’Uomo nella Storia, da Dante a Leopardi, da Galileo ad Alfieri, da Manzoni a Vico. Alle critiche espressioniste, dell’arte per l’arte, al classico senso di soluzione interiore, dove il contenuto sembrava calarsi nelle forme e sparire nella dimensione spirituale e quindi nell’astratto senso poetico fuori dal tempo e dalla Storia: si pensi al Foscolo e ai tanti poeti romantici lontani dalla lotta risorgimentale. Croce riconobbe comunque al De Sanctis un Neorealismo etico che proveniva dall’arte stessa. Infatti le allegorie dantesche, nel loro essere forme delle persone che le incarnavano, mostravano una forte presenza nella Storia epoca dopo epoca. L’Uomo del Medioevo, l’Uomo del Rinascimento, l’Uomo dell’Illuminismo, pur nell’intreccio del loro singolo presente, progrediva fra gioie e affanni, in una visione lineare che De Sanctis aveva sempre perseguito verso la pace sociale, che poteva essere il compimento dell’Unita Nazionale, a sua volta la piattaforma di lancio per la rinascita sociale delle classi subalterne. L’ottimismo del Croce nella sua Estetica del 1907 derivava anche dal momento politico: come De Sanctis nel 1861, così il filosofo di Pescasseroli ritrovava in quegli anni una fiducia nel Progresso che si era offuscata nei primi decenni dell’Unità, fra Brigantaggio, Crisi economiche, Emigrazioni e Trasformismo politico, critiche sempre meno velate all’Unità e alla Patria, valori fortemente amati e poi con forte disillusione divenuti un nostalgico ricordo quando si siederà sugli scranni della Camera e al Ministero della Pubblica Istruzione. Un soffio di rinnovata speranza nella rinascita dello Stato liberale era stata però la pace sociale fra Liberalismo democratico di Giolitti e il socialismo moderato di Turati nel 1903, la c.d. politica della stretta di mano fra i due partiti più numerosi e la cui collaborazione - fino al 1911 - garantì la ripresa economica del Paese e il suo inserimento nella realtà industriale dell’Europa. Del pari, a livello internazionale, la caduta del conservatorismo francese dopo l’affare Dreyfus e la simile convivenza politica fra liberali e socialisti in Olanda e Gran Bretagna, sembravano allontanare venti di guerra fra le Potenze Occidentali e gli Imperi Centrali dopo le vicende Marocchine, molto simili alle minacce di guerra attuali. Un clima di pace e di progresso sociale in quel quindicennio che Croce nel Saggio su Hegel, del 1906 - ripubblicato poi nel 1913 - riproporrà con un occhio alle considerazioni di De Sanctis. Qui interpreterà la nota dialettica di Hegel fra opposti in un conflitto ideale fra distinti. Il nucleo del discorso di De Sanctis riguardava l’Arte: questa per poter restare genuina e mai essere corrotta dall’oblio naturale, andava espressa e difesa nella sua ideale intenzione e mai essere metabolizzata dalla mutazione esistenziale. Ecco perché il linguaggio e le forme di comunicazione delle lettere e della musica, dovrebbero rimanere nella intenzione dell’autore e non devono essere intaccate o condizionate dal reale. L’Uomo è sempre lo stesso, cambiavano solo le forme sociali, spesso imposte dai costumi e dalla politica. Una deviazione spirituale che De Sanctis aveva respinto per la necessità di non adeguarsi alle mode temporanee, un insieme di valori distinti e assoluti che Gentile, in preda all’attualità dell’idea, non potava accettare. L’artista quindi non poteva non cedere al mondo, ma non era del mondo, se questo negava l’Uomo stesso nei suoi bisogni. La socialità dell’Artista non era negata, ma doveva cedere il passo anche alla realtà se questa divorava la libertà dell’Uomo. Ecco perché Croce rispetterà il presunto solipsismo di Mann, Proust, Musil e Kafka, pur salvando la poetica di De Sanctis, che nell’Estetica riporta De Sanctis dall’oblio, senza però trascurare un Prezzolini, in quanto del più giovane critico approvava la mediazione dei distinti e dei valori non derogabili che l’artista deve difendere per salvare il suo pensiero dalla corruzione tecnica e materialista della società moderna. Insomma, Croce vedeva in De Sanctis la volontà di dare spazio alla libera scelta del poeta, anteriore e autonoma, più o meno legata alla partecipazione dello stesso alla vita sociale. Una libera uscita per gli autori panestetici, al Futurismo stesso e anche a quei critici che in nome dello Spirito spesso dilaniato da dilemmi esistenziali, lo avevano chiamato a difesa per le loro strane indagini critiche. Per esempio il De Lollis, un minore critico letterario della scuola di De Sanctis, esperto di filologia romanza, aveva scoperto poeti minori e autori stranieri fino ad allora estranei alla cultura filocarducciana, come nel caso del poeta Sordello di Goito e addirittura parlato di un Cervantes reazionario, fino al 1924 giudicati negativamente nelle accademie italiane perché troppo soggettivi nelle forme e nei contenuti. Le scuole filologiche espressioniste presero fiato, con l’Ermetismo di Montale e Quasimodo e il riflusso nel privato e nell’estetismo puro di D’Annunzio .La Figura del Critico Letterario comparirà nella terza pagina dei quotidiani di stampo liberale - Il Corriere della sera, Il Messaggero di Roma, Il Mattino di Napoli – che oseranno ospitare critici letterari espressionisti o veristi nella misura in cui il critico riuscisse a soddisfare le domande del pubblico di fronte alle nuove idee politiche e non, quando facevano più spesso capolino nelle pagine principali. A ridosso della Prima Guerra Mondiale un liberale avanzato e di simpatie socialiste, Giuseppe Antonio Borgese, proprio sul Corriere fece sua la soluzione mediana di Croce: eserciterà la posizione di critico militante e di moderato critico delle giovani generazioni di autori italiani e stranieri, combattuti dall’impegno politico per la guerra giusta contro gli Imperi Centrali (si vedano i saggi interventisti a favore delle Potenze dell’Intesa, guerra di redenzione, 1919, e l’Italia e la nuova alleanza, Milano, 1917), dove esternava nella difesa dei diritti civili un Patriottismo spesso in funzione antiaustriaca a favore delle popolazioni Slave oppresse. Insomma, un ritorno alla partecipazione concreta dell’intellettuale alle vicende della auspicata autoindipendenza dei popoli che De Sanctis aveva magnificato tanti decenni prima a favore del Mazzini. Ma di fianco al critico militante stava anche il Critico Letterario dell’Estetismo, concentrato sulla scelta a monte rivolta alla Bellezza e all’Arte in sé, privilegiando il testo sul contesto. A volte, per questa via, entreranno nella cultura italiana quegli autori che i filodesanctiani avevano ignorato od osteggiato. Già prima della Grande Guerra per esempio Svevo e Pirandello, che lo stesso Croce aveva superficialmente stigmatizzato fin dal loro apparire. Si pensi al dramma di Pirandello I sei personaggi in cerca d’autore, che nel 1921 era stato stroncato dal filosofo. Poi Proust, Musil e Kafka, nonché Thomas Mann, cui la le novità tematiche derivate dalla sottile influenza della psicologia di Jung, apparirono ben rappresentate dall’opera dei traduttori, come la Lavinia Mazzucchetti, storica scopritrice e divulgatrice dell’autore di Lubecca fin dagli anni ’20, poi seguita da uno stuolo di traduttori che mediavano nel loro lavoro la suggestione di Croce, quando questi aveva rilevato come la militanza politica dell’autore poteva ben convivere con la forma di un’Arte personale che non collideva col contesto sociale (il caso dei Buddenbrook, un affresco sociale di una famiglia altoborghese, densa di componenti soggettivamente peculiari in forte competizione fra loro e con lo sviluppo della società fra ‘800 e ‘900). La posizione del Croce sarà però contestata dalla critica marxista, quando negli anni ’30 Gramsci, nei Quaderni dal carcere, riesumava De Sanctis, segnalandone la mai negata adesione alla Sinistra storica, le sue perplessità sulla decadenza del nuovo intellettuale italiano, aggrappato al potere dominante e refrattario alla critica militante di opposizione alla società del primo ventennio unitario - 1861/1883 - concentrata sulla vita privata e, l’intimità domestica. Una borghesia tesa alla conquista del profitto e della accumulazione, non tanto sobria, magari attenta al lusso e allo svago musicale che aveva apprezzato il classico di Verdi e Wagner, un ideale asfittico e un interesse sociale del tutto assente. Gramsci sottolineava invece una fede in una nuova Italia, dotata di una religione etica, guidata da una classe dirigente colta, aperta alle classi popolari, che avrebbero dovuto avere coscienza del loro valore. La concezione arte per l’arte, pur se in astretto apprezzabile come un passo in avanti, sia era nel lungo periodo trasformata in un Edonismo conservatore pedagogicamente incomprensibile ai giovani. Opzione che la classe al potere, impregnata di Fascismo, nascondeva dietro al classicismo tradizionalista che favoriva la propaganda del Regime (operazione analoga nelle dittature di Sinistra totalitariste, come nel caso della propaganda Sovietica che guardava alla figura dell’operaio in modo troppo elementare). Un critico fautore del Regime che riuscì però a salvare l’evidente falla della mediazione crociana fu però il Bontempelli (1878-1960), che proprio in memoria di De Sanctis nel 1936, in obbedienza al Gentile, dirà ad Avellino di come fantasia e immaginazione siano modi di esternazione artistica che possono convivere con la realtà. Una forma moderna di realizzazione artistica che consentirebbe di per sé la libertà umana senza entrare nella giungla della società moderna. Era il c.d. realismo magico, una pennellata di Surrealismo che De Sanctis aveva toccato nella critica sull’Ulisse Dantesco. Come se il Mito fosse il vero oggetto della letteratura e che il soprannaturale regnasse nella nuova... Dietro tale accattivante scuola critica, non disapprovata dal Minculpop perché favoriva il Regime nella distrazione delle Masse dai problemi del quotidiano e dalle guerre in arrivo; costituiva il secondo corno del dilemma, cioè quale ruolo attribuire all’artista nel mondo concreto, se forse non andasse a disperdersi, fino a tacere sui rischi che la società totalizzata correva anno dopo anno. Naturalmente, il Secondo dopoguerra rimise in sella la disputa sul Critico e quindi la sua militanza politica come una difesa contro il soggettivismo estetizzante. Vittorini dirà: gli scrittori sono nuovi non perché abbiano trovato nuove forme o cantato nuovi soggetti… Lo sono perché hanno dell‘Arte un’idea diversa da quella degli scrittori che li precedetteroCiò perché credono nell’Arte, mentre quelli credevano a molte altre cose che con questa nulla avevano a che vedere. Tale novità perciò può consentire la forma tradizionale e il contenuto antico… Mi sia concesso di ricordare che gli scrittori nuovi compiendo una rivoluzione … intendono di essere appunto artisti, laddove i loro predecessori si compiacevano di essere moralisti, predicatori, estetizzanti, psicologisti, e onesti, ecc. Da qui, la rivoluzione del linguaggio, fortemente accolta dal De Sanctis per Dante, pur non trattata per Verga. Vittorini lo sperimenterà con Conversazioni in Sicilia del 1941, aspetto che il critico siracusano approfondirà poi da direttore del Politecnico (1945-1947), rivedendo nelle critiche di De Sanctis un moralismo pedagogico combinato con la militanza politica, che però lo porterà a respingere nel 1956 la pubblicazione per Einaudi del Gattopardo, intriso di una morale sempre statica, irreversibilmente segnata da un destino nostalgico per un Potere ormai perduto, come anche nel citato romanzo di Mann. Il punto stava nel considerare il giudizio di un critico dal lato solo morale o solo estetico, senza arrivare a forme di mediazione che potevano dare spazio a compresenze surreali che non fornivano al lettore univoche cause di lettura e un assemblaggio di interpretazioni spesso diverse dalle intenzioni dell‘Autore. Pericolo che l’Editore e lo stesso Autore non lamenteranno eccessivamente, perché l’adesione improvvisa di una massa di lettori non poteva non dispiacere per evidenti ragioni economiche, a danno però della serietà dell’intenzione artistica, (come insegna la recentissima vicenda del Mondo al contrario del Vannacci…). E qui soccorrono le considerazioni di un autore - Pier Paolo Pasolini - certamente non tenero con la classe dei critici letterari, partigiani o della scuola moralista o della scuola estetista. Il poeta di Casarsa, già docente nel Friuli e vicino Roma negli anni del secondo dopoguerra, va in radice sul problema della recezione del De Sanctis dopo la Seconda guerra mondiale in Italia alla luce dei valori rinnovativi della società italiana postfascista. Egli riprendeva in esame la storiografa letteraria del Maestro, strapazzato dalla Destra Conservatrice estetizzante e dalla Sinistra impegnata nel sociale. Pasolini lo rivaluta su un tema che gli stava a cuore: il linguaggio come specchio della Storia della Nazione fra passi avanti e passi indietro. Negata ogni pretesa di semplice corso accademico o scolastico, la Storia della letteratura italiana del 1870-1872, la interpreta come una costante tensione fra la lingua letteraria, i dialetti locali e i vari Poteri che si sono succeduti fin dall’Italia tardo imperiale. Ciò premesso, subito ne accetta il concetto critico di possibile regresso e di immersione acribica nel mondo materiale offerto dall’Inferno, dal Purgatorio e dal Paradiso, metafore dall’età medievale. Da lì riparte per esprimere la realtà friulana e la realtà del sotto proletariato di Ragazzi di vita (1955) e di Una vita violenta (1959), i suoi primi romanzi. La forma linguistica popolare di questi primi scritti è il passaporto per capire l’attualità e darne un giudizio. Poi, accoglierà le critiche di Vittorini nel rigetto l’interpretazione Crociana troppo schematica e alquanto annacquata e corrotta da idee estranee al mondo italiano. La Storia diventa quindi un racconto di impegno civile che ci spiega i buchi della Nazione, con un fine partigiano e realista che invece riprenderà lo Spirito originale di De Sanctis in senso risorgimentale, prima che la politica cavourriana confermasse l’animo mercantilista e moderato che impedì il decollo della Nazione e promosse la fine della democrazia a vantaggio del totalitarismo fascista. Qui, Pasolini riesuma con vigore il De Sanctis in un elzeviro della rivista Vie Nuove, nel commentare i giovani del ’68 e il relativo rapporto fra padri e figli specie nell’età dei consumi materiali degli anni ’60. Li invita a formarsi con la lettura proprio del De Sanctis, una lettura che gioverà perché li apre alla crescita e alla Rivoluzione vera, che non avvenne in Italia perché quei giovani dell’epoca sedettero all’ombra ad aspettare…. Un monito che ci richiama oggi più che mai all’attenzione per questo grande Italiano.

Giuseppe Moscatt
 
Bibliografia
Oltre alle fonti citate nel testo, cfr.
·         Opere di Francesco De Sanctis, a cura di GIANFRANCO CONTINI, voll. 12, ed. Laterza, Bari, 1951.
·         Fondazione De Sanctis, www.fondazionedesanctis.it
·         OTTAVIO BESOMI e CARLO MUSCETTA, Francesco de Sanctis nella storia della cultura, Laterza, 1984.
·         BENEDETTO CROCE, Gli scritti di Francesco de Sanctis e loro varia fortuna, Laterza, 1917.
·         ELIO VITTORINI, Una nuova cultura, su Il Politecnico, n. 1/1945.
·         PIER PAOLO PASOLINI, Pagine corsare, su pasolinilepaginecorsare.blogspot.com, Vie nuove, Fascisti: Padri e Figli, n. 36° XVII, 6.9.1962.

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